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Uffici di scollocamento

17 ottobre 2010 Lascia un commento

Mentre i manifestanti comunisti della Fiom sfilano per Roma fra l’indifferenza politica (a parte quella di Gasparri che scambia qualsiasi corteo per un gay pride, rattristandosi poi quando non è così) e lo stupore dei cittadini che, grazie a Vespa e Vinci, credono che la crisi sia abbondantemente alle nostre spalle, in Parlamento si discute un importantissimo disegno di legge. Pare sia ormai necessario dare il via a dei corsi che, fatti da professoroni universitari, insegnino ai nostri politici e ai nostri giornalisti (quindi sempre nostri politici) ad utilizzare il telefono. Il corso, “si propone di fornire ai candidati gli strumenti indispensabili per affrontare l’analisi e l’utilizzo degli oggetti e dei processi comunicativi nella società contemporanea”. Al termine del corso, il candidato, dovrà essere in grado di: parlare al telefono senza farsi beccare quando delinque. Con un modo molto semplice: non dire al telefono che si sta delinquendo. Secondo punto: il candidato dovrà essere in grado di capire che, quando un telefono è intercettato, non deve chiamare, per avvertirlo, il proprietario di quel telefono proprio su quel telefono intercettato. Su questo pare che ci sia un fondo a parte per fare delle ripetizioni con tutoraggio a Massimo D’Alema. Non si è ancora esaurito, difatti, il ricordo di quando l’astuto Max, per avvertire Consorte che aveva il telefono sottocontrollo, lo chiamò proprio su quel telefono. Ci sarà bisogno d’insegnati bravi. Terzo e ultimo punto: il candidato dovrà abbandonare il vecchio linguaggio “in codice”. Perché se dice “devo recapitare un cavallo e mezzo all’albergo”, gl’inquirenti lo capiscono che non si tratta di veri cavalli. Mica stupidi. Ma, in questo ddl, non solo è previsto questo corso che preparerà i giovanotti parlamentari, tipo Andreotti, all’ utilizzo delle nuove tecnologie (loro, bisogna capirli, ai loro tempi utilizzavano i piccioni viaggiatori).
Difatti, come apprendiamo dal Giornale, grazie alla Brambilla “abbiamo vinto, la mafia non è più un’applicazione dell’Iphone”. Era una battaglia che le stava molto a cuore. Tempo fa, andando a digitare sull’Iphone la parola Italia, il tag riportava anche la parola mafia. Roba brutta. Ma, grazie a Michela Vittoria, ora apparirà la parola “mandolino”. E, prosegue il Giornale, “alla fine ha vinto lei. Alla faccia della mela morsicata (Apple ndr). Lecco batte Cupertino, la Brambilla ha la meglio su Steve Jobs. E l’Italia si ripulisce dal più odioso degli stereotipi. “Oggi siamo riusciti a togliere la parola mafia dalla famosa applicazione per Iphone, è una grande vittoria. Non solo per il turismo, ma per tutto il made in Italy. Era infamante e inaccettabile per tutti noi”. Talmente presa dall’entusiasmo la Brambilla pare che voglia togliere, associate all’Italia, le parole “lavoro”, “istruzione” e “libertà di stampa”. E, invogliata da questi grandi risultati, prende il microfono e afferma, in quel di Cernobbio: “se l’Andalusia ha rilanciato il turismo per i campi da golf, perché non possiamo farlo anche noi?”. A questa dichiarazione i migliaia di manifestanti che si trovavano a Roma (insieme a Gasparri col tanga) hanno potuto tirare un sospiro di sollievo. Altro che lavorare in fabbrica. Da ora in poi, grazie alla Brambilla, li vedremo belli abbronzati mentre si divertono tra una buca e l’altra, con polo, bermuda e cappellino. Tira un sospiro anche Marchionne, rappresentato alla manifestazione come un dittatore che considera gli operai come schiavi. “Marchionne, il dittatore dei lavoratori, la Fiom ti schifa”, gridavano all’uomo col maglione più famoso al mondo. Poveretto. Ma, sia al manager Fiat che al ministro del Turismo bisogna pur capirli. I corsi d’idoneità al loro mestiere non gli hanno ancora cominciati. C’è tempo.
Di Stefano Poma. Pubblicata da: http://www.facebook.com/eversore Tratto da: http://www.facebook.com/notes/leversore-di-andrea-demontis/uffici-di-scollocamento-di-stefano-poma/447768339353

