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Archive for ottobre 2010

Circolare – 28 ottobre 2010

31 ottobre 2010 Lascia un commento

Ministero dell’Interno- Circolare di servizio indirizzata in forma riservata a tutte le questure d’Italia.

A seguito delle notizie trapelate in questi giorni su quotidiani e televisioni di carattere nazionale si prevede nei giorni prossimi venturi improvvisa quanto incontrollata ondata di stranieri di origine extracomunitaria che, qualora fermati per la normale procedura di controllo dei documenti e dimostratisi sprovvisti dei medesimi, tenderanno indipendentemente da nazionalità, sesso, età e pigmentazione, a presentare se stessi come nipoti del Capo di Stato dell’Egitto Hosni Mubarak e perciò pretendere il subitaneo rilascio da parte delle autorità italiane.
Nel caso si verificasse il summenzionato caso giurisprudenziale si prescrive quanto segue:
– per i soggetti maschi tutti e per quelli femminili dal riprovevole aspetto estetico (in caso di dubbi ricorrere alla Guida del Vecchio Satiro Fede-Vespa 2009-2010) imbarco immediato destinazione Il Cairo con spese a carico del sopraccitato presidente egiziano;
– per i soggetti femmine dal gradevole impatto visivo imbarco immediato destinazione Palazzo Grazioli per ulteriore fase di accertamento dati anagrafici (B.un.g.a per gli addetti ai lavori), eventualmente replicata in caso si necessitassero più scrupolose verifiche (B.un.g.a. B.un.g.a. sempre per gli addetti ai lavori).
Nel raccomandare la massima professionalità, si preannuncia ai funzionari più solerti ed efficienti un riconoscimento ministeriale in forma di partecipazione attiva alla fase esplorativa di cui sopra (astenersi fan di Tiziano Ferro).

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Abbandonato anche dalla Caritas

31 ottobre 2010 Lascia un commento

..Intanto alla Caritas non è piaciuto che la giovane marocchina in una intervista a La 7, abbia paragonato Berlusconi alla Caritas. Lo ha rivelato a TV2000 la televisione della Cei, il responsabile dei rapporti internazionali dell’ente caritativo Paolo Beccegato, puntualizzando che “la Caritas da sempre aiuta chi vive nel bisogno non solo le belle ragazze”…
La Repubblica del 31/10/2010

L’albero delle zoccole

31 ottobre 2010 2 commenti

“Tu fai in questo campo una piccola buca e ci metti dentro, per esempio, uno zecchino d’oro. Poi ricopri la buca con un po’ di terra: l’annaffi con due secchie d’acqua di fontana, ci getti sopra una presa di sale, e la sera te ne vai tranquillamente a letto. Intanto, durante la notte, lo zecchino germoglia e fiorisce, e la mattina dopo, di levata, ritornando nel campo, che cosa trovi? Trovi un bell’albero carico di tanti zecchini d’oro … ”
(Carlo Collodi, profeta)

Nel mondo reale dei viali, delle circonvallazioni, dei raccordi anulari e delle statali, le puttane rischiano le botte, le marchiature a fuoco e gli stupri di gruppo dei papponi; gli stupri e le botte dei clienti che non vogliono pagare e perfino, se sono particolarmente sfigate, l’incontro con il serial killer che le lavorerà di coltello prima di gettarne i resti in un fosso.
Nel mondo della prostituzione di basso livello, quello che infastidisce tanto le famiglie perbene dei clienti, le puttane (maschi e femmine) fanno un lavoro duro, quasi da minatore e a tariffe da sottoproletariato. 50-100 euro quando va bene e la fetta più grossa se la tiene il pappone. Una vita di merda, altro che “fanno le puttane perchè così hanno i soldi facili senza dover faticare”.
Poi c’è il livello superiore, il mondo della prostituzione d’alto bordo, quello dove i clienti hanno i soldi, tanti soldi da spendere e la puttana non si chiama più puttana ma escort. Come un vecchio modello della Ford ma molto più carina.
Salendo di livello, con l’introduzione del fattore denaro a manetta, saltano tutte le regole, come nella Protezione Civile dopo il terremoto. Nel livello precedente, quello infimo, la puttana può anche essere vecchia e sfatta e tali saranno di conseguenza i suoi clienti. La escort invece deve essere rigorosamente strafiga, se no sarebbe solo una puttana ma, attenzione, in questo caso non è che di conseguenza si ritroverà sempre come clienti dei Clooney o dei Pitt o i Richard Gere delle pretty women. Anche qui vecchi e sfatti come nel livello inferiore ma con i dané e quindi la cosa, capirete, aiuta a sopportare.
Infine, proprio in cima alla scala di Giacobbe, entrando da una porta circonfusa di luce , c’è il meraviglioso mondo di Silvio.
In questo mondo soprannaturale ci sono vecchi e sfatti pieni di soldi anzi stracarichi, esondanti soldi ma, questo è il bello del paradiso, se sei giovane, meglio giovanissima e bisognosa come una piccola fiammiferaia infreddolita, i vecchi e sfatti non ti chiedono di fare nulla in cambio. Non devi lavorare di bocca o di canali come un gondoliere, senza utilizzare i labbroni e il mandolino con i quali ti eri attrezzata con tanto impegno perchè ti aspettavi chissà cosa, giustamente. Perchè pensavi di stare ancora al piano di sotto, tra le escort.
Nel meraviglioso mondo di Silvio alle caste Susanne non è riservata la concupiscenza ma solo la generosità dei vecchioni. Sono uomini con la figa infissa in fronte con il fischer eppure si accontentano di guardare e non toccare. Che la parola chiave sia, a questo punto, “contemplativo”?
Come nella favola di Pinocchio, dove c’era l’albero degli zecchini, qui ci sono alberi dove crescono gli euro a migliaia, i gioielli d’oro firmati e perfino le automobili. “Tieni, è tua”, “Ma come, Eccellenza, almeno un pompino”. “Ma figurati, ma che scherzi, io sono una persona di cuore”. Una volta vendemmiato l’albero ti ritrovi con 5-6000 euro in borsetta. Roba che una puttana deve slogarsi la mascella per mesi, per non parlare di una lavoratrice qualsiasi da 800 euro al mese, e tu non ha fatto niente, solo la bella statuina.
Dice che la ragazza non è attendibile, che è una bugiarda. Se le spara così grosse lo è sicuramente ma deve aver studiato alla scuola di Silvio. C’è il suo marchio inconfondibile. Riconosco il suo far credere che il mondo sia meraviglioso e perfetto e che il successo si raggiunga senza sforzo, con il solo intervento dell’Uomo della Provvidenza e della sua infinita magnanimità.
Una favola, appunto.
Di Lameduck http://ilblogdilameduck.blogspot.com/2010/10/lalbero-delle-zoccole.html

Le indagini difensive

30 ottobre 2010 Lascia un commento

L’on.le Ghedini ha annunciato che agirà “nelle opportune sedi giudiziarie” nei confronti della giornalista Claudia Fusani, rea, a suo dire, ‍di aver prospettato in un suo articolo che egli, in qualità ‍di difensore (non si capisce ‍di chi), avrebbe “nel corso d’indagini difensive incontrato decine ‍di persone per concordare la versione e per istruirle su cosa dire”.Lascio ai magistrati la valutazione del caso specifico ma, forse, è giunto il momento ‍di riflettere meglio sulle conseguenze negative, per la ricerca della verità e per la corretta acquisizione delle prove, a cui può portare la nuova disciplina delle “indagini difensive preventive”, varata dieci anni addietro.Recita l’art. 391 nones c.p.p.: “L’attività investigativa può essere svolta anche dal difensore che ha ricevuto apposito mandato per l’eventualità che si instauri un procedimento penale”.Lo scopo dichiarato è quello ‍di assicurare alla difesa la possibilità ‍di compiere indagini in proprio per tutelare meglio il suo assistito.COSÌ PERÒ si corre il concreto rischio oggettivo (ripeto “oggettivo” cioè oltre l’intenzione del difensore) che le indagini difensive, specie se “preventive” (cioè svolte ancor prima che l’Autorità giudiziaria sia venuta a conoscenza della commissione ‍di un reato) rischiano ‍di inquinare gli accertamenti che dovrà poi svolgere il Pubblico ministero.Si immagini (ripeto, si immagini, senza alcun riferimento a fatti e persone reali) il caso ‍di un potente personaggio delle istituzioni (mettiamo, un presidente del Consiglio) che – dopo aver commesso un reato (ipotizziamo un abuso d’ufficio per aver preteso che la Polizia rilasciasse subito una giovane borseggiatrice colta in flagrante) – incarichi il suo avvocato ‍di fiducia ‍di accertare se qualcuno possa averlo visto o possa riferire qualcosa ‍di compromettente contro ‍di lui. Il difensore fa diligentemente il suo mestiere e interroga tutte le persone che potrebbero riferire qualcosa contro il suo potente assistito.Quale serenità d’animo possono mai avere le persone “sentite” dal difensore ‍di colui che devono accusare?Si badi bene, il problema non è l’avvocato che svolge diligentemente il suo mandato difensionale, ma la concreta possibilità che viene data ai responsabili ‍di qualsiasi reato (e quindi anche ai mafiosi e ai potenti) ‍di poter avvicinare i possibili testimoni prima ancora che questi possano essere sentiti dai magistrati, anzi, prima ancora che la notizia dei reati pervenga all’Autorità giudiziaria.NON CI VUOLE Frate indovino per capire che, in questo modo, ogni autore ‍di delitti (anche i più efferati, come può essere il favoreggiamento o lo sfruttamento della prostituzione minorile) cerchi ‍di sapere, per tempo, se ci sono testimoni a suo carico. E, quindi, si attivi in tutti i modi nei loro confronti – con minacce, pressioni, intimidazioni, promesse, regalie, favori – per indurli a non riferire i fatti ai magistrati o a riferirli in modo conforme alla volontà dell’autore dei reati, anche se difforme alla realtà. Ovviamente, la colpa non è dell’avvocato perché questi, per legge (e anche questa è una “chicca” tutta da giustificare), ha il diritto-dovere ‍di riferire al suo cliente il risultato delle proprie indagini difensive.Può capitare così che quest’ultimo – magari perché è presidente del Consiglio – prometta a un ufficiale ‍di Polizia una rapida carriera, a patto che questi eviti ‍di arrestare la borseggiatrice e assicuri alla giovane ladra un futuro radioso nel mondo dello spettacolo.Il tutto per nascondere sotto il tappeto fatti e comportamenti che comprometterebbero la sua onorabilità personale e il suo ruolo pubblico.Insomma e in definitiva, pongo un quesito tecnico senza volermi addentrare in alcun caso specifico: davvero la suddetta norma che prevede le cosiddette “indagini preventive difensive” è una norma ‍di garanzia e non si stia rivelando, invece, un sistema perverso per aggirare la legge, legalizzando l’inquinamento probatorio? Credo che un dibattito su tale questione, oggi più che mai, possa diventare attuale.
Antonio Di Pietro

