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L’arbitrato e il lavoro


“La Repubblica” del 15 dicembre pubblica un articolo di Luciano Gallino, il quale evidenzia le novità di prossima introduzione da parte del Disegno di Legge 1167 già approvato dal Senato. Tra le altre novità, l’autore si sofferma sull’arbitrato, sostenendo che ” esso (il disegno di legge) prevede infatti (art. 33, comma 9) che al momento di sottoscrivere un contratto di lavoro davanti a una delle tante commissioni locali cui è attribuito il compito di certificare se il contratto stesso definisce un’ occupazione alle dipendenze oppure un lavoro autonomo (tipo collaboratore a progetto), di durata determinata oppure indeterminata e altre condizioni, il lavoratore deve compiere una scelta drastica. Deve cioè aderire, o rifiutare, un compromesso con il quale s’ impegna, nel caso sorgano future controversie di lavoro, a rinunciare al ricorso al giudice a favore di una procedura di arbitrato o di conciliazione. Dei quali, stante lo squilibrio socio-economico che sussiste tra le due parti, si può agevolmente prevedere l’ esito. Tanto che la stessa Corte costituzionale si è più volte pronunciata contro il ricorso all’ arbitrato nelle controversie di lavoro. Stante questo dispositivo introdotto dal dl. 1167, il ricorso alla giustizia del lavoro diventerà un lusso,o un rischio, che pochi lavoratori vorranno permettersi”.
Dalla lettura del testo del Disegno di Legge che circola in rete, però, i timori di Gallino sembrerebbero infondati. Dal tenore letterale dell’art. 24, comma 5, del disegno di legge 1167, che novella l’art. 412 quater del codice di procedura civile, si evince infatti che “ferma restando la facoltà di ciascuna delle parti di adire l’autorità giudiziaria e di avvalersi delle procedure di conciliazione e di arbitrato previste dalla legge, le controversie di cui all’articolo 409 del presente codice e all’articolo 63, comma 1, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, possono essere altresì proposte innanzi al collegio di conciliazione e arbitrato irrituale costituito secondo quanto previsto dai commi seguenti. È nulla ogni clausola del contratto individuale di lavoro o comunque pattuita che obblighi una parte o entrambe a proporre le controversie indicate nel periodo precedente al collegio di conciliazione e arbitrato o che ponga limitazioni a tale facoltà.”
Altro punto sul quale vale la pena insistere è l’uso ripetuto del verbo “può” in tutto l’articolato che deporrebbe a favore dell’introduzione di una mera facoltà in più a favore del lavoratore.
In definitiva, quest’ultima novità legislativa, della quale ad essere sinceri se ne sarebbe fatto volentieri a meno, diretta a definire -alternativamente all’ordinario iter giudiziario dinnanzi al Giudice naturale precostituito dalla Legge- il contenzioso del lavoro, deve avere un valore necessariamente facoltativo costituendo, appunto, una mera alternativa, giacché in nessun caso può precludersi l’accesso alla Giustizia ordinaria, diritto il cui contenuto è presidiato direttamente dalla Costituzione. Non resta che aspettare pazienti l’approvazione definitiva da parte della Camera e soprattutto bisognerà attendere l’interpretazione e l’applicazione concreta che se ne farà nelle aule di giustizia.
Vedi anche La riforma del lavoro

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