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La paura della felicità

La paura della felicità oggi, è una vera e propria patologia che coinvolge un numero incredibilmente alto di ragazzi, e non solo, derivante dal trauma di dovere affrontare una condizione alla gran parte dei giovani, sconosciuta.

Dobbiamo inoltre comprendere che, allegria e isteria, non hanno nulla a che vedere con la felicità, ma sono la sua morte. La felicità, quella autentica, è una costante, che prescinde dagli stati d’animo, da sbalzi d’umore e dagli eventi, essendo la stessa legata alla consapevolezza e alla comprensione logica della necessità della morte.
Ho abbandonato la “città degli zombi” per rifugiare in un posto primordiale, così da tenere accesa quell’eccitazione di fondo che da sapore e colore all’esistenza, in mancanza della quale tutto perde significato – quell’appagamento sensoriale che si prova respirando l’aria frizzante del mattino e l’inebriante del crepuscolo – o immergendosi fra le acque immacolate di un torrente – il piacere del buon cibo e del vino, delle notti stellate e del silenzio – il piacere della pace e l’orgasmo prodotto dalla bellezza.
La gente è talmente abituata, assuefatta alla bruttezza, al luridume morale, tanto da averla assimilata come parte integrante e imprescindibile della loro vita. A tal punto che la bellezza, il silenzio e la pace interiore, e più in generale, la felicità, sono vissuti come fattori di dolorosa riflessione e introspezione destabilizzante, tali da condizionare la legittimità delle nostre scelte e comportamenti. Tutto questo, impone una presa di coscienza che costringe l’individuo a mettere in discussione le sue convinzioni (la sua realtà) al costo di, tormento, inquietudine, e disagio esistenziale. Tanto che si preferisce perseverare nell’errore (per comodità) che accettare le conseguenze della verità.

“I profumi, i colori, i sapori, hanno una forza di persuasione più convincente delle parole, dell’apparenza, del sentimento e della volontà. Non si può rifiutare la forza di persuasione del profumo; essa penetra in noi come l’aria che respiriamo – penetra nei nostri polmoni, ci riempie, ci domina totalmente, e non c’è modo di opporvisi”. Ma questo accadeva quando la terra era piatta!
Oggi siamo a tal punto assuefatti ai miasmi di questa moderna società putrescente e in simbiosi con il marciume e il lordume etico, morale e ambientale, che riteniamo tutto ciò (rare eccezioni a parte), perfettamente coerente e in linea con i nostri reali bisogni, a tal punto di non essere più in grado di valutarne i pericoli e le degenerazioni. Ed é proprio in momenti straordinari come questi che le vittime cercano conforto fra le braccia del proprio carnefice, ma non solo; lo sostengono e lo acclamano al fine di esorcizzare la loro miserabile e miserevole condizione.
E’ quindi del tutto privo di qualsiasi logica e fondamento il solo immaginare un cambiamento, una riconversione, una rivoluzione, quando i parametri necessari per addivenire ad una reale presa di coscienza, sono stati sacrificati per sempre sull’altare della stupidità umana.
Gli individui, di quest’epoca dissennata, sono così sporchi e marci dentro (nel profondo dell’anima), che non fanno più caso alla sozzura che li circonda. Il loro spirito è defunto e ogni valore e principio, rimossi. Così, delegano al destino e al fato, ogni oggettiva responsabilità, e al Sistema Bestia, ogni loro più intima scelta.

Il fattore ambientale e la qualità delle cose, sono il naturale terreno di coltura della felicità, perché, intrinsecamente, ne possiedono le soluzioni ideali e quel processo alchemico di natura magica, in grado di produrre le condizioni favorevoli alla sua crescita. La contemplazione e la meditazione, diversamente da come molti credono o immaginano, non concorrono alla felicità, ma sono la sua espressione ultima.
La felicità è azione, movimento e passione. La felicità non dorme mai, non riposa, non si appisola, non ha paura e non rimanda a domani, ma è pragmatica, disincantata ed eroica. Non vive il suo tempo ma il tempo infinito. Ama e comprende ogni cosa che sia di questo mondo, senza possederla e custodirla. La felicità vive il presente; dimentica il passato e non lancia lenze nel futuro – pesca fra le acque fresche immacolate della sua ragione, per aprirsi nuda, ai tiepidi raggi, del mistero svelato. La felicità è l’atto di umiltà dell’uomo ragionevole: un uomo che, ai beni effimeri della ricchezza, al potere, e al torpore narcotizzante dell’ozio, predilige piccoli sassi di fiume, levigati dall’acqua, per proteggerli poi come figli.
La felicità è tenerezza, innocenza, bellezza e ironia. E’ lo stupore negli occhi dei bambini, la purezza dei loro sogni e la libertà dei loro pensieri. La felicità si addormenta sulla tua anima, e confonde il suo respiro con il battito del tuo cuore. Come la fede è un bisogno ineludibile e come l’amore ci parla di Dio.
“E così impari che la felicità non è quella delle grandi cose: non è quella che si insegue a vent’anni, quando come gladiatori si combatte il mondo per uscirne vittoriosi.
La felicità non è quella che affannosamente inseguiamo credendo che l’amore sia tutto o niente – non è quella delle emozioni forti che fanno il “botto” – quella di grattacieli da scalare, di sfide da vincere, mettendosi continuamente alla prova!
Devi sapere che la felicità è fatta di cose piccole ma preziose: che bastano le note di una canzone, le sensazioni di un libro, i colori del cielo, una poesia, il muso del tuo gatto appisolato sulle tue ginocchia, per avvertire una grande senso di felicità.
Impari che la felicità è fatta di emozioni in punta di piedi, di piccole esplosioni che in sordina allargano il cuore, che le stelle ti possono commuovere e il sole
far brillare gli occhi – che un campo di girasoli sa illuminarti il volto e che il profumo della primavera risvegliarti e ti sorprenderti quando ogni speranza, allora, sembrava annichilita .

Impari che l’amore è fatto di sensazioni delicate, di piccole scintille allo stomaco, di presenze vicine benché lontane – impari che il tempo si dilata e che quei 5 minuti sono preziosi e lunghi più di tante ore, e che basta chiudere gli occhi, accendere i sensi, guardare una vecchia fotografia, per annullare il tempo e la distanza ed essere con chi ami.

E afferri che tenere fra le braccia un bimbo è una deliziosa felicità, e che i regali più grandi sono quelli che parlano delle persone che ami.
E che c’è felicità, anche in quell’urgenza di scrivere su un foglio i tuoi pensieri, che c’è qualcosa di amaramente felice anche nella malinconia – e che nonostante le tue difese, nonostante il tuo volere o il tu destino, in ogni gabbiano che vola c’è nel cuore un piccolo-grande Jonathan Livingston – e così comprendi quanto sia bella e grandiosa la semplicità”.

Gianni Tirelli

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