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La dittatura mediatica

18 novembre 2010 Lascia un commento

Berlusconi controlla il potere in Italia mediante la “dittatura mediatica”
Articolo di Personaggi d’Italia, pubblicato domenica 24 maggio 2009 in Messico.

Campione moderno del “populismo mediatico”, il primo ministro italiano Silvio Berlusconi gode di un ampio consenso nonostante la difficile fase attuale della sua avventura politica, un fenomeno attribuito dagli esperti al suo controllo dei mezzi di comunicazione.

Giudicato colpevole per avere corrotto l’avvocato inglese David Mills, ma senza condanna grazie all’immunità; accusato da sua moglie, Veronica Lario, di “frequentare minorenni” e con un paese in profonda recessione, Berlusconi mantiene un consenso superiore al 70%.

“Gli italiani stanno dalla mia parte nonostante le polemiche”, ha dichiarato il Cavaliere lo scorso 19 maggio e ha mostrato un sondaggio secondo il quale gode di una popolarità del 74,8%.

Questa situazione è spiegata da diversi punti di vista che giungono sempre alla stessa conclusione: Berlusconi ha il controllo della televisione, è proprietario di giornali e della principale casa editrice del paese, la Mondadori, tra gli altri affari.

Un nuovo libro sul personaggio, intitolato “La sindrome di Arcore” del giornalista Giovanni Valentini, ritiene che tale popolarità corrisponde al fatto che il popolo dei teledipendenti italiani si è innamorato del proprio carceriere, come succede alle vittime della cosiddetta “sindrome di Stoccolma”.

“L’anomalia italiana, impersonificata da un capo di governo che di fatto dispone di sei reti televisive nazionali, non ha eguali nel mondo civilizzato”, ha detto l’autore, che nel titolo del libro fa riferimento ad Arcore, la località milanese dove il Cavaliere ha il suo quartier generale.

Ha ricordato che Berlusconi è proprietario della principale azienda televisiva privata, Mediaset, che dispone di tre canali e che, come capo del governo, controlla indirettamente altri tre canali della televisione pubblica, la RAI.

“Non esiste nessun altro paese al mondo in cui succeda una cosa simile, per cui si può legittimamente dire che si tratta di una tele-dittatura, fondata sul controllo della televisione e, pertanto, del consenso popolare”, ha segnalato.

Anche il sociologo ed esperto di mezzi di comunicazione, Domenico De Masi, sostiene che in Italia si sta creando un primo esempio di dittatura mediatica al mondo.

Sostiene che, nonostante all’estero Berlusconi venga solitamente sottostimato e considerato un personaggio “ridicolo e kitsch”, sta portando a termine, forse senza esserne cosciente, il primo esperimento mondiale di dittatura mediatica.

Una dittatura dolce che, attraverso la televisione, “rende cieche le proprie vittime”, ha detto De Masi in una recente conferenza stampa. Secondo il politologo Giovanni Sartori, una delle caratteristiche delle dittature è il monopolio dell’informazione e, in questo senso, l’Italia di Berlusconi si avvicina al paradigma.

Nel documentario “Citizen Berlusconi”, della televisione statunitense PBS (Public Broadcasting Service) censurato in Italia, Sartori ha sottolineato che il primo ministro “è presente in tutte le attività importanti”, controlla l’informazione, la pubblicità e influenza la maggior parte della stampa.

Ma gli esperti considerano anche che Berlusconi incarni lo stereotipo di Italiano, ossia, concentra i vizi e le virtù dei suoi compatrioti, oltre a possedere una grande capacità comunicativa.

“Berlusconi è un formidabile piazzista, un professionista che riuscirebbe a vendere un frigorifero a un eschimese”, ha ironizzato Valentini, secondo il quale l’icona pubblica del magnate si fonda sull’adorazione dell’apparenza e sulla fede nell’immagine.

Tuttavia ha detto che, prima che sulla televisione, la sua popolarità si basa sulla mitologia del calcio, lo sport più amato dagli italiani e che proprio la squadra del Milan, di cui è proprietario, è stata quella che ha conquistato più medaglie, coppe e trofei al mondo.

