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Archive for giugno 2010

Gli operai di Pomigliano e gli allevatori del nord

24 giugno 2010 Lascia un commento

La vicenda italiana di gran lunga più importante della settimana è quella che riguarda gli operai metalmeccanici di Pomigliano, richiamati dall’alto –con un coro che non prevede voci di dissenso- a rendersi competitivi con i loro colleghi polacchi, se vogliono conservare il posto di lavoro.
I mass media esaltano la generosità dei vertici Fiat, ancora disposti a investire centinaia di milioni di euro nell’area campana nonostante i comportamenti deplorevoli delle maestranze, additate come una massa di lavativi cui viene offerta l’ultima occasione. La propaganda applicata alle vertenze di lavoro è un trucco vecchio come l’ideologia della lotta di classe. Copre imposizioni brutali e anticipa tempi grami per chi vive del lavoro manuale a basso reddito. Ci torneremo. Ma intanto la vertenza di Pomigliano, in cui l’Italia tutta quanta pare contrapporsi unita contro la resistenza di un solo sindacato, la Fiom, può aiutarci a capire come funziona l’astrusità del federalismo. Cosa c’entra? Seguitemi e capirete.
Se al posto dei fabbricatori d’automobili campani fossero stati degli allevatori di mucche lombardi i protagonisti di questo braccio di ferro con una multinazionale, state pur certi che i giornali sarebbero pieni di retorica sull’identità violata di quel dato territorio, sulle imposizioni dall’esterno da respingere, sulla globalizzazione ostile e sulla nobile resistenza del governo regionale di fronte al sopruso. Una fabbrica meridionale minacciata di chiusura –a torto o a ragione- perché non si adegua agli standard produttivi vigenti in un analogo stabilimento polacco, non si merita analoghe attenzioni. Perché? Ma è ovvio: perché il federalismo italiano nasce da un atto d’accusa nei confronti del meridione e da una promessa: premiare il Nord e punire il Sud. Peraltro sarebbe questa l’unica remota possibilità di conseguire il “federalismo a costo zero” sbandierato dal governo. Anzi, nella propaganda si sostiene addirittura che il decentramento dei poteri statali arrecherebbe un risparmio per la collettività, lungi dal costarci i 130 miliardi di euro calcolati da ricercatori indipendenti. Fingiamo di crederci. Ma sulle spalle di chi li risparmieremmo tutti questi miliardi? Guarda caso l’unica regione del Sud che simpatizza col progetto federalista è la Sicilia, che grazie al suo Statuto d’autonomia usufruisce di enormi finanziamenti statali.
Altro che federalismo. Il prolungamento della crisi economica mondiale impone ai governi e alle aziende scelte drastiche di carattere centralista. Perfino l’Unione Europea, dopo gli Stati Uniti, è costretta a praticare il dirigismo economico. Lo sanno benissimo anche i leghisti italiani, e difatti si sono innervositi. Vedono un Berlusconi in difficoltà tentato dall’ennesima sfida elettorale e temono di esservi trascinati prima di avere incassato i decreti attuativi del federalismo fiscale. Che peraltro non diminuisce l’onere delle tasse da pagare. E allora sotto la pioggia, al raduno di Pontida,cercano di inventarsi un diversivo: via i ministeri da Roma, sparpagliamoli per la penisola. Un’idea che da sola costerebbe chissà quanti miliardi!
Chi saggiamente ha preferito non farsi vedere, a Pontida, è lo strano manager-politico nominato due giorni prima ministro del federalismo: Aldo Brancher. Lui è il goffo testimonial dello stallo politico in cui si trova un governo che già annoverava tre ministri dedicati al federalismo impossibile (Bossi, Calderoni, Fitto). I leghisti ne patiscono la figura ambigua e già lo prendono a calci negli stinchi. Nessuno capisce a cosa serva davvero. L’unica cosa certa è che il federalismo non riguarda gli operai di Pomigliano, trattandosi di una controversia di potere.
– di Gad Lerner – Questo articolo è uscito su “Vanity Fair”.
http://www.gadlerner.it/2010/06/23/gli-operai-di-pomigliano-e-gli-allevatori-del-nord.html

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Va tutto bene

24 giugno 2010 Lascia un commento

Va tutto bene. Frammenti di resistenza in un crepuscolo italiano.

Non succede nulla, va tutto bene. I sindaci da tutta Italia e di ogni orientamento politico mimano di impiccarsi davanti al Senato protestando contro la manovra finanziaria. Una bazzecola, va tutto bene. A Pomigliano vince il referendum imposto dalla Fiat, e nessuno ne dubitava, ma il 36 per cento dei lavoratori dimostra di voler respingere lo scambio fra diritti fondamentali e lavoro. Si annuncia una stagione pesantissima sul piano della contrattazione e non solo in Campania. Ma anche qui, va tutto bene. La ministra dell’ambiente apre all’opposizione sulla questione nucleare alla vigilia di una possibile sonora scomunica da parte della Corte costituzionale e anche qui, diciamocelo, va tutto bene. Silvio Berlusconi ha deciso che la questione intercettazioni va portata avanti nonostante tutto, nonostante i dubbi di Napolitano, il dissidio di Fini, la protesta di magistratura e forze dell’ordine, la rivolta di gran parte dei mezzi di informazione (anche di alcuni suoi) e di milioni di cittadini che non capiscono. Senza parlare poi delle censure sia degli Usa che dell’Ocse. E anche in questo non è successo nulla, va tutto bene. I giovani dirigenti del Pd invece che parlare di problemi concreti (anche interni al partito) rimboccarsi le maniche e mobilitarsi per affrontare la deriva imposta dal navigatore di Arcore al Paese si dilettano in un esaltante dibattito sull’abbandono della formula “compagne e compagni” utilizzata dal segretario Bersani. Anche in questo caso, davanti alla follia, va tutto bene. In Europa compaiono le mozzarelle blu. Sgocciolanti formaggi freschi di colore turchino frutto dell’arte casearia tedesca a quanto sembra legata più alla chimica che al latte e nessuno si scandalizza più di tanto. Va bene anche questo. Il Sindaco de L’Aquila ha paragonato la sua città alla Pompei dell’eruzione di epoca romana. Fra uno spot e l’altro e il silenzio della televisione ci sta pure questo e va bene così. Il Pdl ha deciso di accelerare anche sulla riforma dell’Università e la Gelmini gongola perché finalmente le nuove leve di laureati saranno allineate al suo livello culturale. E va benissimo, non vedete? Mentre viene smantellata dalla Corte dei conti l’ubriacatura collettiva del Bertolaso Style, spuntano altre conversazioni fra Lunardi e Balducci nell’ambito dell’inchiesta G8. Eh si, va bene così. Come va bene che nessuno abbia parlato della condanna all’ex capo della Polizia De Gennaro sempre in relazione a un’altra inchiesta sul G8, quella partita dagli scontri in piazza e dalla “macelleria messicana” a Bolzaneto e alla Diaz.

