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Il caso www.coolstreaming.it e www.calciolibero.com: tutto frutto di un equivoco?

1 dicembre 2012 Lascia un commento

Il presente commento, prende le mosse dal procedimento penale avviato dalla Procura di Milano nel corso del 2005, a carico degli amministratori dei siti http://www.coolstreaming.it e http://www.calciolibero.com.
In particolare, la Procura di Milano aveva disposto il sequestro preventivo dei suindicati portali con annessi indirizzi IP dei dati di trasmissione dalla Cina aventi specifiche numerazioni, per aver trasmesso partite di calcio delle quali la querelante aveva i diritti di trasmissione in esclusiva per il territorio italiano. La Procura ne aveva successivamente richiesto la convalida al GIP del Tribunale di Milano che, con provvedimento dell’8 febbraio 2006 aveva rigettato la richiesta.

Occorre effettuare, in via preliminare, una panoramica generale sul sistema di trasmissione telematica usato dai siti oggetto di sequestro. Si tratta della Peer –to –Peer Tv, ossia del live streaming P2P.
Il primo esempio di trasmissione via streaming, risale al 18 novembre 1994, quando la rockband statunitense “The Rolling Stones” si esibì in un concerto al Cotton Bowl di Dallas davanti a 50.000 fans. La Band decise di rendere disponibile a scopo promozionale i primi 20 minuti dello spettacolo che diventò così il primo concerto in multicast della rete internet.

Il precursore delle trasmissioni P2pTv fu senza dubbio coolstreaming, un aggregatore di televisioni online provenienti da vari broadcaster poi tramutato in un portale IpTv/Net-Tv.
La particolarità della rete peer to peer è che non consiste in una rete di client e server in senso tradizionale, ma si struttura in una serie di nodi equivalenti (peer) che funzionano al contempo da client e server verso altri nodi della rete aventi gli stessi requisiti.
Caratteristica dello streaming live è che ogni soggetto comunica con gli altri per riuscire ad ottenere il file che ricerca. A differenza dello streaming on demand, il file non può essere salvato su hard disk poiché il suo contenuto è disponibile una sola volta, ossia nel momento in cui il flusso di dati audio-video viene trasmesso. La comunicazione tra peer prevede inoltre la condivisione di parti del file in maniera da aumentare la capacità di trasmissione dell’applicazione.

Poste le doverose premesse tecniche in forma necessariamente sintetica, passiamo alle norme che vengono in considerazione e che si assumevano violate dall’Ufficio di Procura di Milano: l’art. 2 del Decreto Legge 15/99, convertito con modifiche dalla Legge 78/99 che attribuisce la titolarità dei diritti di trasmissione televisiva in forma codificata alla singole società di calcio di serie A e di serie B; l’art. 171, comma 1, lett. a-bis), della Legge 633/41, così come inserito dall’art. 3 del Decreto Legge 7/05 convertito con modifiche dalla Legge 43/05 che testualmente recita: “salvo quanto previsto dall’art. 171-bis e dall’art. 171-ter, è punito con la multa da lire 100.000 a lire 4.000.000 chiunque, senza averne diritto, a qualsiasi scopo e in qualsiasi forma mette a disposizione del pubblico, immettendola in un sistema di reti telematiche, mediante connessioni di qualsiasi genere, un’opera dell’ingegno protetta, o parte di essa”.

Orbene, la semplice violazione dei diritti di trasmissione in esclusiva delle partite di calcio, non ha tutela penale. A questa corretta conclusione perviene il GIP di Milano, sancendo l’applicabilità all’eventuale condotta illecita dell’emittente cinese che forniva il servizio di trasmissione delle partite, poi diffuse dai siti sequestrati attraverso la pubblicazione dei cd. “link” (anche) sul territorio italiano, delle norme che sanzionano l’illecito civile, in particolare l’art. 2043 e l’art. 2598 del codice civile, quest’ultimo riguardante fatti integranti concorrenza sleale.

Tuttavia, c’è ancora da chiedersi quale sia il bene oggetto di tutela della norma di cui all’art. 171, comma 1, lett. a-bis), della Legge cit.
L’oggetto della ripresa televisiva, ossia la partita di calcio, o la trasmissione televisiva in sé? Secondo la Legge sul diritto d’autore cit., le opere dell’ingegno sono espressioni di carattere creativo del lavoro intellettuale appartenenti alla letteratura, alla musica, alle arti figurative, all’architettura, al teatro ed alla cinematografia, qualunque ne sia il modo o la forma di espressione. Occorre, in particolare, che essa sia nuova e diversa rispetto alla realtà preesistente.
Ed allora, già questo riferimento alla realtà preesistente, nonché ai caratteri specifici perché si possa parlare di opera dell’ingegno, ma anche la stessa locuzione “opera dell’ingegno”, dovrebbero portare l’interprete ad escludere dalla tutela apprestata dalla legge, semplici manifestazioni della realtà (che è preesistente) all’opera, opera intesa come un lavoro personale, il frutto di un elaborazione, materiale o intellettuale che deve presentare l’apporto ulteriore della novità e dell’originalità.