Carezzone

29 ottobre 2010 Lascia un commento

Premier coinvolto in vicende torbide con una minorenne. Per motivi di privacy non sarà reso noto il nome del premier.

(E vai, Pierluigi, anche la prossima campagna elettorale è fatta!)

Si parla di una storia del premier con una minorenne marocchina. Ma io non posso credere che un uomo della sua moralità vada con le negre.

La giovane aveva detto di avere 24 anni. Praticamente pensavano di essere coetanei.

La ragazza, in questura per furto, è stata rilasciata grazie a una telefonata della Presidenza del Consiglio. Un caso che suggerisce quanto faccia comodo avere un amico che fa l’imitazione di Berlusconi.

(Immagino Berlusconi che telefona in questura. “A proposito, c’è niente per me?”)

Intanto si cercano notizie sulla giovane nordafricana. Pare sia la figlia dell’autista di Craxi ad Hammamet.

Modelle minorenni, festini con prostitute e orge lesbo a casa di Berlusconi. Ma secondo me è la solita montatura per fargli riguadagnare consensi.

La ragazza ha svelato che il dopocena erotico era chiamato “bunga bunga”. Con i più piccoli è consuetudine dare alle cose nomi più orecchiabili.

I figli del premier gli si stringono intorno. Non si sa mai si riesca a sbirciare il testamento.

Indagato Emilio Fede: il reato è pavoneggiamento della prostituzione.

Fede coinvolto in vicende di prostituzione: “L’ho saputo dai giornali”. Che era reato.

Il pentito Spatuzza riconosce un uomo dei servizi segreti. È quello che gli ha portato il caffè.

A Regina Coeli detenuto muore per denutrizione. È successo tutto in un attimo.

Capezzone colpito da un pugno. Si era incantato.

Il portavoce del Pdl è stato colpito da un pugno a Roma. Speriamo sia l’inizio di una tournée.

(Prima Belpietro, ora Capezzone: questi aggressori violenti stanno veramente rompendo i coglioni a Berlusconi)

Dopo il pugno a Capezzone è caccia all’uomo: ha saltato la fila.

Le telefonate di rivendicazione sono al momento gestite attraverso un apposito centralino.

Dell’episodio sospettato un italiano. Su due.

Capezzone è stato portato via in ambulanza. Meglio tardi che mai.

Cicchitto: “È uno squadrismo di sinistra quello che ha colpito Capezzone”. Finalmente ho deciso per chi votare.

“Il noto network dell’odio sta producendo effetti nefasti sempre più visibili”. Però non è che possiamo dare sempre la colpa a Minzolini.

Di Pietro ha condannato l’aggressione “senza se e senza ma”. Per non parlare dei congiuntivi.

Capezzone: “Chi sta vicino al premier rischia”. Specie se minorenne.

“Da mesi su Facebook si inneggia alla mia morte”. Allora è proprio vero che questi social network non servono a un cazzo.

È morto il polpo Paul. Tempi duri per gli invertebrati.
Tratto da http://www.spinoza.it/

Indagini privacy e democrazia virtuale

29 ottobre 2010 Lascia un commento

La polizia italiana su Facebook non ha bisogno di infiltrati, nè di fare rogatorie e quindi neanche dei magistrati, infatti grazie ad un accordo lampo concluso con la società di Palo Alto, un vero e proprio patto di collaborazione la polizia postale ha già da diverse settimane la possibilità di attivare una serie infinita di controlli sulle pagine del social network.
L’articolo “La polizia ci spia su Facebook” di Giorgio Florian pubblicato dall’Espresso ci spiega tutto il meccanismo e il commento di Giglioli che non può che essere condiviso ne trae le giuste conclusioni, specie quando definisce “Il patto tra Facebook e il Viminale un attentato ai diritti dei cittadini digitali” visto che “Il patto con cui la Polizia Postale italiana si è fatta concedere da Facebook il diritto di entrare arbitrariamente nei profili degli oltre 15 milioni italiani iscritti a Facebook, senza un mandato della magistratura e senza avvertire l’internauta che si sta spiando in casa sua, è di fatto un controllo digitale di tipo cinese che viola i più elementari diritti dei cittadini che dialogano utilizzando il social network: insomma, stiamo parlando di una vera e propria perquisizione, espletata con la violenza digitale del più forte.” ma leggiamo l’articolo dell’espresso.
La polizia ci spia su Facebook Un patto segreto con il social network. Che consente alle forze dell’ordine di entrare arbitrariamente e senza mandato della magistratura in tutti i profili degli utenti italiani. Lo hanno appena firmato in California .
Negli Stati Uniti, tra mille polemiche, è allo studio un disegno di legge che, se sarà approvato dalCongresso, permetterà alle agenzie investigative federali di irrompere senza mandato nelle piattaforme tecnologiche tipo Facebook e acquisire tutti i loro dati riservati. In Italia, senza clamore, lo hanno già fatto. I dirigenti della Polizia postale due settimane fa si sono recati a Palo Alto, in California , e hanno strappato, primi in Europa, un patto di collaborazione che prevede la possibilità di attivare una serie infinita di controlli sulle pagine del social network senza dover presentare una richiesta della magistratura e attendere i tempi necessari per una rogatoria internazionale. Questo perché, spiegano alla Polizia Postale, la tempestività di intervento è fondamentale per reprimere certi reati che proprio per la velocità di diffusione su Internet evolvono in tempo reale.
Una corsia preferenziale, insomma, che potranno percorrere i detective digitali italiani impegnati soprattutto nella lotta alla pedopornografia, al phishing e alle truffe telematiche, ma anche per evitare inconvenienti ai personaggi pubblici i cui profili vengono creati a loro insaputa. Intenti forse condivisibili, ma che di fatto consegnano alle forze dell’ordine il passepartout per aprire le porte delle nostre case virtuali senza che sia necessaria l’autorizzazione di un pubblico ministero. In concreto, i 400 agenti della Direzione investigativa della Polizia postale e delle comunicazioni potranno sbirciare e registrare i quasi 17 milioni di profili italiani di Facebook.
Ma siamo certi che tutto ciò avverrà nel rispetto della nostra privacy? In realtà, ormai da un paio d’anni, gli sceriffi italiani cavalcano sulle praterie di bit. Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza e persino i vigili urbani scandagliano le comunità di Internet per ricavare informazioni sensibili, ricostruire la loro rete di relazioni, confermare o smentire alibi e incriminare gli autori di reati. Sempre più persone conducono in Rete una vita parallela e questo spiega perché alle indagini tradizionali da tempo si affianchino pedinamenti virtuali. Con la differenza che proprio per l’enorme potenzialità del Web e per la facilità con cui si viola riservatezza altrui è molto facile finire nel mirino dei cybercop: non è necessario macchiarsi di reati ma basta aver concesso l’amicizia a qualcuno che graviti in ambienti “interessanti” per le forze dell’ordine.
A Milano, per esempio, una sezione della Polizia locale voluta dal vicesindaco Riccardo De Corato sguinzaglia i suoi “ghisa” nei gruppi di writer, allo scopo di infiltrarsi nelle loro community e individuare le firme dei graffiti metropolitani per risalire agli autori e denunciarli per imbrattamento. Le bande di adolescenti cinesi che, tra Lombardia e Piemonte, terrorizzano i connazionali con le estorsioni, sono continuamente monitorate dagli interpreti della polizia che si insinuano in Qq, la più diffusa chat della comunità. Anche le gang sudamericane, protagoniste in passato di regolamenti di conti a Genova e Milano, vengono sorvegliate dalle forze dell’ordine. E le lavagne degli uffici delle Squadre mobili sono ricoperte di foto scaricate da Facebook, dove i capi delle pandillas che si fanno chiamare Latin King, Forever o Ms18 sono stati taggati insieme ad altri ragazzi sudamericani, permettendo così agli agenti di conoscere il loro organigramma.
Veri esperti nel monitoraggio del Web sono ormai gli investigatori delle Digos, che hanno smesso di farsi crescere la barba per gironzolare intorno ai centri sociali o di rasarsi i capelli per frequentare le curve degli stadi. Molto più semplice penetrare nei gruppi considerati a rischio con un clic del mouse. Quanto ai Carabinieri, ogni reparto operativo autorizza i propri militari, dal grado di maresciallo in su, ad accedere a qualunque sito Internet per indagini sotto copertura, soprattutto nel mondo dello spaccio tra giovanissimi che utilizzano le chat per fissare gli scambi di droga o ordinare le dosi da ricevere negli istituti scolastici. Mentre, per prevenire eventuali problemi durante i rave, alle compagnie dei Carabinieri di provincia è stato chiesto di iscriversi al sito di social networking Netlog, dove gli appassionati di musica tecno si danno appuntamento per i raduni convocando fans da tutta Europa. A caccia di raver ci sono anche i venti compartimenti della Polizia postale e delle comunicazioni, localizzati in tutti i capoluoghi di regione e 76 sezioni dislocate in provincia.
“Il nostro obiettivo è quello di prevenire i rave party prima che abbiano inizio”, spiegano, “e per questo ci inseriamo nelle comunicazioni tra organizzatori e partecipanti, nei social network, nei forum e nei blog”. Così può capitare che anche chi ha semplicemente partecipato ad una chat per commentare un gruppo musicale finisca per essere radiografato a sua insaputa.
In teoria queste attività sono coordinate dalle procure che conducono le indagini su singoli fatti o su fenomeni più ampi. I responsabili dei social network non ci tengono a farlo sapere e parlano di una generica offerta di collaborazione con le forze dell’ordine per impedire che le loro piattaforme favoriscano alcuni delitti.
Un investigatore milanese rivela a “L’espresso” che, grazie alle autorizzazioni della magistratura, da tempo ottiene dai responsabili di Facebook Italia di visualizzare centinaia di profili riservati di altrettanti utenti, riuscendo persino ad avere accesso ai contenuti delle chat andando indietro nel tempo fino ad un anno. Chi crede di aver impostato le funzioni di riservatezza in modo da non permettere a nessuno di vedere le foto, i post e gli scambi di messaggi con altri amici, in realtà, se nel suo gruppo c’è un sospetto, viene messo a nudo e di queste intrusioni non verrà mai a conoscenza.
E non sempre l’autorità giudiziaria viene messa al corrente delle modalità con cui vengono condotte alcune indagini telematiche. Un ufficiale dei Carabinieri, che chiede di rimanere anonimo, ammette che certe violazioni della legge sulla riservatezza delle comunicazioni vengono praticate con disinvoltura: “Talvolta”, spiega l’ufficiale “creiamo una falsa identità femminile su Fb, su Msn o su altre chat, inseriamo nel profilo la foto di un carabiniere donna, meglio se giovane e carina, e lanciamo l’esca. Il nostro carabiniere virtuale tenta un approccio con la persona su cui vogliamo raccogliere informazioni, magari complimentandosi per un tatuaggio. E in men che non si dica facciamo parte del suo gruppo, riuscendo a diventare “amici” di tutti i soggetti che ci interessano”.
Di tutta questa attività, spiega ancora l’ufficiale, “non sempre facciamo un resoconto alla procura e nei verbali ci limitiamo a citare una fantomatica fonte confidenziale”. Da oggi, in virtù dell’accordo di collaborazione con Mark Zuckerberg siglato dalla Polizia, chi conduce queste indagini potrà fare a meno di chiedere avvisare un magistrato perché “la fantasia investigativa può spaziare”, prevede un funzionario della Polposta, “e le osservazioni virtuali potranno essere impiegate anche in indagini preventive”.
http://www.cloroalclero.com/?p=5029

