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Archive for dicembre 2012

Omaggio a Rita Levi Montalcini

30 dicembre 2012 Lascia un commento
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Buon Natale e Felice Anno Nuovo

24 dicembre 2012 1 commento

Io sottoscritto (d’ora in avanti “l’Augurante”) chiedo al mio interlocutore (d’ora in avanti “l’Augurato”) di accettare senz’alcun obbligo, implicito o esplicito, i voti più sinceri dell’Augurante (d’ora in avanti “gli Auguri”) affinché l’Augurato possa trascorrere nel migliore dei modi (ove nella frase “migliore dei modi” si sottintende da parte dell’Augurante e si presuppone da parte dell’Augurato un atteggiamento che tenga conto delle problematiche di carattere sociale, ecologico e psicologico, che non sia causa di tensione e/o competizione, né comporti o favorisca alcun tipo di assuefazione o di discriminazione, sia sessista, sia di diverso carattere) per la festività coincidente al Solstizio d’Inverno convenzionalmente nota come “Natale”, ma che può essere chiamata e celebrata dall’Augurato secondo le sue tradizioni religiose e/o laiche, premesso il debito rispetto nei confronti delle tradizioni religiose e/o laiche di persone di qualunque razza, credo o sesso diverse dall’Augurato, ivi comprese coloro che non praticano alcuna tradizione religiosa e/o laica. Qualsiasi riferimento a qualunque divinità, figura mitologica, personaggio tradizionale, reale o leggendario, vivo o morto che sia; a simboli (ove sono compresi tra l’altro – ma non limitativamente – canti e rappresentazioni artistiche, letterarie e sceniche) religiosi, mitologici o della tradizione che possa essere ravvisato direttamente o indirettamente nei presenti Auguri non implica da parte dell’Augurante alcun sostegno nei confronti della figura o del simbolo in questione.
L’Augurante chiede inoltre all’Augurato di accettare gli auguri per un felice (ove l’aggettivo “felice” viene definito tra l’altro – ma non limitatamente – come “gratificante dal punto di vista personale, sentimentale e finanziario e privo di complicazioni di carattere medico, dirette o indirette”) anno 2013. L’Augurante sottolinea che la datazione “2013” è qui considerata come convenzionale, così com’è considerata convenzionale la data del 1° Gennaio come inizio dell’anno, e dichiara il suo assoluto rispetto per altri tipi di datazione legati alle differenti culture religiose e/o laiche di cui l’Augurante riconosce il prezioso contributo allo sviluppo dell’attuale società multietnica.
Augurante e Augurato convengono inoltre su quanto segue:
– Gli Auguri valgono a decorrere dalla data del presente accordo al 31 Dicembre 2012, dopodiché dovranno essere esplicitamente rinnovati da parte dell’Augurante.
– Gli Auguri non implicano alcuna garanzia che i voti di “felicità” espressi dall’Augurante trovino un effettivo riscontro nella realtà dell’Augurato, il quale non potrà attribuire all’Augurante alcuna responsabilità civile e/o penale e/o morale per la loro mancata attuazione.
– Gli Auguri sono trasferibili a terzi purché il testo originale non subisca modifiche o alterazioni. La libera diffusione del testo non implica tuttavia il pubblico dominio del testo stesso, i cui diritti appartengono in ogni caso al detentore del copyright.
– L’Augurante declina ogni responsabilità derivata dall’utilizzo degli Auguri al di fuori dai limiti prescritti; in particolare, l’Augurante declina ogni responsabilità per eventuali danni fisici o morali all’Augurato e/o a persone e/o sistemi informatici a lui collegati derivati dall’invio degli Auguri mediante E-Mail o qualunque altro metodo di trasmissione, elettronico o di diverso genere, attualmente in uso, in fase di sperimentazione o non ancora inventato.
Ciò stabilito
Buon Natale e Buon 2013