Con ciò, pare evidente doversi escludere la mera partita di calcio quale manifestazione sportiva, dal novero dei beni tutelati dalla Legge cit., espressione di quella realtà preesistente all’opera. Quest’ultima, al contrario, dev’essere intesa quale elaborazione personale della realtà da parte dell’autore, materiale o intellettuale che sia.
In verità, il problema non è di così scontata soluzione, se il Tribunale di Milano con ordinanza del 3 settembre 2003, ha avuto modo di affermare che “ l’attività scolta dalla Società Parma A.C. manca di qualsiasi elemento di creatività, talché non può considerarsi opera dell’ingegno. Lo spettacolo della società organizzato, costituito dalla partita casalinga disputata, non è affidato ad altri elementi precostituiti se non le regole tecniche che sovrintendono allo svolgimento delle partite calcistiche , mentre lo spettacolo-partita è privo di qualsiasi connotazione ideativa ma è frutto di casualità e improvvisazione, conseguenza di impegno atletico e di applicazione di regole, senza spazio inventivo ovvero predeterminazione spettacolare”.

Tuttavia, e nonostante i giustificati dubbi insorti nella giurisprudenza di merito, è la trasmissione televisiva (ossia l’opera, in senso etimologico quale lavoro materiale) effettuata con mezzi tecnici ad avere (eventualmente) i requisiti dell’opera dell’ingegno. E alla stessa corretta conclusione addiviene il GIP, anzi va oltre, e considerando anche la cd. “telecronaca”, nega alle semplici riprese televisive, anche se effettuate con l’ausilio di imponenti mezzi tecnici e comprensive della telecronaca, i caratteri che delineano l’opera dell’ingegno.
Ma c’è di più. Il problema che sta alla base è che, l’emittente cinese non aveva sottratto illecitamente, eludendo le predisposte misure di sicurezza, e così trasmettendo, il flusso audio-video di proprietà dell’emittente italiana. Quelle riprese audio-video, successivamente diffuse in Italia attraverso i link dai portali sequestrati dalla Procura, erano riprese cedute dall’emittente italiana e quindi nella legittima disponibilità dell’emittente cinese, e non riprese televisive dell’emittente italiana (ri)trasmesse illecitamente dall’emittente cinese.

Secondo l’informativa della Guardia di Finanza di Milano depositata in Procura, l’illecito penale era palese: “gli operanti accertavano che la violazione del diritto d’autore, documentato dal querelante anche in ragione delle particolari riprese effettuate con le telecamere Sky che valorizzavano la trasmissione dell’evento sportivo, era palese alla luce della comparsa sulle trasmissioni illecitamente ritrasmesse del logo Sky, che ne attestava inequivocabilmente la provenienza”.

Sul punto, al contrario, il GIP, ha precisato che “le immagini non recano, infine, il logo di Sky, cioè il segno distintivo che ne indica la provenienza da tale emittente. Va osservato che in ordine a questo aspetto appare essere incorso in una imprecisione il PM laddove ha osservato nella sua richiesta che sulle trasmissioni illecitamente ritrasmesse sarebbe presente il logo di Sky che ne attestava inequivocabilmente la provenienza. Tale circostanza non emerge dalla querela, né dai CD ad essa allegati, né dagli accertamenti della Guardia di Finanza. L’equivoco si deve verosimilmente alla presenza tra i documenti filmati allegati alla querela di alcuni stralci di trasmissioni Sky, regolarmente commentati in italiano, indicati dalla denunciante allo scopo di dimostrare che le riprese trasmesse dalle televisioni cinesi erano identiche a quelle da lei stessa trasmesse in Italia”.

Ultima notazione, sull’interessante differenza che, ancora una volta molto correttamente, il giudicante mette in risalto, fra le condotte di immissione nella rete telematica, fatto che dev’essere addebitato all’emittente cinese e che comunque sarebbe avvenuto in Cina, e le diverse condotte di diffusione, nel caso di specie, tramite semplice “link” che rinviavano ad altri siti dai portali sequestrati, ascrivibili agli indagati ma del tutto neutre rispetto alla norma penale contestata.

In conclusione, nonostante l’ampiezza e l’importanza dei temi sollevati dal procedimento penale avviato dalla Procura di Milano, che avrebbe potuto costituire una buona occasione per chiarire definitivamente alcuni aspetti non marginali relativi all’essenza stessa dell’opera dell’ingegno e della sua tutela, i presupposti che hanno dato la stura alle indagini, costituiscono solo il frutto di un errore marchiano, presumibilmente dovuto ad una disattenta e superficiale lettura valutativa delle fonti di prova da parte degli investigatori.

Wi-fi libero dal primo gennaio 2011

30 dicembre 2010 Lascia un commento

Abolite le norme del dl Pisanu. Pubblicato in Gazzetta Ufficiale il Milleproroghe, che abolisce quasi tutti i precedenti obblighi. Gli hotspot pubblici non dovranno più registrare gli utenti. La maggioranza annuncia nuove norme per il 2011

WI-FI libero dal primo gennaio: dopo anni di battaglie e ripetuti annunci, la Gazzetta Ufficiale mette nero su bianco la svolta, contenuta nel decreto Milleproroghe 1: aboliti quasi tutti gli obblighi che gravavano sugli hotspot wi-fi pubblici dal 2005 per via del decreto Pisanu. Gli esercenti non dovranno più quindi identificare gli utenti, registrarne il traffico. Sopravvive solo, fino al 31 dicembre 2011, un obbligo, esclusivamente per gli internet point: di richiedere licenza al Questore per qualsiasi punto di accesso internet pubblico (wi-fi e non; il tipo di tecnologia non importa).