“Il controllo dittatoriale dei mezzi di comunicazione italiani da parte di Berlusconi rappresenta una reale e funesta minaccia per la democrazia”, avverte a sua volta il giornalista britannico David Lane nel libro “L’ombra del potere”.
http://sdpnoticias.com/sdp/contenido/2009/05/24/405445

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18 novembre 2010 Lascia un commento

Alessandro Robecchi: uno che, letterariamente, ha idee geniali, un senso dell’Humor fulminante e la capacità, con poche battute, di rendere quadri socio-politici complicatissimi che farebbero scadere chiunque altro nella prolissità e nella lungaggine. L’unico difetto che riscontro in Robecchi è che alla fine della lettura di cio’ che scrive mi vien da pensare “Basta così?” perchè è un tale piacere leggerlo che i suoi articoli mi sembrano sempre troppo corti. In quel che segue ci fa un quadro completo, realistico e gustoso della “cultura” cinematografica italiana attuale e dei maneggi che ci stanno dietro. I lettori di questo blog “cloro”, se non l’hanno ancora fatto, meritano di leggerlo. A voi

“Sapete, ormai ho una certa età e inizio a dimenticarmi le cose. Stamattina ad esempio volevo farmi una ciulatina con una cameriera dell’albergo e questa mi ha risposto: ma presidente, l’abbiamo già fatto un’ora fa! Vedete che scherzi fa la memoria!”
(Silvio Berlusconi , visita ufficiale in Brasile, giugno 2010)

– Sa cosa diceva mio nonno, Marchese del Casso, eroe della prima guerra mondiale? A riposo!
– Ma che, era frocio?
– No, francese.
(Massimo Ghini–Aliprando Della Fregna e Christian De Sica-Carlo, Natale a Beverly Hills, dicembre 2009)

Chi dice che il cinema italiano non è più capace di riflettere il paese, di descriverlo al meglio, di rappresentarlo, sbaglia di grosso. Se una grande potenza occidentale viene governata da un divertente caratterista che gira il mondo accompagnato da procaci signorine e approfitta degli incontri internazionali per raccontare mediocri barzellette a sfondo sessuale, allora il cinema italiano è perfetto. Specchio dei tempi, come dicono quelli che se ne intendono. Così come sarebbe perfetto Silvio Berlusconi nel cast di un cinepanettone. “Bisogna attenuarne un po’ la volgarità, certo, ma c’è della stoffa – direbbe il produttore – fosse più alto…”.
Molte volte il produttore è lui, il posto sarebbe assicurato se non avesse (ahinoi) altro da fare.
Tutte qui, le affinità tra il paese e il suo cinema? Nemmeno per sogno, basta guardare i risultati al botteghino. Se qualcuno produce qualcosa di artisticamente notevole, appena più complicato di una trama “lui – lei – quell’altro che c’ha le corna” (più che una sceneggiatura è un format), o che non sia accessibile a chi fatica con la tabellina del sei, verrà distribuito in tre sale per un giorno e mezzo, oppure potrà tranquillamente restare in cartellone anche mesi in qualche sala dell’hinterland della periferia estrema di Frosinone. Mentre se in un film si pronuncia almeno sei volte la parola “buzzicona” e si scoreggia spesso, si avrà a disposizione una distribuzione da colossal americano, con centinaia di sale, multisale, surround, dolby system per apprezzare meglio i doppisensi e ascoltare i rutti con definizione sonora da melomani.
In questo caso accorreranno gli intellettuali di supporto spiegandoci che: 1) Basta con gli snobismi, dopotutto il cinema serve per passare due ore serene con la famiglia (una volta si andava a lavare la macchina); 2) Ridere e gongolare per qualche intreccio cochon basato sul quiproquò sessuale è popolare, e non piace a chi non sta vicino al popolo. Per questo la sinistra perde; 3) Grazie a queste pellicole e al loro umorismo di bassa lega si finanzia il cinema italiano di qualità.
Quest’ultimo punto è assai divertente: in realtà con il cinema di merda si finanzia altro cinema di merda, ma chi fa cinema di merda se ne sente sotto-sotto un po’ in colpa (soprattutto autori e attori, il produttore se ne frega) e quindi deve ammantare i suoi affari di generosità culturale: mi sacrifico, sono un eroe, faccio ‘ste cazzate per aiutare chi sa raccontare una bella storia. Molti ci cascano, o fingono di cascarci. In sostanza la situazione si configura in questo modo: la mediocrità gode di potere, soldi e successo. Molti intellettuali la giustificano. Alcuni (sempre gli stessi) fanno soldi a palate. Il livello culturale generale si abbassa. I pochi che non ci stanno vengono sbeffeggiati come soliti rompiscatole chge non capiscono il popolo. Vedete anche voi: se ci fossero anche Cicchitto e Quagliariello sarebbe una perfetta fotografia del Paese..
Dopotutto, in un posto in cui l’ultimo vero dittatore disse “La cinematografia è l’arma del regime”, trovarsi con una caricatura di dittatore proprietario di una grande casa cinematografica è una faccenda che parla da sé, e il risultato non può che essere una caricatura di cinema.