Il grande vecchio e il Cavalier Burlesquetti

12 dicembre 2012 Lascia un commento

NWOE’ tutto sotto controllo per l’Azienda Madre.
Il vecchio inclinò la levetta verso destra e la poltrona a rotelle, con un ronzìo quasi impercettibile, girò su se stessa di 180 gradi. Rivolto verso la vetrata, osservò distrattamente il paesaggio grigiastro, fumoso, del Tamigi, con le sue sponde frastagliate di pali, banchine e skyline di edifici restaurati, antichi come lui.
Non gli interessava più il paesaggio in realtà, ne conosceva ogni dettaglio, ogni cespuglio, ogni ombra. Era solo la forza dell’abitudine. Ogni gesto si era ormai cementificato nel corso del tempo. I suoi 89 anni erano uno smalto indistruttibile, immutabile, che ricopriva la sua personalità fissata su una lastra di ghiaccio.
Ruotò la poltrona di altri novanta gradi, fece scorrere lo sguardo, che era una successione di immagini fisse, come se avesse una macchina fotografica innestata nel cervello, sulla forma ovale del tavolo a 16 posti di quercia levigata, col ripiano di vetro.
Alle 18 era convocata la riunione mensile del Consiglio dell’Azienda Madre, allargato ai finanzieri, che da una decina d’anni era diventato definitivo.

Ricordava ancora nitidamente, come una foto ad alta definizione, quando L’Azienda Madre era un coordinamento di compagnie petrolifere che si occupavano della raffinazione, della distribuzione e commercializzazione della materia prima, in sinergia totale coi paesi dell’OPEC. Gli uni avevano bisogno degli altri, il legame era indissolubile. Capitalisti e fondamentalisti islamici insieme controllavano i governi, le guerre in Medio oriente, le destabilizzazioni di regimi o il loro rafforzamento, avevano in pugno i servizi segreti di mezzo mondo. Poi tutto era cambiato, le fonti di energia si erano diversificate, l’irruzione della finanza globalizzata era stata travolgente, tanto da costringere l’intero Consiglio a una rifondazione radicale. Così la realtà mutava, e lui, il Presidente, aveva il dovere di adeguarsi e di guidare il cambiamento.

La lampadina sul tavolo lampeggiò. Avvertì il bagliore nel suo campo visivo destro. Bridge, il suo primo assistente, chiedeva udienza. Puntuale, come sempre. Erano le 12, l’ora del secondo briefing della giornata. Gli avrebbe fornito gli ultimi aggiornamenti, per i ritocchi alla relazione delle 18. Fece scattare la serratura sfiorando il display luminoso sul tavolo. Bridge si affacciò sulla porta, entrò.
Era come se il tempo, per il primo assistente, fosse fermo. Dopo 38 anni di servizio camminava ancora sulle uova, felpato, leggermente piegato in avanti. Arrivò di fronte al tavolo, accennò al solito inchino, disse: “Il rapporto, eccellenza.”
Eccellenza. Il vecchio non era mai riuscito a decidere se l’atteggiamento deferente del primo assistente gli causava fastidio o piacere. Detestava i modi servili, untuosi, degli yes men opportunisti pronti a cambiare bandiera alle prime difficoltà. Ma Bridge era diverso, era solo fedele. Aveva la sensibilità di un bambino dipendente dal padre, a 64 anni suonati. Talvolta lo maltrattava, perché gli saliva alla gola come un ringhio, quando vedeva quell’uomo pingue, pallido, modesto, genuflesso, che lo chiamava eccellenza con la voce sempre moderata, talvolta tremante. Ma era efficiente, ordinato, veloce, e se godeva nel farsi trattare male, erano affari suoi.
Lo lasciò lì impalato, come un androide disattivo, senza parlare. I suoi pensieri gli erano per un attimo sfuggiti, si era concentrato sulla sua stilografica nera posata sull’agenda, mentre i dati delle ultimi analisi del sangue lo avevano come accecato. La creatinina a 4,8, altri due punti di peggioramento. Dopo cinque anni dal trapianto il rene aveva iniziato a deteriorarsi. Era per il suo deficit immunitario, aveva detto quel professore svizzero. Avevano impiantato ugualmente un rene nuovo, nonostante i protocolli internazionali escludessero l’intervento per quel tipo di patologia degenerativa. Ma in Bielorussia, nelle cliniche giuste, i protocolli valevano quanto le liste della spesa.