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La classe operaia è viva

17 ottobre 2010 Lascia un commento

Corradino Mineo aveva preannunziato stamane la diretta su Rainew24 della manifestazione della FIOM. La manifestazione non è stata soltanto dei metalmeccanici ma ha trascinato con se tanta parte del mondo del lavoro a cominciare dai professori e dai disoccupati e dell’intellighenzia italiana turbata dal declino e dall’incupimento del nostro Paese, intellighenzia che è stata svillaneggiata, come oggi purtroppo si usa fare, da un esponente del PD, un tale Boccia sconfitto da Niki Vendola in Puglia e da allora con il dente avvelenato per tutto quello che sta alla sua sinistra. Mi sono messo comodo davanti la TV sin dalle due e mezzo e per un paio d’ore non mi è mai capitato di vedere i cortei che attraversavano Roma. C’erano soltanto interviste e venivano inquadrati al massimo due personaggi. Inoltre la trasmissione si spostava ogni dieci minuti su Torino per riferire di non so quale iniziativa pubblicizzata nei giorni scorsi da un sacerdote di non so quale mirabolante contenuto. Il giornalista che intervistava qualcuno dei partecipanti di Torino si sforzava anche di mettere in contrapposizione i “giovani” sereni e pacifici di quella riunione differenti dai convenuti a Roma. Non diceva “violenti” e pronti a menare le mani ma lo lasciava capire. Esasperato e deluso per non aver visto quasi niente per un evidente oscuramento ho acceso il computer e finalmente ho potuto seguire dal sito di “Repubblica” la manifestazione ed ho potuto vedere la grandissima straordinaria umanità che riempiva lo schermo. Mi sono commosso fino alle lacrime. E’ stato come ritrovare me stesso, la mia storia, la storia del movimento operaio italiano e della sua straordinaria civile combattività dopo anni di smarrimento, di sofferenza, di sconfitte. Allora non è vero che la classe operaia è scomparsa! Non è vero che non esisteva più, non aveva più identità, non era più la classe generale di cui parlavano i nostri padri capaci di guidare un movimento non solo di lotte di resistenza ma anche di trasformazione della società in senso socialista…. La classe operaia esiste e rivendica i suoi diritti. Non è ancora ridotta a subire le condizioni imposte dal “padrone”.Ed è questa la ragione per la quale l’obiettivo di Confindustria e dei suoi gregari Cisl ed UIL con l’assenso del PD è l’abolizione del contratto nazionale di lavoro, strumento fondamentale identitario e collettivo che fa dei dipendenti di una azienda un gruppo culturalmente e politicamente vivo ed agente. Certo, i lavoratori e le migliaia di professori, di giovani studenti, disoccupati, ragazzi dei centri sociali criminalizzati dal poliziotto Maroni ma che io amo e rispetto per quello che fanno nei quartieri dai quali si tenta di sfrattarli, non sono più come i loro padri. I loro padri stavano meglio, molto meglio. Un metalmeccanico italiano riusciva a mantenere dignitosamente la famiglia e magari, con molti sacrifici, a laureare un figlio. Ora la sua paga non basta alla sopravvivenza della famiglia. Il metalmeccanico di ieri si concedeva un poco di ferie, qualche gita fuori porta. Ogni tanto qualche fetta di carne buona. Ora non ha i soldi per comprare il giornale e per prendere un caffè al bar se deve comprare la merendina per il suo bambino. La classe operaia di oggi è sotto attacco. Viene brutalizzata da esponenti del governo e del padronato. Brunetta e la Marcegaglia si uniscono nell’insulto e Marchionne vorrebbe in Italia i sindacati guardiaspalle USA che spiano i lavoratori. Sacconi odia la CGIL ed ancora di più la Fiom. Si era lasciato andare, dopo la manifestazione Cisl ed UIL a considerare queste il nuovo primo sindacato italiano. Non aveva visto il fiume di esseri umani della Fiom e cioè della sinistra italiana confluire verso la grande piazza del comizio. Mastica amaro e da domani organizzerà, magari con l’aiuto di Ichino, la sua vendetta alla Camera dei Deputati con il varo del collegato lavoro che vorrebbe distruggere lo Statuto dei Diritti ed inibire ai lavoratori di ricorrere al giudice ed allo stesso giudice di intervenire anche in presenza di enormi violazioni del diritto. Dalla classe operaia di oggi (che per me comprende tutti anche i professori e gli ingegneri e gli scienziati che si vorrebbe umiliare nelle Università italiane) è venuta una reazione al processo di disgregazione dei diritti, all’impoverimento forzato di generazioni di precari della malvagia legge Biagi. L’Italia rifiuta di ridursi come la Tunisia, come la Serbia, come la Romania. Vuole raggiungere la Germania, lasciare il fanalino di coda dei salari OCSE. Mi hanno commosso e coinvolto emotivamente gli interventi sulla scuola, sull’acqua, sulla pace della figlia di Gino Strada, l’intervento di Paolo Flores D’Arcais che ha capito il legame che c’è tra fascismo nelle fabbriche, fascismo nella società e berlusconismo, l’intervento di Maurizio Landini che lo ha oggi laureato dirigente di spessore nazionale, un dirigente capace, prudente, deciso ed appassionato. Come si diceva una volta, “un compagno quadrato”. Contrariamente a quanto ha velenosamente chiosato Sacconi la manifestazione di oggi non è uscita dagli anni settanta. Viene dal futuro! Un futuro in cui il lavoro in tutto l’Occidente è sottratto al processo di sfruttamento ed alla crescente sperequazione con le rendite e le retribuzioni dei dirigenti tutte nell’ordine di milioni di euro a fronte della media di quindicimila euro della maggior parte delle famiglie italiane. Ma la manifestazione ha bisogno di avere una CGIL che ritrovi se stessa e che non sia quella di Epifani che rinvia a dicembre uno sciopero indispensabile subito e un grande partito socialista che costituisca il suo referente in Parlamento. Il PD non è il referente della classe lavoratrice anche se gran parte di questa lo vota. Ha la testa altrove, vorrebbe conquistare il blocco sociale moderato e fascisteggiante di Berlusconi. Non escludo che cercherà un compromesso sul collegato lavoro e che tornerà ad insistere sulla FIOM perché accetti le condizioni del nuovo padrone delle ferriere. Nelle prossime settimane comprenderemo se sarà possibile tradurre in risultati politici e sociali la grandissima giornata che ci ha regalato la generosa classe lavoratrice italiana. La classe operaia è viva, più viva che mai ed ha bisogno di un suo partito che ne rappresenti gli interessi in Parlamento. Il grande lascito del Socialismo del Novecento non è morto!
Di Pietro Ancona

