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Archive for settembre 2010

La commissione di massimo scoperto

30 settembre 2010 2 commenti

LA COMMISSIONE DI MASSIMO SCOPERTO RIENTRA NEL TASSO GLOBALE ANTIUSURA. PARTONO LE AZIONI LEGALI.

La Corte di Cassazione penale individua la Commissione di Massimo Scoperto come elemento rilevante al fine della determinazione del tasso di usura bancaria. La sentenza n. 12028 depositata il 26 marzo ha infatti interpretato in modo estensivo quanto disposto dall’articolo 644 del codice penale, norma che impone come determinanti “tutti gli oneri che un utente sopporti in connessione con un suo uso del credito”.
La CMS, legata all’erogazione del credito e determinata dall’utilizzo dello scoperto di conto corrente, diviene quindi fondamentale soprattutto per i clienti che si sono visti addebitare tassi ai confini della soglia di usura; ora sanno di poter non escludere la suddetta CMS dal calcolo.
Si apre la strada a nuove azioni legali; a tal proposito è opportuno ricordare che le istruzioni diramate dalla Banca d’Italia, relative ai tassi effettivi globali medi prevedono, oltre alla commissione di massimo scoperto, gli oneri per la messa a disposizione dei fondi, le penali e gli oneri applicati nel caso di passaggio a debito di conti non affidati.
Grazie alla sentenza della Corte di Cassazione la Commissione di Massimo Scoperto (precedentemente considerata un interesse in senso tecnico calcolato ed espresso in termini percentuali) è oggi posta in relazione come onere allo “scoperto del conto corrente”, offrendo la concreta possibilità per il correntista usurato non solo di recuperare i tassi pagati e non dovuti ma, inoltre, di richiedere ed ottenere un risarcimento dei danni morali per aver subito le conseguenze del reato penale.

NOI AVEVAMO RAGIONE !!!

La Cassazione penale con la sentenza n. 12028/10, nella camera di consiglio del 19/02/2010, ha finalmente affrontato e risolto la difformità tra il dettato legislativo in tema di verifica della usurari età dei tassi di interesse ai sensi dell’art 2 legge 108/96 e la procedura amministrativa di rilevazione del tasso effettivo globale medio in applicazione delle Istruzioni della Banca d’Italia. In particolare, il riferimento è alla commissione di massimo scoperto che la legge anti usura vuole che sia inserita nel calcolo del costo del finanziamento e che le istruzioni della banca d’Italia (fino all’entrata in vigore della legge 2.del2009) hanno escluso e rilevato a parte edulcorando i risultati sulla usurarietà dei tassi applicati dalle banche ai rapporti di finanziamento.
La Suprema Corte con questa innovativa sentenza, prende atto: “della legittime perplessità in ordine alla conformità al dettato legislativo del metodo di rilevazione adottato dalla Banca D’Italia(e fatto proprio dal Ministro competente)nella parte in cui esclude la CMS dal calcolo del TEG.”. Prende coscienza che tali perplessità sono emerse dinanzi ai giudici di merito ma il problema, afferma: “non è mai stato compiutamente esaminato da questa Corte”.
Finalmente, la Corte ha voluto emanare una sentenza di interpretazione autentica dell’art. 644 c.p puntualizzando cosa rientra nel calcolo degli oneri connessi alla erogazione del credito, correggendo una prassi amministrativa difforme.
Finalmente la Corte di legittimità ha ribadito e fortificato (ove ve ne fosse stato bisogno) il dettato legislativo:della 108/96: la Commissione di massimo scoperto DEVE essere ricompresa nella determinazione del tasso effettivo globale(costo del finanziamento per l’utilizzatore)praticato dall’intermediario finanziario nei confronti dell’utilizzatore.
Non solo ma anche: “gli oneri per la messa a disposizione fondi, le penali e gli oneri applicati nel caso di passaggio a debito di conti non affidati o negli sconfinamenti sui conti correnti affidati rispetto al fido accordato”, entrano a far parte dell’indicatore del costo del credito ai fini della verifica della usurarietà del tasso di interesse praticato.
Avevamo ragione e ce lo hanno riconosciuto!
Avv. Gaia D’Elia-Comitas Roma
Per ulteriori informazioni: info@studiolegaleorlando.net

La manipolazione mediatica

25 settembre 2010 Lascia un commento

Il linguista Noam Chomsky ha elaborato la lista delle “10 Strategie della Manipolazione” attraverso i mass media.

1 – La strategia della distrazione.

L’elemento principale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche utilizzando la tecnica del diluvio o dell’inondazione di distrazioni continue e di informazioni insignificanti.La strategia della distrazione è anche indispensabile per evitare l’interesse del pubblico verso le conoscenze essenziali nel campo della scienza, dell’economia, della psicologia, della neurobiologia e della cibernetica. “Sviare l’attenzione del pubblico dai veri problemi sociali, tenerla imprigionata da temi senza vera importanza. Tenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza dargli tempo per pensare, sempre di ritorno verso la fattoria come gli altri animali (citato nel testo “Armi silenziose per guerre tranquille”).

2 – Creare il problema e poi offrire la soluzione.

Questo metodo è anche chiamato “problema – reazione – soluzione”. Si crea un problema, una “situazione” che produrrà una determinata reazione nel pubblico in modo che sia questa la ragione delle misure che si desiderano far accettare. Ad esempio: lasciare che dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, oppure organizzare attentati sanguinosi per fare in modo che sia il pubblico a pretendere le leggi sulla sicurezza e le politiche a discapito delle libertà. Oppure: creare una crisi economica per far accettare come male necessario la diminuzione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici.

3 – La strategia della gradualità.

Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, col contagocce, per un po’ di anni consecutivi. Questo è il modo in cui condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte negli anni ‘80 e ‘90: uno Stato al minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione di massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero stati applicati in una sola volta.

4 – La strategia del differire.

Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria” guadagnando in quel momento il consenso della gente per un’applicazione futura. E’ più facile accettare un sacrificio futuro di quello immediato. Per prima cosa, perché lo sforzo non deve essere fatto immediatamente. Secondo, perché la gente, la massa, ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che “tutto andrà meglio domani” e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato. In questo modo si dà più tempo alla gente di abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo con rassegnazione quando arriverà il momento.

5 – Rivolgersi alla gente come a dei bambini.

La maggior parte della pubblicità diretta al grande pubblico usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, spesso con voce flebile, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente. Quanto più si cerca di ingannare lo spettatore, tanto più si tende ad usare un tono infantile. Perché? “Se qualcuno si rivolge ad una persona come se questa avesse 12 anni o meno, allora, a causa della suggestionabilità, questa probabilmente tenderà ad una risposta o ad una reazione priva di senso critico come quella di una persona di 12 anni o meno (vedi “Armi silenziosi per guerre tranquille”).

6 – Usare l’aspetto emozionale molto più della riflessione.

Sfruttare l’emotività è una tecnica classica per provocare un corto circuito dell’analisi razionale e, infine, del senso critico dell’individuo. Inoltre, l’uso del tono emotivo permette di aprire la porta verso l’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o per indurre comportamenti….