Certo, il cinema dà lezioni di vita. Come in Tutti gli uomini del presidente (Alan Pakula, Usa, 1976) il motto dev’essere: seguite i soldi. Già, la pista dei soldi è sempre la più solida. E infatti soldi non ce n’è più. Non passa settimana senza che si levi da destra il grido, basta con il cinema assistito! Basta con le opere astruse che diffondono una brutta immagine del paese e che paghiamo tutti! Così si tagliano sempre più spesso i fondi per lo spettacolo, i finanziamenti al cinema di qualità, le opere meno commerciali, e si preferisce privilegiare il vero spirito nazionale, cioè quello in cui si dice spesso “buzzicona” e si scoreggia molto.
Ci sono delle eccezioni, naturalmente, come il famoso Barbarossa di Renzo Martinelli(Italia, 2009). Film dal lancio clamoroso, di cui si sentì parlare per la prima volta in una intercettazione telefonica, con Berlusconi che si lamentava con Agostino Saccà di quanto Bossi gli rompesse i maroni per accelerare la realizzazione del film. Costato come un kolossal, pagato in gran parte dalla Rai (cioè da noi), primo film al mondo in cui il ministro delle riforme di una grande potenza fa la comparsa vestito da crociato, doveva essere un omaggio commosso e potente alla storia della Lega, ad Alberto da Giussano, ai padani e alla loro voglia di indipendenza. Fu un flop colossale, girato in Romania con comparse locali (i famosi padani erano rom sottopagati), risate in sala e giornali che si chiedevano costernati se per caso non fosse una parodia. Ma intanto i nostri soldi erano andati, e comunque tranquilli, prima o poi ce lo faranno vedere in tivù. Tutta la faccenda è resa più realistica dal fatto che proprio mentre usciva nelle sale il polpettone di regime di Martinelli, il ministro Brunetta tuonava (applaudito dagli astanti e rilanciato da tutti i media) contro i registi assistiti, gli intellettuali parassiti, gente che non ha mai lavorato in vita sua. Il tutto senza lesinare le parolacce, un ministropanettone, insomma. Una specie di nemesi liofilizzata e pronta all’uso. In queste circostanze non è facile dire dove finisce il berlusconismo e dove inizia Neri-Parenti, tutto si tiene.

Naturalmente si può immaginare la fatica di fare un film, operazione lunga, elaborata e costosa, ricca di imprevisti e dubbi.
Per esempio arriva la telefonata del produttore: non si potrebbe dare il ruolo di protagonista a questa o quell’amica del premier?
Per esempio arriva la telefonata del distributore: non si potrebbe ammorbidire un po’ la storia, che so, togliere tutta quella parte un po’ politica che “appesantisce” la trama e limitarsi alla storia d’amore?
Per esempio arriva la telefonata della rete televisiva che co-finanzia: non si potrebbe inserire nella storia una figura positiva, tipo per esempio un prete?
Nel caso che il regista faccia delle resistenze, ecco pronti alcuni accorgimenti che funzionano sempre. 1) Il produttore tiene al regista buona lezioncina su come funzionano gli incassi e sulla logica della distribuzione nelle sale, che si conclude con l’elenco dettagliato di altri registi che non aspettano altro che una telefonata da lui; 2) Il produttore impone di affiancare agli sceneggiatori un suo sceneggiatore di fiducia che riequilibri un po’ la situazione – di solito è quello che sa scrivere correttamente “buzzicona”; 3) Il produttore accetta la sfida della qualità promettendo al regista di portarlo ai festival più prestigiosi, di modo che il film verrà visto forse a Toronto o a Kampala, ma non in Italia, nemmeno in qualche sala dell’hinterland della periferia estrema di Frosinone, dove “la gente non capirebbe”.