Un’Italia crepuscolare, incupita, divisa, violenta, si appresta a vivere un’estate che non ha niente di gioioso. Non riposo, non relax dopo un anno di lavoro. Sono in troppi quelli che quest’anno il lavoro lo hanno perso. Sono un esercito quelli che un lavoro neanche lo cercano più. Settimana dopo settimana uno stillicidio di diritti negati, di bisogni ignorati, di sogni infranti, di soprusi con tanto del timbro di novella legalità. Settimana dopo settimana un piccolo pezzo della nostra Storia e della nostra identità viene cancellato. Nel silenzio più assoluto. In un silenzio assordante.

Diventa sempre più difficile trovare un frammento di positività in questo flusso incessante di notizie martellanti. Poi ti ritrovi, stupito, a sentire una discussione in autobus. Due persone anziane. Un uomo e una donna. Lei con la spesa, lui con una cartellina di documenti della pensione. Parlano. Di politica. Coinvolgendo anche gli altri passeggeri. Sono informati, raccontano le cose come stanno. Raccontano dei loro problemi, dei loro bisogni negati. E non cercano aiuto. Raccontano e discutono. Chiamano “fascista” questo, e “bandito” quell’altro. A volte confondono un nome con un altro, un ministro con un portavoce. Ma non importa. Discutono, come da anni non sentivo fare. Alla fine una ragazza, età da liceo ma non da esame di maturità, entra nella discussione e comincia a chiedere. Chiede di come era prima. La donna la guarda, sorride: «smetti di guardare la tv e leggi un giornale, ogni giorno. Leggi le parole. Leggi il senso che hanno le parole. E lo saprai com’era prima». Ora la riconosco la signora anziana che discute appassionata con una ragazzina. La mia professoressa di italiano alle medie. La saluto con un gesto della testa. Lei mi riconosce nonostante i miei capelli bianchi, le mie rughe, le mie cicatrici. Grazie. E vado a casa a scrivere.
di Pietro Orsatti http://www.orsatti.info/archives/3252

L’asino e l’alta finanza

23 giugno 2010 3 commenti

Qualche tempo fa Billy comprò da un contadino un asino per 100 dollari.
Il contadino gli assicurò che gli avrebbe consegnato l’asino il giorno seguente.
Il giorno dopo il contadino si recò da Billy e gli disse: “Mi dispiace ma ho cattive notizie: l’asino è morto.”
Billy rispose: “Allora dammi indietro i miei 100 dollari”
E il contadino: “Non posso, li ho già spesi”.
A quel punto Billy si fece pensieroso, poi disse al contadino: “Va bene, allora dammi l’asino morto.”
– “E che te ne fai di un asino morto, Billy?”
– “Organizzo una lotteria e lo metto come premio”
Il contadino gli disse ironico: “Non puoi vendere biglietti con un asino morto in palio”.
Allorché Billy rispose: “Certo che posso, semplicemente non dirò a nessuno che è morto”.
Un mese dopo il contadino incontrò di nuovo Billy, così gli chiese: “Come è andata a finire con l’asino morto?”
– “L’ho messo come premio ad una lotteria, ho venduto 500 biglietti a due dollari l’uno e così ho guadagnato 998 dollari”
– “E non si è lamentato nessuno?”
– “Solo il tipo che ha vinto la lotteria, e per farlo smettere di lagnarsi gli ho restituito i suoi due dollari”.
Billy attualmente lavora per la Goldman Sach.

Propaganda 2

20 giugno 2010 Lascia un commento

Licio Gelli: ”il Governo copia la P2, ma lo fa male”
di Mattia Nesti – 19 giugno 2010
Il Maestro Venerabile della Loggia P2 Licio Gelli, a ventitre anni dall’arresto, è tornato a parlare pubblicamente, dopo essere andato in onda per alcune serate su “Odeon Tv” nel 2008, in un’intervista rilasciata al settimanale “L’Espresso” uscito ieri in edicola.
“Gli uomini al governo – spiega rispondendo al cronista – si sono abbeverati al mio Piano di Rinascita ma l’hanno preso a pezzetti. Io l’ho concepito perché ci fosse un solo responsabile, dalle forze armate fino a quell’inutile Csm. Invece oggi vedo un’applicazione deformata”.
Parole dure contro la classe politica al Governo, la Lega Nord e un rimprovero anche per il Presidente del Consiglio, adepto del Maestro Venerabile fin dal 1978, quando, mentre i misteriosi conti svizzeri della Fininvest emettevano finanziamenti miliardari, l’allora imprenditore Silvio Berlusconi ricevette la tessera 1816 della “Propaganda 2″.
“(Nel Governo, ndr) ci sono gli stessi uomini di vent’anni fa e non valgono nulla. – continua Gelli – Sanno solo insultarsi e non capiscono di economia… Il Parlamento è pieno di massaggiatrici, di attacchini di manifesti e di indagati. […] Certamente non condivido ciò che accade per sua volontà (di Berlusconi, ndr). Anche certe questioni private si risolvono in famiglia. Deve essere meno goliardico. Inoltre, non ha molti collaboratori di valore”.
“La Lega Nord per me è un pericolo. Sta espropriando la sostanza economica dell’Italia. Le bizzarrie di Umberto Bossi hanno già diviso il Paese. Bisogna dire basta”.
Nonostante le lamentele del Maestro, l’attuazione del “Piano di Rinascita Democratica”, elaborato nel lontano 1975 alle origini della P2, continua imperterrito senza trovare ostacoli sul suo cammino.
Così, dopo la destrutturazione sistematica della Rai, l’inibizione del dibattito parlamentare attraverso le varie svolte maggioritarie, il bavaglio imposto alla stampa e ai giornalisti “scomodi” e la distruzione del Partito Comunista Italiano, potremo assistere in questi giorni, con il referendum di Pomigliano del prossimo 22 giugno, all’attuazione dell’elemento economico-sociale del piano piduista, con annessi l’asservimento dei sindacati confederali moderati (Cisl e Uil) all’interesse delle forze produttive del Paese (Confindustria) e l’attacco ai basilari diritti dei lavoratori. In attesa che, come dettato dal documento del 1975, si proceda poi allo smantellamento dello Statuto dei Lavoratori, già annunciato dal ministro del Lavoro Sacconi.
“La democrazia – ha detto Gelli, chiudendo l’intervista – è una brutta malattia, una ruggine che corrode”. O che, forse, in questo momento è soprattutto corrosa.
Tratto da: antimafiaduemila.com

