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Archive for 31 gennaio 2010

Brunetta della domenica

31 gennaio 2010 Lascia un commento

Stamattina andava in onda su una nota emittente radiofonica nazionale la solita rubrica domenicale di Renato Brunetta.
Il Ministro spiegava che i magistrati non sono un potere, giacchè il potere può essere solo democratico e promanare dal popolo, ma un ordine, appunto l’Ordine Giudiziario, costituito non da giudici ma più correttamente da magistrati che si dividono in due grandi categorie, inquirenti e giudicanti, “gente che ha vinto un concorso” autonomi, indipendenti e soggetti soltanto alla legge. In altre parole “mai nessun Ministro potrà dire ad un magistrato quel che deve o non deve fare”.
A seguito delle dichiarazioni del Ministro alla radio, ci sentiamo in dovere di riportare alcune precisazioni.
In proposito, si devono necessariamente richiamare alcune nozioni in tema di ordinamento dello Stato, in particolare attraverso una disamina dei modi in cui si manifesta l’autorità dello Stato, che si esauriscono nelle tra funzioni classiche: funzione legislativa, funzione amministrativa e funzione giurisdizionale, alle quali corrisponderà la rispettiva distinzione degli organi in legislativi, amministrativi e giurisdizionali.
Questo principio organizzatorio ben noto sin dal XIX secolo (ed è strano che Brunetta non lo conosca) sta alla base dello stato liberale: all’accentramento del potere in una sola persona si sostituisce la divisione dei poteri fra più organi. L’autorità, il potere dello Stato pur restando unico nella sua essenza (i modi in cui il potere si manifesta vale a dire le funzioni dello Stato possono invece essere molteplici), viene frazionato stabilendo controlli reciproci fra gli organi che lo esercitano onde evitare che esso venga esercitato in maniera arbitraria e incontrollata.
E quindi, il principio della separazione delle funzioni o dei poteri deve essere letto in chiave organizzatoria come un complesso di più organi che esercitano una parte di autorità o potere. Conclusivamente, l’autorità o il potere dello Stato viene ripartito, ed accanto al potere esecutivo (il governo), al potere legislativo (il parlamento), abbiano il potere giurisdizionale che, tanto per usare le parole della Costituzione “è esercitato dai magistrati ordinari istituiti e ragolati dalle norme sull’ordinamento giudiziaro” (art. 102, Cost), la cui appllicazione integrale dà luogo all’attribuzione del potere giurisdizionale solo ai magistrati ordinari, in forza del cd. principio della unicità della giurisdizione. Ma come direbbe Lucarelli, questa è un’altra storia..

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Soldati politici

31 gennaio 2010 Lascia un commento

Ritorno ancora una volta sulla Convenzione identitaria di Orange, ovvero sulla reunion delle destre estreme di tutta Europa organizzata lo scorso ottobre dal Blocco identitario francese. Alla due giorni di dibattito anti-islamico e “anti-racaille” aveva aderito anche la Lega Nord, rappresentata da Mario Borghezio. Avevo già riferito di come in quella sede l’eurodeputato leghista avesse lanciato la proposta di una sorta di scuola di formazione transnazionale per i quadri dei vari movimenti europei facenti riferimento al radicalismo identitario. Ma pare ci sia qualcosa di più.
Alla convenzione era infatti presente anche Dominique Baettig, deputato dell’Assemblea federale svizzera e membro dell’UDC, uno dei partiti promotori del recente referendum anti-minareti. La partecipazione di Baettig ad un congresso che riuniva la crème del populismo xenofobo europeo aveva suscitato accese polemiche in Svizzera, tanto che il “democratico di centro” dovette abbandonare i lavori prima della loro chiusura. Nel frattempo, però, una rete della televisione elvetica aveva deciso di inviare una telecamera al “Palais del princes”, sede della convenzione, proprio per testimoniare a quale genere di raduno avesse aderito un rappresentante del maggior partito svizzero.
Quella è stata la sola telecamera ad aver ripreso tutti lavori, dall’inizio alla fine. Compreso l’intervento di Mario Borghezio. Ed è proprio sul passaggio relativo alla “scuola di formazione” che si soffermano in particolare le immagini della tv elvetica. Lo speaker è sbigottito: Borghezio non ha in mente una semplice scuola per dirigenti, ma per veri e propri “soldati” che “tengano testa fisicamente ai nemici”.
Dal blog di Daniele Sensi