Si riprese, guardò l’androide immobile e disse: “Be’, cosa fa lì come un salame?”
Era solo per strapazzarlo un po’
Ma Bridge non faceva una piega. Stava solo aspettando il permesso di parlare.
“Ci sono gli aggiornamenti politici, eccellenza”.
Il vecchio fece un gesto stanco verso la poltrona. Bridge si sedette lentamente, aprì una cartellina di pelle, si schiarì la gola e iniziò l’esposizione. Sintetica, essenziale, come doveva essere. Come le sue relazioni al Consiglio, senza alcuna smanceria, senza retorica, senza doppi sensi. L’Azienda Madre doveva valutare i governi amici e nemici, decidere gli interventi per migliorare il controllo sui media mondiali, mettere a punto le strategie della sua immensa rete finanziaria. Era molto apprezzata la sintesi, per evitare inutili perdite di tempo..
Ora il problema era la Francia. Il nuovo presidente era ambiguo, sfuggiva alle definizioni, passava da atteggiamenti di rispetto verso il nuovo ordine a fastidiose allusioni destabilizzanti, come più tasse ai ricchi e così via. Bisognava lavorare sulla Francia. Il potere di orientamento del voto popolare da parte dell’Azienda Madre era enorme, ma non assoluto. Si trattava di un dualismo reciproco: i popoli, influenzati dai principali media, che il Consiglio controllava con massicce partecipazioni azionarie, si adeguavano ai trend dominanti; i quali dovevano a loro volta assestarsi alle novità se i voti sfuggivano alle pianificazioni. Ma tutto, alla fine, veniva ricondotto all’armonia naturale delle cose e al giusto equilibrio. E il giusto equilibrio era uno solo: l’economia occidentale non era più disposta a tollerare i costi dello Stato Sociale, dei servizi pubblici, del cosiddetto Welfare; si trattava di una fetta enorme di business che doveva entrare in gioco. Il vecchio aveva smesso da tempo di avere un’opinione in merito all’etica della questione. Non gioiva di fronte alla riduzione in povertà di grandi masse umane, ma neanche soffriva. Sapeva che il nuovo ordine richiedeva un prezzo. E questo andava pagato. Perché al di là del nuovo ordine non c’era che la barbarie.

