I facili entusiasmi per il disegno di legge Lazzati: come criminalizzare la competizione elettorale.

Da più parti ultimamente si ergono voci unanimi a sostegno del disegno di legge “Lazzati”. Qualche breve notazione per capirne i pregi e i difetti.
Innanzitutto l’apparente semplicità dell’articolato non tragga in inganno:
Art.1
1. All’articolo 5, terzo comma, della legge 27 dicembre 1956, n. 1423, sono aggiunte le seguenti parole: “;alle persone sottoposte a misure di prevenzione, il tribunale impone il divieto di svolgere propaganda elettorale in favore o in pregiudizio di candidati o di simboli, con qualsiasi mezzo, direttamente o indirettamente”.
Art. 2.
1. All’articolo 9, comma 2, della legge 27 dicembre 1956, n. 1423, e successive modificazioni, dopo le parole: “o il divieto di soggiorno” sono inserite le seguenti: “o il divieto di propaganda elettorale”.
Art. 3.
1. Il candidato che ha chiesto o in qualsiasi modo sollecitato propaganda elettorale in suo favore a
persona sottoposta a misura di prevenzione è punito con la pena della reclusione da due a cinque anni.
2. Con la sentenza di condanna, per il reato di cui al comma 1, il tribunale dichiara il candidato
ineleggibile per un tempo non inferiore a cinque anni e non superiore a dieci anni, e, se eletto, lo dichiara decaduto.
3. Il tribunale ordina, in ogni caso, la pubblicazione della sentenza di condanna ai sensi dell’articolo 36, commi secondo, terzo e quarto, del codice penale, e la trasmissione della stessa sentenza, passata ingiudicato, al prefetto della provincia del luogo di residenza del candidato, per l’esecuzione del provvedimento dichiarativo di ineleggibilità o di decadenza.
Gli articoli 1 e 2 riscrivono il terzo comma dell’art. 5 e il secondo comma dell’articolo 9 della Legge 1423/56 (Gazzetta Ufficiale 31 dicembre 1956, n. 327) recante “Misure di prevenzione nei confronti delle persone pericolose per la sicurezza e per la pubblica moralità”, che pertanto assumerebbero rispettivamente il seguente tenore letterale:
Art. 5
Qualora il tribunale disponga l’applicazione di una delle misure di prevenzione di cui all’art. 3, nel provvedimento sono determinate le prescrizioni che la persona sottoposta a tale misura deve osservare.
A tale scopo, qualora la misura applicata sia quella della sorveglianza speciale della pubblica sicurezza e si tratti di ozioso, vagabondo o di persona sospetta di vivere con il provento di reati, il tribunale prescrive di darsi, entro un congruo termine, alla ricerca di un lavoro, di fissare la propria dimora, di farla conoscere nel termine stesso all’autorità di pubblica sicurezza e di non allontanarsene senza preventivo avviso all’autorità medesima.
In ogni caso, prescrive di vivere onestamente, di rispettare le leggi, di non dare ragione di sospetti e di non allontanarsi dalla dimora senza preventivo avviso all’autorità locale di pubblica sicurezza; prescrive, altresì, di non associarsi abitualmente alle persone che hanno subito condanne e sono sottoposte a misure di prevenzione o di sicurezza, di non rincasare la sera più tardi e di non uscire la mattina più presto di una data ora e senza comprovata necessità e, comunque, senza averne data tempestiva notizia all’autorità locale di pubblica sicurezza, di non detenere e non portare armi, di non trattenersi abitualmente nelle osterie, bettole, o in case di prostituzione e di non partecipare a pubbliche riunioni. Inoltre, può imporre tutte quelle prescrizioni che ravvisi necessarie, avuto riguardo alle esigenze di difesa sociale; ed, in particolare, il divieto di soggiorno in uno o più Comuni, o in una o più Province ;alle persone sottoposte a misure di prevenzione, il tribunale impone il divieto di svolgere propaganda elettorale in favore o in pregiudizio di candidati o di simboli, con qualsiasi mezzo, direttamente o indirettamente”.
Qualora sia applicata la misura dell’obbligo di soggiorno nel comune di residenza o di dimora abituale o del divieto di soggiorno, può essere inoltre prescritto:
1) di non andare lontano dall’abitazione scelta senza preventivo avviso all’autorità preposta alla sorveglianza;
2) di presentarsi all’autorità di pubblica sicurezza preposta alla sorveglianza nei giorni indicati ed a ogni chiamata di essa.
Alle persone di cui al comma precedente è consegnata una carta di permanenza da portare con sé e da esibire ad ogni richiesta degli ufficiali ed agenti di pubblica sicurezza.
Art. 9
1. Il contravventore agli obblighi inerenti alla sorveglianza speciale è punito con l’arresto da tre mesi ad un anno.
2. Se l’inosservanza riguarda la sorveglianza speciale con l’obbligo o il divieto di soggiorno o il divieto di propaganda elettorale, si applica la pena della reclusione da uno a cinque anni.
3. Nell’ipotesi indicata nel comma 2 gli ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria possono procedere all’arresto anche fuori dei casi di flagranza.
4. Salvo quanto è prescritto da altre disposizioni di legge, il sorvegliato speciale che, per un reato commesso dopo il decreto di sorveglianza speciale, abbia riportato condanna a pena detentiva non inferiore a sei mesi, può essere sottoposto a libertà vigilata per un tempo non inferiore a due anni.
L’articolo 3 introdurrebbe invece una fattispecie criminale inedita nell’ordinamento; essa punisce “ chiunque chiede o in qualsiasi modo sollecita…”.