7 – Mantenere la gente nell’ignoranza e nella mediocrità.

Far sì che la gente sia incapace di comprendere le tecniche ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù. “La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza creata dall’ignoranza tra le classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare da parte delle inferiori” (vedi “Armi silenziosi per guerre tranquille”).

8 – Stimolare il pubblico ad essere favorevole alla mediocrità.

Spingere il pubblico a ritenere che sia di moda essere stupidi, volgari e ignoranti…

9 – Rafforzare il senso di colpa.

Far credere all’individuo di essere esclusivamente lui il responsabile della proprie disgrazie a causa di insufficente intelligenza, capacità o sforzo. In tal modo, anziché ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto svaluta e si sente in colpa, cosa che crea a sua volta uno stato di depressione di cui uno degli effetti è l’inibizione ad agire. E senza azione non c’è rivoluzione!

10 – Conoscere la gente meglio di quanto essa si conosca.

Negli ultimi 50’anni, i rapidi progressi della scienza hanno creato un crescente divario tra le conoscenze della gente e quelle di cui dispongono e che utilizzano le élites dominanti. Grazie alla biologia, alla neurobiologia e alla psicologia applicata, il “sistema” ha potuto fruire di una conoscenza avanzata dell’essere umano, sia fisicamente che psichicamente. Il sistema è riuscito a conoscere l’individuo comune molto meglio di quanto egli conosca sé stesso. Ciò comporta che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un più ampio controllo ed un maggior potere sulla gente, ben maggiore di quello che la gente esercita su sé stessa.
Di Noam Chomsky.
Fonte: www.visionesalternativas.com www.comedonchisciotte.org