“Poi, eccellenza, ci sarebbe una turbolenza in Italia.”
Il vecchio sussultò. Gli venne una tosse violenta, tanto che il primo assistente accennò ad alzarsi per soccorrerlo. Ma non osava, un intervento non richiesto poteva causare una reazione stizzita nel vecchio. E quando si irritava non ci andava leggero con gli insulti.
“Ancora?” disse, mentre iniziava a riprendere fiato.
Anche Bridge si rilassò. Attese che il vecchio tornasse completamente in sé, poi iniziò a spiegare, con poche parole. I concetti sembravano superflui, perché era come immettere dei dati in un software che li completava immediatamente, usando insiemi già memorizzati.
“Il Cavalier Burlesquetti…”
Il vecchio spalancò gli occhi azzurri, resi quasi bianchi, piccoli e spettrali dall’età. Nel volto dalle guance pallide e cascanti di Bridge vedeva quello altrettanto inquietante di Burlesquetti, un altro androide di materiale organico che sembrava di plastica. Lo ricordava, vent’anni prima, quando era entrato nel suo ufficio con aria trionfale, sprizzando allegria fasulla da tutti i pori. Faceva battute, cercava compiacimento, approvazione, da lui! Era un parvenu, un avventuriero, circondato da altri avventurieri, la specie che più al mondo il vecchio disprezzava, sempre pronti a tradire, a passare al miglior offerente. Il suo governo nel complesso si era dimostrato un fallimento. Si trattava di una cricca impegnata soprattutto a coltivare affari privati, a incamerare risorse, a risolvere le mille beghe legali del suo capo. E intanto gli interessi dell’Azienda Madre non erano abbastanza tutelati.
“Di nuovo quel saltimbanco?” esclamò il vecchio.
Quel proverbio sulle sette vite dei gatti sembrava conforme al personaggio. Quando all’unanimità il Consiglio aveva deciso per la caduta del suo grottesco governo e la sua definitiva uscita di scena, Burlesquetti si era opposto. Ridicolo! Si era presentato in televisione affermando che non intendeva dimettersi. Era bastata una telefonata di uno dei secondi assistenti per far cadere a picco le azioni delle sue aziende e riportarlo al buon senso. Doveva farsi da parte immediatamente, dare spazio a quel professore universitario, affidabile, zelante, solido, efficiente. Il loro uomo.
“Che diavolo ha combinato questa volta?”
Bridge si schiarì la gola. L’interesse del vecchio lo rinfrancava. “Stanno facendo cadere il governo e…”
“Beh, questo era previsto, no?” lo interruppe il vecchio. “Lo sappiamo da mesi che gli italiani andranno a votare in anticipo, e al momento il favorito è quel… come si chiama?”
“Fessani” disse il primo assistente.
“Appunto” disse il vecchio. Fessani guidava una forza politica che era una imitazione del Partito Democratico americano. Le opzioni prese in esame erano due: un nuovo governo del professore, oppure del vincitore delle elezioni. La prima era preferibile, il professore era l’uomo ideale. Ma anche la seconda era accettabile. Fessani sembrava deciso ad allinearsi. E il consenso popolare non rappresentava un grosso problema. I media principali italiani, i più affidabili dell’intero continente europeo, erano totalmente sotto controllo. Per cui anche le incognite rappresentate dalla piccola forza politica che aveva sostenuto Fessani, che si sperticava in affermazioni populiste tipo la patrimoniale e le nazionalizzazioni, sarebbero state superabili. Bastava spingere sul terrore del default, sullo spread, sulle borse in caduta, poi proporre i rimedi per scongiurare il disastro, sia che si trovasse in campo il professore oppure Fessani, magari con alleanze diverse da quelle iniziali.
“Quindi dove sta il problema?” chiese il vecchio, fissando Bridge con acredine. Odiava quella forma di suspence che gli assistenti cercavano di provocare nei superiori.
“Non so se sia un problema, eccellenza, ma il Cavalier Burlesquetti intende presentarsi alle elezioni, cercando di capitalizzare il malcontento popolare, e ha bloccato la riforma elettorale.”
Il vecchio sospirò. Ecco spiegato il colpo di mano. Scioglimento del Parlamento, caduta delle leggi in discussione ed elezioni con le liste blindate, compresi gli “amici” condannati. Questo per l’Azienda Madre era un problema inesistente. Che si eleggessero i cosiddetti delinquenti non interessava il Consiglio. L’importante era che svolgessero il loro compito con serietà e affidabilità.
“E il suo schieramento?” chiese il vecchio.
“Appare diviso” rispose Bridge, “il segretario del suo partito, che prima sembrava…”
Il vecchio lo fece tacere con un gesto brusco della mano. Il suo software interno aveva già completato il ragionamento. L’uomo di paglia che rivestiva il ruolo di segretario era ininfluente. Alla fine la lista di Burlesquetti sarebbe stata una lobby pronta a schierarsi col più forte, per avere in cambio favori. Forse il suo consenso sarebbe lievitato, ma in nessun caso quell’avventuriero poteva sperare di tornare al potere. Oppure, se la situazione l’avesse richiesto, con le giuste pressioni sarebbe stato scacciato dalla scena politica come un moscerino.
Il suo tempo era finito, e probabilmente lo sapeva.
“Va bene Brigde. Ho capito. Lasci pure qui la sua relazione.”
Il primo assistente mimò un nuovo inchino e si sporse in avanti per appoggiare la cartellina sul tavolo. C’era una linea invisibile, disegnata sul pavimento. Un servo come Bridge non poteva oltrepassarla, senza il permesso del padrone.
Bridge aspettò un congedo, che non arrivava, poi salutò, senza essere ricambiato, si girò e camminò con passi regolari verso la porta, con la schiena dritta, la pancia che ballonzolava sotto al vestito di cachemire da tremila sterline.