Il precario e il prestito

17 ottobre 2010 Lascia un commento

Io voglio un prestito da 5.000 euro. Loro vogliono la mamma. Ma non la loro, la mia. Senza la sua firma, nessuna finanziaria, delle sei che ho visitato (tranne una: «bisogna vedere») mi concederà l’agognato prestito. «E se proprio non vuoi far firmare un genitore, avrai pure un fratello, un nonno, uno zio, una fidanzata, una finta fidanzata (?) che può garantire per te». Avrei un amico. «No, meglio di no. Se le cose vanno male, chi ti aiuta è la famiglia», mi dice un azzimato consulente finanziario che subito mi dà del “lei” per poi passare al paterno “tu” quando intuisce che non sono un caso facile.
Finirà col tranquillizzarmi su tutto, non prima di aver cercato di indirizzare ogni mia scelta: dalla persona che mi farà da garante alla durata del prestito: esco, dopo una chiacchierata di un quarto d’ora, fingendomi seriamente interessato a quelle rate di 48 mesi a 144,50 euro l’una, «senza spese aggiuntive». Mi sembra una cifra alta, ma non ho una calcolatrice a portata di mano: appena esco dall’ufficio, faccio due conti e viene fuori che per avere 5.000 euro, nel giro di tre giorni dal momento della firma, dovrò, nei prossimi quattro anni, renderne 6.936.
Alla fine è solo la seconda società che elargisce prestiti in cui metto piede. Decido di passare oltre. La prima a cui ho bussato si chiama Pitagora: suono e mi sento spiato dalla piccola telecamera del videocitofono. Dopo una rampa di scale entro in un ufficio pieno di scatoloni, una macchina del caffè e una pila di depliant della finanziaria in cui campeggia la foto del comico Pino Insegno. È seduto su una sedia da regista, e dice: «Il tuo problema è come ottenere un prestito?» La risposta è “sì”. Apro l’opuscolo, e ora Pino Insegno è sdraiato sopra la scritta «Mettiti comodo, a ridarti il sorriso ci pensiamo noi». Mi chiedono se ho un appuntamento: a dire il vero me lo chiederanno tutti, senza un apparente motivo, perché mi fanno subito sedere.
Il promotore che si prende cura di me ha buone intenzioni, ma si irrigidisce non appena pronuncio due parole che – scoprirò – non bisogna mai pronunciare quando si è a caccia di prestiti: «lavoro con un contratto a progetto». «Guardi – mi dice senza troppi giri di parole – se avesse un contratto da apprendista o a tempo determinato non ci sarebbero problemi, 5.000 euro non è una cifra proibitiva, ma così c’è poco da fare». Gli chiedo qual è la condizione migliore per un precario: con grande gentilezza mi spiega che il contratto a tempo con un minimo d’anzianità lavorativa è un buon viatico. L’alternativa è la firma di un «parente che possa garantire» per me. E questa storia del garante, più che un semplice ritornello diventerà un tormentone.
Mi mostro talmente sfiduciato che non si prende nemmeno la briga di buttare giù un preventivo. Mi indica l’uscita, e con una faccia di circostanza mi augura «in bocca al lupo, in questo periodo ce n’è bisogno».
Attraverso la strada ed entro al civico 21, lì c’è l’ufficio di Centroprestiti: un ingresso che sembra la sala d’aspetto di un medico pieno di riviste su orologi (vai a sapere perché) e foto alle pareti della città d’un tempo. «Ha un appuntamento?» No. «Entri pure». Il consulente mi fa accomodare in un bell’ufficio con poltrone in pelle: avrà 45 anni e una parlantina svelta. Gli dico che guadagno 1.200 euro al mese e ho ancora un anno di contratto: si può fare, ma all’idea di usare come garante un fratello che ha un’attività in proprio, scuote la testa. È lui quello della «finta fidanzata». Mi spiega che chi lavora in proprio ha già i suoi casini e spesso è già esposto. Vuole un pensionato, «un settantenne però, mica un centenario». Dopo il preventivo quadriennale da quasi 7.000 euro (per averne subito 5.000) mi congeda con una stretta di mano decisa. Sembra convinto di avermi convinto.
La terza tappa è da Agos: mi apre una bella ragazza che vuol sapere nome cognome e data di nascita. Non mi chiede per cosa mi servono i soldi (non l’ha fatto nessuno), ma vuol sapere quanto guadagno, che tipo di contratto ho. Anche qui senza firma del garante non posso far nulla. E anche qui ci sono volti famosi sul depliant, si tratta dei Flinstones, i fumetti cavernicoli di Hanna&Barbera. La ragazza che mi fa sedere parte con una serie di ipotesi chiamate “Duttilio”, “Revolving” e mi domando perchè non vada al sodo. Chiedo un preventivo, che a seconda del piano scelto può avere 100 euro in più di spese generiche. Le rate sono di 145 euro per 48 mesi. In linea con quelle di Centroprestiti. Mi dice anche che se il garante è iscritto a un sindacato o a una tale azienda c’è un piccolo sconto sulla rata.