L’Italia dei veleni

19 settembre 2010 Lascia un commento

Lo stivale italiano dei veleni svelato dal super-consulente delle procure.
In ufficio ci va a bordo di un kajak perennemente ormeggiato tra i canneti che dalla riva degradano lentamente fino al giardino di casa. L’uomo che scende e deposita il remo ha una barba incolta bianca e il cappello alla Crocodile Dundee. Ha scelto di vivere in un suggestivo scorcio del Lago di Mantova che gli allontana i ricordi olezzanti di discariche abusive, rifiuti tossici e industrie chimiche fuorilegge, ossia tutto ciò che nel suo lavoro affronta quotidianamente. Si chiama Paolo Rabitti, 60 anni, due lauree – ingegneria e urbanistica –, innumerevoli pubblicazioni, docenze e ricerche alle spalle. Ai suoi studi si affidano i Comuni alle prese con la Tav o i comitati di cittadini preoccupati da inceneritori e aziende chimiche. Gente con cui spesso collabora gratuitamente, così, per coscienza civica, dice. Ma il suo nome appare soprattutto nelle più importanti inchieste ambientali, chiamato come consulente dalle Procure di mezza Italia. Dai tempi di Felice Casson per il petrolchimico di Porto Marghera, ai pm di Brescia, Ferrara, Rovigo o Grosseto, giusto per citarne alcune: e sempre per smaltimento di materiali tossici, inquinamento da emissioni di Pcb dalle acciaierie, acque devastate da scarichi illeciti. Come per il Lago Maggiore: la sua perizia per il tribunale di Torino è valsa la condanna civile per 1,6 miliardi di euro alla Syndyal, responsabile dello sversamento nelle acque di quantità industriali di Ddt.
«Se ne accorsero gli svizzeri, poi fu vietata la pesca. E ancora oggi ci sono sul fondale quantità enormi sedimenti inquinanti». I magistrati, alle prese con un disastro ambientale dietro l’altro, per capirci qualcosa suonano al suo campanello sempre più spesso. E non poteva non essere così anche per il caso dei rifiuti in Campania: trenta ore di testimonianza nell’aula bunker, un vero record, per spiegare che «con la gestione dei rifiuti la camorra non c’entra proprio nulla». E che per contro c’entravano istituzioni e multinazionali, per le quali è diventato una sorta di incubo, un cave hominem da cui stare alla larga visto che ogni volta che ci incappano finisce a condanne e risarcimenti per i disastri commessi. «In effetti tentano spesso di etichettarmi per un ambientalista, un’etichetta comoda se si devono nascondere gigantesche magagne».
Per quelle che ha scovato in diverse città sugli affari d’oro del pattume, è stato appena nominato consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti. Un incarico, l’ennesimo, che svolge gratis. E che probabilmente avrà il suo fulcro proprio in ciò che accadde nell’area campana. Intorno a un tavolo in legno, sotto al pergolato, l’ingegnere inizia a ricostruirne la storia, attorniato dalla moglie Gloria Costani, di professione medico, da Smilla e Black, i suoi due cani e da un numero imprecisato di gatti.«Lì la situazione era già piuttosto compromessa, perché per decenni le industrie del centro-nord vi avevano smaltito illegalmente rifiuti pericolosi, interrandoli, sversandoli nelle acque o direttamente nelle falde. Questo per delineare il quadro. Quanto allo scandalo dei rifiuti urbani, c’è un processo per truffa ai danni dello Stato e falso alla Fibe-Impregilo. In sostanza doveva gestire i rifiuti per l’intera regione, separando carta e plastica dalla componente organica. La prima sarebbe servita per produrre combustibile da bruciare negli inceneritori. La seconda doveva essere inertizzata diventando una specie di terriccio da fiori».
Invece?
«Di fatto non veniva prodotto combustibile, né – tantomeno – il terriccio. E la regione si è trovata alle prese con circa dieci milioni di tonnellate di cosiddette “ecoballe”, in barba al Commissariato ai rifiuti che avrebbe dovuto controllare».
Rifiuti uguale camorra, dicono.
«Guardi, la camorra forse è intervenuta nel business dei trasporti dei rifiuti dagli impianti alle discariche, in qualche subappalto fatto da Fibe-Impregilo che peraltro non poteva subappaltare. E forse, ma forse, la camorra si accaparrava i terreni in cui Impregilo aveva deciso di costruire le discariche. Ma di sicuro, con la gestione dei rifiuti, la camorra non c’entra assolutamente nulla, contrariamente a quanto si lascia intendere. La responsabilità è di controllori e controllati. Ed era impossibile non vedere che nelle discariche c’era una situazione da Terzo mondo, che ancora adesso nessuno racconta».
Tipo?
«Progettate per accogliere materiale inerte, e cioè il terriccio, venivano invece riempite con rifiuti organici addirittura freschi che andavano rapidamente in putrefazione e producevano enormi quantità di liquido marcio (il cosiddetto percolato) e di gas. Sicché, oltre a inquinare, puzzavano da morire. Nemmeno le coprivano tutte le sere, né tentavano di limitare almeno le quantità di percolato o di captare il gas. Risultato, il percolato tracimava, l’odore era intollerabile. E per attenuarlo, a qualcuno è venuta l’idea di piazzare spruzzini di profumo sulle recinzioni».
Sta scherzando?
«Giuro. Ho qui una foto».
Con l’intervento del Governo Berlusconi i rifiuti sono spariti d’incanto, in una manciata di giorni. E tutti si chiedono ancora oggi come sia stato possibile.
«Beh, io commento solo ciò che ho visto. E cioè il sito di Ferrandelle: hanno accatastato circa un milione di tonnellate di rifiuti in piazzole preparate in fretta e furia su un terreno quasi paludoso e senza alcun tipo di copertura. Non mi pare esattamente la panacea che hanno dipinto».
Resta il fatto che in alcune regioni del Sud l’emergenza si ripresenta periodicamente.
«Perché per funzionare il ciclo dei rifiuti necessita di amministrazioni che amministrino, controllori che controllino e aziende che facciano quello per cui sono pagate. Ma se, tanto per fare un esempio ipotetico, il politico di turno decide di mandare tutto in discarica, affida la localizzazione a un emissario della camorra, il progetto al cognato che non ne ha mai vista una, la raccolta dei rifiuti a un’azienda creata solo per assumere personale, lo smaltimento a un’altra azienda che ha interessi nei rifiuti pericolosi e la discarica a chi ci fa andar dentro di tutto e se ne infischia della corretta gestione, allora, come dire, se succede tutto questo è molto probabile che si verifichino disastri».
Per molti la soluzione starebbe nei termovalorizzatori.
«Mah, termovalorizzatore è un termine eufemistico. Secondo le leggi nazionali ed europee si deve parlare di “inceneritori con recupero di energia”. Certamente sono impianti assai vantaggiosi economicamente ed è per questo che c’è la corsa a costruirli. Peccato che in Italia l’energia prodotta incenerendo i rifiuti sia stata fatta passare alla pari di quella proveniente dal sole e dal vento. E veniva così adeguatamente sovvenzionata finché la Comunità europea ci ha tirato le orecchie, perché è evidente che non si tratta della stessa cosa. E vorrei confutare un’altra colossale bugia: non è vero che gli inceneritori non inquinino. Anche ammesso che le emissioni rientrino nei limiti di legge, moltiplicando le concentrazioni a metro cubo degli inquinanti per il numero di metri cubi di gas che escono dai camini si trovano quantità molto rilevanti. Senza contare i delinquenti che taroccano il software di controllo per simulare emissioni inferiori a quelle reali. Alcuni casi li ho constatati di persona».
E allora, la soluzione?
«Il sistema migliore è, ovviamente, non produrli».
Facile.
«Scusi, perché se compro una fetta di formaggio al supermercato mi devo portare a casa altrettanta plastica? Costa poco produrla, ma molto smaltirla, sia in termini economici che ambientali. Oltre a ridurre bisogna cercare di recuperare e riusare, visto che ogni cosa che finisce in discarica o viene incenerita provoca un impatto ambientale».
Un po’ utopistico.
«Nient’affatto. A Treviso raggiungono l’80 per cento, ripeto 80 per cento di raccolta differenziata come media annuale. Così, visto che non serve l’inceneritore per rifiuti urbani, gli industriali hanno pensato bene di chiedere di costruirne due per rifiuti speciali. E sta ovviamente succedendo un putiferio, perché la gente si sente presa in giro».
Una sensazione che si avverte spesso. Lei si è occupato del cloruro di vinile di Porto Marghera, uno dei più grandi scandali italiani, che vedeva al centro il colosso industriale Montedison.
«Già. Scoppiò tutto perché un operaio, Gabriele Bortolozzo, volle capire il motivo per cui gli amici che lavoravano con lui nel reparto in cui si produceva polivinilcloruro (Pvc) a partire dal cloruro di vinile (Cvm) fossero tutti morti di tumore. Fu grazie alla sua personale ricerca inviata alla Procura di Venezia che iniziò l’indagine di Felice Casson. Tra le carte dell’inchiesta sul Petrolchimico di Brindisi trovai un documento del 1974 (che poi depositai agli atti del processo di Marghera) in cui un dirigente di Montedison affermava che le aziende sapevano che il Cvm fosse cancerogeno molto prima della scoperta ufficiale del 1973, ma che l’avevano tenuto segreto. E in un secondo documento del 1977 (che mi fu anonimamente imbucato nella cassetta della posta) un altro dirigente Montedison scrisse che non bisognava fare le manutenzioni agli impianti. E questi sono solo due esempi, per dare l’idea di una vicenda incredibile».
Pare incredibile anche ciò che è accaduto con lo sversamento in mare del petrolio della BP. Barack Obama l’ha paragonato all’11 settembre…
«È certamente un disastro ambientale di proporzioni terrificanti, ma è anche la dimostrazione che l’estrazione del petrolio comincia a essere troppo difficile. Le conseguenza sull’ambiente non sono per ora compiutamente valutabili. Si pensa che gli effetti dureranno molte decine di anni. D’altra parte, il caso americano ha fatto riemergere anche la questione dello sversamento nel delta del Niger che da decenni, nel silenzio generale, sta devastando l’ecosistema. O meglio: negli anni Ottanta il poeta Ken Saro-Wiwa si fece portavoce delle rivendicazioni della popolazione. Ma finì impiccato».
Anche lei è tra quelli che sostengono la necessità di passare alle energie rinnovabili?
«Credo che sfruttarle sia un dovere morale, oltre che una necessità contingente. Se, invece di riempire le tasche dei padroni degli inceneritori con i contributi destinati alle energie rinnovabili, i soldi fossero stati usati per incentivare la ricerca e l’installazione degli impianti il nostro Paese sarebbe sicuramente all’avanguardia».
Lei non si fida del nucleare?
«Il ministro che più spingeva per le centrali nucleari era Scajola. Veda lei».
È degli incidenti che tutti hanno paura. In fondo qui siamo nella terra della diossina di Seveso, dell’Icmesa dei disinfettanti… Seveso, la Chernobyl italiana…
«Posso raccontarle a questo proposito una storia cui lavoro da molto tempo? Sa, ci sto scrivendo un libro».Prego.«A seguito del disastro del 1976 all’Icmesa, la commissione della Regione Lombardia stilò un rapporto secondo il quale “sembra” che parte delle 1.600 tonnellate di materiale asportato dalla fabbrica subito dopo il disastro venne smaltita in un inceneritore del Mare del Nord, inceneritore che però non fu indicato. Scrisse proprio così, “sembra”. Il resto del materiale rimasto nel reattore, e cioè 41 fusti di diossina e triclorofenolo, fu affidato a tale Bernard Paringaux, persona che si disse legata ai servizi segreti e che avrebbe dovuto smaltirli in una discarica controllata in Francia. Paringaux li mostrò in tv, solo che i fusti erano più piccoli di diametro rispetto a quelli che erano partiti. Ne nacque un giallo che si risolse solo molto tempo più tardi, quando fu spiegato che erano stati smaltiti probabilmente vicino alle ex miniere di sale della Ddr. Probabilmente. Di fatto, nessuno seppe mai nemmeno in questo caso né dove, né se a essere effettivamente smaltiti furono i fusti partiti dalla sede dell’Icmesa. Perché la verità è questa: che nessuno sa dove siano finiti. E questo è il primo punto. Il secondo è che la diossina provoca il sarcoma, un tumore il cui tempo di latenza si aggira intorno ai dieci anni».
E quindi?
«Lei lo sapeva che Mantova è la città con la più elevata frequenza di sarcomi in Italia rispetto alle popolazioni della zona industriale?».
Non seguo il paragone.
«Ce ne accorgemmo io e mia moglie che, essendo medico di base, notò che buona parte di questi tumori colpivano pazienti che abitavano vicino al vecchio inceneritore della città. Che oggi è vecchio, ma che nel 1980 era stato inaugurato come il più moderno inceneritore per rifiuti tossico-nocivi d’Europa. Scrivemmo un report. E in effetti l’Istituto superiore della Sanità promosse uno studio approfondito, constatando che chi abitava vicino all’inceneritore di Mantova aveva una probabilità ben trenta volte superiore al resto della città di sviluppare il sarcoma. Ed è una circostanza stranissima, perché in nessun altro luogo dove è presente un inceneritore per tossico-nocivi è mai stato evidenziato un aumento dei sarcomi. Circostanza della quale infatti sono stato chiamato a relazionare poco tempo fa alla Gordon and Mary Cain Foundation a Philadelphia».
La questione comincia a farsi inquietante.
«All’epoca di Seveso non esistevano strumenti per capire quanta diossina potesse essere entrata nel sangue della popolazione. Ne furono congelati alcuni campioni che vennero analizzati anni più tardi dalla Cdc (Center for Diseases Control) di Atlanta, praticamente l’Istituto superiore della sanità degli Stati Uniti. Tempo dopo, per sintetizzare, fu chiesto di analizzare il sangue dei mantovani. La clinica del lavoro di Milano stilò un rapporto in cui concludeva che il livello di diossina nel loro sangue a campione era medio-basso. Invece non era vero. A seguito di un’interrogazione parlamentare di Casson, rivide drasticamente il proprio parere e in un cosiddetto “consensus report” assieme all’Istituto Superiore di Sanità sostenne che il livello di diossina era medio-alto. Ecco, il problema è questo. Che non è possibile, o almeno non c’è una spiegazione scientifica, che lo giustifichi. Visto che qui il polo chimico è chiuso da vent’anni. Come del resto l’inceneritore, sigillato nel lontano 1992. La domanda è: da dove arrivava la diossina che provoca i sarcomi nel sangue dei mantovani?».
Sta dicendo che i fusti di Seveso vennero smaltiti da queste parti, a Mantova?
«No. Sto facendo alcune constatazioni scientifiche su coincidenze attualmente senza risposte. La prima è che Mantova ha inspiegabilmente questa elevata concentrazione di sarcomi. La seconda è che chi abita vicino all’inceneritore ormai fermo da diciotto anni aveva inspiegabilmente probabilità trenta volte più alte di ammalarsi di sarcoma rispetto al resto della popolazione di Mantova, quasi che lì si fosse bruciata diossina. La terza è che in nessun’altra città che abbia avuto un inceneritore per rifiuti tossico-nocivi c’è mai stata correlazione statistica così diretta con i sarcomi. La quarta è l’assolutamente inspiegabile livello medio-alto di diossina nel sangue dei mantovani. E la quinta è che – purtroppo – nessuno sa che fine abbiano fatto i 41 fusti e gli altri rifiuti di Seveso: quelli che la stessa commissione della Regione Lombardia scrisse soltanto che “sembra” siano stati smaltiti nel Mare del Nord, e la cui sorte è dunque avvolta nel mistero. E poi c’è un sesto elemento…».Cioè?«I sarcomi a Mantova hanno iniziato a manifestarsi alla fine degli anni Ottanta, con i consueti dieci anni di latenza. E cioè più o meno dieci anni dopo l’incidente dell’Icmesa, a 150 chilometri da qui. Lo ricordo bene perché venni ad abitare in questa zona alla fine degli anni Settanta. E osservai nel mio giardino un fenomeno che non avevo mai visto prima e che mi colpì profondamente, anche perché non lo rividi più».Quale?«Era il mese di maggio. E dagli alberi caddero le foglie».
Dalla Campania agli inceneritori e un’ipotesi inquietante su Seveso. Di Edorardo Montolli – 17 settembre 2010
Intervista a Paolo Rabitti
. http://www.antimafiaduemila.com/content/view/30636/48/