Il vecchio tamburellò sulla cartellina. I pensieri gli erano di nuovo sfuggiti in un vuoto pneumatico, ma era durato solo pochi secondi. Aveva la percezione di Bridge che aspettava, immobile, ma non se ne era occupato. Il primo assistente sapeva cosa fare. Non c’era più bisogno di lui, poteva togliersi dai piedi.
Tornò l’immagine di Burlesquetti, quella faccia di plastica, coi capelli finti. La maschera del suo viso, che il vecchio ostinatamente rifiutava di restaurare con uno di quegli interventi di chirurgia estetica così diffusi tra i suoi pari, forse si modificò in un sorriso.
No, nessun problema con Burlesquetti. Tutte le incognite erano sotto controllo. Tutte le forze rinchiuse nelle gabbie delle regole.
Le loro regole.
Il nuovo ordine non si toccava.
Il nuovo ordine era l’unico possibile, in quella parte di mondo.
Perché di qua c’era la civiltà, di là la barbarie.
di Mauro Baldrati
http://www.carmillaonline.com/archives/2012/12/004557.html

Salvataggio

12 dicembre 2012 Lascia un commento

OLYMPUS DIGITAL CAMERAE’ una giornata uggiosa in una piccola cittadina, piove e le strade sono deserte.
I tempi sono grami, tutti hanno debiti e vivono spartanamente.
Un giorno arriva un turista tedesco e si ferma in un piccolo alberghetto.
Dice al proprietario che vorrebbe vedere le camere e che forse si ferma per il pernottamento e mette sul bancone della ricezione una banconota da 100 euro come cauzione.
Il proprietario gli consegna alcune chiavi per la visione delle camere.

1. Quando il turista sale le scale, l’albergatore prende la banconota, corre dal suo vicino, il macellaio, e salda i suoi debiti.
2. Il macellaio prende i 100 euro e corre dal contadino per pagare il suo debito.
3. Il contadino prende i 100 euro e corre a pagare la fattura presso la Cooperativa agricola.
4. Qui il responsabile prende i 100 euro e corre alla bettola e paga la fattura delle sue consumazioni.
5. L’oste consegna la banconota ad una prostituta seduta al bancone del bar e salda così il suo debito per le prestazioni ricevute a credito.
6. La prostituta corre con i 100 euro all’albergo e salda il conto per l’affitto della camera per lavorare.
7. L’albergatore rimette i 100 euro sul bancone della ricezione.

In quel momento il turista scende le scale, riprende i suoi soldi e se ne va dicendo che non gli piacciono le camere e lascia la città.

– Nessuno ha prodotto qualcosa
– Nessuno ha guadagnato qualcosa
– Tutti hanno liquidato i propri debiti e guardano al futuro con maggiore ottimismo

Ecco, ora sapete con chiarezza come funziona il pacchetto di salvataggio UE!