Il tempo di attraversare la piazza e mi imbatto in Ducato: io ho solo 31 anni, ma per la prima volta in vita mia mi viene da dire «questo potrebbe essere mio figlio» quando un ragazzotto con i vestiti troppo larghi mi apre la porta. Penso che sia il figlio del proprietario messo lì a fare da portinaio, e invece è lui ad analizzare la mia situazione. La sparo grossa: «Ho il contratto che mi scade tra un anno. Mi servono 9.000 euro». Sarà l’età, l’inesperienza, ma mi dice subito no. Nemmeno scendere a 5.000 lo fa smuovere. «Capirà che dovremmo farle rate di 12 mesi da 800 euro l’una. Non converrebbe a noi né a lei». Lo trovo arrendevole dopo aver battagliato con quel marpione di Centroprestiti.
Quando arrivo da Figenpa stanno asfaltando il marciapiede. Mi sto intossicando e suono, nonostante sia in anticipo. Negli uffici c’è un bel via vai, ma si comincia alle 15 e mancano 10 minuti. Mi apre lo stesso un tipo simpatico che vuole sapere dove lavoro e quanti siamo: gli dico che ho un contratto a tempo determinato in un’agenzia marittima di dodici persone. Mi fa sedere, mi ascolta, chiama al telefono una collega per confermare la sua idea che senza garante non si può far nulla. Gli chiedo un’alternativa, che non c’è. Poi, preso da pietà umana, mi svela un “segreto”: «Roba che ascolto dai clienti». Devo cercarmi una piccola agenzia, una finanziaria che si appoggia a un’altra finanziaria. «A volte accettano anche situazioni disperate, ma la rata è più alta. Non mi chieda dove sono, anche se lo sapessi non lo direi».
La speranza, infine, si accende da Sa.ro: «Dovremmo fare una valutazione dei meriti creditizi, se ad esempio ha molte uscite o un parente a carico, con un contratto a 1.200 euro la vedo dura. Ma se come mi dice non ha uscite particolari, forse si può fare. Servono un paio di giorni per le verifiche, ma potrebbe anche ottenere i soldi senza una seconda firma». Le percentuali? 50 e 50. Ringrazio, esco e mi imbatto in una pubblicità di Centroprestiti, dove c’è la foto di un tizio che esulta: o almeno così mi pare. Avrà trovato una finta fidanzata.
Ok, ho finto di essere un precario sedotto dalle finanziarie che promettono prestiti facili con pubblicità più o meno ammiccanti. Ma la prime domande che mi sono fatto sono state altre: non sarebbe meglio chiedere il prestito direttamente in banca? Quell’anonimato che crediamo di ottenere nei centri prestiti è un anonimato vero? E in banca come funziona?
A questo risponde un dipendendente di banca Carige, che mi spiega come funzionano le cosa da loro. «Ci possono essere differenze più o meno marcate, ma poi credo si decida tutti sulla base degli stessi parametri». «Il primo passo è aprire un conto. Se qualcuno si presenta è la prima cosa che gli chiediamo. Oltre a quello l’azienda si affida a noi dipendenti per fare un primo screening immediato basato sull’aspetto della persona, su quello che ci dice e su come lo dice». Una volta era il direttore della filiale o il capo area a decidere il destino di un prestito. «Si basava sulla propria esperienza per giudicare il meglio possibile il da farsi, caso per caso. Oggi è diverso». Carige ad esempio si appoggia su una propria finanziaria, Creditis, a cui vengono passate via terminale le pratiche avviate nelle filiali.
La chiacchierata preliminare allo sportello serve come primo filtro. Il ciente si accomoda e comincia a spiegare quanto gli serve e – se la cifra sale – per cosa. Un “dettaglio” di cui nessuno pare essere curioso nelle finanziarie in cui sono entrato. Poi che succede? «Si valutano gli aspetti personali e finanziari, e si fa un primo preventivo, tanto per dare un’idea all’interlocutore di quel che sarà. Ma la pratica, quella vera, non arriva a Genova fino a che l’interessato non ci porta un documento valido, il codice fiscale e la busta paga o il modello Unico (il 740)». Se il cliente è sprovvisto di anche solo uno dei documenti non se ne fa nulla. La banca ha bisogno di certezze. Dal momento in cui acquisisice i dati, può impiegare un massimo di tre giorni (ma di solito ne bastano due) per dire sì o no e accendere il prestito. «I tempi sono cambiati, sarà un metodo magari più freddo della chiacchierata col direttore, ma l’invio telematico dei dati e il controllo sono strumenti decisamente più affidabili».
L’idea che comprare un qualsiasi oggetto tangibile, una moto, un’automobile facilitasse le cose rispetto al denaro per una vacanza si rivela in parte sbagliata. «Certo, la banca può applicare un tasso più basso a fronte di certi acquisti, ma parliamo di cfire minime. La gente pensa che male che vada la banca si riprende l’auto o la moto, e così si rifà del prestito non restituito. Non sta proprio così: che se ne fa di una motocicletta? La banca preferisce sempre che la persona restituisca il denaro pattuito. Tutte le altre alternative sono un modo per non perderci, ma restano una “rottura di scatole” di cui si farebbe volentieri a meno». Se tutto va come deve andare, e il cliente si dimostra affidabile bastano 48 ore e i soldi compaiono sul conto. Poi, via con le rate, spesso – anche se meno pubblicizzate – più basse di quelle delle finanziarie.
tratto da un articolo di Roberto Scarcella