La legge che ordina il silenzio stampa /2

19 giugno 2010 Lascia un commento

Ecco le conseguenze della nuova disciplina sulle intercettazioni secondo Alberto Cisterna, sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia.
“La legge sulle intercettazioni metterà seriamente in discussione gli accordi internazionali sottoscritti nel 1991 al vertice di Palermo contro il crimine transnazionale”. Quel vertice che proprio ieri è stato ricordato all’Onu alla presenza del ministro della Giustizia Angelino Alfano.
Alberto Cisterna, sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia, cosa c’è che non va nella nuova disciplina sulle intercettazioni?
In rapporto alla convenzione firmata a Palermo vent’anni fa, molto. In quel vertice l’Italia si impegnò insieme agli altri paesi a colpire con particolari tecniche investigative, quindi anche con il sistema delle intercettazioni telefoniche e ambientali, tutte le forme di crimine organizzato. Non solo le associazioni mafiose e terroristiche, ma anche, ad esempio, le bande criminali dedite a rapine seriali, i colletti bianchi che organizzano sistemi corruttivi, gli imprenditori che si mettono insieme per organizzare truffe sui finanziamenti pubblici. Per farla breve il disegno di legge approvato dal Senato ha semplicemente cancellato la nozione di criminalità organizzata.
In che modo?
Riportando una serie di reati, anche quelli di particolare allarme sociale, nell’alveo dei reati monosoggettivi. Le faccio un esempio e riguarda la corruzione, i fatti venuti alla luce in questi giorni.
La nuova Tangentopoli?
Non voglio avventurarmi in questo dibattito nominalistico, ma le vicende di queste ultime settimane ci dicono che qualcosa è cambiato, il rapporto non è più tra corruttore e corrotto, la rete è più ampia e tenuta insieme da un complesso di favori che mette in luce una struttura poligonale. Ebbene, come puoi indagare con i limiti temporali imposti dal ddl e con l’obbligo dei gravi indizi di colpevolezza?
Chi la farà franca, dottore?
I gruppi di bancarottieri e di furbetti del quartierino, le gang che irrompono nelle ville, i nuovi reticoli su cui corre la corruzione della pubblica amministrazione. Siamo di fronte all’attacco più intenso che questa riforma reca alle indagini contro il malaffare e le consorterie della malapolitica, visto che tratta allo stesso modo il funzionario corrotto che delinque solitariamente vendendo pratiche d’ufficio appalti e le cricche che realizzano sofisticate sinergie e usufruiscono di legami profondi nella politica. In entrambi i casi ci vorranno i gravi indizi di reato per intercettare o per acquisire un tabulato.
Un duro colpo anche alla sicurezza dei cittadini?
Guardi, per indagare su una serie di rapine in villa un magistrato potrà disporre le intercettazioni solo se si troverà in presenza di gravi indizi di reato e potrà farlo solo in un limite temporale di 75 giorni, eccezionalmente prorogabili di 3 in 3. In queste condizioni vorrei sapere come si fa a venire a capo di una banda dedita alle rapine seriali nelle ville o nei supermercati oppure ai portavalori nel Nord. Da questo punto di vista il danno, per così dire, è federalista, nel senso che colpisce i cittadini del Nord e del Centro vittime di queste forme particolari di crimine organizzato, e quelli del Sud colpiti dalle truffe sui finanziamenti europei, ad esempio. Venire a capo dei reati associativi richiede molto più tempo e capacità di indagine rispetto ai reati commessi da singoli.
Le intercettazioni sono troppe, costano e bisogna risparmiare, dicono i sostenitori della riforma.
La nuova disciplina avrà costi enormi in termini di ore di lavoro e di produzione di carte. Pensiamo solo la fatto che per richiedere una proroga delle intercettazioni bisogna far viaggiare i fascicoli da un ufficio all’altro. Siamo nel 2010 e di una legge non va valutata solo la copertura finanziari, ma anche i costi in termini di risorse umane.
di Enrico Fierro.