Il sito non perdona

31 gennaio 2010 Lascia un commento

Il sito non perdona
Il caso di Renata Polverini fa scandalo sul web nel silenzio della politica
Il caso di Renata Polverini conferma la teoria di Beppe Grillo: internet è spietato.
Puoi mentire persino al notaio, come ha fatto la leader del sindacato Ugl per evadere le tasse, ma non puoi mentire alla rete.
È impressionante la lettura del sito http://www.renatapolverini.it 
Sono tantissimi i commenti al blog (ne riportiamo tre, ma sono almeno dieci volte di più) di persone comuni che scrivono per chiedere conto al candidato delle notizie pubblicate dal Fatto Quotidiano.
Il caso dovrebbe essere studiato nelle scuole di comunicazione.
L’apertura al web doveva essere la carta vincente della campagna obamiana della sindacalista di destra prestata alla politica.
Purtroppo, alla vigilia dell’inaugurazione del sito, è uscita l’inchiesta del nostro giornale: Renata Polverini ha comprato a prezzo stracciato dallo Ior nel dicembre del 2002 (272 mila euro per sei stanze tre bagni e due box vicino all’Aventino) e non soddisfatta dell’affarone ha anche mentito al notaio per avere l’agevolazione prima casa e pagare il 3 per cento di tasse invece del 10.
La sindacalista, infatti, aveva già comprato 9 mesi prima un’altra casa dall’Inpdap, a un prezzo ancora più basso: 148mila euro per sette vani catastali e un box al Torrino, vicino all’Eur.
Oggi siamo in grado di aggiungere un dato: anche sull’acquisto di quella prima casa dall’Inpdap c’è qualcosa che non va.
Almeno dal punto di vista etico-politico.
Renata Polverini compra con lo sconto in qualità di inquilina dell’Inpdap ma è costretta a fare una donazione alla mamma di un’altra casa che aveva già comprato nel 2001, perché altrimenti non avrebbe avuto diritto a comprare con lo sconto.
Anzi non avrebbe avuto diritto proprio a quella casa che sarebbe così rimasta nel patrimonio dell’ente che ne avrebbe tratto molti più soldi mettendola all’asta.
di Marco Lillo

Per chi vota la Cei

31 gennaio 2010 1 commento

Per chi vota la Cei
Da giorni si capiva che nel mondo cattolico c’era un certo fermento per decidere chi votare alle regionali.
Ieri ci ha pensato monsignor Mariano Crociata, segretario generale della Conferenza episcopale italiana, a chiarirlo (un po’):
“Non possiamo contrapporre i valori alle responsabilità sociali”.
La lista delle caratteristiche richieste al candidato ideale è abbastanza precisa: deve difendere la vita “in qualunque forma si presenti”, la famiglia fondata sul matrimonio, promuovere la solidarietà.
Che in pratica significa che non si deve votare per Emma Bonino nel Lazio e, nelle altre regioni, si può scegliere tra Pdl e Udc.
Visti i complessi equilibri tra il partito di Silvio Berlusconi e quello di Pier Ferdinando Casini, è però decisivo capire su chi punta la Cei.
Ieri mattina Crociata ha detto:
“Le nostre statistiche dimostrano che le percentuali di criminalità di italiani e stranieri sono analoghe, se non identiche”.
Una replica a Berlusconi che potrebbe sembrare a qualcuno un implicito invito a votare Udc.
Eppure è stato notato dai vaticanisti un certo attivismo nei giorni scorsi di Camillo Ruini, ex presidente della Cei, che si è recato anche dal Papa a discutere degli equilibri di potere tra vescovi e Vaticano.
Ruini ha sempre sostenuto che non si doveva spingere per avere un forte partito cattolico, ma per avere cattolici in posizioni di forza, uno schieramento trasversale al centrodestra (e in parte al Pd) con le stesse idee su bioetica e politiche sociali.
Una linea fallimentare, al momento, visto che l’unico “cattolico” (inteso in senso ruiniano) del governo, il sottosegretario Eugenia Roccella è al momento nel limbo, non più sottosegretario al Welfare e non ancora sottosegretario alla Salute (manca la conferma della delega).
di Stefano Feltri

Se il premier è ricattabile

31 gennaio 2010 Lascia un commento

Se il premier è ricattabile
Ora si grida al complotto, ma la vicenda D’Addario dimostra solo la leggerezza istituzionale di Berlusconi
La parola chiave è “ricattabilità”.
Si, perché comunque la si giri questa strana storia di Patrizia D’Addario, la escort che adesso, secondo il settimanale Panorama, sarebbe considerata dal procuratore di Bari Antonio Laudati una sorta di Mata Hari di provincia inviata a Palazzo Grazioli per incastrare il premier, dimostra con quanta leggerezza Silvio Berlusconi abbia ricoperto il suo ruolo istituzionale di presidente del Consiglio di tutti gli italiani.
Ogni protagonista dell’inchiesta pugliese, e persino il premier in persona, ha confermato che, almeno fino allo scorso maggio, l’accesso nelle abitazioni del Cavaliere, equiparate per legge a residenze di Stato, era totalmente incontrollato.
Così frotte di donne, molte delle quali straniere o a pagamento (ufficialmente erano ragazze immagine) cenavano, cantavano, ballavano e, in qualche caso facevano pure dell’altro, con Berlusconi senza che nessuno sapesse chi erano e da dove venivano.
Una falla importante nella sicurezza del capo del governo, visto che il ricatto o lo scandalo sessuale sta nell’Abc dei manuali di spionaggio.
Una qualsiasi potenza straniera, o qualsiasi avversario politico particolarmente spregiudicato, avrebbe insomma avuto campo libero per screditarlo o, addirittura, per condizionare le sue decisioni.
Se davvero, come sostiene il settimanale edito da Berlusconi, le cose sono andate in questo modo, di chi è la responsabilità?
Riandando con la moviola della memoria a quei giorni convulsi di inizio estate è facile scoprirlo.
È di Silvio Berlusconi.
di Peter Gomez