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Lettere dal carcere

“È piccolo il carcere di Livorno. Piccolo e dimenticato, ma dentro grande è la disperazione, l’abbandono. Le mura del carcere più che imprigionare sembrano voler impedire che si sappia cosa accade lì. Ho passato anni in una cella di dieci metri quadri. Dentro ci stavamo in sei e a volte sette. Uno sopra l’altro. Si stava in una condizione invivibile, lo spazio per muoverci era minimo, si faceva a turni per alzarsi dalla branda ed eravamo costretti a stare chiusi in quella cella per ventun ore al giorno. L’ora d’aria in un cortiletto era l’appuntamento più atteso del giorno. Dal cesso usciva la merda, soprattutto di notte come un rigurgito delle fogne, e la salsedine del mare faceva marcire tutto: mura, sbarre e noi stessi detenuti esposti a un’umidità che ci spaccava le ossa. Tra di noi c’erano anche ragazzi stranieri. Poveracci. Sono loro che, senza neanche poter usare la parola, se la vedono peggio. Li vedi in silenzio per giorni e giorni, poi all’improvviso te li trovi per terra in cella con le braccia tagliate, in una pozza di sangue. In carcere c’è un metodo per tutto, anche per farsi più male con una lametta. Un capitolo a parte è il regime di disciplina. Alle guardie non si può chiedere nulla. Questa è la regola per sopravvivere lì dentro. Stare zitto. Se un detenuto domanda anche un semplice foglio di carta o una medicina rischia la cella liscia. La scena è questa: tu chiedi una cosa, l’agente arriva e ti risponde male. A quel punto se stai zitto, va tutto bene ma se reagisci ti menano lì o ti portano nella cella liscia. Io una volta ci sono stato. Una sera di novembre sono arrivati in cinque, mi hanno preso, mi hanno portato giù nella cella liscia. Mi hanno fattro spogliare. Per sei giorni sono rimasto nella cella di isolamento in mutande. Dormivo su un materasso buttato a terra e senza una coperta. Nudo, rannicchiato su quel materasso non sapevo più cosa ero. In quella cella non puoi chiedere aiuto perché loro chiudono anche il blindato, che è una porta di ferro. Nessuno ti può sentire. O meglio, devi sperare che non ti senta nessuno, perché il peggio deve arrivare. Una notte mi misi ad urlare e mi hanno sentito. Pochi minuti di silenzio, poi uno sbattere di cancelli e un rumore di passi pesanti sempre più forte. Mi sono messo in un angolo della cella per cercare riparo. Sono entrati e mi hanno picchiato. Erano sei o sette guardie, con guanti e con gli scarponi che in cima hanno il ferro. Mi hanno spaccato la faccia. Il mio non è un caso isolato, non ero il solo nel carcere di Livorno a subire questo trattamento. Ho visto tanti detenuti presi e portati via. Quando tornavano in cella avevano i lividi addosso, spaccati in faccia e gli occhi pesti. Una cosa va detta, ed è che il problema non sono le guardie, è che quando metti così tanta gente insieme è ovvio che si degeneri. Devi stare zitto, altro che rieducazione. Silenzio o botte. Difficile in un posto come il carcere di Livorno capire chi è vittima e chi è carnefice, cosa è giusto o cosa non lo è. Ci si scontra, come auto nella nebbia.” Mario, 43 anni. Lettera dal carcere tratta da Fenix

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  1. maria teresa morini
    7 gennaio 2011 alle 11:03

    Lo stato delle carceri in Italia è per lo più vergognoso. In certe circostanze disumano.Io ascolto con una certa frequenza Radiocarcere di Radio Radicale, che è l’unica emittente in Italia che dia una certa informazione sulla realtà carceraria, sia sotto il profilo della vita del singolo che del cd. ” sistema”. La situazione di disinformazione e disinteresse verso la vita dei detenuti è diffusa ad ogni livello politico e questo per un chiaro motivo, Nessun politico, nessun deputato si dedica con costanza a monitorare questa realtà oscura e quasi censurata in cui vivono migliaia di nostri concittadini. Io credo che se vi fosse un sistema di ingresso qualificato nelle carceri, non necessariamente connesso alla burocrazia ministeriale, lapresenza direi di un supervisore ( o meglio più supervisori, vista ilnumero della case di pena) che con costanza visitassero le carceri, parlassero con direttori e funzionari, coi detenuti, con la polizia penitenziaria e riferissero anche al tribunale di sorveglianza,come segnalazione di un determinato stato di cose, la situazione delle carceri almeno sotto il profilo del trattamento e delle condizioni di vita, sarebbe molto ma molto diversa.
    Non capisco perchè il questa Italietta che abbonda di Garanti e di Autohority ,nessuno voglia istituire un Garante anche per i detenuti e le loro condizioni di vita e di disciplina. In più ci vorrebbe anche un altro tipo di avvocato difensore, poichè anche gli avvocati quando si recano a colloquio coi propri clienti detenuti, vedono cose che nn vanno o raccolgono lamentele dai loro assistiti, ma stanno zitti.
    Eppure interessarsi fattivamente di politica carceraria dovrebbe essere un ruolo di grandissimo rilievo.
    Basti solo immaginare il ritorno sociale e civile di un detenuto che dentro il carcere possa effettivamete studiare o lavorare.
    Purtroppo le cose restano ferme perchè fa comodo lasciarle immobili. Non è sempre e solo questione di ” finanziamenti” che non ci sono; spessissimo manca la qualità umana cui sono affidati i detenuti.

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