Il televisore nuovo

17 ottobre 2010 Lascia un commento

Con le mini-rate la differenza è spesso di pochi euro. Verrebbe da dire spic­cioli. Ma lo sapevate — e magari lo state fa­cendo — che per finanziare l’acquisto di un televisore nuovo si paga anche il 15,6% di in­teresse con Neos Banca? Verrebbe da dire ec­cessivo. Facciamo un passo indietro: banche e società di prestito al consumo devono gua­dagnare. È il loro lavoro. Non ci piove.
Ma il dubbio rimane lecito e in alcuni casi senza ri­sposta: come si passa dal tasso di finanzia­mento base della Banca centrale europea pari all’1%, un indicatore di quanto costi il denaro alle banche, a interessi a due cifre incassati per delle tv dagli istituti ma anche, più sem­plicemente, ai mutui sulla prima casa che su­perano il 6%? Quella dei tassi d’interesse atti­vi, cioè pagati dalle famiglie italiane per i ser­vizi, è da sempre la giungla per eccellenza.
Fi­no a pochi anni fa si dovevano consumare suola delle scarpe e giornate preziose per ca­pire quale fosse l’offerta migliore. Ora alme­no c’è Internet. E, certo, l’introduzione del Ta­eg, il tasso effettivo annuo che ’svela’ anche i costi nascosti, ha aiutato a non cadere nei tra­nelli del Tan, il tasso nominale.
Basta far scor­rere il dito sulle rilevazioni trimestrali dell’As­sofin, l’associazione delle finanziarie per il prestito al consumo, per rendersene conto.
Qualche esempio? Il Tan della Deutsche Bank Prestitempo per un prestito di 5 mila euro fi­nalizzato all’acquisto della moto nel primo tri­mestre dell’anno è del 7,83%. Il Taeg sale al 10,27%. Il 2,5% circa di differenza. Non poco.
Ma anche passando alle banche italiane la sto­ria non cambia: il Tan dell’Unicredit Family Financing Bank per un prestito di 700 euro per acquistare elettronica di consumo è il 9,44%. Il Taeg addirittura di 5 punti percen­tuali in più (il 14,56%) anche a causa delle spese del Rid.
Inutile quindi sottolineare che la prima co­sa da fare è sempre pretendere con chiarezza il Taeg.
La legge obbliga le banche a comuni­carlo. Ma non sempre è in primo piano. Per l’acquisto dell’auto nuova i tassi tendono a scendere per effetto del maggior importo del finanziamento e della scadenza del rimborso più lunga. Per una spesa di 12 mila euro da rimborsare in 48 mesi vale la pena «consuma­re » un po’ di suola scarpinando sul web: le offerte possono variare anche di molto. Si va dal 7,92 di Taeg di B@nca 24-7 al 10,07 di Bmw Financial Services Italia. La differenza di rata è di quasi 12 euro. Non da farsi venire il mal di testa. Ma bisogna considerare che per definizione il prestito al consumo si som­ma ad altri prestiti come il mutuo.
Insomma, anche considerando le spese del­le strutture, i costi da sostenere, i rischi per le finanziarie di inciampare nell’insolvenza del­le famiglie (un’auto si può pignorare, ma con un frigorifero o una protesi dentaria è un’al­tra cosa…) resta il dubbio che la forbice tra i tassi potrebbe essere tagliata.
Per i mutui il ragionamento è simile. Proprio ieri l’Euribor a tre mesi su cui vengono indicizzati i mutui per l’acquisto delle case ha toccato il nuovo minimo storico: l’1,237%. Il Taeg rilevato da Bankitalia è del 5,56% considerando fissi e va­riabili (che in questo momento sono molto bassi). Anche qui Internet.
Basta mettere i pa­rametri su http://www.mutuionline.it per ottenere un confronto di offerte immediate. Per un prestito quindicinale di 125 mila euro, prima casa, immobile del valore di 200 mila (un pu­ro esempio), si passa dal Taeg fisso di Che­Banca! (5,3%) al 6,12% di Unicredit Family.
D’altra parte, anche se su un piano diverso, l’ex ministro pd Pierluigi Bersani con le sue famose «lenzuolate» sulle liberalizzazioni ave­va tentato di riequilibrare tassi attivi e passivi delle banche per superare quella che in econo­mia si chiama vischiosità dei prezzi e che al­tro non è che la ritrosia di banche e aziende ad adeguare il costo dei servizi per le famiglie quando scendono i loro costi, come succede per i benzinai con il petrolio.
A quel tempo lo scontro si era consumato con l’Abi, l’associa­zione delle banche. E alla fine del percorso le­gislativo era rimasta ben poca cosa dello spiri­to di quel riequilibrio. «I tassi d’interesse so­no troppo alti — è tranchant come sempre Elio Lannutti, dell’Adusbef, che da ex banca­rio ora guida la battaglia dei consumatori con­tro le banche —. I banchieri sono tartarughe, non adeguano i tassi. E non è vero che quelli italiani sono i meno cari d’Europa.
I margini per una riduzione ci sono. Consigli? Per i mu­tui sulla la prima casa continuiamo a dire che bisogna scegliere un tasso fisso per evitare che succeda quello che è già accaduto negli ultimi anni quando le famiglie hanno firmato mutui a tasso variabile e la rata è poi esplosa mettendole in difficoltà. Certo: a fronte del­l’ 1% della Bce ci sono tassi vicini al 6% come quelli di Banca Sella. Noi non vogliamo lan­ciare accuse infondate però le banche, se vo­gliono ricostruire un rapporto di fiducia con i clienti che si è andato deteriorando, devono fare di più. La fiducia va sudata».
di Massimo Sideri dal Corriere della Sera