Monarchia assoluta

19 settembre 2010 1 commento

Il Guardian ha pubblicato ieri una lettera di 55 intellettuali laici contrari al carattere di “visita di Stato” attribuito al viaggio di Benedetto XVI nel Regno Unito. I firmatari si sono dichiarati “concordi” nel ritenere che il papa non meritasse tale onore, perché ritengono che, nonostante come cittadino europeo e come leader di una religione sia ovviamente libero di entrare e visitare il paese, in quanto capo di stato e responsabile dell’organizzazione di cui è capo è stato ed è responsabile di “essersi opposto alla distribuzione di preservativi alle famiglie numerose dei paesi poveri, incrementando così anche la diffusione dell’AIDS; di promuovere la segregazione; di negare l’aborto anche alle donne più vulnerabili; di opporsi alla parità dei diritti per lesbiche, gay, bisessuali e transessuali; di non aver affrontato adeguatamente i molti casi di abusi su bambini commessi all’interno della sua organizzazione”.
Dopo aver criticato la mancata sottoscrizione di molti trattati sui diritti dell’uomo e di aver invece stipulato concordati che discriminano i diritti umani dei cittadini di quei paesi, i sottoscrittori hanno “rifiutato il mascheramento della Santa Sede come uno Stato e del papa come un capo di Stato”, in quanto sarebbe una “semplice finzione utile per amplificare l’influenza internazionale del Vaticano”.
Tra i firmatari, Stephen Fry, Richard Dawkins, Philip Pullman, Ken Follett, AC Grayling, Simon Blackburn, Harold Kroto, Jonathan Miller, Peter Tatchell, Lewis Wolpert, ma anche parlamentari, baronetti e Lords.