Per “internet point” il decreto intende “gli esercizi pubblici che forniscono l’accesso ad Internet in via principale”. Altri esercenti, cioè quelli che “lo forniscono in via accessoria” non saranno tenuti nemmeno a quest’obbligo: tabula rasa quindi per bar, ristoranti, hotel, tra gli altri. Potranno offrire wi-fi gratis (o altre forme di accesso internet, ma il wireless è il modo più consueto) senza più preoccuparsi di sottostare alle norme del Pisanu.

Il decreto del 2005 era indicato da esperti e addetti ai lavori come uno dei motivi che hanno rallentato lo sviluppo di internet nei luoghi pubblici in Italia. I nostri hotspot wi-fi sono meno di un quarto di quelli francesi. La burocrazia del Pisanu infatti aumentava costi e complessità
per chi offre accesso internet in luoghi pubblici, al punto da scoraggiare la maggior parte di esercenti e circoli privati. Grande soddisfazione quindi di navigatori, associazioni di categoria e organizzazioni per le libertà online, che in questi anni si erano battuti per il superamento di una normativa che non aveva uguali nel resto del mondo occidentale.

Festeggia anche l’opposizione: secondo Paolo Gentiloni (Pd) “è una vittoria”. Già negli scorsi mesi parlamentari di tutti gli schieramenti, tra cui lo stesso Gentiloni, avevano presentato proposte di legge per abolire o modificare il decreto. Due ddl, uno del Pd e uno del Pdl, stavano per completare l’iter alla Camera, mentre al Senato a novembre il ministro dell’Interno Roberto Maroni aveva presentato un disegno di legge per togliere le norme wi-fi. Evidentemente, però, il governo ha preferito poi uno strumento normativo più veloce, con il decreto Milleproroghe.

Ora l’attenzione si sposta sulla fase di conversione in legge, prevista entro due mesi. Esponenti della maggioranza hanno già annunciato la sostituzione delle vecchie norme con nuovi obblighi più “leggeri” e meno invasivi, attraverso emendamenti al decreto. Del resto già a novembre il ministro Maroni si era detto pronto 2 ad accogliere le richieste delle forze dell’ordine, secondo cui servono comunque alcune norme per la sicurezza degli accessi pubblici a internet. L’orientamento prevalente è di imporre identificazione e registrazione del traffico degli utenti solo per specifiche esigenze investigative (e non a tappeto e a priori, com’è stato finora). Questo sarà il senso dell’emendamento che sarà presentato da Antonio Palmieri (Pdl), tra i parlamentari più attenti alla materia di internet. Le forze dell’ordine potrebbero quindi richiedere a certi esercenti, per un determinato periodo di tempo e per scopi precisi, di monitorare gli accessi. Un po’ come avviene per le intercettazioni telefoniche.
di ALESSANDRO LONGO

http://www.repubblica.it/tecnologia/2010/12/30/news/wi-fi_libero_dal_primo_gennaio_abolite_le_norme_del_dl_pisanu-10710753/?ref=HREC1-1