In questo entusiasmante contesto, che tanto bene riflette l’essenza della vita politica e culturale italiana, appare fondamentale il ruolo della tivù (non ve l’aspettavate, eh! Chi l’avrebbe mai detto!). Non solo perché la tivù italiana produce gran parte del cinema che arriva nelle sale (in attesa di arrivare in tivù), ma anche perché esercita il suo ruolo di propaganda. Così, come per i tifoni sulle coste della Carolina del Sud, le avvisaglie dell’arrivo di un ciclone cinematografico sono evidenti a tutti con: ospitate collettive degli attori nelle trasmissioni pomeridiane della domenica. Interviste ai telegiornali. Approfondimenti nei programmi che seguono i telegiornali. Ospitate dei protagonisti in tutti i programmi di intrattenimento. Spezzoni di film, trailer, dietro le quinte, making, errori di recitazione appositamente confezionati, dialoghi del film estrapolati con una certa malizia e naturalmente spot in ossessiva rotazione. In sostanza anche senza andare a vedere il film e anzi tenendosi prudentemente lontano dai cinema anche a una distanza di quattrocento metri, non c’è italiano che tra novembre e gennaio di ogni anno non senta pronunciare almeno otto volte la parola “buzzicona”.

Ma l’industria cinematografica è pur sempre una grande industria italiana, e nonostante il nostro approccio possa sembrare critico, non vogliamo certo essere noi a minare le basi economiche-culturali di una così intensa collaborazione tra il paese reale e il paese su pellicola. Per questo, e per rendere un giusto servizio a tutti quelli che nel cinema credono ancora, anticipiamo titoli, trame, critiche e analisi dei film che vedremo presto nelle nostre sale. Beninteso, quelle non occupate dai film americani. Ecco dunque cosa vedremo nel 2010.

Natale a Pomigliano
di Neri-Parenti, con Christian De Sica, Massimo Ghini, Sabrina Ferilli (Italia 2010)
Osvaldo Barzotto (Christian De Sica), manager dell’industria automobilistica, viene inviato a Pomigliano d’Arco per redigere un complesso rapporto sull’assenteismo dei metalmeccanici che consenta di chiudere la fabbrica e di spostare la produzione in Kamchatka, dove 15.000 schiavi kirghisi non aspettano altro che di montare le Panda per due rubli a semestre. Il suo piano è di fingersi operaio. Al reparto verniciature conosce Anna (Sabrina Ferilli), una sindacalista ninfomane, e se ne innamora perdutamente. Venuto a sapere del vero ruolo di Barzotto e della sua passione per Anna, Nicola Settevolte (Massimo Ghini), organizza uno sciopero in concomitanza con una partita di coppa Italia del Napoli. Anna e Barzotto si ritrovano dunque soli in fabbrica e consumano un improvvisato amplesso nel reparto tappezzerie, durante in quale Anna si fa giurare che la fabbrica non chiuderà. La battuta di Barzotto-De Sica in questo frangente è quella che si vede nei trailer: “Ma che andamo a fa’ in Kamchatka! Guarda qui che du turni sodi che c’avemo! A Buzzicona, t’aa do io ‘a doppia linea de montaggio!”. Appostato con una telecamera, Nicola, riprende la scena e ricatta il dirigente, che torna a Torino con un rapporto entusiasta sulla produttività dello stabilimento.
Il film verrà distribuito in 8.000 copie e riempirà le sale italiane fino all’Epifania, incassando undici milioni di euro nel primo week-end di programmazione. Secondo la critica, si tratta di un’evoluzione del classico cinepanettone e l’ambientazione nel mondo del lavoro lo rende decisamente interessante. Christian De Sica, intervistato dal Corriere, sostiene che con gli incassi di Natale a Pomigliano d’Arco si finanzierà tutto il cinema italiano di qualità dei prossimi dieci anni. Il Tg1 trasmette uno speciale di ottanta minuti. Il ministro della cultura Bondi promette sgravi fiscali per il particolare contenuto artistico e culturale dell’opera. La Fiom critica il film (“volgare e antioperaio”), subito zittita da Il Giornale: “Non sanno ridere. Per questo la sinistra perde”.