Veltroni, l’ultimo rantolo di un mentecatto

19 settembre 2010 3 commenti

Il documento dei veltroniani, sullo stato del PD e sulle prospettive del centrosinistra, non va interpretato come una guerra tra bande all’interno del partito democratico. Si tratta piuttosto dell’ultimo rantolo di uno dei mentecatti che da un ventennio si sono accampati sul terreno della politica italiana. I più attenti ai rapporti tra cordate di potere all’interno del PD registrano, dopo il documento dei veltroniani, lo stato dei nuovi rapporti tra i personaggi più influenti del maggior partito di centrosinistra. Operazione completamente inutile, dal punto di vista storico come da quello che riguarda il presente. Dal punto di vista storico perchè il PD nel futuro sarà guardato per quello che è, un’operazione politica minore senza sostanza e prospettiva; dal punto di vista del presente perchè il baricentro della politica italiana è oggi ben lontano dalle sedi (e dalle menti) della corrente veltroniana.
In sostanza qual’è il significato del documento dei veltroniani che agita il PD? Un punto, rispetto ad altri più tattici e negoziabili, sembra caratterizzare la visione del futuro del sistema politico italiano da parte di Veltroni. Quello della difesa del sistema elettorale maggioritario a sostegno di un decisionismo istituzionale e politico di stampo ultraliberista. Il fatto che il documento sia stato firmato da Ichino, e da qualche altro falco pro-Marchionne, è uno degli elementi decisivi per la comprensione di questo documento. Veltroni punta a mantenere vivo il mito del sistema che “decide”, identificato con il maggioritario, per dare espressione a quello che di prassi viene chiamato il “coraggio necessario”. A disintegrare il resto del welfare, dei diritti collettivi, dei contratti di lavoro, destrutturando il sistema pensionistico fino alla soluzione finale. Sempre in nome della “crescita” e del “futuro dei giovani” si intende.
Non a caso la genesi del documento veltroniano si è accompagnata ad un attacco al Prc, e alle ipotesi di accordo di quel partito con il PD. Nel delirio veltroniano l’attacco ai “comunisti” significa ribadire la natura liberista e di destra, interpretazione autentica della “vocazione maggioritaria del PD”, del centrosinistra. Che, una volta caduto Berlusconi, dovrebbe procedere come Blair dopo la fine del governo conservatore. Un liberismo che succede ad un altro, senza soluzione di continuità.
Il fatto che questo processo politico oggi ha portato la Gran Bretagna all’orlo del disastro economico e sociale è qualcosa su cui i tanti “esperti” italiani del laburismo inglese preferiscono soprassedere. E’ da documenti come questo che si comprende, in prospettiva storica, l’anima reazionaria e di destra del veltronismo. Anima rivestita di un dispositivo spettacolare sorridente, dialogante e di centrosinistra. Dispositivo efficace per prendere voti che sono stati spesi per una politica degna della famiglia Le Pen. Perchè fuori dal raggio d’azione del telecomando, e delle telecamere dove si erogano sorrisi, il veltronismo ha sempre rivelato un’anima nera da destra italiana. Chi ricorda le pressioni per l’approvazione della legge Treu, quella che ha fatto nascere il precariato in Italia, da parte del vicepresidente del consiglio Veltroni? Chi ricorda che il bombardamento della popolazione jugoslava del 1999, con il centrosinistra al governo, trovò un convinto avvocato nel segretario dell’allora Pds Veltroni? Chi ricorda il nuovo grande sacco della speculazione immobiliare romana con il sindaco Veltroni? Chi ricorda la richiesta di Veltroni di cacciata dei rumeni da Roma perchè UNO di loro, proprio secondo una logica da Le Pen, aveva stuprato una donna? Chi ricorda le frasi su Mediaset “patrimonio del paese”?
E’ bene ricordare tutto questo perchè la destra reazionaria di Veltroni cerca di rialzare la testa. Secondo un progetto politico tipico dei mentecatti. Ovvero quello di ripetere a memoria il frasario della fase politica appena trascorsa senza capire che una stagione è finita. Senza capire che le dinamiche centrifughe del sistema politico italiano sono destinate, come classicamente accade, a disintegrare i residui delle stagioni precedenti. E nella parte del residuo Veltroni si trova benissimo, duellando con un altra coppia di esponenti di destra (Bersani e D’Alema) in un cupio dissolvi all’insegna della più scatenata mediocrità politica.
C’è solo da auspicare che Veltroni incontri, prima o poi, il tipo di giustizia popolare più adatta al giudizio sulle nefandezze che da decenni ha rifilato a questo paese.
Per Senza Soste, Bill Shankly. 17 settembre 2010

Dalla Chiesa

4 settembre 2010 Lascia un commento

Rileggo una vecchia intervista del Generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, Prefetto antimafia a Palermo, trucidato il 3 settembre 1982.
Aveva le idee chiare, aveva capito che la mafia non era un problema della Sicilia, ma un fenomeno globale che andava combattuto creando e coordinando molteplici punti di contrasto, in Italia e nel resto del mondo. Sin dal lontano 1982 le associazioni criminali riciclavano e investivano in Italia e all’estero, in quella che si usa definire “l’economia mafiosa”, quella che Dalla Chiesa definisce “accumulazione primitiva”. Ecco, visto da questa angolazione, riesce difficile pensare di combattere il fenomeno mafioso solo con l’ausilio di una cinquantina di magistrati dislocati nel Sud Italia, e trascorsi più di 25 anni si finisce col diventare inevitabilmente pessimisti..
Qui di seguito l’ultima intervista del Generale rilasciata al giornalista Giorgio Bocca per “La Repubblica” il 10 agosto 1982.