Indagini privacy e democrazia virtuale

29 ottobre 2010 Lascia un commento

La polizia italiana su Facebook non ha bisogno di infiltrati, nè di fare rogatorie e quindi neanche dei magistrati, infatti grazie ad un accordo lampo concluso con la società di Palo Alto, un vero e proprio patto di collaborazione la polizia postale ha già da diverse settimane la possibilità di attivare una serie infinita di controlli sulle pagine del social network.
L’articolo “La polizia ci spia su Facebook” di Giorgio Florian pubblicato dall’Espresso ci spiega tutto il meccanismo e il commento di Giglioli che non può che essere condiviso ne trae le giuste conclusioni, specie quando definisce “Il patto tra Facebook e il Viminale un attentato ai diritti dei cittadini digitali” visto che “Il patto con cui la Polizia Postale italiana si è fatta concedere da Facebook il diritto di entrare arbitrariamente nei profili degli oltre 15 milioni italiani iscritti a Facebook, senza un mandato della magistratura e senza avvertire l’internauta che si sta spiando in casa sua, è di fatto un controllo digitale di tipo cinese che viola i più elementari diritti dei cittadini che dialogano utilizzando il social network: insomma, stiamo parlando di una vera e propria perquisizione, espletata con la violenza digitale del più forte.” ma leggiamo l’articolo dell’espresso.
La polizia ci spia su Facebook Un patto segreto con il social network. Che consente alle forze dell’ordine di entrare arbitrariamente e senza mandato della magistratura in tutti i profili degli utenti italiani. Lo hanno appena firmato in California .
Negli Stati Uniti, tra mille polemiche, è allo studio un disegno di legge che, se sarà approvato dalCongresso, permetterà alle agenzie investigative federali di irrompere senza mandato nelle piattaforme tecnologiche tipo Facebook e acquisire tutti i loro dati riservati. In Italia, senza clamore, lo hanno già fatto. I dirigenti della Polizia postale due settimane fa si sono recati a Palo Alto, in California , e hanno strappato, primi in Europa, un patto di collaborazione che prevede la possibilità di attivare una serie infinita di controlli sulle pagine del social network senza dover presentare una richiesta della magistratura e attendere i tempi necessari per una rogatoria internazionale. Questo perché, spiegano alla Polizia Postale, la tempestività di intervento è fondamentale per reprimere certi reati che proprio per la velocità di diffusione su Internet evolvono in tempo reale.
Una corsia preferenziale, insomma, che potranno percorrere i detective digitali italiani impegnati soprattutto nella lotta alla pedopornografia, al phishing e alle truffe telematiche, ma anche per evitare inconvenienti ai personaggi pubblici i cui profili vengono creati a loro insaputa. Intenti forse condivisibili, ma che di fatto consegnano alle forze dell’ordine il passepartout per aprire le porte delle nostre case virtuali senza che sia necessaria l’autorizzazione di un pubblico ministero. In concreto, i 400 agenti della Direzione investigativa della Polizia postale e delle comunicazioni potranno sbirciare e registrare i quasi 17 milioni di profili italiani di Facebook.
Ma siamo certi che tutto ciò avverrà nel rispetto della nostra privacy? In realtà, ormai da un paio d’anni, gli sceriffi italiani cavalcano sulle praterie di bit. Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza e persino i vigili urbani scandagliano le comunità di Internet per ricavare informazioni sensibili, ricostruire la loro rete di relazioni, confermare o smentire alibi e incriminare gli autori di reati. Sempre più persone conducono in Rete una vita parallela e questo spiega perché alle indagini tradizionali da tempo si affianchino pedinamenti virtuali. Con la differenza che proprio per l’enorme potenzialità del Web e per la facilità con cui si viola riservatezza altrui è molto facile finire nel mirino dei cybercop: non è necessario macchiarsi di reati ma basta aver concesso l’amicizia a qualcuno che graviti in ambienti “interessanti” per le forze dell’ordine.
A Milano, per esempio, una sezione della Polizia locale voluta dal vicesindaco Riccardo De Corato sguinzaglia i suoi “ghisa” nei gruppi di writer, allo scopo di infiltrarsi nelle loro community e individuare le firme dei graffiti metropolitani per risalire agli autori e denunciarli per imbrattamento. Le bande di adolescenti cinesi che, tra Lombardia e Piemonte, terrorizzano i connazionali con le estorsioni, sono continuamente monitorate dagli interpreti della polizia che si insinuano in Qq, la più diffusa chat della comunità. Anche le gang sudamericane, protagoniste in passato di regolamenti di conti a Genova e Milano, vengono sorvegliate dalle forze dell’ordine. E le lavagne degli uffici delle Squadre mobili sono ricoperte di foto scaricate da Facebook, dove i capi delle pandillas che si fanno chiamare Latin King, Forever o Ms18 sono stati taggati insieme ad altri ragazzi sudamericani, permettendo così agli agenti di conoscere il loro organigramma.
Veri esperti nel monitoraggio del Web sono ormai gli investigatori delle Digos, che hanno smesso di farsi crescere la barba per gironzolare intorno ai centri sociali o di rasarsi i capelli per frequentare le curve degli stadi. Molto più semplice penetrare nei gruppi considerati a rischio con un clic del mouse. Quanto ai Carabinieri, ogni reparto operativo autorizza i propri militari, dal grado di maresciallo in su, ad accedere a qualunque sito Internet per indagini sotto copertura, soprattutto nel mondo dello spaccio tra giovanissimi che utilizzano le chat per fissare gli scambi di droga o ordinare le dosi da ricevere negli istituti scolastici. Mentre, per prevenire eventuali problemi durante i rave, alle compagnie dei Carabinieri di provincia è stato chiesto di iscriversi al sito di social networking Netlog, dove gli appassionati di musica tecno si danno appuntamento per i raduni convocando fans da tutta Europa. A caccia di raver ci sono anche i venti compartimenti della Polizia postale e delle comunicazioni, localizzati in tutti i capoluoghi di regione e 76 sezioni dislocate in provincia.
“Il nostro obiettivo è quello di prevenire i rave party prima che abbiano inizio”, spiegano, “e per questo ci inseriamo nelle comunicazioni tra organizzatori e partecipanti, nei social network, nei forum e nei blog”. Così può capitare che anche chi ha semplicemente partecipato ad una chat per commentare un gruppo musicale finisca per essere radiografato a sua insaputa.
In teoria queste attività sono coordinate dalle procure che conducono le indagini su singoli fatti o su fenomeni più ampi. I responsabili dei social network non ci tengono a farlo sapere e parlano di una generica offerta di collaborazione con le forze dell’ordine per impedire che le loro piattaforme favoriscano alcuni delitti.
Un investigatore milanese rivela a “L’espresso” che, grazie alle autorizzazioni della magistratura, da tempo ottiene dai responsabili di Facebook Italia di visualizzare centinaia di profili riservati di altrettanti utenti, riuscendo persino ad avere accesso ai contenuti delle chat andando indietro nel tempo fino ad un anno. Chi crede di aver impostato le funzioni di riservatezza in modo da non permettere a nessuno di vedere le foto, i post e gli scambi di messaggi con altri amici, in realtà, se nel suo gruppo c’è un sospetto, viene messo a nudo e di queste intrusioni non verrà mai a conoscenza.
E non sempre l’autorità giudiziaria viene messa al corrente delle modalità con cui vengono condotte alcune indagini telematiche. Un ufficiale dei Carabinieri, che chiede di rimanere anonimo, ammette che certe violazioni della legge sulla riservatezza delle comunicazioni vengono praticate con disinvoltura: “Talvolta”, spiega l’ufficiale “creiamo una falsa identità femminile su Fb, su Msn o su altre chat, inseriamo nel profilo la foto di un carabiniere donna, meglio se giovane e carina, e lanciamo l’esca. Il nostro carabiniere virtuale tenta un approccio con la persona su cui vogliamo raccogliere informazioni, magari complimentandosi per un tatuaggio. E in men che non si dica facciamo parte del suo gruppo, riuscendo a diventare “amici” di tutti i soggetti che ci interessano”.
Di tutta questa attività, spiega ancora l’ufficiale, “non sempre facciamo un resoconto alla procura e nei verbali ci limitiamo a citare una fantomatica fonte confidenziale”. Da oggi, in virtù dell’accordo di collaborazione con Mark Zuckerberg siglato dalla Polizia, chi conduce queste indagini potrà fare a meno di chiedere avvisare un magistrato perché “la fantasia investigativa può spaziare”, prevede un funzionario della Polposta, “e le osservazioni virtuali potranno essere impiegate anche in indagini preventive”.
http://www.cloroalclero.com/?p=5029