Pomigliano, la legge del più forte

16 giugno 2010 2 commenti

Se fossimo in una condizione di normalità, il dilemma che si trova di fronte oggi la Fiom a Pomigliano sarebbe risolto in partenza. Essa non può sottoscrivere l’accordo proposto da Marchionne per il semplice fatto che vi si chiede la liquidazione di diritti indisponibili. Diritti che nessun sindacato potrebbe «negoziare», per il semplice fatto che non gli appartengono. Diritti che nessuno, neppure i titolari diretti, può alienare, perché costitutivi di una civiltà giuridica che trascende le parti sociali e gli individui.
Alcuni di quei diritti – come il fondamentale «diritto di sciopero» – sono sanciti costituzionalmente. Altri – come il pagamento dei primi tre giorni di malattia – sono garantiti dalla legislazione ordinaria. Altri infine – come la difesa del proprio tempo di vita da una gestione del tempo di lavoro drammaticamente soffocante e totalitaria -, fanno parte di un livello contrattuale nazionale impegnativo per tutti i contraenti. L’accettazione di un accordo aziendale che ne sacrificasse anche solo parzialmente l’operatività, significherebbe una dichiarazione di messa in mora e di inefficacia di quei tre livelli basilari del nostro assetto gius-lavoristico. Una grave lesione al modello giuridico, politico e sociale della modernità industriale.
Ma non ci troviamo in una condizione di normalità. La «dura legge» che Marchionne ha evocato non è né la Norma Costituzionale né la Legge ordinaria. È la legge di mercato, nella sua dimensione ferina del «primum vivere». Dell’«arrendersi o perire». Della darwiniana «lotta per la sopravvivenza», applicata alle imprese, agli uomini e ai territori. A Pomigliano è la verità della «globalizzazione» a materializzarsi nella forma più estrema del «prendere o lasciare», che travolge ogni principio giuridico, ogni regolazione nazionale e ogni accordo sancito.
Per questo diciamo che a Pomigliano quello che muore non è solo un modo di fare sindacato, ma è la nostra stessa modernità industriale, fatta di conflitto, negoziazione, regole e normative, a rischiare di dissolversi. E quello che si profila è un nuovo «stato di natura», in cui a contare è ormai solo la legge del più forte, momento per momento, occasione per occasione. Un mondo che non è solo post-socialista e post-novecentesco, ma che vede travolgere le stesse basi del più antico «stato liberale»: quello del costituzionalismo, dell’impero della Legge, dello Stato di diritto.
Potrà apparire un caso, ma che nel medesimo tempo si allineino nel cielo del nostro paese – come in un’infausta congiunzione astrale – l’attacco di Berlusconi alla Costituzione, la legge-bavaglio dell’editoria e il «lodo Marchionne» (sbandierato da fior di ministri come «nuovo modello» di relazioni industriali), suona come un pessimo auspicio. E che a trainarci oltre quel confine sia uno come l’A.D. della Fiat, che non è un «fascista», che non veste l’orbace ma un maglioncino casual ed è stato a lungo un esempio di liberal progressista, non ci rassicura affatto. Anzi, ci spaventa di più.
Forse a Pomigliano, oggi, non c’è davvero altra alternativa che piegarsi al ricatto. Forse al voto gli operai presi dalla disperazione direbbero davvero sì a un accordo che li consegna a condizioni di lavoro servile, pur di mantenere un esile residuo di sopravvivenza produttiva. Forse, quello che incombe sulla Fiom è davvero un «dilemma mortale». Ma se almeno uno – uno! – tra i sindacati mantenesse pulite le proprie mani, e rifiutasse di sottoscrivere il pactum subiectionis che cancella tutti gli altri patti e ogni altra ragione, forse una testimonianza rimarrebbe, per tempi migliori, di un brandello di dignità e dunque di speranza.
di Marco Revelli, il manifesto 16 giugno 2010

Forza padania

16 giugno 2010 Lascia un commento

PADOVA (11 giugno) – A Battaglia Terme, (paese di poco più di 4mila abitanti a sud di Padova) il Comune cerca un vigile urbano che parli il dialetto veneto. Il requisito specifico è riportato nel bando di concorso (mobilità esterna) per titoli e colloquio che scade il 18 giugno. Durante l’esame orale è prevista «la dimostrazione della comprensione della parlata veneta». Ancora top secret le modalità di svolgimento del test.
La commissione, composta dal comandante dei vigili Giuseppe Casagrande e dal segretario comunale Giovanni Rigoni, si riunirà nei prossimi giorni per decidere come verificare la conoscenza del dialetto. La proposta dell’esame di lingua veneta è stata portata qualche giorno fa in Giunta da Alfredo Bedin, assessore al commercio in quota alla Lega: la giunta ha detto ok.
L’Udc, che in Giunta ha due simpatizzanti, non ha fatto una grinza, anche se la proposta è stata avanzata dal partito del Carroccio.
«Non mi va di parlare di provocazione – sottolinea l’assessore Bedin – È nostro compito dare risposte concrete a problemi reali. Il paese è formato per la maggior parte da anziani. A loro risulta molto difficile esprimersi in italiano. Giusto allora assumere un vigile che li capisca e si faccia a sua volta comprendere. Gli anziani sono nati e cresciuti con l’idioma veneto».
Alla voce “comprensione della parlata veneta” verranno assegnati due punti su trenta disponibili. «Non sono né pochi né tanti – continua Bedin – Il concorso è pubblico, potrà partecipare chiunque ha nel suo curriculum i requisiti richiesti. Se conoscerà la lingua veneta tanto meglio: partirà avvantaggiato».
Attualmente in Comune sono in servizio due agenti di polizia municipale. Qualche mese fa la terza vigilessa in pianta organica ha chiesto, e ottenuto, un avvicinamento a casa. «Le questioni da seguire sono tante – precisa Enzo Pegoraro, assessore alla polizia locale, simpatizzante Udc – Abbiamo aperto la selezione in poco tempo. Due unità sono poche per il nostro paese. Occorre sbrigare le pratiche in ufficio e, nel contempo, presidiare il territorio».
E il rapporto tra Lega e Udc all’interno della Giunta? «Andiamo d’accordo. Lasciamo da parte le scelte del palazzo quando c’è da decidere per il bene del nostro paese. La proposta della Lega sull’esame di dialetto è stata ritenuta valida da tutta la Giunta».
http://www.ilgazzettino.it/articolo.php?id=106000&sez=NORDEST