Bunga bunga

28 ottobre 2010 Lascia un commento

Ruby, le feste e il Cavaliere
“La mia verità sulle notti ad Arcore”. La minorenne marocchina fu fermata per un furto, mentre era in Questura intervenne Palazzo Chigi: “Rilasciatela, è la nipote di Mubarak”. La ragazza racconta il rituale del “bunga bunga”, esclude di aver fatto sesso con il premier. Indagati Lele Mora, Emilio Fede e Nicole Minetti.

MILANO – Alla questura di Milano, nello stanzone del “Fotosegnalamento”, c’è solo Ruby R., marocchina. Dire “solo” è un errore, perché Ruby è molto bella e non si può non guardarla. Se ne sta sulla soglia, accanto alla porta, e attende che i due agenti in camice bianco eseguano il loro lavoro, ma è come se occupasse l’intera stanza. E’ il 27 maggio di quest’anno, è passata la mezzanotte e i poliziotti hanno già fatto una prova: la luce bianca, accecante, funziona alla perfezione. La procedura è rigorosa, nei casi in cui un minorenne straniero viene trovato senza documenti: finiti gli accertamenti sull’identità, se non ha una casa o una famiglia, sarà inviato, dopo aver informato la procura dei minori, in una comunità. È quel che gli agenti si preparano a fare, perché Ruby ha diciassette anni e sei mesi (è nata l’11 novembre del 1992) e all’indirizzo che ha dato, in via V., non ha risposto nessuno. Era anche prevedibile: ci abita un’amica che, dice Ruby, è una escort e se ne sta spesso in giro. All’improvviso, il silenzio dello stanzone si rompe. Una voce si alza nel corridoio. E, alquanto trafelata, appare una funzionaria. Chiudete tutto e mandatela via!, è il suo ordine categorico. Gli agenti sono stupiti. L’altra, la funzionaria, è costretta a ripetere: basta così, la lasciamo andare, fuori c’è chi l’aspetta!
Non è che le cose vanno sempre in questo modo, in una questura. La ragazza non ha i documenti. Per di più, il computer ha sputato la sua sentenza: l’anno prima Ruby si è allontanata – era il maggio del 2009 -da una casa famiglia a Messina, dove vivono i suoi. Anche il motivo per cui è finita in questura non è una bazzecola: è accusata di un furto che vale i due stipendi mensili dei poliziotti.
Le cose sono andate così. Qualche sera prima, una ragazza che ama la discoteca, Caterina P., va in un locale con due amiche. Ballano sino a tardi. Quando lasciano il “privé”, si ritrovano insieme a Ruby R. e tutt’e quattro s’arrangiano a casa di Caterina. La mattina dopo, mentre Ruby dorme come un sasso, o così sembra, le tre amiche vanno a fare colazione al bar sotto casa. Al rientro, Ruby non c’è più, e chi se ne importa. Ma mancano anche tremila euro da un cassetto e qualche gioiello. Caterina maledice se stessa. Non sa da dove sia piovuta quella ragazzina, non sa dove abita, non sa dove cercarla. Il caso l’aiuta. Il 27 maggio il sole è tramontato da un pezzo e Caterina passeggia in corso Buenos Aires, quando intravede Ruby in un centro benessere. Chiama subito il 113 e accusa la ladra. La volante Monforte è la più vicina e la centrale operativa la spedisce sul posto. Ruby viene presa e accompagnata al “Fotosegnalamento”. Con una storia come questa, ancora tutta da chiarire, come si fa a lasciarla andare?
Gli agenti lo chiedono alla funzionaria. La funzionaria scuote il capo. Dice: di sopra (dove sono gli uffici del questore) c’è il macello, Pietro Ostuni (è il capo di gabinetto) ha già chiamato un paio di volte e vedete (il telefono squilla) ancora chiama. E’ la presidenza del Consiglio da Roma. Dicono di lasciare andare subito la ragazza, pare che questa qui sia la nipote di Mubarak, non ci vogliono né fotografie, né relazioni di servizio. Tutti adesso guardano la ragazza. “E chi è Mubarak?”, chiede un agente. Il presidente egiziano, spiega con pazienza la funzionaria. Che intanto risponde all’ennesima telefonata del capo di gabinetto, per poi dire: forza ragazzi, facciamo presto, Ostuni ha detto a Palazzo Chigi che la ragazza è già stata mandata via.
L’ultimo affaire o scandalo che investe Silvio Berlusconi nasce dunque tra il primo piano e il piano terra di via Fatebenefratelli 11, in una notte di fine maggio. Ha come protagonista una minorenne, senza documenti, accusata di furto. E come canovaccio ha una stravaganza: la ragazza viene liberata per l’energica pressione di Palazzo Chigi, che sostiene sia “la nipote di Hosni Mubarak”. Che cosa c’entra la presidenza del Consiglio con una “ladra”? E perché qualcuno a nome del governo mente sulla sua identità? Quali sono stati gli argomenti che hanno convinto la questura di Milano a insabbiare un’identificazione, in ogni caso a fare un passo storto? Le anomalie di quella notte non finiscono, perché ora entra in scena un nuovo personaggio. Attende Ruby all’ingresso della questura.
E’ Nicole Minetti e ha avuto il suo momento di notorietà quando, igienista dentale di Silvio Berlusconi, a 25 anni è stata candidata con successo al Consiglio regionale della Lombardia. Nicole sa del “fermo” di Ruby in tempo reale da un’amica comune. Fa un po’ di telefonate, anche a Roma, e si precipita all’ufficio denunzie. Chiede di vedere la ragazza. Pretende di portarsela via. Dice che Ruby ha dei problemi e lei se ne sta occupando come una sorella maggiore, ma non riesce a superare il primo cortile della questura. Soltanto quando Palazzo Chigi chiamerà il capo di gabinetto, la situazione si farà fluida e il procuratore dei minori di turno, interpellato al telefono, autorizzerà l’affidamento di Ruby a Nicole e – ora sono quasi le tre del mattino del 28 maggio – le due amiche si possono finalmente allontanare.
Che cosa succede dopo lo spiegherà Ruby, ma in un interrogatorio che avviene due mesi più tardi: a luglio, quando l’affaire sminuzzato in questura si materializza. Prima al tribunale dei minori e, subito dopo, alla procura di Milano, dinanzi al pool per i reati sessuali. Una volta in strada Nicole, sostiene Ruby, chiama Silvio Berlusconi: è stato Silvio a dirle di correre in questura; è stato Silvio a raccomandarsi di tenerlo informato e di chiamare appena la cosa si fosse chiarita. Ora che è finita l’emergenza, Nicole spiega, ride alle carinerie del premier e poi passa il telefono direttamente a Ruby. Silvio mi dice così: non sei egiziana, non sei maggiorenne, ma io ti voglio bene lo stesso. Da allora non l’ho più visto, ma in questi mesi ci siamo sentiti ancora per telefono.
Ora bisogna spiegare quali sono i rapporti di Ruby con Silvio Berlusconi e non è facile, perché il loro legame viene ricostruito in un’indagine giudiziaria che deve chiarire (lo ha fatto finora soltanto parzialmente e in modo non esaustivo o definitivo) quando la giovanissima Ruby dice il vero e quando il falso. E’ un’inchiesta (l’ipotesi di reato è favoreggiamento della prostituzione) in cui il premier non è indagato, anche se gli indagati ci sono e sono tre: Lele Mora, Nicole Minetti, Emilio Fede. Anzi, il premier potrebbe diventare addirittura parte lesa, perché prigioniero di un ricatto, vittima di una calunnia o addirittura perseguitato da un’estorsione.
Per evitare gli equivoci molesti disseminati in questi giorni, conviene dire subito che dinanzi ai pubblici ministeri Ruby esclude di aver fatto sesso con il capo del governo. Come confessa di aver mentito a Berlusconi: gli ho detto di avere ventiquattro anni e non diciassette. Nicole sapeva che ero minorenne e poi anche Lele, Lele Mora, lo ha saputo. Ruby però racconta delle sue tre visite ad Arcore, delle feste in villa e delle decine di giovani donne famose o prive di fama – molte escort – che vi partecipano. La minorenne fa entrare negli atti giudiziari un’espressione inedita, il “bunga bunga”. Viene chiamata in questo modo l’abitudine del padrone di casa d’invitare alcune ospiti, le più disponibili, a un dopo-cena erotico. “Silvio (lo chiamo Silvio e non Papi come gli piacerebbe essere chiamato) mi disse che quella formula – “bunga bunga” – l’aveva copiata da Gheddafi: è un rito del suo harem africano”.
Ruby è stata interrogata un paio di volte a luglio, è però in un interrogatorio in agosto che esplicitamente comincia a raccontare meglio i suoi rapporti con Berlusconi, Fede, Mora e Nicole Minetti. Conviene darle la parola. Sostiene Ruby che poco più di un anno fa – era ancora in Sicilia – conosce il direttore del Tg4. Emilio Fede è il presidente e il protagonista della giuria di un concorso di bellezza. Come già è accaduto nell’autunno del 2008 con Noemi Letizia, il giornalista, 79 anni, è amichevole e affettuoso con Ruby. Si dà da fare per il suo futuro, presentandole Lele Mora. Le dice che Lele l’avrebbe potuta aiutare, se avesse avuto voglia di lavorare nel mondo dello spettacolo. Non è che la minorenne rimugini più di tanto quest’idea che estenua e tormenta quante ragazzine senz’arte né parte. E’ un’opportunità, non vuole perderla. Taglia la corda. Arriva a Milano. Cerca subito Lele.