Il processo davanti al Giudice di Pace

17 ottobre 2010 Lascia un commento

Il processo dinanzi al Giudice di Pace è retto da regole ispirate ad un criterio di semplificazione e di speditezza.
Il giudice di pace è competente per le cause relative a beni mobili di valore non superiore a 5.000 euro, sempre che la legge non le attribuisca alla competenza di altro giudice. E’ competente per le cause di risarcimento del danno prodotto dalla circolazione di veicoli e di natanti purchè il valore della controversia non superi i 20.000 euro.
È competente qualunque ne sia il valore:
1) per le cause relative ad apposizione di termini ed osservanza delle distanze stabilite dalla legge, dai regolamenti o dagli usi riguardo al piantamento degli alberi e delle siepi;
2) per le cause relative alla misura ed alle modalità d’uso dei servizi di condominio di case;
3) per le cause relative a rapporti tra proprietari o detentori di immobili adibiti a civile abitazione in materia di immissioni di fumo o di calore, esalazioni, rumori, scuotimenti e simili propagazioni che superino la normale tollerabilità;
3-bis) per le cause relative agli interessi o accessori da ritardato pagamento di prestazioni previdenziali o assistenziali.
La domanda si propone con citazione a udienza fissa, ma può essere anche proposta verbalmente al giudice che ne fa redigere processo verbale. In questo caso però, il verbale dovrà essere notificato a cura dell’attore con pedissequo invito a comparire a udienza fissa; questa particolare modalità è stata introdotta in linea con la concezione del giudice di pace quale giudice di prossimità, potenzialmente accessibile da tutti senza la necessità della difesa tecnica, sia pur nel rispetto delle condizioni delle quali si dirà fra poco.
La citazione ha un contenuto più succinto, perchè non è richiesta l’esposizione dei motivi di diritto e l’indicazione delle prove, ma soltanto l’esposizione dei fatti e l’indicazione dell’oggetto della lite, oltre all’indicazione del giudice e delle parti. I termini a comparire che debbono intercorrere fra la notificazione della citazione e il giorno di comparizione sono la metà di quelli stabiliti per il procedimento davanti al Tribunale (45 gg). Se nel giorno indicato per la comparizione il giudice non tiene udienza, la comparizione è rimandata all’udienza immediatamente successiva.
Le parti possono farsi rappresentare da persona munita di mandato scritto in calce alla citazione o in un atto separato. Il mandato a rappresentare davanti al giudice di pace comprende sempre il potere di transigere e conciliare. Naturalmente le parti possono stare in giudizio di persona quando la causa non supera i 516,46 euro. Entro questo limite le parti possono farsi rappresentare da una persona il quale può anche non essere un avvocato legalmente esercente. Oltre questo limite è necessaria la difesa tecnica.
La costituzione avviene mediante deposito in cancelleria della citazione o del verbale che la sostituisce e della (eventuale) procura. Ma può essere fatta anche con la presentazione al giudice in udienza dei richiamati documenti.
Le parti debbono dichiarare la residenza o eleggere domicilio nel comune in cui ha sede l’ufficio del giudice. La trattazione della causa ha luogo nella prima udienza e può proseguire in una seconda udienza ma non oltre. Il giudice deve procedere all’interrogatorio libero delle parti, tendendo in primo luogo a raggiungere la conciliazione. Se le parti aderiscono, si redige processo verbale di conciliazione che ha l’efficacia di titolo esecutivo.
Se non ha luogo la conciliazione, il procedimento prosegue e le parti debbono precisare il proprio assunto in fatto, le domande, le difese e le eccezioni. Possono richiedere prove e produrre documenti senza il regime preclusivo esistente per il processo davanti al Tribunale; quando ritiene la causa matura per la decisione, il giudice invita le parti a precisare le conclusioni, quindi la causa viene discussa e ritenuta per la decisione. La sentenza (dovrebbe) essere depositata in cancelleria entro i 15 giorni successivi.
Nelle cause il cui valore non eccede 1.100 euro, il giudice decide secondo equità, osservando tuttavia i principi informatori della materia; restano escluse le cause derivanti da rapporti giuiridici relativi a contratti conclusi mediante moduli o formulari, e le cause di opposizione all’irrogazione di sanzioni amministrative.
E’ importante notare che il giudice di pace può essere adito anche in sede non contenziosa, affinchè tenti la semplice conciliazione; l’istanza per la conciliazione si può proporre con ricorso secondo questo modello o anche verbalmente.
Il giudice fa invitare le parti a comparire davanti a sè per un giorno ed un’ora determinati e tenta la conciliazione.
In questo caso se si raggiunge la conciliazione, il relativo verbale ha il valore di titolo esecutivo se la controversia rientra nella competenza del giudice di pace, altrimenti ha il valore di scrittura privata riconosciuta in giudizio.
Avv. Giovanni Orlando – studiolegaleorlando.net