Si richiede ottima conoscenza del dialetto veneto e di almeno una lingua estera, a scelta tra lombardo e italiano”
Se siete tra coloro che bazzicano i concorsi pubblici, sarà bene che cominciate ad attrezzarvi, poiché simili brillanti idiozie sanno essere altamente contagiose e già in passato hanno dato prova di un’invidiabile abilità nel diffondersi ovunque, per osmosi, con sfrontata disinvoltura, via via che procede la fuga del Paese da se stesso: nel padovano si assumono vigili; tra i requisiti richiesti, la conoscenza del dialetto veneto – e nemmeno di un dialetto veneto qualsiasi: poiché le parlate locali variano, per definizione, da provincia a provincia, da città a città, da borgo a borgo, dagli aspiranti vigili è pretesa una eccellente padronanza del veneto nella variante di “Battaglia Terme”.
Nulla di scandaloso, dice il presidente Zaia: “I vigili dovranno comunicare col popolo, e il popolo è fatto anche di anziani, e gli anziani parlano in dialetto”. Caspita, geniale! Ci si chiede solo com’è che nessuno ci avesse pensato prima… Come diamine avranno fatto a cavarsela, in tutti questi anni, i nostri vigili? Chissà quanti vecchietti irrimediabilmente allo sbando si saranno lasciati dietro, condannandoli a sfogare la propria frustrazione nell’importunazione selvaggia di gatti e piccioni.
Aggiornate il vostro curriculum, dunque, e lasciate perdere il “formato europeo” con tutte quelle inutili caselle sulla conoscenza di lingue esotiche come l’inglese o il francese : munitevi di una buona grammatica dialettale, piuttosto. E se per sventura la vostra lingua locale non fosse ancora stata codificata, datevi ad una full immersion nella prima osteria che vi riuscisse di incrociare per strada. Se poi, doppiamente sventurati, doveste ritrovarvi al banco assieme a gente dall’incomprensibile idioma -impenitenti forestieri magari provenienti da una Regione a fianco alla vostra- non vi rimarrà che rassegnarvi e rinunciare al concorso. Come d’altronde pare abbiano fatto nella stessa Battaglia Terme: il termine per la presentazione delle domande scade il 18 giugno. Richieste pervenute finora: nessuna.
http://danielesensi.blogspot.com/

L’ostaggio svizzero senza censura

14 giugno 2010 Lascia un commento

Attentato alla Costituzione

12 giugno 2010 Lascia un commento

Con dichiarazioni pubbliche e inequivocabili, fatte il giorno 9 giugno 2010, come documentato dalla libera stampa allegata, il presidente del consiglio dei ministri «pro tempore», Silvio Berlusconi ha definito «inferno» le garanzie stabilite dalla Carta Costituzionale e ha continuato a denigrare le istituzioni di garanzia come la Corte Costituzionale dello Stato, incorrendo così – e non è la prima volta – nel reato di attentato contro la Costituzione e organi costituzionali, in forza della legge n. 85 del 24 febbraio 2006 che ha modificato il codice penale e in particolare gli artt. 283 (Attentato contro la Costituzione dello Stato) e art. 289 (Attentato contro organi costituzionali e contro le assemblee regionali). La violenza si evince dalla virulenza delle parole accompagnate dalla mimica corporea che solo in video è possibile valutare.
Questo insulto ultimo in ordine cronologico contro le Istituzioni di garanzia, a mio parere, rendono inadatto a governare chi le pronuncia che ha il dovere di essere garante della difesa della Carta costituzionale sulla quale ha avuto anche l’impudenza di «giurare» più di una volta, configurando così il suo modo di concepire il governo inficiato anche dall’immoralità dello spergiuro.
Io, Paolo Farinella, prete, cittadino italiano, datore di lavoro in quota non elettore del sig. Berlusconi Silvio e quindi all’opposizione, pretendo che egli sia, si comporti e parli all’altezza del mandato «pro tempore» che ha ricevuto per esercitare un servizio alla Nazione come prescrive l’art. art. 54 della Carta Costituzionale: «Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge». «Disciplina e onore» significa rispetto e ossequio non stravolgimento e insulto, compostezza istituzionale e responsabilità del ruolo non denigrazione e attacchi sempre più virulenti di tutte le forme di garanzia che sono i cardini dei uno Stato democratico.
Poiché le esternazioni, al limite della patologia, sono avvenute in pubblico, davanti a centinaia di persone, con la presente segnalo a codesta Procura di volere verifica se non esiste un reato di attentato allo Stato per dileggio sistematico, recidivo e recrudescente della Suprema Legge che regola l’equilibrio dei poteri costituzionali garantiti, quell’equilibrio che il suddetto non ha né potrà mai avere perché immerso nel suo «peccato originale»: il culto di se stesso come via per instaurare in Italia una forma di dittatura senza Costituzione.
Poiché sulla Costituzione il presidente del consiglio dei ministri e tutto il suo governo hanno giurato promettendo «fedeltà e leale osservanza» come recita la formula: «Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della nazione» prescritta dall’art. 1, comma 3, della legge n. 400/88.
Il giuramento non è un atto di mero protocollo, ma rappresenta l’espressione del dovere di fedeltà che incombe in modo particolare su tutti i cittadini ed, in modo particolare, su coloro che svolgono funzioni pubbliche fondamentali (in base all’art. 54 della Costituzione). Infatti la data del giuramento è discriminante perché costituisce l’invalicabile «terminus a quo» da cui cominciare a contare i dieci giorni entro i quali, il Governo è tenuto a presentarsi davanti a ciascuna Camera per ottenere il voto di fiducia. Il fatto è così evidente che il Presidente del Consiglio e i Ministri assumono le loro responsabilità non dal momento della fiducia, ma dal preciso istante in cui con il giuramento davanti al Capo dello Stato, questi firma il decreto di nomina, prima ancora della fiducia.
Tutto ciò premesso e considerato, chiedo a codesta Procura di volere procedere a termini di Legge. Si allegano alcuni quotidiani del giorno 10 giungo 2010 che dedicano ampio spazio alla violenza oratoria con cui il Presidente del Consiglio dei Ministri ha violentato e deturpato pubblicamente la Carta Costituzionale Italiana, di cui io e molti altri andiamo fieri.
Genova 10 giungo 2010
Paolo Farinella, cittadino sovrano, prete. 100cosecosi.blogspot.com