Facebook a rischio

27 ottobre 2010 Lascia un commento

L’estensione di Firefox per hackerare Facebook
Con Firesheep sottrarre le credenziali di accesso al social network è un gioco da ragazzi.
Eric Butler è uno sviluppatore preoccupato per la sicurezza: sa bene che in troppi casi le informazioni che inviamo ai siti Internet (a partire da username e password) hanno un livello di protezione insufficiente.
Prendiamo un esempio fin troppo frequente: l’utilizzo di una rete Wi-Fi aperta (magari in un hot spot pubblico), ovvero non crittografata e quindi non protetta.
Chi fa login su Facebook da un computer collegato a una rete senza fili di questo tipo inizia col piede giusto poiché invia le proprie credenziali in maniera sicura, essendo l’invio crittografato; tutto ciò che avviene dopo l’autenticazione, però, non è criptato: per riconoscere l’utente Facebook si basa sul cookie che ha depositato sul computer di questi al momento del login.
Dato che la rete non è protetta, intercettare detto cookie mentre viaggia nell’etere e utilizzarlo per spacciarsi per il legittimo utente non è troppo difficile, se si hanno le conoscenze giuste.
Ora la situazione è anche peggiore: per dimostrare quanto sia concreto il pericolo appena descritto, Butler ha realizzato un’estensione per Firefox – che ha chiamato Firesheep – il cui scopo è automatizzare il processo di “sottrazione”.
In pratica, quindi, se qualcuno in una rete Wi-Fi aperta si connette a Facebook e se all’interno della stessa rete c’è un utente con Firesheep, questi potrà sottrarre senza sforzo le credenziali del primo e utilizzarle con un doppio clic.
Firesheep infatti è in grado di trovare all’interno della rete wireless i cookie che consentono di accedere ai siti insicuri, e presenta al proprio utente un’agevole schermata con tutte le credenziali di accesso scovate.
Butler ha usato Facebook come esempio, anche perché contiene una moltitudine di informazioni personali che nessuno vorrebbe vedersi sottratte, ma Firesheep funziona con una gran quantità di siti, tra cui Amazon, Flickr, Google, Windows Live, Twitter, WordPress, Yahoo e molti altri ancora.
Proteggersi dal furto delle credenziali (e di tutto ciò a cui si può avere accesso grazie a esse) richiede uno sforzo sia da parte degli utenti che da parte dei gestori dei siti.
I primi faranno bene a proteggere quanto prima le proprie reti wireless e a preferire sempre una connessione via SSL (indicata dal prefisso https anziché http nella barra degli indirizzi) magari tramite le apposite estensioni di Firefox; i secondi, ovviamente, dovranno concedere questa possibilità per tutte le loro pagine, come Google, almeno per alcuni servizi, ha deciso di fare.
Firesheep è al momento disponibile per Mac OS X e Windows, mentre la versione per Linux arriverà a breve.
ZEUS News – www.zeusnews.com – 26-10-2010