Luce

7 dicembre 2012 Lascia un commento

crisidinataleBologna è una città del centro-nord ed considerata una città benestante. A Bologna la Caritas dà da mangiare a 5.400 persone e tra di loro il numero degli Italiani cresce di giorno in giorno. A Bologna 1.500 persone non sanno dove andare a dormire.
Anche mia figlia è andata a lavorare alla mensa della Caritas. Si dichiara atea, ma la compassione non è chiesastica, è umana.
La Caritas è un’opera benedetta in un Paese che è stato avviato al Terzo Mondo con ferma premeditazione, un Paese dove si governa contro i poveri e dove non esiste reddito minimo di cittadinanza. Dove un ministro dichiara che dovremo fare a meno dello stato sociale perché è un lusso che non ci possiamo più permettere, mentre continueremo a permettersi evasori e corrotti. E dove la televisione è piena del parolaio Renzi che intende privatizzare ogni servizio ma gli Italiani sono avvinti dal suo scilinguagnolo e non lo capiscono.
Penso a questo Paese che si dichiara ancora cristiano. Penso al Vaticano che ha sostenuto per 18 anni Berlusconi solo per preservare i suoi interessi materiali e che ora è pronto a sostenere Monti purché di nuovo faccia solo i suoi interessi materiali.
Penso al lestofante Berlusconi che si caccia in bocca l’ostia come fosse un salatino.
Penso a Monti e alla sua cricca di bocconiani e professori della Cattolica e al loro stranissimo senso di cristianità. Anche i nazisti si denominavano cristiani. E persino Stormfront ha la faccia di dichiararsi difensore della fede. Cristiani erano i nazisti dei lager, e portavano la scritta “Gott mit uns” sulla cinta, mentre macellavano i loro fratelli.
Essere cristiani oggi è una strana nomea, pretesa da strani personaggi.
Ammiro la Caritas e quelli che ci lavorano. Spero che i suoi locali siano bene illuminati, perché al momento è l’unica luce che si vede in fondo al tunnel di Monti.
Viviana Vivarelli
http://masadaweb.org/

Nuovo Ebook

3 dicembre 2012 2 commenti

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Una speculazione ampia e priva di buone maniere. Concetti a volte densi e a volte secchi che non lasciano adito a qualsivoglia opportunismo. Gianni Tirelli affonda il suo bisturi tagliente dentro la sicumera della modernità, e ce ne mostra il corpo malato e in putrefazione.

https://itunes.apple.com/it/book/scritti-alla-fine-del-mondo/id579660548?mt=11

Il caso www.coolstreaming.it e www.calciolibero.com: tutto frutto di un equivoco?

1 dicembre 2012 Lascia un commento

Il presente commento, prende le mosse dal procedimento penale avviato dalla Procura di Milano nel corso del 2005, a carico degli amministratori dei siti http://www.coolstreaming.it e http://www.calciolibero.com.
In particolare, la Procura di Milano aveva disposto il sequestro preventivo dei suindicati portali con annessi indirizzi IP dei dati di trasmissione dalla Cina aventi specifiche numerazioni, per aver trasmesso partite di calcio delle quali la querelante aveva i diritti di trasmissione in esclusiva per il territorio italiano. La Procura ne aveva successivamente richiesto la convalida al GIP del Tribunale di Milano che, con provvedimento dell’8 febbraio 2006 aveva rigettato la richiesta.

Occorre effettuare, in via preliminare, una panoramica generale sul sistema di trasmissione telematica usato dai siti oggetto di sequestro. Si tratta della Peer –to –Peer Tv, ossia del live streaming P2P.
Il primo esempio di trasmissione via streaming, risale al 18 novembre 1994, quando la rockband statunitense “The Rolling Stones” si esibì in un concerto al Cotton Bowl di Dallas davanti a 50.000 fans. La Band decise di rendere disponibile a scopo promozionale i primi 20 minuti dello spettacolo che diventò così il primo concerto in multicast della rete internet.