Via col Veneto
Di Renzo Martinelli, con Federica Martinelli, Ugo Martinelli, Giovanni Martinelli, Francesca Martinelli e Raz Degan (Italia 2010).
Fortemente voluto dal governatore del Veneto Zaia, il film doveva inizialmente basarsi su un remake del famoso Via col Vento (di Victor Fleming, Usa, 1939), ma la sceneggiatura è cambiata quando hanno spiegato a Zaia che la pellicola originale si svolgeva negli stati del Sud e non nel nord-est degli Stati Uniti. La riscrittura frettolosa della sceneggiatura penalizza un po’ il risultato finale, anche se restano memorabili le scene di massa, l’incendio di un capannone durante la guerra di secessione tra le province di Padova e Rovigo, e la meticolosa ricostruzione dei campi di cotone dove lavorano cantando gli schiavi immigrati. Un po’ farraginosa la storia d’amore tra Rossella (Federica Martinelli) e il bel tenebroso Rhett (Raz Degan), che si spezza quando lui afferma che i contadini devono pagare le multe sulle quote latte senza rompere troppo i coglioni e lei lo ustiona con una padella di sarde in saor roventi. Il tramonto rosso fuoco sullo sfondo delle fabbriche con insegne cinesi che producono sedie di design “made in Italy” è forse la parte più convincente del film, ma è proprio quella che non è piaciuta a Zaia, che ha negato i contributi regionali promessi. Tele Padania ha coperto i costi, oltre a un consistente aiuto di Stato. Il ministro della cultura Bondi promette sgravi fiscali per il particolare contenuto artistico e culturale dell’opera. La critica ha accolto il film con la solita superficiale sufficienza, sottolineando come poco convincente il cameo di Renzo Bossi, detto il Trota, che interpreta un raffinato docente universitario contrario alla guerra tra le province Verona e di Vicenza. Complessivamente il film è costato 65 milioni di euro e ha incassato ventisei euro nel primo week-end di programmazione, nella multisala “Padroni a casa nostra” di Belluno.

Scusa se l’ho data a Gino
Di Federico Moccia, con Debborah Pronzoni, Raoul Bova, Riccardo Scamarcio, la Quinta B del liceo Tasso di Roma (Italia 2010)
Laura (Debborah Pronzoni) è una tipica adolescente della buona borghesia romana, frequenta la quarta in un prestigioso liceo di Roma, conosce ben ottantadue parole di italiano e nonostante questo riesce perfettamente a comunicare con gli altri esseri umani, specie se fichi. La storia narra delle prime esperienze amorose di Laura e delle sue compagne (la Quinta B del liceo Tasso), con tocco leggero. Fidanzata con Strutt (Raoul Bova), è attratta anche da Squatt (Riccardo Scamarcio), e per farli ingelosire entrambi fugge a Fregene con Brott (Peppe l’Ostricaro daa Cassia). Purtroppo, la Vespa elaborata con cui i due fuggono ha un grave incidente e Laura viene ricoverata al Policlinico Gemelli. La diagnosi è terribile: amputazione di una gamba. Strutt e Sqautt si ritrovano dunque in sala d’attesa, affranti dal dolore, si prendono a cazzotti, si ubriacano, si drogano sniffando colla, si confessano le rispettive malefatte, ricordano insieme le formazioni della Roma dal 1961 a oggi, e si rinfacciano la reciproca insensibilità. Il trailer, che tutti vedrete con cadenza quotidiana per settimane, rende bene la drammaticità del finale e si snoda su un dialogo strappalacrime. Strutt: “Ora che Laura c’ha ‘na zampetta sola nun gli voi più bbene, eh!”. Squatt: “Che te devo dì, pisché, a me me piacciono co’ du zampe!”. Ma l’equivoco si chiarisce: la ragazza ferita nell’incidente non è Laura, ma una sua compagna di scuola brutta, il che elimina ogni commozione. Laura ricompare più bella che mai in ospedale, dove incontra Gino, un barelliere precario di Civitavecchia, in realtà figlio di un conte, e fa l’amore con lui. Alla fine, per stemperare qualche leggerezza di sceneggiatura, se vanno tutti a fa’ ‘na pizza, paga Raoul Bova che è quello che ha recitato peggio.
Il film è accolto con entusiasmo in tutte le sale, incassa nel primo week-end otto milioni di euro, pur essendo costato 37 euro e 50. Il ministro della cultura Bondi promette sgravi fiscali per il particolare contenuto artistico e culturale dell’opera. Due professori del Tasso che ne criticano l’amoralità durante le lezioni vengono allontanati dall’insegnamento. Il cinema italiano ha trionfato ancora una volta. Con questa opera popolare verrà finanziato il cinema italiano di qualità fino al 2036. – di Barbara (Cloro) Albertoni –
http://www.cloroalclero.com/?p=5163

