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La legge che ordina il silenzio stampa /2

Ecco le conseguenze della nuova disciplina sulle intercettazioni secondo Alberto Cisterna, sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia.
“La legge sulle intercettazioni metterà seriamente in discussione gli accordi internazionali sottoscritti nel 1991 al vertice di Palermo contro il crimine transnazionale”. Quel vertice che proprio ieri è stato ricordato all’Onu alla presenza del ministro della Giustizia Angelino Alfano.
Alberto Cisterna, sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia, cosa c’è che non va nella nuova disciplina sulle intercettazioni?
In rapporto alla convenzione firmata a Palermo vent’anni fa, molto. In quel vertice l’Italia si impegnò insieme agli altri paesi a colpire con particolari tecniche investigative, quindi anche con il sistema delle intercettazioni telefoniche e ambientali, tutte le forme di crimine organizzato. Non solo le associazioni mafiose e terroristiche, ma anche, ad esempio, le bande criminali dedite a rapine seriali, i colletti bianchi che organizzano sistemi corruttivi, gli imprenditori che si mettono insieme per organizzare truffe sui finanziamenti pubblici. Per farla breve il disegno di legge approvato dal Senato ha semplicemente cancellato la nozione di criminalità organizzata.
In che modo?
Riportando una serie di reati, anche quelli di particolare allarme sociale, nell’alveo dei reati monosoggettivi. Le faccio un esempio e riguarda la corruzione, i fatti venuti alla luce in questi giorni.
La nuova Tangentopoli?
Non voglio avventurarmi in questo dibattito nominalistico, ma le vicende di queste ultime settimane ci dicono che qualcosa è cambiato, il rapporto non è più tra corruttore e corrotto, la rete è più ampia e tenuta insieme da un complesso di favori che mette in luce una struttura poligonale. Ebbene, come puoi indagare con i limiti temporali imposti dal ddl e con l’obbligo dei gravi indizi di colpevolezza?
Chi la farà franca, dottore?
I gruppi di bancarottieri e di furbetti del quartierino, le gang che irrompono nelle ville, i nuovi reticoli su cui corre la corruzione della pubblica amministrazione. Siamo di fronte all’attacco più intenso che questa riforma reca alle indagini contro il malaffare e le consorterie della malapolitica, visto che tratta allo stesso modo il funzionario corrotto che delinque solitariamente vendendo pratiche d’ufficio appalti e le cricche che realizzano sofisticate sinergie e usufruiscono di legami profondi nella politica. In entrambi i casi ci vorranno i gravi indizi di reato per intercettare o per acquisire un tabulato.
Un duro colpo anche alla sicurezza dei cittadini?
Guardi, per indagare su una serie di rapine in villa un magistrato potrà disporre le intercettazioni solo se si troverà in presenza di gravi indizi di reato e potrà farlo solo in un limite temporale di 75 giorni, eccezionalmente prorogabili di 3 in 3. In queste condizioni vorrei sapere come si fa a venire a capo di una banda dedita alle rapine seriali nelle ville o nei supermercati oppure ai portavalori nel Nord. Da questo punto di vista il danno, per così dire, è federalista, nel senso che colpisce i cittadini del Nord e del Centro vittime di queste forme particolari di crimine organizzato, e quelli del Sud colpiti dalle truffe sui finanziamenti europei, ad esempio. Venire a capo dei reati associativi richiede molto più tempo e capacità di indagine rispetto ai reati commessi da singoli.
Le intercettazioni sono troppe, costano e bisogna risparmiare, dicono i sostenitori della riforma.
La nuova disciplina avrà costi enormi in termini di ore di lavoro e di produzione di carte. Pensiamo solo la fatto che per richiedere una proroga delle intercettazioni bisogna far viaggiare i fascicoli da un ufficio all’altro. Siamo nel 2010 e di una legge non va valutata solo la copertura finanziari, ma anche i costi in termini di risorse umane.
di Enrico Fierro.

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