La prescrizione

17 ottobre 2010 Lascia un commento

Termini di prescrizione del credito:
La perdita del diritto alla riscossione del credito si determina nel caso in cui il proprio diritto non venga esercitato per un delimitato periodo.
I tempi di prescrizione vengono definiti a seconda della tipologia del credito ed in generale salvi i casi in cui la legge dispone diversamente, il credito si prescrive in 10 anni (art. 2946 c.c)
Il decorso della prescrizione del credito può essere interrotto con la notifica al debitore di un atto con cui il creditore manifesti in maniera esplicita la propria intenzione di interrompere il decorso della prescrizione oltrechè costituire in mora il debitore.
Dalla data di ricezione di tale atto il termine di prescrizione ricomincerà a decorrere
TERMINI BREVI DI PRESCRIZIONE
Per alcuni diritti sono previsti termini di prescrizione significativamente più brevi rispetto all’ordinaria prescrizione decennale.
Si prescrivono in cinque anni:
– il diritto al risarcimento del danno derivante da fatto illecito
– le annualità delle rendite perpetue o vitalizie;
– il capitale nominale dei titoli di Stato;
– le annualità delle pensioni alimentari;
– le pigioni delle case, i fitti dei beni rustici e ogni altro corrispettivo di locazioni;
– gli interessi e, in generale, tutto ciò che deve pagarsi periodicamente ad anno o in termini
più brevi;
– le indennità spettanti per la cessazione del rapporto di lavoro;
– i diritti che derivano dai rapporti sociali, se la società è iscritta nel registro delle
imprese;
– l’azione di responsabilità che spetta ai creditori sociali verso gli amministratori.
Si prescrivono in tre anni:
– il diritto dei prestatori di lavoro, per le retribuzioni corrisposte a periodi superiori al
mese;
– il diritto dei professionisti, per il compenso dell’opera prestata e per il rimborso delle spese
correlative;
– il diritto dei notai, per gli atti del loro ministero;
– il diritto degli insegnanti, per la retribuzione delle lezioni impartite a tempo più lungo di un
mese.
Si prescrive in un anno:
– il diritto del mediatore al pagamento della provvigione;
– i diritti derivanti dal contratto di spedizione e dal contratto di trasporto. Se tuttavia il
trasporto ha inizio o termine fuori d’Europa, la prescrizione è di diciotto mesi.
– i diritti verso gli esercenti pubblici servizi di linea;
– il diritto al pagamento delle rate di premi assicurativi. Tutti gli altri diritti derivanti dal
contratto di assicurazione o di riassicurazione si prescrivono in due anni;
– il diritto degli insegnanti, per la retribuzione delle lezioni che impartiscono a mesi o a
giorni o a ore;
– il diritto dei prestatori di lavoro, per le retribuzioni corrisposte a periodi non superiori al
mese;
– il diritto di coloro che tengono convitto o casa di educazione e di istruzione, per il prezzo
della pensione e dell’istruzione;
– il diritto degli ufficiali giudiziari, per il compenso degli atti compiuti nella loro qualità;
– il diritto dei commercianti, per il prezzo delle merci vendute a chi non ne fa commercio;
– il diritto dei farmacisti, per il prezzo dei medicinali.
Si prescrive in sei mesi
– il diritto degli albergatori e degli osti per l’alloggio e il vitto che somministrano:
– il diritto di tutti coloro che danno alloggio con o senza pensione.

