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Archive for 12 luglio 2012

Il debosciato tornerà

12 luglio 2012 Lascia un commento

Vorrei riderne, e di spunti ne avrei. Mi è bastato leggere, per esempio, che nel partito di soli quarantenni, che torna alle origini di forza italia, il vecchio debosciato sarà leader candidato a governare l’Italia sine die, immortale com’è. Vorrei riderne, e avrei motivo, leggendo che intende candidarsi dopo aver parlato con tutti i più importanti capi di stato esteri. Me lo immagino, lui e Topolanek con la minchia di fuori, e uno stuolo di donzelle (che se scrivo troiette le signore s’incazzano) tette al vento e gola profonda. Mi immagino i discorsi con l’amico Vlad: “Ehi Vlad, l’altra sera eravamo io, la culona inchiavabile e l’abbronzato americano che ha la moglie bona …”

Viene da ridere a leggere che secondo i suoi sondaggi, con lui candidato il partito tornerebbe al 30%, che è l’Italia che glielo chiede, e sempre le solite immani minchiate. Viene da ridere per la seriosità con la quale tutte queste idiozie son riportate dai giornali, poi però rifletto come sempre e come sempre mi dispiaccio, anche perché che sarebbe tornato – anzi che nemmeno sarebbe mai andato via – io lo scrissi già. Ma è anche vero che scripta non manent più; pure quell’epoca è finita, inghiottita dall’uso improprio che si fa di Internet, che mangia e digerisce le informazioni, senza lasciare il tempo che esse si metabolizzino.

Il 2012 si avvicina alla sua fine, e non è un’affermazione anzitempo. L’estate si mangia quel poco che è rimasto, fa scorrere il tempo nell’indolenza e nel silenzio. L’estate serve per rimandare a Settembre, ma anche a Ottobre visto che nemmeno le stagioni son più le stesse.

Il 2013 è già iniziato, così come è iniziata la riscossione dei crediti maturati. Passera – il ministro e non il parco giochi del debosciato – con un equilibrismo degno del più scaltro truffatore regala al padrone le frequenze per Mediaset, e lo stesso giorno, Monti – il professore sicario – dichiara che il suo padrone è stato fatto fuori con tutto ciò che di peggio sappiamo, di altre donzelle (sempre zoccole sono) e processi aggiustati. Iniziano a pagare il conto, ma temo siano solo le prime rate.

Ora è palese che quel dì, il tizio, non si fece da parte, ma semplicemente si scansò per evitare la pioggia. Ora è palese che chi ci governa non è un tecnico ma un boia mandato per ucciderci, ed è palese anche che il lavoro è stato fatto e che quindi, tutto, può riprendere esattamente da dove si era interrotto. Persino lo svuotamento delle parole – quelle che sono molto importanti – è andato a buon fine, e quindi io posso prepararmi all’attacco delle donne che mi rinfacceranno l’uso e l’abuso del turpiloquio, ma a nessuno verrà in mente di pensare alla favola che gli stanno per raccontare.

Come l’ultima di oggi, che narra di un paese che finalmente ha capito che non era giusto morire ammazzati dal lavoro. Il suo Presidente della Repubblica espresse vibrante soddisfazione dinnanzi ai numeri calanti di una strage infinita, e pure i sindacati sorrisero all’idea, che sempre meno, in Italia, il lavoro uccide.

E ci sto male a stroncare questa favola raccontandone un’altra: quella di un paese così tanto devastato che ormai non si moriva più di lavoro, che perché ci si uccideva per la disoccupazione.

Mi scuso, per questo scritto che può apparire sconclusionato. Lo volevo scrivere solo sconsolato.

Rita Pani (APOLIDE)

http://r-esistenza-settimanale.blogspot.it/2012/07/il-debosciato-tornera.html

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La paura della felicità

12 luglio 2012 Lascia un commento

La paura della felicità oggi, è una vera e propria patologia che coinvolge un numero incredibilmente alto di ragazzi, e non solo, derivante dal trauma di dovere affrontare una condizione alla gran parte dei giovani, sconosciuta.

Dobbiamo inoltre comprendere che, allegria e isteria, non hanno nulla a che vedere con la felicità, ma sono la sua morte. La felicità, quella autentica, è una costante, che prescinde dagli stati d’animo, da sbalzi d’umore e dagli eventi, essendo la stessa legata alla consapevolezza e alla comprensione logica della necessità della morte.
Ho abbandonato la “città degli zombi” per rifugiare in un posto primordiale, così da tenere accesa quell’eccitazione di fondo che da sapore e colore all’esistenza, in mancanza della quale tutto perde significato – quell’appagamento sensoriale che si prova respirando l’aria frizzante del mattino e l’inebriante del crepuscolo – o immergendosi fra le acque immacolate di un torrente – il piacere del buon cibo e del vino, delle notti stellate e del silenzio – il piacere della pace e l’orgasmo prodotto dalla bellezza.
La gente è talmente abituata, assuefatta alla bruttezza, al luridume morale, tanto da averla assimilata come parte integrante e imprescindibile della loro vita. A tal punto che la bellezza, il silenzio e la pace interiore, e più in generale, la felicità, sono vissuti come fattori di dolorosa riflessione e introspezione destabilizzante, tali da condizionare la legittimità delle nostre scelte e comportamenti. Tutto questo, impone una presa di coscienza che costringe l’individuo a mettere in discussione le sue convinzioni (la sua realtà) al costo di, tormento, inquietudine, e disagio esistenziale. Tanto che si preferisce perseverare nell’errore (per comodità) che accettare le conseguenze della verità.