Il precursore delle trasmissioni P2pTv fu senza dubbio coolstreaming, un aggregatore di televisioni online provenienti da vari broadcaster poi tramutato in un portale IpTv/Net-Tv.
La particolarità della rete peer to peer è che non consiste in una rete di client e server in senso tradizionale, ma si struttura in una serie di nodi equivalenti (peer) che funzionano al contempo da client e server verso altri nodi della rete aventi gli stessi requisiti.
Caratteristica dello streaming live è che ogni soggetto comunica con gli altri per riuscire ad ottenere il file che ricerca. A differenza dello streaming on demand, il file non può essere salvato su hard disk poiché il suo contenuto è disponibile una sola volta, ossia nel momento in cui il flusso di dati audio-video viene trasmesso. La comunicazione tra peer prevede inoltre la condivisione di parti del file in maniera da aumentare la capacità di trasmissione dell’applicazione.

Poste le doverose premesse tecniche in forma necessariamente sintetica, passiamo alle norme che vengono in considerazione e che si assumevano violate dall’Ufficio di Procura di Milano: l’art. 2 del Decreto Legge 15/99, convertito con modifiche dalla Legge 78/99 che attribuisce la titolarità dei diritti di trasmissione televisiva in forma codificata alla singole società di calcio di serie A e di serie B; l’art. 171, comma 1, lett. a-bis), della Legge 633/41, così come inserito dall’art. 3 del Decreto Legge 7/05 convertito con modifiche dalla Legge 43/05 che testualmente recita: “salvo quanto previsto dall’art. 171-bis e dall’art. 171-ter, è punito con la multa da lire 100.000 a lire 4.000.000 chiunque, senza averne diritto, a qualsiasi scopo e in qualsiasi forma mette a disposizione del pubblico, immettendola in un sistema di reti telematiche, mediante connessioni di qualsiasi genere, un’opera dell’ingegno protetta, o parte di essa”.

Orbene, la semplice violazione dei diritti di trasmissione in esclusiva delle partite di calcio, non ha tutela penale. A questa corretta conclusione perviene il GIP di Milano, sancendo l’applicabilità all’eventuale condotta illecita dell’emittente cinese che forniva il servizio di trasmissione delle partite, poi diffuse dai siti sequestrati attraverso la pubblicazione dei cd. “link” (anche) sul territorio italiano, delle norme che sanzionano l’illecito civile, in particolare l’art. 2043 e l’art. 2598 del codice civile, quest’ultimo riguardante fatti integranti concorrenza sleale.

Tuttavia, c’è ancora da chiedersi quale sia il bene oggetto di tutela della norma di cui all’art. 171, comma 1, lett. a-bis), della Legge cit.
L’oggetto della ripresa televisiva, ossia la partita di calcio, o la trasmissione televisiva in sé? Secondo la Legge sul diritto d’autore cit., le opere dell’ingegno sono espressioni di carattere creativo del lavoro intellettuale appartenenti alla letteratura, alla musica, alle arti figurative, all’architettura, al teatro ed alla cinematografia, qualunque ne sia il modo o la forma di espressione. Occorre, in particolare, che essa sia nuova e diversa rispetto alla realtà preesistente.
Ed allora, già questo riferimento alla realtà preesistente, nonché ai caratteri specifici perché si possa parlare di opera dell’ingegno, ma anche la stessa locuzione “opera dell’ingegno”, dovrebbero portare l’interprete ad escludere dalla tutela apprestata dalla legge, semplici manifestazioni della realtà (che è preesistente) all’opera, opera intesa come un lavoro personale, il frutto di un elaborazione, materiale o intellettuale che deve presentare l’apporto ulteriore della novità e dell’originalità.

Con ciò, pare evidente doversi escludere la mera partita di calcio quale manifestazione sportiva, dal novero dei beni tutelati dalla Legge cit., espressione di quella realtà preesistente all’opera. Quest’ultima, al contrario, dev’essere intesa quale elaborazione personale della realtà da parte dell’autore, materiale o intellettuale che sia.
In verità, il problema non è di così scontata soluzione, se il Tribunale di Milano con ordinanza del 3 settembre 2003, ha avuto modo di affermare che “ l’attività scolta dalla Società Parma A.C. manca di qualsiasi elemento di creatività, talché non può considerarsi opera dell’ingegno. Lo spettacolo della società organizzato, costituito dalla partita casalinga disputata, non è affidato ad altri elementi precostituiti se non le regole tecniche che sovrintendono allo svolgimento delle partite calcistiche , mentre lo spettacolo-partita è privo di qualsiasi connotazione ideativa ma è frutto di casualità e improvvisazione, conseguenza di impegno atletico e di applicazione di regole, senza spazio inventivo ovvero predeterminazione spettacolare”.