Corsi e ricorsi: il bavaglio dell’informazione

12 giugno 2010 Lascia un commento

Quando nel 1923 fu deciso di imbavagliare l’informazione
10/06/2010
Ecco come nel luglio del 1923 il Governo guidato da Benito Mussolini attuò una serie di provvedimenti per mettere il bavaglio ai giornalisti e all’informazione. Fu l’inizio di una drammatica stagione che portò al Regime fascista
….. Il vero obiettivo di Mussoli­ni doveva rivelarsi a distanza di pochi mesi. A giugno aveva inviato una circolare ai prefetti chiedendo di avere “telegraficamente notizie su stampa locale nei confronti atteggiamento verso Governo” e l’11 luglio il Consiglio dei ministri condividendo il parere del capo del fascismo “sugli abusi a cui si abbandonano senza ritegno taluni organi della stampa italiana” , affidò, su proposta del ministro Di Cesarò, al guardasigilli, Oviglio e ai ministri Carnazza e Federzoni l’incarico di presentare per il giorno successivo uno schema di provvedimenti necessari a “prevenire e reprimere energicamente e immediatamente gli abusi e i delitti di talune pubblicazioni”. Nel comunicato governativo Mussolini specificò che “fin dal novembre scorso aveva preparato vari schemi di provvedimenti” contro gli abusi della stampa, ma ne aveva sempre dilazionato la presentazione, “sperando in un ravvedimento che nonsi è verificato”. Nella mattinata del giorno successivo, mentre i giornali si chiedevano cosa in realtà celassero le parole del presidente del Consiglio e Il Mondo si domandava “se per misure preventive” dovesse intendersi “la restaurazione del sequestro o della censura, cioè di odiose misure, che ci ricaccerebbero indietro di molti anni nella storia delle nostre libertà”, l’on. Chiesa presentò in Parlamento un’ interrogazione al Governo e al Guardasigilli “sull’attendibilità di una ordinanza contro la libertà di stampa”, seguito dai socialisti unitari che chiedevano spiegazioni al Governo per un regolamento che “sovverte e annulla” i principi dell’editto sulla stampa e dai socialisti massimalisti che protestavano per il tentativo di togliere ai giornali il diritto di critica e la libertà di discussione. La risposta arrivò nella nottata dello stesso giorno. Il Consiglio dei ministri, a conclusione dei suoi lavori, prendendo atto che la mancanza di un regolamento sull’editto della stampa del ’48 aveva determinato “un manifesto abuso di quella libertà saviamente concessa alla stampa fino al punto di falsare il concetto fondamentale della legge”, approvava uno schema di regolamento, che introduceva l’obbligo che il gerente di un giornale dovesse essere il direttore del giornale stesso o comunque un suo redattore, vietava ai senatori, ai deputati e a quanti fossero stati condannati per due volte per reati commessi a mezzo stampa di essere gerenti responsabili di un giornale,affidava ai prefetti la facoltà di negare il riconoscimento della qualità di gerente a chi fosse privo dei requisiti richiesti, e di intervenire,“salva l’azione penale”, nei confronti dei gerenti dei giornali in caso di pubblicazione di “notizie false o tendenziose” tese a dan­neggiare “il credito nazionale all’interno od all’estero” o a destare “ingiustificato allarme nella popolazione” ovvero a dare “motivi di turbamento dell’ordine pubblico”, o articoli e commenti che istigassero “a commettere reati” o eccitassero “all’odio di classe o alla disobbedienza alle leggi o agli ordini delle autorità”. In tutti questi casi il prefetto aveva il potere di in­tervenirecon la diffida o con la dichiarazione di decadenza, dopo due diffide, del gerente responsabile della pubblicazione, sospendendo, di fatto, la pubblicazione stessa. La diffida doveva essere pronunciata dal prefetto con decreto motivato, udito il parere di una commissione composta da un giudice, in qualità di presidente, da un sostituto procuratore del Re e da unrappresentante dei giornalisti nominato dall’Associazione della Stampa di competenza territoriale.
Si trattava di un provvedimento pesantemente lesivo della libertà di opinione teso a imbavagliare la stampa e le voci delle opposizioni,giu­stificato con l’ obbligo del governo “assoluto e categorico” di “intervenire o per prevenire o per rapidamente colpire” “l’opera sobillatrice e nefasta” delle opposizioni. Nello stesso giorno della diffusione del testo del regolamento, La Stampa di Frassati esprimeva un giudizio particolarmente caustico sulla creazione, mediante un regolamento, di un nuovo istituto giuridico, quello della diffida, che soltanto la volontà del legislatore avrebbe potuto introdurre nell’ordinamento e che rappresentava “un arma fortissima per gli abusi del potere esecutivo e per la soppressione della libertà di stampa, anzi addirittura dei giornali”………
….Il 15 luglio l’on. Chiesa, mentre si esauriva la discussione parlamentare sulla nuova legge elettorale, depositava alla Camera un ordine del giorno che considerando necessario garantire “in modo assoluto” per l’esercizio delle funzioni elettorali “la libertà di opinione con la stampa” invitava il Governo a non prendere “misure restrittive in ordine al regime della pubblica stampa”. Nell’illustrare l’ordine del giorno Chiesa sostenne di averlo presentato proprio in quella occasione perché ciascuno nell’esprimere il proprio voto si assumesse sul problema la propria responsabilità e invitava il Governo ad abbandonare il progetto e l’incostituzionale regolamento sulla stampa “che è vergogna per qualunque civiltà moderna”. Alla fine della discussione sulla legge elettorale, mentre tutti gli altri ordini del giorno venivano ritirati, Chiesa mantenne il suo perché in quel momento il decreto bavaglio incombeva “come un’oltraggiosa minaccia contro la maggiore delle libertà politiche”. Per indurlo al ritiro l’on. Gray parlò con il Presidente del Consiglio, che invitò Chiesa al banco dei ministri. Dopo averne letto l’ordine del giorno, Mussolini assicurò il parlamentare repubblicano che il decreto sulla stampa non sarebbe entrato in vigore. Solo a quel punto Chiesa si convinse a ritirarlo, riaffermando che i diritti della stampa non dovessero essere violati. Due giorni dopo l’on. Acerbo comunicò a Chiesa che Mussolini gli aveva ordinato di non presentare più il decreto con il regolamento sulla stampa alla Corte dei Conti. Ma anche senza il decreto il Governo era, comunque, intenzionato a limitare la libertà di espressione, utilizzando ogni mezzo possibile. A giugno, il prefetto di Trieste, invocando l’art.3 della legge provinciale e comunale aveva fatto sequestrare il giornale comunista Il Lavoratore. L’episodio era stato oggetto di tre interrogazioni parlamentari, alle quali il sottosegretario Finzi aveva risposto in aula a luglio, proprio mentre era discussione la legge elettorale e Mussolini faceva intendere che il decreto sarebbe rimasto in un cassetto. Agli interroganti, che si ostinavano a sostenere l’inapplicabilità di una legge amministrativa per limitare diritti sanciti da norme di diritto pubblico, che presiedevano alla libertà della stampa, Finzi aveva risposto riaffermando il diritto del Governo, anzi il suo “obbligo categorico ed assoluto” di intervenire per prevenire gli “abusi” della stampa “senza preoccuparsi punto delle immancabili recriminazioni dicoloro che soprattutto della stampa vogliono avvalersi come di un elemento di disgregazione sociale, di preconcetta rabbiosa opposizione al Governo”.
Pochi giorni dopo, nella mattinata del 22 si riunì il Comitato direttivo della Federazione e nel primo pomeriggioalle 15 iniziarono i lavori del Consiglio generale. In assenza di Barzilai, che aveva inviato a Meoni una lettera per giustificare la sua assenza a seguito delle dimissioni che il giorno precedente aveva rassegnato dalla carica di presidente della Romana, il consiglio fu presieduto dallo stesso Meoni che spiegò come, in considerazione della delicatezza dell’argomento, il Comitato direttivo non avesse voluto presentare in Consiglio nessun documento, lasciando ciascuno libero di esprimere le proprie valutazioni. L’auspicio del Comitato era che dal Consiglio uscisse un documento unitario che in quanto tale potesse esprimere all’esterno la posizione chiara di tutta la categoria e anche per questo gli ordini del giorno approvati dalle singole associazioni non erano stati resi pubblici. La discussione, come era prevedibile, fu molto lunga e si protrasse per oltre cinque ore e alla fine si decise di affidare ad una commissione ristretta, composta da Meoni, Calza, Guarino, Parisi, Pellizzari, Rossi e Sobrero, il compito di mettere a punto il documento conclusivo, che fu approvato all’una­nimità. In esso, pur condividendosi la necessità di riformare l’obsoleto istituto del gerente, si ribadiva che le leggi vigenti erano sufficienti a regolare il corretto funzionamento della stampa e che qualunque modifica si rendesse necessaria doveva essere introdotta con lo strumento della legge. Si respingevano, comunque, con fermezza le disposizioni sulla diffida affidata ad organi del potere esecutivo, giudicandole inaccet­tabili “in quanto paralizzerebbero la funzione della stampa e renderebbero praticamente impossibile l’esplicazione dell’opera professionale del giornalista anche esercitata con la maggiore diligenza e rettitudine di intenti”. Con lo stesso documento il Consiglio generale invi­tava il Governo a sospendere il provvedimento.
Il giorno dopo una delegazione della Federazione, guidata da Meoni, si incontrava a mezzogiorno con il Presidente del Consiglio. Mussolini, che aveva già deciso di non dare corso al provvedimento, da abile giocoliere, convinto che con i “colleghi” giornalisti si potesse usare la politica del bastone e della carota, pur dichiarando di non poterne condividere alcune parti, ”per ragioni evidenti”, sostenne che il documento federale era “nel complesso”, “abbastanza obiettivo”, facendo intendere che la Fe­derazione della Stampa lo avesse, alla fine, convinto. Ma quali fossero le sue reali intenzioni lo si leggeva chiaramentenel comunicato ufficiale, diramato al termine dell’incontro, nel qua­le il capo del Governo “accoglieva l’augurio rivoltogli dalla commissione e, cioè, che la condotta della stampa italiana fosse tale da non rendere necessaria l’applicazione dei provvedimenti” annunciati. Una dichiarazione apparentementecompromissoria e conciliativa, ma che di fatto costituiva una vera e propria mi­naccia contro gli avversari del fascismo. Non a caso, Mussolini, che leggeva con attenzione tutti i giornali di opposizione, consegnava, come confesserà Cesare Rossi, quotidianamente al suo segretario i ritagli de La Voce Repubblicana, l’Unità, La Giustizia e l’Avanti!, che contenevano i nomi dei sottoscrittori perché fossero trasmessi ai fiduciari provinciali e locali del partito che li “purgavano o minacciavano o bastonavano”. Per parte sua l’ufficio stampa della Presidenza del Consiglio allargò la sua rete di informatori prezzolati e iniziò a fare largo uso delle intercettazioni telefoniche…..