“I profumi, i colori, i sapori, hanno una forza di persuasione più convincente delle parole, dell’apparenza, del sentimento e della volontà. Non si può rifiutare la forza di persuasione del profumo; essa penetra in noi come l’aria che respiriamo – penetra nei nostri polmoni, ci riempie, ci domina totalmente, e non c’è modo di opporvisi”. Ma questo accadeva quando la terra era piatta!
Oggi siamo a tal punto assuefatti ai miasmi di questa moderna società putrescente e in simbiosi con il marciume e il lordume etico, morale e ambientale, che riteniamo tutto ciò (rare eccezioni a parte), perfettamente coerente e in linea con i nostri reali bisogni, a tal punto di non essere più in grado di valutarne i pericoli e le degenerazioni. Ed é proprio in momenti straordinari come questi che le vittime cercano conforto fra le braccia del proprio carnefice, ma non solo; lo sostengono e lo acclamano al fine di esorcizzare la loro miserabile e miserevole condizione.
E’ quindi del tutto privo di qualsiasi logica e fondamento il solo immaginare un cambiamento, una riconversione, una rivoluzione, quando i parametri necessari per addivenire ad una reale presa di coscienza, sono stati sacrificati per sempre sull’altare della stupidità umana.
Gli individui, di quest’epoca dissennata, sono così sporchi e marci dentro (nel profondo dell’anima), che non fanno più caso alla sozzura che li circonda. Il loro spirito è defunto e ogni valore e principio, rimossi. Così, delegano al destino e al fato, ogni oggettiva responsabilità, e al Sistema Bestia, ogni loro più intima scelta.

Il fattore ambientale e la qualità delle cose, sono il naturale terreno di coltura della felicità, perché, intrinsecamente, ne possiedono le soluzioni ideali e quel processo alchemico di natura magica, in grado di produrre le condizioni favorevoli alla sua crescita. La contemplazione e la meditazione, diversamente da come molti credono o immaginano, non concorrono alla felicità, ma sono la sua espressione ultima.
La felicità è azione, movimento e passione. La felicità non dorme mai, non riposa, non si appisola, non ha paura e non rimanda a domani, ma è pragmatica, disincantata ed eroica. Non vive il suo tempo ma il tempo infinito. Ama e comprende ogni cosa che sia di questo mondo, senza possederla e custodirla. La felicità vive il presente; dimentica il passato e non lancia lenze nel futuro – pesca fra le acque fresche immacolate della sua ragione, per aprirsi nuda, ai tiepidi raggi, del mistero svelato. La felicità è l’atto di umiltà dell’uomo ragionevole: un uomo che, ai beni effimeri della ricchezza, al potere, e al torpore narcotizzante dell’ozio, predilige piccoli sassi di fiume, levigati dall’acqua, per proteggerli poi come figli.
La felicità è tenerezza, innocenza, bellezza e ironia. E’ lo stupore negli occhi dei bambini, la purezza dei loro sogni e la libertà dei loro pensieri. La felicità si addormenta sulla tua anima, e confonde il suo respiro con il battito del tuo cuore. Come la fede è un bisogno ineludibile e come l’amore ci parla di Dio.
“E così impari che la felicità non è quella delle grandi cose: non è quella che si insegue a vent’anni, quando come gladiatori si combatte il mondo per uscirne vittoriosi.
La felicità non è quella che affannosamente inseguiamo credendo che l’amore sia tutto o niente – non è quella delle emozioni forti che fanno il “botto” – quella di grattacieli da scalare, di sfide da vincere, mettendosi continuamente alla prova!
Devi sapere che la felicità è fatta di cose piccole ma preziose: che bastano le note di una canzone, le sensazioni di un libro, i colori del cielo, una poesia, il muso del tuo gatto appisolato sulle tue ginocchia, per avvertire una grande senso di felicità.
Impari che la felicità è fatta di emozioni in punta di piedi, di piccole esplosioni che in sordina allargano il cuore, che le stelle ti possono commuovere e il sole
far brillare gli occhi – che un campo di girasoli sa illuminarti il volto e che il profumo della primavera risvegliarti e ti sorprenderti quando ogni speranza, allora, sembrava annichilita .

Impari che l’amore è fatto di sensazioni delicate, di piccole scintille allo stomaco, di presenze vicine benché lontane – impari che il tempo si dilata e che quei 5 minuti sono preziosi e lunghi più di tante ore, e che basta chiudere gli occhi, accendere i sensi, guardare una vecchia fotografia, per annullare il tempo e la distanza ed essere con chi ami.

E afferri che tenere fra le braccia un bimbo è una deliziosa felicità, e che i regali più grandi sono quelli che parlano delle persone che ami.
E che c’è felicità, anche in quell’urgenza di scrivere su un foglio i tuoi pensieri, che c’è qualcosa di amaramente felice anche nella malinconia – e che nonostante le tue difese, nonostante il tuo volere o il tu destino, in ogni gabbiano che vola c’è nel cuore un piccolo-grande Jonathan Livingston – e così comprendi quanto sia bella e grandiosa la semplicità”.

Gianni Tirelli