Per cominciare, Mora la indirizza in un disco-bar etnico, ospitato in un sotterraneo sulla via per Linate. Ruby è una cubista. Dice: niente di trascendentale, anzi, la cosa più eccentrica che faccio è la danza del ventre, che ho imparato da mia madre. Dal quel cubo colorato, Milano è ancora più magnifica e scintillante. Manca tanto così alla trasformazione di Ruby R.. Ancora uno o due passi e la sua vita può farsi concretamente fortunatissima, soprattutto se c’è di mezzo il frenetico attivismo di Emilio Fede.
E’ il 14 febbraio, giorno di San Valentino. Ruby ha 17 anni e novantacinque giorni. Arriva a Milano dalla povertà e dalle minestre della comunità. In quel giorno, dedicato agli innamorati, entra ad Arcore, a Villa San Martino: è un bel colpaccio, per chi a tutti gli effetti può essere definita una “scappata di casa”. La minorenne la racconta, più o meno, così: mi chiama Emilio e, dice, ti porto fuori. Non so dove, non mi dice con chi o da chi. Passa a prendermi con un auto blu. Salgo, filiamo via scortati da un gazzella dei carabinieri verso Arcore. Non entriamo dal cancello principale, dove c’erano altri carabinieri, ma da un varco laterale. Vengo presentata a Silvio. E’ molto cortese. Ci sono una ventina di ragazze e – uomini – soltanto loro due, Silvio ed Emilio.
(Ruby fa i nomi delle ospiti. C’è intero il catalogo del mondo femminile di Silvio Berlusconi: conduttrici televisive celebri o meno note, star in ascesa, qualcuna celeberrima, starlet in declino, qualche velina, più di una escort, due ministre, ragazze single e ragazze in apparenza fidanzatissime, e Repubblica non intende dar conto dei nomi).
A Ruby quel mondo da favola resta impresso, anche per un piccolo dettaglio davvero degno di Cenerentola. Cenammo, ricorda, ma non rimasi a dormire. Dopo cena, andai via. Alle due e mezza ero già a casa. Con un abito bianco e nero di Valentino, con cristalli Swarovski, me l’aveva regalato Silvio. La seconda volta, continua il racconto di Ruby, vado ad Arcore il mese successivo. Andai con una limousine sino a Milano due, da Emilio Fede, e da lì, con un’Audi, raggiungemmo Villa San Martino. Silvio mi dice subito che gli sarebbe piaciuto se fossi rimasta lì per la notte. Lele mi aveva anticipato che me lo avrebbe chiesto. Mi aveva anche rassicurato: non ti preoccupare, non avrai avance sessuali, nessuno ti metterà in imbarazzo. E così fu. Cenammo e dopo partecipai per la prima volta al “bunga bunga”. (Questo “gioco”, onomatopeico e al di là del senso del grottesco, viene descritto da Ruby agli esterrefatti pubblici ministeri milanesi con molta vivezza, addirittura con troppa concreta vivezza. Si diffonde nelle modalità del sexy e maschilista cerimoniale che è stato raccontato da Mu’ammar Gheddafi e importato tra le risate ad Arcore. Ruby indica che cosa si faceva e chi lo faceva – un lungo elenco di nomi celebrati e popolari, in televisione o in Parlamento).
Io, continua Ruby, ero la sola vestita. Guardavo mentre servivo da bere (un Sanbitter) a Silvio, l’unico uomo. Dopo, tutte fecero il bagno nella piscina coperta, io indossai pantaloncino e top bianchi che Silvio mi cercò, e mi immersi nella vasca dell’idromassaggio. La terza volta che andai ad Arcore fu per una cena, una cosa molto ma molto più tranquilla. Quando arrivai Silvio mi disse che mi avrebbe presentata come la nipote di Mubarak. A tavola c’erano – sostiene – Daniela Santanché, George Clooney, Elisabetta Canalis.
Dice il vero, Ruby? O mente? E’ il rovello degli investigatori. Che hanno un quadro appena abbozzato sotto gli occhi: giovani donne, che Ruby definisce escort, sono contattate dal trio Lele, Emilio e Nicole per partecipare alle feste di Villa San Martino, dove qualche volta i party si concludono con riti sessuali che sono adeguatamente ricompensati dal capo del governo, con denaro contante o gioielli. Quanto è credibile il racconto di Ruby? Per venirne a capo, l’inchiesta deve innanzitutto dimostrare che la minorenne abbia davvero conosciuto Silvio Berlusconi e sia stata davvero ad Arcore. Ruby offre quel che le appaiono incontrovertibili conferme.
Mostra i gioielli avuti in regalo da Silvio Berlusconi: croci d’oro, collane, orecchini, orologi e orologi con brillanti (Rolex, Bulgari, Dolce&Gabbana, ma anche altri dozzinali con la scritta “Meno male che Silvio c’è” o con lo stemma del Milan), haute couture, un’auto tedesca. Ruby sostiene di aver ricevuto dal capo del governo più di 150mila euro (in contanti e in tre mesi) e soprattutto una promessa: Silvio assicurò che mi avrebbe comprato un centro benessere e mi invitò a dire in giro che ero la nipote di Mubarak. Così avrei potuto giustificare le risorse che non mi avrebbe fatto mancare.
Non c’è dubbio che ci sia un’incongruenza: nonostante la leggendaria generosità di Berlusconi, tanto denaro contante, tanti gioielli e promesse appaiono sproporzionati all’impegno di tre soli incontri. Ma qualche riscontro diretto alle parole di Ruby é stato afferrato. Il suo telefonino cellulare il 14 febbraio è “posizionato” nella “cella satellitare” di Arcore. Un paio di gioielli in suo possesso – è vero anche questo – sono stati acquistati da Silvio Berlusconi. Le indagini hanno accertato anche quanto rasentava l’incredibile: e cioè che le giovani donne ospiti di Villa San Martino, come alcuni degli indagati, usano, nei loro colloqui, l’espressione gergale e arcoriana del “bunga bunga”.
Sono conferme ancora insufficienti? Il capo del governo e gli indagati sono a conoscenza dell’indagine fin da quella prima notte di maggio in questura e la monitorano passo passo. Il premier, descritto molto inquieto, ha affidato a Nicolò Ghedini la controffensiva. Da settimane accade questo. Una segretaria di Palazzo Chigi convoca le giovani ospiti del premier in un importante studio legale di via Visconti di Modrone per affrontare, con Ghedini, la questione delle “serate del presidente”. Le ospiti di Villa San Martino non si sorprendono dell’invito, prendono nota con diligenza dell’ora e dell’indirizzo. Sono indagini difensive che, come è accaduto in altre occasioni – per il caso d’Addario, ad esempio – vorranno dimostrare che Silvio Berlusconi non ha nulla di cui vergognarsi; che quelle serate non hanno nulla di indecente o peccaminoso; che quella ragazza, la Ruby, è soltanto una matta o, forse peggio, una malandrina che sta ricattando il premier, magari delusa nel suo avido sogno di facile ricchezza.
Nonostante la sua contraddittoria provvisorietà, questa storia non ha solo a che fare con l’inchiesta giudiziaria, forse già compromessa da un’accorta fuga di notizie. Sembra più importante osservare ciò che si scorge di politicamente interessante: Berlusconi c’è “ricascato”. E qui incrociamo una questione che non ha nulla a che fare con il giudizio morale (ognuno avrà il suo), ma con la responsabilità politica. Dopo la festa di Casoria e le rivelazioni degli incontri con Noemi Letizia allora minorenne, dopo la scoperta della cerchia di prosseneti che gli riempie palazzi e ville di donne a pagamento, come Patrizia D’Addario, questo nuovo progressivo disvelamento della vita disordinata del premier, e della sua fragilità privata, ripropone la debolezza del Cavaliere. Il tema interpella, oggi come ieri, la credibilità delle istituzioni. Il capo del governo è ritornato a uno stile di vita che rende vulnerabile la sua funzione pubblica. Le sue ossessioni personali possono esporlo a pressioni incontrollabili.
Qualsiasi ragazzina o giovane donna che ha frequentato i suoi palazzi e ville e osservato le sue abitudini può, se scontenta, aggredirlo con ricatti che il capo del governo è ormai palesemente incapace di prevedere. Dove finiscono o dove possono finire le informazioni e magari le registrazioni e le immagini in loro possesso (Ruby racconta che spesso “le ragazze” fotografavano con i telefonini gli interni di Villa San Martino)? Quante sono le ragazze che possono umiliare pubblicamente il capo del nostro governo? È responsabile esporre il presidente del Consiglio italiano in situazioni così vulnerabili e pericolose per la sicurezza dell’istituzione che rappresenta?
Di PIERO COLAPRICO e GIUSEPPE D’AVANZO. Tratto da http://www.repubblica.it/politica/2010/10/28/news/davanzo_ruby-8503315/?ref=HREA-1