(luglio 1924)
…… Mussolini, che avrebbe superato anche grazie alla sostanziale connivenza della monarchia questa fase critica, era consapevole che dopo aver conquistato il parlamento, non gli restava, per mettere a tacere le opposizioni, ma anche le frange oramai incontrollabili dell’estremismo fascista, che porre un freno alla stampa, divenuta particolarmente aggressiva dopo la scomparsa di Matteotti e fonte di disordini di piazza. Subito dopo il rimpasto governativo conseguente alle elezioni dell’aprile, impose al Governo nella riunione dell’8 luglio l’immediata attuazione dei provvedimenti sulla stampa, congelati nel luglio dell’anno precedente, e pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale quello stesso giorno. Soltanto 5 giorni prima, rispondendo al ministro Giuriati, che si lamentava per gli attacchi di alcuni giornali al suo operato, Mussolini gli aveva scritto “la libertà di stampa esiste fino a prova contraria”. Al ministro degli interni Federzoni che in consiglio dei ministri aveva sostenuto che l’ordine pubblico era minacciato dalle “polemiche intemperanti e le notizie false o tendenziose, con le quali parte della stampa eccita e fuorvia le correnti della opinione pubblica”, Mussolini aveva prontamente risposto cha per “infrenare gli eccessi della stampa di opposizione e insieme le esuberanze polemiche dei fascisti” c’era già il provvedimento del 15 luglio del ’23. Bastava renderlo immediatamente operativo.
La sera di quello stesso 8 luglio il consiglio direttivo dell’Associazione della Stampa di Roma, riunitosi d’urgenza, votava all’unanimità un ordine del giorno che giudicava il decreto sulla stampa “in contrasto con la lettera e con lo spirito della nostra legge statutaria” perché affidava “all’insindacabile giudizio di merito dell’autorità politica un procedimento che può condurre alla soppressione pressocchè immediata di un giornale o di una pubblicazione periodica”. L’Associazione romana riaffermava “il principio e il diritto della libertà di stampa, limitato solo dalla legge e solo reprimibile dal magistrato”, principio sul quale concordavano “tutti i Consigli Direttivi e tutte le assemblee dei soci, composti quelli e queste di uomini delle più diverse parti politiche”. L’ordine del giorno si concludeva con un appello “ai giornali e ai giornalisti italiani perché da un’azione solidale risulti in modo imponente quale sia il pensiero e il sentimento della stampa nazionale su questa fondamentale questione”.
Il giorno successivo, il Regolamento, sotto forma di decreto-legge, era già pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, ma con l’aggiunta di due nuovi articoli, di non poco conto, assenti nel testo dell’anno precedente. L’uno prevedeva che in caso di violazione delle disposizioni sulla stampa i giornali dovevano essere sequestrati e che il sequestro sarebbe stato “eseguito dall’autorità di pubblica sicurezza senza che occorra speciale autorizzazione”, l’altro prevedeva che per tutti i reati “di stampa o commessi a mezzo della stampa” si sarebbe proceduto per “citazione direttissima”. Il sequestro preventivo dei giornali era stato abrogato con legge del 28 giugno 1906, la sua reintroduzione mediante regolamento era, quindi, quantomeno dubbia sul piano della costituzionalità.
Ma il Regolamento prevedeva anche un’altra modifica, dettata dalle reazioni negative espresse dalla Federazione della Stampa, oltre che da molte Associazioni territoriali. Laddove si introducevano le commissioni incaricate di dare il loro parere sulle diffide. Mentre nel testo del ’23 si affermava che di ogni commissione avrebbe dovuto far parte “un rappresentante della classe giornalistica nominato dalla locale Associazione della Stampa, ove esista”, nel testo pubblicato ora si aggiungeva che in mancanza della Associazione diStampa territoriale, il rappresentante dei giornalisti sarebbe stato nominato dal presidente del Tribunale…..