Bufale

17 ottobre 2010 Lascia un commento

Nemmeno otto giorni dopo il presunto fallito attentato a Maurizio Belpietro, il raddoppio della scorta è stato ritirato. E Alessandro M., l’agente che aveva esploso tre colpi nelle scale raccontando di essere scampato per miracolo alla morte che un fantomatico attentatore voleva infliggergli, dopo anni di onorata carriera alle dipendenze del direttore di Libero è stato sostituito. Del resto, i suoi stessi colleghi non sembravano avere mai creduto alla reale dinamica della vicenda, con buona pace dei commentatori in rete che aprivano ufficialmente la caccia ai complottisti.
Insomma, un epilogo molto diverso dalla promozione che l’agente si era guadagnato quindici anni prima, in seguito ad un episodio del tutto analogo al quale il giudice D’Ambrosio, beneficiario della scorta, tuttora dichiara di non avere mai creduto.
Intanto, però, Belpietro ha avuto modo di martirizzarsi in diretta tv davanti a milioni di italiani, ergendosi ad anti-Saviano, mentre questi timidi trafiletti che si avvicendano sulle ultime pagine dei quotidiani vengono letti da una sparuta minoranza di cavillosi cittadini ossessionati dal pelo nell’uovo.
Dopo il titolo a caratteri cubitali “SCUSATE SE SONO VIVO“, a quando un’edizione di Libero interamente dedicata agli sviluppi della vicenda?
Fonte: http://www.byoblu.com/post/2010/10/13/Ridotta-la-scorta-a-Belpietro-sostituito-lagente.aspx

La lega e la truffa

17 ottobre 2010 Lascia un commento

La procura di Vicenza ha indagato per il reato di truffa l’assessore regionale al Turismo Marino Finozzi (Lega Nord). Un’accusa che il politica condivide con altri due imprenditori. La notizia viene pubblicata oggi dal Corriere del Veneto. L’inchiesta coordinata dalla procura di Vicenza nasce da un esposto presentato da un fotografo. Finozzi e i suoi soci non avrebbero saldato un debito contratto nell’ambito dell’attività imprenditoriale. Quando, però, i giudici hanno deciso il pignoramento, la società era sparita.
Marino Finozzi, a capo di un’impresa produttrice di sedie, fallita nel 2009, dal 2005 si era impegnato nella Venice Tecnologies srl, società attiva nel settore dei mobili. Un fotografo era stato incaricato dall’allora capo del consiglio d’amministrazione di preparare un catalogo con immagini dei prodotti.
Dopo due anni di lavoro il fotografo si era presentato in ditta per riscuotere il compenso superiore a 10mila euro. I soldi per pagarlo, però, non c’erano più. In quello stesso periodo l’ad aveva ceduto la carica a Finozzi. Come rappresentante legale della società. L’assessore, si apprende dal quotidiano veneto, aveva sottoscritto un piano di rientro del debito, che però non era stato onorato. A quel punto il fotografo si era rivolto all’ avvocato. Finozzi e i due soci con cui era stata avviata l’attività, si erano giustificati adducendo come causa del mancato pagamento, il contraccolpo della crisi che aveva investito il settore mobiliero nel 2008. L’avvocato di era riuscito a ottenere un decreto ingiuntivo per pignorare i beni della società, ma secondo l’accusa, quando il provvedimento è diventato esecutivo, la sede della Venice Tecnologies era desolatamente vuota.
Secondo il fotografo questa “sparizione” sarebbe una vera e propria truffa. A seguito dell’esposto, la magistratura ha avviato le indagini coordinate dal pm Claudia Dal Martello. La procura vuole stabilire se la cessazione dell’attività sia stata una manovra strategica per aggirare il creditore, o se, invece, i tempi necessari per l’ottenimento del pignoramento dei beni aziendali e la conclusione delle attività della società siano solo una coincidenza temporale, favorita dalla crisi generale che ha messo molte imprese in ginocchio. In questo secondo caso, la questione diventerebbe risarcitoria, con l’archiviazione delle accuse.
L’assessore sarà sentito a breve. Il suo avvocato ha dichiarato: “Sono molto fiducioso, non ci sono gli estremi per procedere penalmente. Nessuno ha detto che il debito non sarà pagato”. Secondo il legale “ La questione andava discussa sul piano civile».
Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/15/vicenza-indagato-per-truffa-lassessore-regionale-della-lega-nord-e-accusato-di-truffa/71903/