Gli italiani e berlusconi

27 ottobre 2010 Lascia un commento

Chiunque creda nei principi della democrazia e, con obiettività ed onestà intellettuale, ripercorra questi ultimi venti anni di vita politica italiana non può non può non provare orrore e stupore di fronte ai successi elettorali di un personaggio come Berlusconi e della sua coalizione, vincente nel 1994, nel 2001 e nel 2008 e che tuttora viene considerato favorito, a leggere i sondaggi più diffusi (ai quali personalmente, detto per inciso, non credo), in caso di nuove elezioni.
In tanti hanno formulato analisi ed ipotesi per identificare e spiegare le ragioni di tale consenso e l’assoluta prevalenza che Berlusconi mantiene, con la Lega, in gran parte del nord e, da solo, in fondamentali regioni del sud.
La trasformazione della stratificazione sociale italiana, il degrado culturale di questo Paese operato dalle tv e dalla demolizione della scuola pubblica, la componente ideologica (l’Italia è un Paese fondamentalmente conservatore e reazionario?) che ammanta (con l’anticomunismo, la rivendicazione dei ‘valori’ tradizionali, la paura e l’esclusione dello straniero e del diverso, l’autoritarismo) la proposta politica della destra, la distorsione della contesa elettorale che viene realizzata dal dominio berlusconiano sulla informazione televisiva, il voto di scambio e l’incidenza delle organizzazioni criminali in particolare in alcune Regioni, l’influenza del Vaticano e delle gerarchie cattoliche che hanno penalizzato non i comportamenti concretamente immorali ed anticristiani ma l’enunciazione dei principi ritenuti in contrasto con la propria dottrina ed i propri interessi materiali, un ceto imprenditoriale italiano che di fronte alle difficoltà e ai momenti di svolta della storia preferisce affidarsi all’uomo della Provvidenza piuttosto che alla modernizzazione liberale e capitalista, il mito berlusconiano e cioè il sogno che il personale successo economico dell’Unto dal Signore potesse trasferirsi a chiunque lo votava, la debolezza e la inadeguatezza della proposta politica del centro sinistra e dei suoi ceti dirigenti che non hanno saputo proporre una visione alternativa a quella dominante e riuscito a rappresentare i ceti penalizzati dal berlusconismo.
Il tutto dando per scontato, e forse così scontato non è, che i risultati elettorali non siano truccati da brogli e rilevando in ogni caso che, stante il sempre maggior numero di persone che, per scelta deliberata o per disinteresse, si rifiuta di votare (astenendosi o introducendo nell’urna scheda bianca o nulla), la vittoria in realtà arride ad una minoranza, numerosa fino a diventare maggioranza relativa, ma pur sempre minoranza.
Cose dette e ridette e che se pure riescono a spiegare adeguatamente gli esiti elettorali del 1994 e del 2001, dove ha ancora senso parlare del sogno berlusconiano, non sono sufficienti a mio avviso per interpretare il quasi pareggio del 2006, dopo cinque disastrosi anni di governo, il ritorno alla vittoria nel 2008 ed il permanere del consenso attuale.
Se anche il voto è una merce e l’elettore ragiona e si comporta come un qualunque consumatore (questa è proprio la tesi esposta da Berlusconi) che può essere conquistato e sedotto dall’inganno pubblicitario ma le cui decisioni dovrebbero essere comunque improntate, secondo la teoria economica classica ma anche secondo buon senso, ad una base di razionalità come è possibile spiegare il persistente favore in termini di maggioranza relativa che mantiene la ditta Bossi e Berlusconi?
Quale consumatore (e così anche l’elettore) tornerebbe a servirsi dallo stesso fornitore nonostante le fregature ricevute?
Perché al centro destra, a differenza dello schieramento di centro sinistra, sembra essere perdonato tutto: la crisi economica, la litigiosità, i casi di corruzione e addirittura di collusione con la criminalità organizzata, i comportamenti immorali privati, un ceto dirigente e di governo impresentabile (basti pensare, solo per fare qualche nome, a Gasparri, Capezzone, Bondi, Santanchè, Calderoli ecc ecc.)?
Lo stesso slogan del governo del fare, una volta squarciato il velo della propaganda mediatica, si rivela alla prova dei fatti niente più che una favola (si legga al riguardo l’analisi di Ilvo Diamanti) che non va mai oltre la politica degli annunci e che trova clamorose smentite nei dati dell’economia reale e nelle risposte alla crisi, nella ricostruzione in Abruzzo e nella gestione dei rifiuti in Campania, nella mancata realizzazione e nel mancato completamento delle opere pubbliche promesse.
Chi continua a pensare che tutto ciò sia esclusivamente il frutto dell’annebbiamento di menti e coscienze operato dall’informazione e dai modelli culturali imposti dalle tv berlusconiane ignora però un elemento fondamentale costituito dalla base sociale del berlusconismo.
Se infatti escludiamo tutto il contorno e andiamo al vero nocciolo della mission della destra berlusconiana e leghista, traducibile nelle parole egoismo e tolleranza della illegalità per determinati ceti, possiamo comprendere quale sia il suo elettorato di riferimento e le ragioni per cui lo ha votato e continua a votarlo.
Egoismo in salsa territoriale ed etnica con la Lega per poter rispondere alla crisi ed alla globalizzazione, egoismo come pretesa di non veder sanzionate lesioni della legalità economica, evasione fiscale e contributiva, violazioni delle norme sui diritti e sulla sicurezza sul lavoro con Berlusconi.
Se per la Lega il raggiungimento degli obiettivi dichiarati va misurato, oltre che in termini propagandistici e di centralità riconosciuta alla questione settentrionale, come trasferimento di spesa pubblica e di potere a favore del nord, per chi vota Berlusconi non conta l’effettiva realizzazione fattuale del suo programma. E’ sufficiente la politica degli annunci e dell’apologia di comportamenti illegali ed antisociali. Screditare i magistrati, proporre piani di edilizia fai da te, stigmatizzare le tasse come furto a danno dei cittadini, togliere strumenti e risorse necessarie per funzionare ai fondamentali settori dello Stato (scuola, sanità, giustizia, forse di sicurezza, polizia tributaria), ipotizzare l’alleggerimento delle norme in materia di sicurezza e di diritti del lavoro anche se raramente si traduce in veri e propri provvedimenti legislativi diventa in qualche modo il via libera a tutti coloro che considerano la legge e le regole della convivenza civile un ingiusto impaccio alle proprie aspirazioni e pretese.
E’ l’Italia che non so quantificare in termini di percentuali elettorali ma che si può definire nelle cifre stimate dell’evasione fiscale (200 miliardi di euro), della corruzione (70 miliardi), del fatturato della criminalità organizzata (120 miliardi) cifre che nella loro dimensione danno l’idea del potere che rappresentano e degli interessi che muovono.
E’ l’Italia del sommerso, del ‘nero’, del doppio lavoro, del familismo e delle cricche, delle raccomandazioni e della corruzione, della rendita parassitaria e dei soldi all’estero, dell’impresa che rifiuta la concorrenza leale fondata sulla qualità del prodotto.
E’ l’Italia che non conosce crisi e che forse può spiegare, con i soldi che riesce a far girare, la relativa sonnolenza sociale, se paragonata alle turbolenze di Grecia e Francia, del nostro Paese pur di fronte ad una crisi economica drammatica.
Il nocciolo della politica berlusconiana non è dunque il fare ma al contrario proprio il non fare, le è sufficiente per raccogliere il consenso creare le condizioni culturali e rendere le strutture pubbliche impotenti per favorire un feroce laissez faire. Ed annunci e provvedimenti concreti rappresentano esattamente ciò che il proprio elettorato si aspetta e cioè il via libera, al di là di leggi e controlli, al proprio selvaggio egoismo, al rifiuto di ogni soluzione collettiva e solidale ai problemi ed il sancire che l’unica legge che è giusto rispettare è quella del più forte.
Agire in violazione delle leggi formali, con la certezza dell’impunità, diventa addirittura più seducente dell’adozione di una legislazione liberista che quantomeno creerebbe delle condizioni di uguaglianza, ponendo chi fa della furbizia la propria filosofia di vita in una posizione di vantaggio rispetto a chi si ostina a rispettare la legge.
Al contrario, è proprio alla sinistra che sarebbe indispensabile perseguire, una volta al potere, una politica del fare nel momento in cui chi la vota non chiede la semplice gestione dell’esistente ma una trasformazione radicale o almeno in senso riformista della società.
Ed ecco che qui vengono i problemi. Le contraddizioni (sviluppo o ambiente? Rsanamento dei conti pubblici o più servizi sociali? Conservazione delle caste politiche o legalità? più mercato o più diritti e garanzie per i lavoratori? lavoro dipendente o impresa? Laicità dello Stato o ossequio alle gerarchie ecclesiastiche? Ripudio della guerra o missioni ‘di pace’ all’estero?) insite nell’ampio schieramento di centro sinistra, la pretesa di voler servire Dio e Mammona, ceti popolari e grande capitale, impediscono di definire una proposta chiara e coerente, in grado di ricompattare il blocco sociale e culturale su cui fonda i propri potenziali consensi, di riportare al voto chi si è astenuto e di attrarre e convincere, con la credibilità e coerenza del proprio programma, chi è dall’altra parte.
Quali possibilità allora per il centro sinistra, al di là del collante antiberlusconiano e se non verrà approvata una legge elettorale proporzionale, di risultare vincente alle prossime elezioni e nel contempo se divenisse maggioranza di garantire stabilità al governo senza riproporre gli insanabili contrasti delle precedenti esperienze dei governi Prodi?
E in che modo le componenti radicali dell’opposizione – Federazione della Sinistra, Sinistra Ecologia e Libertà, Italia dei Valori – qualora risultassero determinanti in una maggioranza parlamentare potrebbero riuscire ad imporre con successo almeno alcuni dei temi e delle proposte su cui fondano la propria visione politica?