(giugno-dicembre 1925)
…. Mussolini, per isolare la dirigenza federale e chiudere la partita con la stampa,il 20 giugno del ’25 al termine dello svolgimento dei lavori della Camera, approfittando della quasi totale assenza di parlamentari della ormai ridotta opposizione, propose per lo stesso giorno la seduta notturna per l’approvazione del disegno di legge, messo a punto dai ministri degli interni e della giustizia, che trasformava definitivamente in legge i decreti del ’23 e del ’24 e prevedeva nuove disposizioni sulla stampa. Il disegno di legge esaminato e modificato dalla commissione parlamentare presieduta da Andrea Torre, relatore Filippo Ungaro, che aveva recepito gran parte degli emendamenti Amicucci, fu portato all’approvazione di un’aula, priva, ad eccezione dei parlamentari comunisti, di opposizione……Avuta la maggioranza necessaria per la seduta notturna (247 voti a favore e 44 contrari) la Camera passò alla discussione nel merito dei provvedimenti, dopo che il relatore Ungaro aveva concluso il suo intervento sostenendo che “il disegno di legge non nega alcuna libertà, ma riafferma una responsabilità che deve essere profondamente sentita ed eleva la dignità del giornalismo italiano”. Messi in votazione, praticamentesenza dibattito, i provvedimenti furono, così, approvati dalla Camera, a scrutinio segreto, quasi all’unanimità. Su 266 votanti la legge sulla stampa ebbe 261 voti favorevoli, la conversione in legge dei decreti 263…..Approvati dalla Camera, i disegni di legge furono trasferiti al Senato, dove, dopo l’esame della competente commissione arrivarono nel mese di dicembre in aula, relatore Vittorio Rolandi-Ricci. In Senato la discussione, seguita con attenzione da Mussolini, presente ai lavori di tutte le sessioni, fu decisamente più ampia di quella, praticamente inesistente per l’assenza delle opposizioni aventiniane, che si era avuta alla Camera nella notte del 20 giugno…… Subito dopo, i tre disegni di legge furono messi in votazione e definitivamente approvati con 150 voti a favore e 46 contrari. La legge sulla stampa, datata 31 dicembre 1925, n. 2307, fu pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del successivo 5 gennaio.
Con la sua entrata in vigore e con i conseguenti provvedimenti successivi si poneva fine, come dirà nel decennale della marcia su Roma Ermanno Amicucci, al “regime di assoluta irresponsabilità” in cui era vissuta la stampa italiana.
(da Giancarlo Tartaglia, Un secolo di giornalismo italiano. Storia della Federazione nazionale della stampa italiana 1887-1943, Mondadori Università)

La fusione fredda

7 giugno 2010 Lascia un commento