L’ultima intervista del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa “Come combatto contro la mafia “.
PALERMO – La Mafia non fa vacanza, macina ogni giorno i suoi delitti; tre morti ammazzati giovedì 5 fra Bagheria, Casteldaccia e Altavilla Milicia, altri tre venerdì, un morto e un sequestrato sabato, ancora un omicidio domenica
notte, sempre lì, alle porte di Palermo, mondo arcaico e feroce che ignora lanSicilia degli svaghi, del turismo internazionale, del “wind surf” nel mare azzurro di Mondello. Ma è soprattutto il modo che offende, il “segno” che esso dà al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e allo Stato: i killer girano su potenti motociclette, sparano nel centro degli abitati, uccidono come gli pare, adistanza di dieci minuti da un delitto all’altro.
Dalla Chiesa è nero: “Da oggi la zona sarà presidiata, manu militari. Non spero certo di catturare gli assassini ad un posto di blocco, ma la presenza dello Stato deve essere visibile, l’arroganza mafiosa deve cessare”.
Che arroganza generale?
“A un giornalista devo dirlo? uccidono in pieno giorno, trasportano i cadaveri, li mutilano, ce li posano fra questura e Regione, li bruciano alle tre del pomeriggio in una strada centrale di Palermo”.
Questo Dalla Chiesa in doppio petto blu prefettizio vive con un certo disagio la sua trasformazione: dai bunker catafratti di Via Moscova, in Milano, guardati da carabinieri in armi, a questa villa Wittaker, un po’ lasciata andare, un po’ leziosa, fra alberi profumati, poliziotti assonnati, un vecchio segretario che arriva con le tazzine del caffè e sorride come a dire: ne ho visti io di prefetti che dovevano sconfiggere la Mafia.
Generale, vorrei farle una domanda pesante. Lei è qui per amore o per forza? Questa quasi impossibile scommessa contro la Mafia è sua o di qualcuno altro che vorrebbe bruciarla? Lei cosa è veramente, un proconsole o un prefetto nei guai?
“Beh, sono di certo nella storia italiana il primo generale dei carabinieri che ha detto chiaro e netto al governo: una prefettura come prefettura, anche se di prima classe, non mi interessa. Mi interessa la lotta contro la Mafia, mi
possono interessare i mezzi e i poteri per vincerla nell’interesse dello Stato”.
Credevo che il governo si fosse impegnato, se ricordo bene il Consiglio dei Ministri del 2 aprile scorso ha deciso che lei deve “coordinare sia sul piano nazionale che su quello locale” la lotta alla Mafia.
“Non mi risulta che questi impegni siano stati ancora codificati”.
Vediamo un po’ generale, lei forse vuol dirmi che stando alla legge il potere di un prefetto è identico a quello di un altro prefetto ed è la stessa cosa di quello di un questore. Ma è implicito che lei sia il sovrintendente, il coordinatore.
“Preferirei l’esplicito”.
Se non ottiene l’investitura formale che farà? Rinuncerà alla missione?
“Vedremo a settembre. Sono venuto qui per dirigere la lotta alla Mafia, non per discutere di competenze e di precedenze. Ma non mi faccia dire di più”.
No, parliamone, queste faccende all’italiana vanno chiarite. Lei cosa chiede? Una sorta di dittatura antimafia? I poteri speciali del prefetto Mori?
“Non chiedo leggi speciali, chiedo chiarezza. Mio padre al tempo di Mori comandava i carabinieri di Agrigento. Mori poteva servirsi di lui ad Agrigento e di altri a Trapani a Enna o anche Messina, dove occorresse. Chiunque pensasse di combattere la Mafia nel “pascolo” palermitano e non nel resto d’Italia non farebbe che perdere tempo”.
Lei cosa chiede? L’autonomia e l’ubiquità di cui ha potuto disporre nella lotta al terrorismo?
“Ho idee chiare, ma capirà che non è il caso di parlarne in pubblico. Le dico solo che le ho già, e da tempo, convenientemente illustrate nella sede competente. Spero che si concretizzino al più presto. Altrimenti non si
potranno attendere sviluppi positivi”.
Ritorna con la Mafia il modulo antiterrorista? Nuclei fidati, coordinati in tutte le città calde?
Il generale fa un gesto con la mano, come a dire, non insista, disciplina giovinetto: questo singolare personaggio scaltro e ingenuo, maestro di diplomazie italiane ma con squarci di candori risorgimentali. Difficile da capire.
Generale, noi ci siamo conosciuti qui negli anni di Corleone e di Liggio, lei è stato qui fra il ’66 e il ’73 in funzione antimafia, il giovane ufficiale nordista de “Il giorno della civetta”. Che cosa ha capito allora della
Mafia e che cosa capisce oggi, 1982?
“Allora ho capito una cosa, soprattutto: che l’istituto del soggiorno obbligatorio era un boomerang, qualcosa superato dalla rivoluzione tecnologica, dalle informazioni, dai trasporti. Ricordo che i miei corleonesi, i Liggio, i Collura, i Criscione si sono tutti ritrovati stranamente a Venaria Reale, alle porte di
Torino, a brevissima distanza da Liggio con il quale erano stati da me denunziati a Corleone per più omicidi nel 1949. Chiedevo notizie sul loro conto e mi veniva risposto: ” Brave persone”. Non disturbano. Firmano regolarmente.
Nessuno si era accorto che in giornata magari erano venuti qui a Palermo o che tenevano ufficio a Milano o, chi sa, erano stati a Londra o a Parigi”.
E oggi ?
“Oggi mi colpisce il policentrismo della Mafia, anche in Sicilia, e questa è davvero una svolta storica. E’ finita la Mafia geograficamente definita della Sicilia occidentale. Oggi la Mafia è forte anche a Catania, anzi da Catania viene
alla conquista di Palermo. Con il consenso della Mafia palermitana, le quattro maggiori imprese edili catanesi oggi lavorano a Palermo. Lei crede che potrebbero farlo se dietro non ci fosse una nuova mappa del potere mafioso?”
Scusi la curiosità, generale. Ma quel Ferlito mafioso, ucciso nell’agguato sull’autostrada, si quando ammazzarono anche i carabinieri di scorta, non era il cugino dell’assessore ai lavori pubblici di Catania?
“Si “.
E come andiamo generale, con i piani regolatori delle grandi città? E’ vero che sono sempre nel cassetto dell’assessore al territorio e all’ambiente?
“Così mi viene denunziato dai sindaci costretti da anni a tollerare l’abusivismo”.
IL CASO MATTARELLA
Senta generale, lei ed io abbiamo la stessa età e abbiamo visto, sia pure da ottiche diverse, le stesse vicende italiane, alcune prevedibili, altre assolutamente no. Per esempio che il figlio di Bernardo Mattarella
venisse ucciso dalla Mafia. Mattarella junior è stato riempito di piombomafioso. Cosa è successo, generale?
“E’ accaduto questo: che il figlio, certamente consapevole di qualche ombraavanzata nei confronti del padre, tutto ha fatto perché la sua attività politica e l’impegno del suo lavoro come pubblico amministratore fossero esenti da
qualsiasi riserva. E quando lui ha dato chiara dimostrazione di questo suo intento, ha trovato il piombo della Mafia. Ho fatto ricerche su questo fatto nuovo: la Mafia che uccide i potenti, che alza il mirino ai signori del “palazzo”.
Credo di aver capito la nuova regola del gioco: si uccide il potente quando avviene questa combinazione fatale, è diventato troppo pericoloso ma si può uccidere perché è isolato”.
Mi spieghi meglio.
“Il caso di Mattarella è ancora oscuro, si procede per ipotesi. Forse aveva intuito che qualche potere locale tendeva a prevaricare la linearità dell’amministrazione. Anche nella DC aveva più di un nemico. Ma l’esempio più chiaro è quello del procuratore Costa, che potrebbe essere la copia conforme del caso Coco”.
Lei dice che fra filosofia mafiosa e filosofia brigatista esistono affinità elettive?
“Direi di si. Costa diventa troppo pericoloso quando decide, contro la maggioranza della procura, di rinviare a giudizio gli Inzerillo e gli Spatola. Ma è isolato, dunque può essere ucciso, cancellato come un corpo estraneo. Così è stato per Coco: magistratura, opinione pubblica e anche voi garantisti eravate favorevoli al cambio fra Sossi e quelli della XXII ottobre. Coco disse no. E fu ammazzato”.
Generale, mi sbaglio o lei ha una idea piuttosto estesa dei mandanti morali e dei complici indiretti? No, non si arrabbi, mi dica piuttosto perché fu ucciso il comunista Pio La Torre.
“Per tutta la sua vita. Ma, decisiva, per la sua ultima proposta di legge, di mettere accanto alla “associazione a delinquere” la associazione mafiosa”.
Non sono la stessa cosa? Come si può perseguire una associazione mafiosa se non si hanno le prove che sia anche a delinquere?
“E’ materia da definire. Magistrati, sociologi, poliziotti, giuristi sanno benissimo che cosa è l’associazione mafiosa. La definiscono per il codice e sottraggono i giudizi alle opinioni personali”.
Come si vede lei generale Dalla Chiesa di fronte al padrino del “Giorno della civetta”?
“Stiamo studiandoci, muovendo le prime pedine. La Mafia è cauta, lenta, ti misura, ti ascolta, ti verifica alla lontana. Un altro non se ne accorgerebbe, ma io questo mondo lo conosco”.
“ERA MEGLIO L’ANTITERRORISMO”
Mi faccia un esempio.
“Certi inviti. Un amico con cui hai avuto un rapporto di affari, di ufficio, ti dice, come per combinazione: perché non andiamo a prendere il caffè dai tali. Il nome è illustre. Se io non so che in quella casa l’eroina corre a fiumi ci vado e servo da copertura. Ma se io ci vado sapendo, è il segno che potrei avallare con la sola presenza quanto accade”.
Che mondo complicato. Forse era meglio l’antiterrorismo.
“In un certo senso si, allora avevo dietro di me l’opinione pubblica, l’attenzione dell’ Italia che conta. I gambizzati erano tanti e quasi tutti negli uffici alti, giornalisti, magistrati, uomini politici. Con la Mafia è diverso, salvo rare
eccezioni la Mafia uccide i malavitosi, l’Italia per bene può disinteressarsene. E sbaglia”.
Perché sbaglia, generale?
“La Mafia ormai sta nelle maggiori città italiane dove ha fatto grossi investimenti edilizi, o commerciali e magari industriali. Vede, a me interessa conoscere questa “accumulazione primitiva” del capitale mafioso, questa fase
di riciclaggio del denaro sporco, queste lire rubate, estorte che architetti o grafici di chiara fama hanno trasformato in case moderne o alberghi e ristoranti a la page. Ma mi interessa ancora di più la rete mafiosa di controllo,
che grazie a quelle case, a quelle imprese, a quei commerci magari passati a mani insospettabili, corrette, sta nei punti chiave, assicura i rifugi, procura le vie di riciclaggio, controlla il potere”.
E deposita nelle banche coperte dal segreto bancario, no, generale?
“Il segreto bancario. La questione vera non è lì. Se ne parla da due anni e ormai i mafiosi hanno preso le loro precauzioni. E poi che segreto di Pulcinella è? Le banche sanno benissimo da anni chi sono i loro clienti mafiosi. La lotta alla Mafia non si fa nelle banche o a Bagheria o volta per volta, ma in modo globale”.
Generale Dalla Chiesa, da dove nascono le sue grandissime ambizioni?
Mi guarda incuriosito.
Voglio dire, generale: questa lotta alla Mafia l’hanno persa tutti, da secoli, i Borboni come i Savoia, la dittatura fascista come le democrazie pre e post fasciste, Garibaldi e Petrosino, il prefetto Mori e il bandito Giuliano, l’ala socialista dell’Evis indipendente e la sinistra sindacale dei Rizzotto e dei Carnevale, la Commissione parlamentare di
inchiesta e Danilo Dolci. Ma lei Carlo Alberto Dalla Chiesa si mette il doppio petto blu prefettizio e ci vuole riprovare.
“Ma si, e con un certo ottimismo, sempre che venga al più presto definito il carattere della specifica investitura con la quale mi hanno fatto partire. Io, badi, non dico di vincere, di debellare, ma di contenere. Mi fido della mia
professionalità, sono convinto che con un abile, paziente lavoro psicologico si può sottrarre alla Mafia il suo potere. Ho capito una cosa, molto semplice ma forse decisiva: gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi certamente pagati dai cittadini non sono altro che i loro elementari diritti.
Assicuriamoglieli, togliamo questo potere alla Mafia, facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati”.
Si va a pranzo in un ristorante della Marina con la signora Dalla Chiesa, oggetto misterioso della Palermo del potere. Milanese, giovane, bella.
Mah! In apparenza non ci sono guardie, precauzioni. Il generale assicura che non c’erano neppure negli anni dell’antiterrorismo. Dice che è stata la fortuna a salvarlo le tre o quattro volte che cercarono di trasferirlo a un mondo migliore.
“Doveva uccidermi Piancone la sera che andai al convegno dei Lyons. Ma ci andai in borghese e mi vide troppo tardi. Peci, quando lo arrestai, aveva in tasca l’elenco completo di quelli che avevano firmato il necrologio per la mia prima moglie. Di tutti sapevano indirizzo, abitudini, orari. Nel caso mi fossi rifugiato da uno di loro, per precauzione. Ma io precauzioni non ne prendo. Non le ho prese neppure nei giorni in cui su “Rosso” appariva la mia faccia al centro del bersaglio da tirassegno, con il punteggio dieci, il massimo. Se non è istigazione ad uccidere questa?”
Generale, sinceramente, ma a lei i garantisti piacciono?
Dagli altri tavoli ci osservano in tralice. Quando usciamo qualcuno accenna un inchino e mormora: “Eccellenza”.