Facebook a rischio

27 ottobre 2010 Lascia un commento

L’estensione di Firefox per hackerare Facebook
Con Firesheep sottrarre le credenziali di accesso al social network è un gioco da ragazzi.
Eric Butler è uno sviluppatore preoccupato per la sicurezza: sa bene che in troppi casi le informazioni che inviamo ai siti Internet (a partire da username e password) hanno un livello di protezione insufficiente.
Prendiamo un esempio fin troppo frequente: l’utilizzo di una rete Wi-Fi aperta (magari in un hot spot pubblico), ovvero non crittografata e quindi non protetta.
Chi fa login su Facebook da un computer collegato a una rete senza fili di questo tipo inizia col piede giusto poiché invia le proprie credenziali in maniera sicura, essendo l’invio crittografato; tutto ciò che avviene dopo l’autenticazione, però, non è criptato: per riconoscere l’utente Facebook si basa sul cookie che ha depositato sul computer di questi al momento del login.
Dato che la rete non è protetta, intercettare detto cookie mentre viaggia nell’etere e utilizzarlo per spacciarsi per il legittimo utente non è troppo difficile, se si hanno le conoscenze giuste.
Ora la situazione è anche peggiore: per dimostrare quanto sia concreto il pericolo appena descritto, Butler ha realizzato un’estensione per Firefox – che ha chiamato Firesheep – il cui scopo è automatizzare il processo di “sottrazione”.
In pratica, quindi, se qualcuno in una rete Wi-Fi aperta si connette a Facebook e se all’interno della stessa rete c’è un utente con Firesheep, questi potrà sottrarre senza sforzo le credenziali del primo e utilizzarle con un doppio clic.
Firesheep infatti è in grado di trovare all’interno della rete wireless i cookie che consentono di accedere ai siti insicuri, e presenta al proprio utente un’agevole schermata con tutte le credenziali di accesso scovate.
Butler ha usato Facebook come esempio, anche perché contiene una moltitudine di informazioni personali che nessuno vorrebbe vedersi sottratte, ma Firesheep funziona con una gran quantità di siti, tra cui Amazon, Flickr, Google, Windows Live, Twitter, WordPress, Yahoo e molti altri ancora.
Proteggersi dal furto delle credenziali (e di tutto ciò a cui si può avere accesso grazie a esse) richiede uno sforzo sia da parte degli utenti che da parte dei gestori dei siti.
I primi faranno bene a proteggere quanto prima le proprie reti wireless e a preferire sempre una connessione via SSL (indicata dal prefisso https anziché http nella barra degli indirizzi) magari tramite le apposite estensioni di Firefox; i secondi, ovviamente, dovranno concedere questa possibilità per tutte le loro pagine, come Google, almeno per alcuni servizi, ha deciso di fare.
Firesheep è al momento disponibile per Mac OS X e Windows, mentre la versione per Linux arriverà a breve.
ZEUS News – www.zeusnews.com – 26-10-2010

Il costo della verità

27 ottobre 2010 Lascia un commento

LA VITA DI JULIAN ASSANGE(WIKILEAKS)…BRACCATO DAI SERVIZI…
John f. Burns e Ravi Somaiya per il “New York Times”
Traduzione di Anna Bissanti per “la Repubblica”
Julian Assange si sposta come un uomo braccato. In un rumoroso ristorante etiope del modesto quartiere londinese di Paddington, abbassa la voce in modo che si oda appena un sussurro quando parla, e lo fa per eludere le agenzie d´intelligence occidentali di cui ha paura.
Esige che il suo seguito di fedelissimi utilizzi costosi telefoni cellulari criptati, e cambia il suo con la stessa frequenza con la quale chiunque altro cambia camicia. Si registra negli alberghi con false generalità, si tinge spesso i capelli, dorme su divani ma anche per terra, utilizza solo contanti e nessuna carta di credito.
«Proseguendo con determinazione lungo questo cammino, senza fare compromessi, mi sono ritrovato in una situazione alquanto insolita» ci ha raccontato Assange incontrandoci. Un appuntamento al quale si presenta con il suo entourage di giovani tra i quali un regista incaricato di documentare eventuali spiacevoli sorprese.
Dopo aver pubblicato documenti segreti riguardanti la guerra in Iraq, il fondatore di WikiLeaks considera le prossime settimane tra le più pericolose. Molte cose sono cambiate dal 2006, quando l´australiano mise a frutto la sua esperienza di hacker informatico per creare il sito. Ormai non sono soltanto i governi a denunciarlo: alcuni dei suoi stessi colleghi lo stanno abbandonando perché sembra avere poca consapevolezza che i segreti digitali che rivela possono costare molto cari in termini di vite umane.
Numerosi membri di WikiLeaks affermano che la pubblicazione dei documenti afgani è stata presa dal solo Assange, senza che si procedesse neppure a cancellare i nomi delle fonti dell´intelligence afgana delle truppe della Nato. Durante l´intervista Assange dice che…«quando si arriva al punto di aver voglia ogni tanto di ritrovarsi in cella per potersi leggere in santa pace un libro dalla mattina alla sera, si palesa l´idea che forse la situazione è diventata più stressante che piacevole».
Dietro alle ansie di Assange vi è una profonda incertezza su quello che gli Usa e i loro alleati potrebbero fare. Fonti del Pentagono e del Dipartimento della Giustizia hanno detto che stanno prendendo in considerazione l´idea di valutare il suo operato in virtù delle leggi sullo spionaggio del 1917. Alla fine di settembre, Assange si è trasferito da Stoccolma a Berlino.
Julian Assange Fondatore di Wikileaks
Una delle valigie che aveva consegnato al check-in è scomparsa. Conteneva tre laptop cifrati. Assange sospetta che siano stati intercettati. Dalla Germania si è poi trasferito a Londra. Per Assange ha perso fascino persino l´Islanda, un paese con un´ampia libertà di espressione, ma facilmente influenzabile da Washington.
Assange è sotto tiro anche dall´interno di WikiLeaks, ma lui si ritiene assolutamente indispensabile: «Io sono il cuore e l´anima di questa organizzazione. Ne sono il fondatore, il filosofo, il portavoce, colui che le ha dato la sua impronta originale, l´organizzatore, il finanziatore e tutto il resto». I detrattori lo accusano anche di volersi vendicare degli Stati Uniti. Lui dice che l´America ha una società sempre più militarizzata, che costituisce una minaccia alla democrazia. Oltretutto, afferma, «noi siamo stati attaccati dagli Stati Uniti, quindi siamo costretti ad assumere una posizione nella quale dobbiamo difenderci».
la home page di wikileaks
Anche chi mette in discussione la sua leadership riconosce che l´intricata rete finanziaria ed elettronica usata da WikiLeaks per proteggersi dipende in tutto e per tutto dal suo fondatore. Se Assange è sorretto da questo suo senso di una missione da compiere, tra i suoi seguaci fedeli si sta insinuando il dubbio…
http://wikileaks.org/