Tuttavia, e nonostante i giustificati dubbi insorti nella giurisprudenza di merito, è la trasmissione televisiva (ossia l’opera, in senso etimologico quale lavoro materiale) effettuata con mezzi tecnici ad avere (eventualmente) i requisiti dell’opera dell’ingegno. E alla stessa corretta conclusione addiviene il GIP, anzi va oltre, e considerando anche la cd. “telecronaca”, nega alle semplici riprese televisive, anche se effettuate con l’ausilio di imponenti mezzi tecnici e comprensive della telecronaca, i caratteri che delineano l’opera dell’ingegno.
Ma c’è di più. Il problema che sta alla base è che, l’emittente cinese non aveva sottratto illecitamente, eludendo le predisposte misure di sicurezza, e così trasmettendo, il flusso audio-video di proprietà dell’emittente italiana. Quelle riprese audio-video, successivamente diffuse in Italia attraverso i link dai portali sequestrati dalla Procura, erano riprese cedute dall’emittente italiana e quindi nella legittima disponibilità dell’emittente cinese, e non riprese televisive dell’emittente italiana (ri)trasmesse illecitamente dall’emittente cinese.

Secondo l’informativa della Guardia di Finanza di Milano depositata in Procura, l’illecito penale era palese: “gli operanti accertavano che la violazione del diritto d’autore, documentato dal querelante anche in ragione delle particolari riprese effettuate con le telecamere Sky che valorizzavano la trasmissione dell’evento sportivo, era palese alla luce della comparsa sulle trasmissioni illecitamente ritrasmesse del logo Sky, che ne attestava inequivocabilmente la provenienza”.

Sul punto, al contrario, il GIP, ha precisato che “le immagini non recano, infine, il logo di Sky, cioè il segno distintivo che ne indica la provenienza da tale emittente. Va osservato che in ordine a questo aspetto appare essere incorso in una imprecisione il PM laddove ha osservato nella sua richiesta che sulle trasmissioni illecitamente ritrasmesse sarebbe presente il logo di Sky che ne attestava inequivocabilmente la provenienza. Tale circostanza non emerge dalla querela, né dai CD ad essa allegati, né dagli accertamenti della Guardia di Finanza. L’equivoco si deve verosimilmente alla presenza tra i documenti filmati allegati alla querela di alcuni stralci di trasmissioni Sky, regolarmente commentati in italiano, indicati dalla denunciante allo scopo di dimostrare che le riprese trasmesse dalle televisioni cinesi erano identiche a quelle da lei stessa trasmesse in Italia”.

Ultima notazione, sull’interessante differenza che, ancora una volta molto correttamente, il giudicante mette in risalto, fra le condotte di immissione nella rete telematica, fatto che dev’essere addebitato all’emittente cinese e che comunque sarebbe avvenuto in Cina, e le diverse condotte di diffusione, nel caso di specie, tramite semplice “link” che rinviavano ad altri siti dai portali sequestrati, ascrivibili agli indagati ma del tutto neutre rispetto alla norma penale contestata.

In conclusione, nonostante l’ampiezza e l’importanza dei temi sollevati dal procedimento penale avviato dalla Procura di Milano, che avrebbe potuto costituire una buona occasione per chiarire definitivamente alcuni aspetti non marginali relativi all’essenza stessa dell’opera dell’ingegno e della sua tutela, i presupposti che hanno dato la stura alle indagini, costituiscono solo il frutto di un errore marchiano, presumibilmente dovuto ad una disattenta e superficiale lettura valutativa delle fonti di prova da parte degli investigatori.