Anomalie italiane

14 ottobre 2010 Lascia un commento

La legge bavaglio è già in azione
Da un amministratore di “Writer’s Dream”, un gruppo di cui faccio parte, arriva una notizia per certi versi sconvolgente, una notizia che fa capire bene il senso della legge bavaglio riuscendo a togliere parola ai cittadini. Il fatto è di una gravità inaudita: si vuol togliere la parola a tutti e lasciarla solo a quell’ 1% che deve rappresentarci ,senza che la Costituzione sia ancora cambiata e senza che la legge bavaglio sia ancora entrata in funzione.
“E’ successa una cosa che non possiamo e non dobbiamo ignorare. Non possiamo farlo perché non è una cosa che tocca solo Sul Romanzo ma riguarda tutti, e da vicino, perché si tratta di diritti costituzionali fondamentali che non possono e non devono essere violati. Eppure è già accaduto.”
A febbraio, Morgan Palmas pubblica sul blog “Sul Romanzo”, due articoli sulla vicenda di Maria Antonietta Pinna, una studentessa universitaria che accusa la sua correlatrice di laurea di plagio nei confronti della sua tesi. La professoressa Turrini replica che il suo saggio è uno studio ben più approfondito di quello della studentessa, che ha ben poco da spartire con la tesi di Maria Antonietta Pinna.
Si arriva a una causa per plagio da un lato e ad una per diffamazione dall’altro.
Non è questo però che interessa a noi, bensì ciò che è successo negli ultimi giorni. A Morgan arriva una mail di Google, dove gli viene notificato l’oscuramento dei due post su richiesta della Polizia di Stato (Compartimento dell’Emilia Romagna, sezione di Ferrara) per una richiesta di accertamenti.
Nella mail è allegato il documento ufficiale della Polizia, dove viene specificato che la richiesta viene avanzata perché v’è un reato di cui all’art. 595 del Codice Penale per diffamazione con pubblicazione di articoli postati sul sito internet.
Un oscuramento avvenuto senza processi, senza sentenze.
Alessandro Gilioli, nel suo blog su L’Espresso, scrive:
“Google si è immediatamente adeguata e gli articoli del 26 febbraio e del 3 marzo sono stati quindi eliminati d’imperio dal sito senza che il titolare del blog potesse farci nulla, ma soprattutto, senza che il reato di diffamazione fosse discusso ed eventualmente provato in un’aula di tribunale. Uno è poi riapparso mentre l’altro è rimasto oscurato. Oggi Morgan ne scrive, appunto,sul suo sito. Ho chiesto un parere in merito all’amico giurista Guido Scorza. Ecco quello che mi ha risposto: «Il provvedimento – credo raro, se non unico nel suo genere – è a mio avviso illegittimo. Un PM, evidentemente, non può da un lato ordinare l’acquisizione di elementi di prova utili a verificare se via stata una diffamazione e, contemporaneamente, ordinare la “cancellazione” degli articoli asseritamente diffamatori dei quali ha domandato l’acquisizione proprio allo scopo di verificare se SONO O MENO diffamatori».
Chiaro no? Prima si censura, poi si decide se andava censurato. Potrebbe capitare ad ognuno di noi. Ecco perché non possiamo – né, in alcun modo, dobbiamo – rimanere in silenzio di fronte a un tale avvenimento. Si tratta di una violazione grave dell’art. 21 della Costituzione Italiana. Un articolo fondamentale, che recita quanto segue:
Art. 21.
Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili.
In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell’Autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all’Autorità giudiziaria.
Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s’intende revocato e privo di ogni effetto.
Il reato di diffamazione non rientra tra i casi che prevedono il sequestro.
Vi prego di leggere l’articolo di Morgan sulla questione e, soprattutto, di condividere la notizia in tutti i modi possibili. Non è la vicenda di Maria Antonietta Pinna e di Miriam Turrini l’oggetto di questa notizia, non è questo il problema: il problema è la limitazione della libertà di parola, una limitazione che non dobbiamo in alcun modo accettare.
http://www.agoravox.it/La-legge-bavaglio-e-gia-in-azione.html
http://sulromanzo.blogspot.com/2010/10/esistono-azioni-fasciste-online.html

Robin Hood

23 maggio 2010 Lascia un commento

Ilmars Poikans, il Robin Hood lettone
21 maggio 2010 | Süddeutsche Zeitung Monaco

Il matematico-hacker è diventato un eroe nazionale per aver smascherato in rete chi si arricchisce nonostante la crisi.
Sotto lo pseudonimo Neo, ha diffuso in rete le dichiarazioni dei redditi di chi aggira il tetto agli stipendi fissato dalle rigide misure anticrisi. Ora deve difendersi in tribunale, ma i suoi connazionali sono tutti dalla sua parte.
Matthias Kolb
Ilmars Poikans ha poco a che vedere con l’attore Keanu Revees: lineamenti poco marcati, leggermente stempiato, sotto la camicia a righe si intravede un po’ di pancetta. Eppure per molti lettoni Poikans, 31 anni, è un vero eroe. Dal febbraio scorso questo matematico è riuscito ad accedere a milioni di dati sulle dichiarazioni dei redditi, e ha iniziato a passarli segretamente alla stampa o a diffonderli su Twitter. Così i 2,4 milioni di lettoni hanno scoperto che molti impiegati statali hanno ricevuto stipendi sempre più alti, anche se il governo ha varato un programma di risparmi per rispettare le condizioni dell’Unione Europea e del Fmi e per evitare la bancarotta.
Alla fine Poikans è stato scoperto: è lui l’hacker che si fa chiamare Neo, come il personaggio interpretato da Revees nel fim Matrix. Dopo esser stato preso dalla polizia, Poikans ha ammesso tutto. Nel frattempo è tornato a piede libero, e in rete si possono leggere molte cose su di lui: il suo nickname su Twitter è “Universal IT soldier”, ha lavorato all’Università di Riga a un progetto sull’intelligenza artificiale e ha tentato di realizzare un programma per la digitalizzazione della lingua lettone.
A differenza di Heinrich Kiebe, che ha venduto le sue informazioni ai servizi segreti tedeschi per milioni di euro, Poikans non ha cercato di arricchirsi. Il suo scopo era semplicemente mostrare “l’ipocrisia” delle classi dirigenti. Si sente un portavoce “dell’esercito popolare del quarto risveglio”, e molti hanno colto il riferimento: negli anni ottanta il giornale del movimento indipendentista lettone si chiamava “Atmoda”, che significa appunto risveglio. C’è voluto poco per passare dal soprannome “Neo” a quello di “Robin Hood lettone”.
Poikans ha scoperto che il capo dell’azienda energetica statale, Latvenergo, all’inizio del 2008 guadagnava 17.300 euro al mese. Alla fine del 2009, nonostante la crisi, guadagnava ancora più di 4000 euro al mese, mentre lo stipendio massimo previsto dai contratti è di 3000 euro. I poliziotti hanno scoperto che i loro superiori guadagnano 2800 euro al mese, ovvero sei volte il loro stipendio. Nel marzo del 2009 un’impresa comunale di servizi ha assegnato al suo manager un bonus di 22.500 euro. I pensionati invece prendono in media 150 euro al mese, gli insegnanti 375.
Mancanza di trasparenza
Neo ha portato alla luce quello che molti già sospettavano: l’inflessibile programma di risparmi del premier Valdis Dombrovskis era sostanzialmente a carico dei pensionati, degli impiegati e dei piccoli ufficiali; per gli altri si poteva chiudere un occhio. Mentre alcuni ricevevano stipendi d’oro, le scuole e gli ospedali chiudevano e i salari erano tagliati di un terzo: la rabbia e l’indignazione non potevano che crescere. Nel 2009 l’economia della Lettonia si è ridotta del 18 per cento, e la disoccupazione ha raggiunto il 20,4 per cento.
La più grande banca del paese, la Parex-Bank, si è salvata solo grazie alla nazionalizzazione. Neo ha rivelato che mentre i suoi dirigenti tagliavano gli stipendi agli impiegati, riservavano per sé bonus stellari. L’economista Morten Hansen della Stockholm School of Economics non nasconde la sua simpatia per Poikans: “Le leggi devono essere rispettate, ma Neo ha mostrato proprio quello che manca nella società lettone: la trasparenza”.
La polemica durerà ancora a lungo. Poikans ha ingaggiato in sua difesa il celebre avvocato Aleksejs Loskutovs, che è stato capo della commissione anti-corruzione fino al 2007. Secondo Loskutovs non è chiaro se il suo assistito abbia commesso un reato passando nei buchi del sistema di sicurezza del fisco per raccogliere 1,4 gigabyte di dati.
Il sostegno per Ilmars Poikans non accenna a diminuire. I suoi amici su Facebook e su Draugiem.lv – il suo omologo lettone – aumentano sempre di più, e la settimana scorsa hanno organizzato una manifestazione davanti alla sede del governo. Sugli striscioni si poteva leggere: “prendetete i veri ladri”, oppure “alcuni reati meritano rispetto”. Sulle magliette dei partecipanti a un sit-in di fronte alla procura dello stato c’era scritto “la nostra scelta si chiama Neo”. In un paese afflitto dalla crisi, non c’è bisogno di essere bello come un divo di Hollywood per diventare un eroe. (nv)
Tratto da http://www.presseurop.eu/it/content/article/256091-ilmars-poikans-il-robin-hood-lettone