Quanto vale un burundese?

26 ottobre 2010 Lascia un commento

Attorno agli ottomila euro, circa un decimo rispetto alla vita di un italiano. Proprio così: la sentenza che ha ridotto il risarcimento ai familiari di un lavoratore morto «perché era albanese» si basa su una tabella ufficiale del ministero. Che ha effetti agghiaccianti
La notizia è di ieri: un giudice del tribunale di Torino ha deciso che per stabilire l’ammontare del risarcimento danni da corrispondere ai familiari di un morto sul lavoro occorre fare riferimento al reale valore del denaro nell’economia del paese ove costoro risiedono.
Nel caso di specie, poiché si trattava di un lavoratore albanese, il giudice ha ritenuto di utilizzare come parametro legale il coefficiente di conversione della parità di potere d’acquisto tra Italia e Albania contenuto nella tabella di cui al Decreto del Ministero del Lavoro del 12 maggio 2003, pari a 0,3983: posto pari a 72.300 euro il risarcimento che spetterebbe a ciascun genitore italiano di una persona morta sul lavoro, e tenuto conto che nella circostanza il giudice ha attribuito al lavoratore deceduto un concorso di colpa del 20%, il risarcimento dovuto ad ognuno dei suoi genitori è venuto fuori dal semplice calcolo che segue:
72.300 X 80% X 0,3983 = 23.038
0ltre, naturalmente, agli interessi legali sull’importo dovuto, che hanno portato il risarcimento definitivo a circa 32.000 euro.
Bene, sono andato a ripescarmi la tabella a cui ha fatto riferimento il giudice nella sentenza, e ho provato a calcolare quanto sarebbe dovuto, utilizzando lo stesso criterio ed ipotizzando per comodità un concorso di colpa del danneggiato analogo a quello in esame, a ciascun genitore di un morto sul lavoro proveniente da altri paesi, per i quali il coefficiente di conversione è ancora più basso di quello relativo all’Albania.
Supponiamo, ad esempio, che si trattasse di un lavoratore dello Sri Lanka, paese per il quale il coefficiente di conversione è pari a 0,2501: in tal caso la somma dovuta a ciascuno dei suoi genitori, fatti salvi gli interessi legali, sarebbe stata pari a:
72.300 X 80% X 0,2501 = 14.466
Un po’ pochino rispetto a un lavoratore italiano, vero? Ma c’è di peggio. Se il lavoratore fosse stato dell’Uganda il coefficiente di conversione da utilizzare sarebbe stato pari a 0,1834, e quindi ancora più basso rispetto a quello del suo collega cingalese, con la conseguenza che se l’incidente mortale sul lavoro fosse capitato a lui a ciascuno dei suoi genitori sarebbe andata la somma di:
72.300 X 80% X 0,1834 = 10.608
Siamo, ne converrete, su un livello molto basso: eppure ci sono casi ancora peggiori. Se si fosse trattato di un lavoratore proveniente dal Burundi il tasso di conversione sarebbe stato appena 0,1342, con la conseguenza che il risarcimento dovuto a ciascuno dei suoi genitori in caso di morte sul lavoro sarebbe stato pari a:
72.300 X 80% X 0,1342 = 7.762
Capito? Secondo il criterio utilizzato a Torino la vita di un essere umano, per il solo fatto che costui proviene da un paese sfigato, può valere meno di ottomila euro, ammesso e non concesso -circostanza non scontata, visti i livelli della mortalità dei paesi in via di sviluppo- che gli sia rimasto almeno un genitore vivo.
Ditemi la verità: non provate anche voi un brivido gelido di terrore?
di Alessandro Capriccioli
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/quanto-vale-un-burundese/2137037

Persecuzione mediatica

26 ottobre 2010 Lascia un commento

Repubblica mette la parola fine sul polverone della casa di Montecarlo che vede coinvolto il Presidente Fini. Dopo più di tre mesi di circo mediatico fomentato principalmente dai giornali di famiglia di Berlusconi, la Magistratura pare che abbia archiviato, non c’è nessuna azione fraudolenta.

“Nessun reato. Nessuna truffa. La querelle sulla casa di Montecarlo finisce davanti alla sentenza dei pm di Roma che parlando di “insussistenza di azioni fraudolente”. La procura ha chiesto l’archiviazione per la compravendita dell’appartamento in rue de Princesse, la cui proprietà ha tenuto banco per mesi ed è stato oggetto di una furibonda campagna stampa del Giornale e Libero contro il presidente della Camera Gianfranco Fini (che con l’ex tesoriere di An Francesco Pontone sono stati iscritti nel registro degli indagati per truffa)
Chiarita, dunque, la storia dell’ appartamento da Alleanza Nazionale nel 1999 e ceduto nel 2008 per 300 mila euro. Poi preso in affitto da Giancarlo Tulliani, cognato di Fini.”
http://www.repubblica.it/politica/2010/10/26/news/archivia_casa-8458185/?ref=HREA-1

Il fanatico

26 ottobre 2010 Lascia un commento

Dei veri mentecatti.
Fanatici buzzurri che non hanno il senso della legge nè della misura, (e forse non l’hanno mai avuto) ma gli è stato lasciato credere di avere tutto il potere nelle mani.
Riportiamo i dialoghi tra un sedicente consigliere comunale del Comune di Corte Franca ed un gruppetto di ragazzi che portavano avanti l’operazione “Pali Puliti” (rimozione degli adesivi abusivi della Lega dai pali) nel Comune di Corte Franca.
Durante l’iniziativa il gruppo viene avvicinato dal Consigliere Comunale spalleggiato da un paio di individui ed inizia la discussione.
Il gruppetto di pulitori aveva con sè una telecamera ed ha potuto registrare il tutto, preso atto della contrarietà del loro interlocutore a vedersi pubblicato con tanto di video online o in TV, i ragazzi riportano parte della “conversazione” in forma verbalizzata, e solo il finale con i Vigili in filmato.
Facile trarre conclusioni: anticipiamo solamente che la Polizia Locale, giunta lì attraverso una segnalazione fatta al 113, ha sostanzialmente dato il benestare, precisando che i ragazzi ‘pulitori’ avevano tutto il diritto di compiere l’azione di pulizia della segnaletica stradale dai numerosi adesivi che la imbrattavano, tra l’altro avendo l’accortezza di non occupare la corsia di marcia, ed operando solo in luogo pubblico.
X é il sedicente Consigliere Comunale,
S, D, E, sono i “pulitori”.
_________________________________

X- Avete ancora tanto da rompere i coglioni in giro? Razza di comunisti di merda…
S- Mi offende così?
X- Avete ancora tanto da rompere i coglioni. Andate nel tuo paese a farlo!
S- Sono nel mio Paese… [rumore di motorini] Sono nel mio Paese!
X, avvicinandosi, a voce alta – Non é vero un cazzo! Che cazzo andate in giro a rompere i coglioni? Eh? Pensate… Perché invece di andare a pulire questo non andate anche a evitare di sporcare i muri con i vari “bender” [graffito molto diffuso a Brescia] e così via? A fare i graffitari e così via? EH? Questo qua… (riferendosi al simbolo con Alberto da Giussano, la scritta Lega Nord, e un piccolo Sole delle alpi verde leghista, adesivo che probabilmente non ha guardato). Perché venite qua a rompere i coglioni politicamente, che non sapete neanche un cazzo di quella roba lì: pensate che sia un simbolo della Lega e non é della Lega
D- Alberto da Giussano é simbolo della Lega Nord.
X- Alberto da Giussano sì!
E- C’è scritto LEGA NORD.
X- Che cazzo te ne frega? A rompere i coglioni voi con i vostri Centri Sociali di figa, invece, va bene!
S- Ma lei sa cosa voto io?
X- Non me ne frega un cazzo! Stai rompendo i coglioni!
S- Al palo?
X- Perché non sei autorizzato a fare questo lavoro! Non sei autorizzato!
E- C’è la legge
X- NON SEI AUTORIZZATO! DAMMI QUA I DOCUMENTI O CHIAMO I CARABINIERI!
S- Li chiami!
X- Li chiamo subito!
…e chiama il 113, il quale a sua volta invia un’auto della Polizia Locale; ed ecco che succede:
clicca quì per guardare il video
Stanno degenerando ovunque questi esagitati ignoranti e violenti, e penso proprio che la gente rimasta sino ad ora passiva inizi ad essere più allarmata che stufa.