Passando ad una prima analisi dell’elemento oggettivo del reato in esame, senza necessità di addentrarsi in inutili tatticismi giuridici, appare con evidenza un’anomalia che non ha riscontri nell’ordinamento vigente, la soglia di punibilità si supera con la semplice richiesta o sollecitazione di propaganda politica in qualsiasi forma esercitata, e quindi anche oralmente.
Ci si interroga innanzitutto cosa si possa intendere con sollecitazione; si potrebbe pensare ad una forma di richiesta non espressa, ad una sorta di stimolazione tacita, il che già sarebbe sufficiente per integrare il reato in esame, “ punito con la pena della reclusione da due a cinque anni”.

Messi da parte i dubbi ermeneutici in ordine al termine sollecitare, restano le ulteriori perplessità in ordine al significato di propaganda. La definizione che ne dà il Dizionario della lingua italiana “De Mauro Paravia” è la seguente :” attività volta alla diffusione di concetti, teorie o posizioni ideologiche, politiche, religiose ..al fine di condizionare o influenzare il comportamento e la psicologia collettiva di un vasto pubblico”.

A ben vedere, siffatta attività è intrinsecamente priva di qualsiasi disvalore penale. Non si vede come si potrebbe ragionevolmente punire un sorvegliato speciale che decida di dedicarsi alla diffusione di una particolare idea politica; a fortiori, risulta priva di qualsiasi fondamento logico e giuridico la pretesa punitiva a carico del candidato politico che chieda o solleciti in qualsiasi forma tale attività di diffusione.

Last but not least, il candidato politico criminalizzato, prima di avventurarsi nelle campagna elettorale al fine di evitare di incorrere nelle ristrettissime maglie della legge, sarebbe in sostanza costretto ad informarsi se coloro i quali diffondono la sua idea politica siano sottoposti ad una misura di prevenzione e/o siano stati in qualche maniera richiesti o sollecitati, dal candidato stesso o dall’organizzazione politica di appartenenza.

Invero i soggetti interessati sono due: il candidato politico che non deve chiedere e il sorvegliato speciale che non deve svolgere attività politica di propaganda in favore del politico.

Ci si domanda se per esercizio di propaganda sia sufficiente la sola diffusione dell’idea politica, o al contrario, occorra una predisposizione organizzata di mezzi in forma stabile, diretta all’esercizio della diffusione di una idea politica.
Da questo punto di vista non tutte le condotte di propaganda politica sarebbero punibili, ma solo quelle esercitate mediante un organizzazione.

Altri ostacoli nascono inevitabilmente allorché ci si chieda quale sia il bene protetto dalla norma, in un’ottica coerente con il principio della offensività e quindi costituzionalmente orientata; la portata di tale interrogativo finisce per coinvolgere anche la consistenza dell’elemento soggettivo, in specie, qualora quest’ultimo dovesse ritenersi coincidente con il dolo specifico.

Com’è noto, esistono in dottrina le due diverse categorie dei reati di pericolo presunto o “astratto” e dei reati di pericolo effettivo o concreto; i primi non sono soggetti ad un particolare accertamento circa la reale attitudine diffusiva del danno, mentre per i secondi tale capacità deve essere dimostrata in ogni singolo caso concreto.