Mentalità televisiva

3 marzo 2010 Lascia un commento

Dopo la sentenza di Milano, il Decreto Romani

Dopo la sentenza di Milano che ha condannato i dirigenti di Youtube per violazione della privacy, definita (giustamente) dal governo USA “deprimente” con la quale si afferma l’obbligo da parte del fornitore del servizio di condivisione, del controllo preventivo sul contenuto immesso in rete dagli utenti che, di fatto, risulta impossibile (basti pensare che per vedere tutto il materiale presente su Youtube non basterebbero 412 anni), rispunta il decreto Romani di attuazione della Direttiva 2007/65/CE del Parlamento europeo e del Consiglio dell’11 dicembre 2007, che modifica la direttiva 89/552/CEE del Consiglio relativa al coordinamento di determinate disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri concernenti l’esercizio delle attività televisive.
Depurato dai doveri che incombevano sui blogger, modifica l’art. 2 del decreto legislativo 31 luglio 2005, n.177 che, nella nuova formula, definisce “servizio di media audiovisivo”: “1) un servizio, quale definito agli articoli 56 e 57 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, che è sotto la responsabilità editoriale di un fornitore di servizi media e il cui obiettivo principale è la fornitura di programmi al fine di informare, intrattenere o istruire il grande pubblico, attraverso reti di comunicazioni elettroniche . Per siffatto servizio di media audiovisivo si intende o la radiodiffusione televisiva, come definita alla lettera i) del presente articolo e, in particolare, la televisione analogica e digitale, la trasmissione continua in diretta quale il lave streaming, la trasmissione televisiva s u Internet quale il webcasting e il video quasi su domanda quale il near video on demand, o un servizio di media audiovisivo a richiesta, come definito dalla lettera m) del presente articolo.”
Non rientrano invece nella definizione di “servizio di media audiovisivo”: “- i servizi prestati nell’esercizio di attività precipuamente non economiche e che non sono in concorrenza con la radiodiffusione televisiva, quali i siti Internet privati e i servizi consistenti nella fornitura o distribuzione di contenuti audiovisivi generati da utenti privati a fini di condivisione o di scambio nell’ambito di comunità di interesse;
– ogni forma di corrispondenza privata, compresi i messaggi di posta elettronica;
– i servizi la cui finalità principale non è la fornitura di programmi;
– i servizi nei quali il contenuto audiovisivo è meramente incidentale e non ne costituisce la finalità principale,
quali, a titolo esemplificativo :
a) i siti internet che contengono elementi audiovisivi puramente accessori, come elementi grafici animati, brevi
spot pubblicitari o informazioni relative a un prodotto o a un servizio non audiovisivo ;
b) i giochi in linea; c) i motori di ricerca d) le versioni elettroniche di quotidiani e riviste; e) i servizi testuali autonomi; f) i giochi d’azzardo con posta in denaro, ad esclusione delle trasmissioni dedicate a giochi d’azzardo e di fortuna.”