Il sangue dei Nimby

24 ottobre 2010 Lascia un commento

Setti nasali, occhi, costole.
L’azione dello Stato può riassumersi in questi obiettivi, gli unici obiettivi veramente raggiunti dall’azione di repressione e dispersione.
Uno Stato può anche avere tutte le ragioni di questo mondo, ma se non si pone il problema dell’avversione collettiva ai suoi provvedimenti si sposta egli stesso verso l’attività di eversione.
E non è una forzatura di un concetto.
Andiamo per gradi:
Eversione: “Insieme di atti violenti volti alla sovversione dell’ordine costituito”
Ordine costituito: “l’insieme delle norme che fondano una società”
Tra le norme più importanti vigenti in Italia, i cardini principali sono la Costituzione (approvata il 22 dicembre del 1947) e la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 Dicembre 1948).
Chi fa eversione dunque commette atti violenti volti alla sovversione dell’insieme di norme che fondano una società.
Di conseguenza:
chi fa eversione commette atti violenti volti alla sovversione della Costituzione e Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.
Per cui l’affermazione di Mantovano, secondo il quale a Terzigno vengono poste in atto azioni con “finalità vicine all’eversione”, è una confessione in piena regola.
Lo Stato sta facendo eversione a Terzigno.
Sta innanzitutto attentando all’incolumità di cittadini, non sta reprimendo le intemperanze di gruppi o bande organizzate, mascherate, attrezzate per la guerriglia.
Ci hanno anche provato ad assimilare le folle di Terzigno ai black blocs di Genova, ma poi quantomeno la diversità di atteggiamento e di abbigliamento gli ha fatto accantonare questo paragone.
Allora hanno provato a lanciare l’idea di manipolazione dei moti da parte della camorra.
Poi però si sono accorti che è improbabile che un camorrista possa pilotare le volontà di migliaia di massaie e gente qualunque fino a convincerli a farsi massacrare per difendere un SUO personale interesse.
Hanno finito le cartucce della denigrazione e del depistaggio, hanno finito gli alibi, i fumogeni da propaganda, e gli rimangono solo i manganelli da imbavagliamento, i lacrimogeni sparati volutamente ad altezza d’occhio, l’infierire sui manifestanti che non possono correre lontano dalla carica delle forze dell’ordine. Non azioni mirate, ma picchiare tutto ciò che respira.
Se poi vogliamo andare al nocciolo del problema, in buona sostanza c’è un luogo che ha già dato in materia di discariche, sversamenti, miasmi, malattie, malformazioni, degenerazioni di flora e fauna, irrespirabilità dell’atmosfera, abbandono ed interruzione dei servizi essenziali.
E quando in questo luogo è stato proposto il bis, gli abitanti di quel luogo hanno chiesto innanzitutto di essere lasciati in pace a risolvere le conseguenze di ciò che hanno già dato, a capire quanti già accusano sintomi di malattie inquietanti e a consultare con angoscia gli esiti di analisi di laboratorio.
Nemmeno il tempo di capire cosa hanno già contratto in termini di allergie, malanni e degenerazioni, che gli si propone ancora un’altra dose di veleno, la seconda, come se fosse un richiamo dell’antitetanica, come una ulteriore dose per essere sicuri che si ammalino.
In fondo chi si ammala non può più stare in giro a protestare.
Deve stare ore al call center del CUP della ASL per farsi fissare un’ecografia tra un anno, per esempio.
E’ evidente che hanno tutte le ragioni per ribellarsi.
Come risolvere il problema?
Semplice: ripartendo i rifiuti da smaltire in tantissime discariche sparse in aree geografiche limitrofe, tante piccole frazioni di quella massa letale da abbassare in concentrazione e da distribuire nelle varie discariche che ancora sono in grado di “accettare conferimenti”, come si dice in gergo tecnico.
L’obiezione in stile NIMBY è però: “la mondezza di Napoli contiene di tutto, anche rifiuti ospedalieri, perfino carichi radioattivi”.
Già.
Come se i rifiuti presenti nelle altre discariche sparse in giro per l’Italia fossero tutti perfettamente a norma.
Propongo di dotare ogni nucleo familiare di un rilevatore Geiger, di quelli per rilevare la radioattività.
E solo dopo essersi fatti un’idea di cosa già c’è nelle varie discariche si potranno esprimere opinioni sulla maggiore tossicità dei rifiuti dell’area vesuviana.
Ogni mondo è paese.
E ogni discarica è Terzigno.
Alzi la mano chi è certo che nelle discariche della propria regione affluiscono solo scarti di potature di gelsomino, fogli accartocciati di poesie, contenitori biodegradabili di pensieri e altra profumata testimonianza del vivere odierno.
Qui non si scherza.
La mondezza è ovunque. Ed è tutta uguale.
Come il sangue di chi si fa spaccare la testa oggi facendoci vedere quale sarà il nostro futuro, quando dovremo farcela spaccare noi non per l’apertura di una discarica sotto casa nostra, ma magari per l’apertura di una centrale nucleare, o di un deposito di scorie, o di un’area estrattiva proprio in quel posticino tanto carino in cui andiamo al mare da quando eravamo piccoli.
Terzigno è il nostro futuro.
Quello che fanno a loro lo faranno a noi.
Per cui la nostra immagine è riflessa dallo schermo della tivù.
Anche quando non è spenta.
di Antonio Di Persia. Tratto da http://www.gliitaliani.it/2010/10/il-sangue-dei-nimby/

Lodo Berlusconi

23 ottobre 2010 Lascia un commento

Ma perché diciamo tutti Lodo Alfano? Chiamiamolo per quello che è: Lodo Silvio B, con nome, cognome e indirizzo.

Un provvedimento necessario, inderogabile. Che serve a salvare il presidente del Consiglio da condanne certe, e non perché i giudici sono comunisti ma semplicemente perché l’andamento di quei processi, l’accumularsi delle prove, le condanne dei correi non lasciano ormai in proposito alcuna plausibile incertezza.
E’ di lui che stiamo parlando, e ha ragione Napolitano a tirarsene. Evitiamo di farne una foglia di fico per coprire la vergogna altrui. Qui stiamo parlando esattamente e solo di una legge salva-B, niente di più né di meno. Stiamo semplicemente dicendo che il cittadino Silvio B, per quanti reati gli si contestino, non può essere processato. E non solo per ciò che ha commesso nell’esercizio delle funzioni, ma anche, anzi specialmente, per i suoi tanti reati comuni. E non per quelli caduti durante il mandato istituzionale ma anche per gli altri, tutti i pregressi, per omnia saecula saeculorum.
E’ un nuovo diritto costituzionale, quello che si fa strada, che cancella norme e prassi consolidate: un diritto (se così possiamo continuare a definirlo) fuori e contro la Costituzione. Il voto popolare, più o meno esteso (non stiamo qui a sottilizzare) cancellerebbe di per sé le responsabilità penali, agirebbe come un potente scudo protettivo. Pazienza se con ciò vanno a carte quarantotto la divisione dei poteri e circa tre secoli di teoria democratica dello Stato. Quello che conta è che chi governa possa farlo in totale tranquillità, magari sino alla fine della legislatura, magari per poi passare armi e bagagli al Quirinale, dove lo scudo a due posti approvato oggi continuerà a proteggerlo dai giudici anche domani.
La serenità nello svolgimento delle funzioni. Ma davvero possiamo pensare che il principio d’eguaglianza, così intimamente connaturato all’idea stessa di democrazia moderna, possa e anzi debba immolarsi sull’altare della serenità dei governanti? Ma cosa sarebbe dovuto succedere, allora, nell’America di Nixon e poi in quella di Clinton all’epoca dell’affare Levinsky?
Il voto di ieri in commissione Affari costituzionali mette fine a molti equivoci. Fini e i suoi si rivelano per quello che sono: un’opposizione di sua maestà a sovranità limitata. Finché si scherza si scherza, ma quando è in gioco il Lodo B si torna ognuno nella propria casella, a difesa del corpo mistico del re. Ci sono in giro, nel Parlamento e nel Paese, troppe anime belle preoccupate della continuità della legislatura e del cosiddetto rispetto della volontà popolare espressa a suo tempo nel voto. Ha fatto bene Pierluigi Bersani a dire chiaro e netto che il Pd non ci sta. E che sul punto farà, se occorrono, le barricate.
Perché l’eguaglianza dei cittadini e il rispetto della Costituzione sono principi non commerciabili, che valgono assai di più di qualunque furbesco tatticismo parlamentare.
Di Guido Melis