Le ragioni dell’infinito

18 novembre 2010 Lascia un commento

Quando osserviamo una formica (presa come esempio), non possiamo che limitarci a prendere atto dei suoi comportamenti e dedurne solo azzardate, empiriche e supposte conclusioni (quasi una scommessa) in quanto, la logica dell’uomo non corrisponde, per nessun motivo al mondo, a quella della formica e delle altre infinite specie viventi. Supponendo poi che, una quanto improbabile forma di vita aliena, si soffermasse ad indagare sui comportamenti umani per dedurne, in seguito, i ragionamenti, gli scopi e le finalità, il risultato sarebbe il medesimo. Quando parliamo di struttura del DNA, patrimonio genetico, mappa genetica, cromosomi, acidi nucleici & company, non abbiamo detto ne determinato nulla ma, grossolanamente, individuato a spanne, un’infinitesima parte di quel processo imperscrutabile che è la vita e la sua, impropriamente detta, origine. E’ del tutto lecito, immaginare e credere che, all’interno dei cosiddetti geni, ci siano altri mondi, universi e altrettante forme di vita, strutturate in cellule, cromosomi, nuclei, geni, dna, dalle dimensioni infinitesimali e, per loro natura, verità inviolabili, inaccessibili all’arida e un po’ rustica conoscenza scientifica. E’ banalmente così! Un tale progetto, procede imperturbabile lungo tutto il cammino dell’infinito e, a niente e nessuno, è concesso deviare il suo corso e ostacolare le sue ragioni.
Da questa considerazione possiamo ricavare la logica conclusione, di quanto stupida ed effimera sia oggi la ricerca scientifica che, contrariamente alle rosee aspettative che si era ingenuamente prefissa, ha prodotto una realtà cancerogena. Risultato ultimo della sconsiderata manipolazione e profanazione di quel processo imperituro (e del suo intrinseco scopo), che nell’ultimo secolo abbiamo alterato, modificato e interrotto.
Immaginiamo ora il pianeta terra, come una delle infinite cellule del sistema universo, vista al microscopio, dall’occhio di un attento ricercatore. Noterà immediatamente che, a differenza delle altre cellule, la terra, presenta alcune evidenti anomalie e patologie di natura iperplasica e ipertrofica. Una disfunzione che sta mettendo a serio rischio la sua sopravvivenza. Ad una prima e sommaria osservazione, lo scienziato si limiterà a constatare la presenza di un sostanza appiccicosa di colore grigio, prodotta dalla cellula in questione (la terra), e che, la stessa, non é più in grado di sintetizzare. Questo elemento, in precedenza estraneo, si accumula sul tessuto connettivo della cellula, alterandola in maniera strutturale e irreversibile e comportando la perdita di qualsiasi funzione vitale. Il nostro ricercatore ipotizza che, diversamente da un tempo, si sia prodotto nella cellula un difetto di funzionamento (corto circuito, intoppo), del suo processo primitivo. Questo incidente di percorso, ha compromesso irrimediabilmente la sopravvivenza della cellula che, in virtù di un intrinseco e necessario processo di necrosi, cercherà di auto sopprimersi, previa il rischio di contaminazione delle altre cellule.
La sostanza individuata dal ricercatore e riportata alla nostra realtà quotidiana, rappresenta tutta quella montagna di rifiuti industriali, tossici, cancerogeni e radioattivi che, il nostro sistema economico, rigurgita sul pianeta, 24 ore su 24. “Nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma”, è un principio che potrebbe avere (forse) una sua coerenza nello spazio di un tempo infinito e relativo ma, impossibile da applicare, alla realtà del presente. In attesa della trasformazione, saremo già tutti morti di cancro e di stenti.
Il pianeta terra che, per rendere più comprensibile a tutti, ho trasfigurato in cellula, non va interpretato come metafora ma (fatte le debite proporzioni), come paradigma assoluto del rapporto che esiste fra la causa dei nostri comportamenti e l’effetto sulla nostra realtà. E questo, vale per ogni cosa. Se al più presto, non saremo in grado di riconvertire le nostre abitudini, in altre più consone e pertinenti la vera natura dell’uomo, e liberarci per sempre da tutte quelle dipendenze e debolezze che alimentano il Sistema Bestia e il suo potere, saremo gli ignari spettatori e i testimoni oculari della più grande tragedia dell’umanità.
Gianni Tirelli