Risposte ai quesiti

2 settembre 2010 Lascia un commento

Pubblico gli ultimi quesiti postati, ai quali per l’esemplare semplicità, è stata data risposta a titolo gratuito. Chi fosse interessato ad un consulto professionale può usare l’apposita rubrica avendo cura di indicare gli estremi anagrafici onde essere ricontattato. Per il pagamento clicca qui
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1) Ma le spese per opposizioni a sanzioni amministrative(contributo unificato)non sono da considerare incostituzionali,dato che per le multe e previsto in a maniera alternativa il ricorso al prefetto gratuito?non c e violazione dell art 3 e 24 costituzione?

Potrebbe esserci una violazione del canone della ragionevolezza considerata la gratuità del ricorso al prefetto, ancorchè quest’ultimo non costituisca un mezzo di impugnazione giurisdizionale

2) L’Inps mi chiede (agosto 2010) – in qualità di erede di Alò Cataldo decededuto il 22 settembre 2009 – la restituzione di una somma per “conguaglio negativo per ritenute erariali su pensione” (non meglio precisate) riferite al periodo “dal 01/01/1999 al 31/12/1999″. Precisa, altresì, che con questa comunicazione si intende interrotto qualsiaqsi termine prescrizionale (ex art. 2943 CC).
Ma in qualità di sostituto di imposta, non avrebbe dovuto provvedere con trattenute dirette sulla pensione?
Grazie.

Non reagisca in alcun modo, il debito si è indubbiamente prescritto per l’inutile decorso dei dieci anni. Saluti

3) piccolo quesito mi viene notificato, nel 2005, un avviso di pagamento da parte dell’agenzia delle dogane per imposte non pagate relative al 1993. Rimango inerte e nel 2010 ho ricevuto cartella esattoriale che non ho impugnato. Adesso mi è stato pignorato lo stipendio. Con quale strumento processuale, posto che i termini per il ricorso alla commissione tributaria è scaduto, per far valere la prescrizione del credito erariale?
Grazie anticipatamente.