Il testo integrale

Professionisti e software

24 dicembre 2009 Lascia un commento

Aziende e imprenditori devono ben guardarsi dall’utilizzare software pirata in ufficio, al contrario degli studi professionali che, pare siano esentati da quest’obbligo, almeno secondo quanto stabilito con la sentenza n.49385 dalla Corte di Cassazione, depositata il 22 dicembre 2009.
Infatti non commette reato il libero professionista iscritto all’albo che utilizza programmi informatici privi del marchio Siae. Questo in sintesi il dictat della sentenza della Cassazione, che distingue tra attività imprenditoriale e commerciale da un lato e professionale dall’altro, in relazione all’uso del software senza licenza.
Mentre le imprese commettono reato in quanto i loro scopi sono esplicitamente a fini di lucro, non sono punibili i professionisti “intellettuali” per la cui attività è prevista l’iscrizione ad un albo .

La rete delle regole

24 dicembre 2009 Lascia un commento

ROMA (Reuters) – Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha detto oggi che per contrastare i reati di istigazione alla violenza su Internet non presenterà un disegno di legge, ma punterà alla realizzazione di un codice di autoregolamentazione degli operatori.
Parlando ai giornalisti al termine di un incontro al Viminale con i gestori delle reti su Internet e i rappresentanti dei social network, Maroni ha detto che ”ci siamo impegnati ad elaborare delle proposte e a costituire un tavolo con tutti i soggetti che sono intervenuti… per discutere le nostre proposte e valutare la possibilità di trovare una soluzione e cioè un codice di autoregolamentazione piuttosto che una norma di legge”.
Questo “tavolo” sarà convocato a metà gennaio, ha aggiunto Maroni.
Dopo l’aggressione al premier Silvio Berlusconi erano proliferati sulla rete gruppi e siti che istigavano alla violenza o facevano apologia di reato, spingendo il ministro ad annunciare un decreto legge per fermarli. Successivamente, dopo un colloqui al Quirinale, Maroni aveva derubricato il dl in disegno di legge da presentare velocemente al consiglio dei ministri.
Ora il Viminale sembra intenzionato a rivedere questa decisione, poiché incide su una materia che, come ha detto lo stesso Maroni, incide sulla libertà di espressione dei cittadini.
“La strada da seguire è quella di cercare un accordo tra tutti, definendo un codice di autoregolamentazione che coinvolga tutti i soggetti interessati, evitando interventi d’autorità, ma ottenendo ugualmente il risultato”, ha detto oggi il ministro.
Questo codice dovrà essere approvato “in tempi rapidi, per combattere il proliferare di gruppi che inneggiano all’omicidio, al terrorismo e alla mafia”.
All’incontro al Viminale erano presenti il vice ministro delle Comunicazioni Paolo Romani, il capo della polizia Antonio Manganelli, il capo della polizia postale Antonio Apruzzese, il responsabile europeo di Facebook, Richard Allan e rappresentanti del ministero delle Politiche Giovanili, Confindustria, Assotelecomunicazioni, Associazione italiana internet provider, British Telecom, Fastweb, H3g, Vodafone, Wind, Telecom, Google e Microsoft.
Reuters

Emergenza terrorismo

23 dicembre 2009 Lascia un commento

Com’è noto, l’art. 7, comma 4 della Legge 31 luglio 2005, n. 155 “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 27 luglio 2005, n. 144, recante misure urgenti per il contrasto del terrorismo internazionale” cd. “Decreto Pisanu”, impone una serie di obblighi -anche in deroga alla normativa in materia di privacy- ai titolari di pubblici esercizi, tenuti a conservare un registro dei dati dei propri clienti che si connettono a internet. C’è inoltre l’obbligo di identificazione certa degli utenti della propria rete (tramite carta d’identità o numero di cellulare) nonchè l’obbligo di custodire i dati sul traffico che gli utenti dell’esercizio hanno fatto su internet (log), affinche l’autorita giudiziaria, all’occorrenza, possa acquisirlo e consultarlo.
Il tutto vale non solo per gli internet point ma anche per qualsiasi privato che, da un esercizio pubblico o da casa propria, voglia dare accesso a internet a terzi. Ovviamente il provvedimento ha destato forti polemiche sin dalla sua adozione e ha scoraggiato l’uso delle reti pubbliche WiFi.
Secondo la proposta di Legge presentata di recente da Roberto Cassinelli, deputato del PDL, sarà il Ministero dell’Interno a limitare l’accesso ai soggetti reputati non affidabili. Tra le ipotesi per rendere più snello questo meccanismo c’è quella del riconoscimento dell’utente tramite carta sim del cellulare. L’interessato a usare la rete pubblica manderà un messaggio ad un numero prestabilito, a costi e modalità da definire, e riceverà a breve un codice via sms da inserire nel computer e iniziare la navigazione. Solo l’avvenuta ricezione permetterà il permesso di accedere alla rete pubblica, in caso contrario il soggetto sarà stato inserito in una specie di “black-list” e gli sarà vietato l’uso del wi-fi.
Pare inquietante. Delegare all’autorità amministrativa il compito di limitare la libertà di espressione che si manifesta anche (e specialmente) mediante le comunicazioni personali, comprese quelle in formato elettronico e telematico, senza alcun vaglio preventivo o successivo, ci riporta inevitabilmente alla sempiterna domanda: chi controlla il controllore?