Anche a voler sottacere le implicazioni derivanti dai diversi modi di atteggiarsi del pericolo avuto riguardo, in particolare, all’elemento soggettivo del reato, in quanto è facile constatare che, laddove il pericolo sia concreto non sarebbe possibile imputarlo obbiettivamente al reo, bensì sarebbe necessario, al contrario, che fosse oggetto di rappresentazione da parte di quest’ultimo, la fattispecie in esame parrebbe rientrare nella prima delle due categorie, ossia nei reati di pericolo astratto, tuttavia rimarrebbe sempre privo di risposta il quesito iniziale: qual è l’oggetto giuridico del reato, su cosa si dovrebbe espandere il nocumento presunto dalla norma?

Proviamo ad azzardare un’ipotesi: la ratio della proposta come anche il bene giuridico tutelato ben si comprendono se si mette mano ad una lunga serie di presunzioni storiche e giuridiche disseminate prodigiosamente fra le poche righe del disegno di legge.

Posto che il bene giuridico tutelato altro non può essere che la corretta e disciplinata competizione elettorale oltre al corretto e libero esercizio del diritto all’elettorato attivo e passivo, la proposta Lazzati andrebbe a contrastare il cd. fenomeno della collusione politico-mafiosa che ha i suoi effetti più nefasti proprio nella fase elettorale con il tipico scambio clientelare di voti fra le forze politiche e gli ambienti malavitosi dominanti, fattispecie, fra l’altro cristallizzata dall’art. 416 ter del codice penale che si “limita” a punire con la reclusione da cinque a dieci anni esclusivamente lo scambio della promessa di voti con il denaro.

Del resto le tipologie di scambio sono diverse e molteplici e non si esauriscono certo solo con la percezione di un corrispettivo in denaro.

Tale mercimonio colpisce vieppiù zone del sud Italia ad alta densità mafiosa e criminale dove si riscontra sia pur a macchia di leopardo, un vasto fenomeno collusivo di scambio politico-mafioso, quell’ampia zona grigia che culmina nel momento elettorale per poi manifestarsi pienamente nell’esercizio dell’azione amministrativa.

Per collusione deve intendersi infatti qualsiasi accordo illecito avente ad oggetto la promessa di voto, scambiata con qualsiasi utilità, presente o (più probabilmente) futura, un fenomeno quindi polimorfo che, la proposta di legge de qua tenderebbe ad evitare vietando la propaganda al sorvegliato speciale, quasi che egli abbia una particolare predisposizione alla costituzione di patti illeciti elettorali in virtù della valutazione sulla pericolosità sociale

La proposta in esame in questo senso ha una chiave di lettura univoca: presume (per l’ennesima volta) che il sottoposto ad una misura di prevenzione sia certamente e concretamente coinvolto in accordi illeciti elettorali, in funzione della sua accertata pericolosità sociale.

Non si vuole certamente mettere in discussione l’utilità del concetto di pericolosità sociale; è sufficiente in questa sede ricordare che tale concetto, nato sulla scorta di teorie di matrice ottocentesca che lo identificavano nella ”inclinazione” a delinquere determinata da particolari condizioni di natura sia psichica che ambientale, non possa attualmente slegarsi da un giudizio prognostico criminale effettuato in concreto sulla probabilità che il soggetto commetta in futuro ulteriori reati, in buona sostanza sulla sua proclività criminale.

Orbene quello che il disegno di legge non dice è che la propaganda politica di per sé priva di attitudine lesiva, sia essa intesa come reato di danno o di pericolo, in astratto o in concreto, viene punita giacché posta in essere da un soggetto che probabilmente commetterà ulteriori reati, e che quindi “si presume” che adoperandosi nella propaganda chiesta dall’inconsapevole aspirante politico nasconda abilmente un “pactum sceleris”.

La conclusione che ne deriva è che il progetto Lazzati si fonda su una sorta di doppia presunzione: ad essere presunto non è solo il pericolo “astratto”, ma anche il bene giuridico tutelato. La semplice diffusione del pensiero politico, è intrinsecamente priva di qualsiasi disvalore penale al contrario del tipico scambio promessa di voto-denaro previsto e punito dalla legge.

Come del resto, anche la collusione politico mafiosa ovvero altri similari accordi illeciti che si intenderebbero evitare; essi costituiscono comportamenti fortemente dannosi che andrebbero puniti, ma nel rispetto del principio di tassatività e di tipicità che informano la legge penale, e non eleggendo a comportamenti criminali fattispecie che risultano obbiettivamente inoffensive

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  1. 15 marzo 2010 alle 14:23

    imparato molto

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