Direi che Lei è rimasto troppo inerte. La riscossione dei tributi avviene mediante ruolo. La notifica della cartella assolve alla funzione di mettere a conoscenza il debitore, fra l’altro, della formazione ruolo, della data in cui questo è divenuto esecutivo e della data della sua trasmissione all’esattore. Quest’ultimo, unitamente a queste informazioni, invia un’intimazione di pagamento impugnabile, nel caso di riscossione di entrate tributarie, entro 60 giorni davanti la competente Commissione Tributaria Provinciale. Si instaura così un giudizio nel quale è possibile chiedere la sospensione dell’esecutività del ruolo e, nel merito, l’annullamento del ruolo già esecutivo e della successiva cartella esattoriale. In caso decorrano inutilmente i 60 giorni previsti per l’impugnativa giurisdizionale, il titolo esecutivo costituito dal ruolo si consolida e le alternative possibili sono: 1) l’opposizione all’esecuzione, che riguarda comunque vizi successivi alla formazione del titolo (il ruolo), attinenti ad esempio alla cartella esattoriale e alla violazione dei termini per la sua notifica; 2) l’opposizione agli atti esecutivi, relativa ai vizi dei singoli atti esecutivi, da proporre nel termine perentorio di 20 giorni dal giorno in cui il singolo atto è stato compiuto. Spero di eserLe stato utile. A risentirLa.

4) buona sera avvocato,
mi è stato notificato un decreto ingiuntivo in data 29.07.2010 per il mancato pagamento di un assegno bancario emesso il 25.01.2005. vorrei saper se il credito si è prescritto.. può un assegno del 2005 costituire valido titolo per emettere decreto ingiuntivo? nn c’è alcuna altra prova dell’esistenza di un credito certo liquido ed esigibile
si deve applicare l’azione cambiaria che si prescrive in 3 anni o il credito è gia prescritto in 6 mesi?
mi può dare una risposta urgente..
grazie

Gentile signora,
purtroppo l’azione monitoria è fondata. I termini ai quali Lei si riferisce (6 mesi) sono quelli per l’esercizio dell’azione di regresso nei confronti del traente (di chi ha emesso l’assegno) e dei giranti per l’assegno, e (3 anni) per l’esercizio dell’azione cambiaria nei confronti dell’emittente o dell’accettante e dei loro avallanti.
Scaduti i termini poc’anzi indicati, l’assegno costituisce comunque una promessa di pagamento sulla quale può fondarsi l’emissione di un decreto ingiuntivo.
Le segnalo che, in proposito la Suprema Corte ha avuto modo di affermare che se il titolo contiene delle incertezze sui tempi e modalità di consegna, il beneficiario che lo presenta in giudizio come prova di un prestito non è esonerato dall’obbligo di dimostrare la sussistenza del rapporto fondamentale. In particolare, la Cassazione ha condiviso il ragionamento del Giudice di secondo grado che ha (sia pure in modo parzialmente implicito) ritenuto che all’assegno non potesse attribuirsi il valore di promessa di pagamento valida, e quindi avente gli effetti di cui all’articolo 1988 c.c., a causa delle incertezze (specie in ordine ai tempi ed alle modalita’ di consegna) che lo hanno caratterizzano. (Corte di Cassazione Sezione 3 Civile, Sentenza del 30 settembre 2008, n. 24325).
Purtroppo la prescizione è decennale, salvo l’ipotesi di cui all’art. 2955, n.5 del codice civile, ossia la prescrizione del diritto di credito è di un anno nel caso del commerciante per il prezzo delle merci vendute a chi non ne fa commercio. Quindi se Lei ha acquistato la merce da un commerciante per esigenze personali può ritenersi libera per l’intervenuta prescrizione del diritto di credito fatto valere. E’ da premettere che dal 25/01/2005 ad oggi non devono essere stati compiuti atti interruttivi della prescrizione (messe in mora, richieste a mezzo telegramma o per raccomandata). In quest’ultimo caso incomincerebbe a decorrere un nuovo periodo di prescrizione.
Spero di esserLe stato utile. A risentirLa.

5) buongiorno, ho chiesto l e/c a equitalia e mi trovo delle cartelle pendenti ventennali (1988) e alcune decennali di aziende cessate da tempo memorabile, la data di notifica riportata e’ del 1991 (inps) e 2004 (tributi comunali) 2005 (inail).
Volevo inoltrare domanda di autotule per lo sgravio per scadenza dei termini di prescrizione, e’ giusta la procedura ? grazie
dimenticavo di aggiungere che per fermare eventuali azioni , ho deposistato instanza di rateazione, e intendo far partire una raccomandata allo stesso ente disconoscendo l’addebito qualora sia prescritto e non dovuto . grazie

Si è corretta. fermo che, se non le riconosceranno la prescrizione del credito fatto valere, dovrà impugnare le cartelle davanti al Giudice competente
L’istanza in autotutela per lo “sgravio”, va presentata sia all’ente creditore che all’agente della riscossione secondo le istruzioni che può trovare in questa pagina
http://www.equitaliaonline.it/equitalia/opencms/cittadino/ricorsi/

6) puo indicare la data di prescrizione dei tributi INAIL o non sono soggetti alla prescrizione . grazie
se un tributo es multa che ha un termine di prescrizione di 5 anni viene notificato nei termini, da quel giorno si considera la prescrizione della cartella in 10 anni e non piu’ i tempi del tributo stesso.
es. multa del 2000 notificata il 2005 con cartella esattoriale, quali termini si considerano ? i 5 anni della multa o i 10 della cartella a prescindere dal tipo tributo ?

L’art. 3, commi 9 e 10, legge 8 agosto 1995, n.335 dispone che: “. Le contribuzioni di previdenza e di assistenza sociale obbligatoria si prescrivono e non possono essere versate con il decorso dei termini di seguito indicati:
a) dieci anni per le contribuzioni di pertinenza del Fondo pensioni lavoratori dipendenti e delle altre gestioni pensionistiche obbligatorie, compreso il contributo di solidarieta’ previsto dall’articolo 9-bis, comma 2, del decreto-legge 29 marzo 1991, n.103, convertito, con modificazioni, dalla legge 1 giugno 1991, n.166, ed esclusa ogni aliquota di contribuzione aggiuntiva non devoluta alle gestioni pensionistiche. A decorrere dal 1 gennaio 1996 tale termine e’ ridotto a cinque anni salvi i casi di denuncia del lavoratore o dei suoi superstiti;
b) cinque anni per tutte le altre contribuzioni di previdenza e di assistenza sociale obbligatoria.
10. I termini di prescrizione di cui al comma 9 si applicano anchealle contribuzioni relative a periodo precedenti la data di entrata in vigore della presente legge, fatta eccezione per i casi di atti interruttivi gia’ compiuti o di procedure iniziate nel rispetto della normativa preesistente. Agli effetti del computo dei termini prescrizionali non si tiene conto della sospensione prevista dall’articolo 2, comma 19, del decreto-legge 12 settembre 1983, n.463, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 novembre 1983, n. 638, fatti salvi gli atti interruttivi compiuti e le procedure incorso.”
Non è esatto, l’art. 28 della Legge 689/81 pone il limite di 5 anni dal giorno in cui la violazione è stata commessa, salvo ovviamente gli atti interruttivi. La cartella esattoriale costituisce per l’appunto atto interruttivo, a seguito del quale il periodo di prescrizione decorre ex novo. Saluti