Le “micro offese” condominiali

Le “micro offese” condominiali

I tristi fatti di cronaca recentemente portati alla ribalta dai media, hanno fatto venire alla luce un panorama non certo confortante dei rapporti fra vicini, specie in ambito condominiale, connotati nella quasi totalità dei casi, da una inevitabile “promiscuità” che richiede una sapiente e civile gestione dei rapporti di convivenza, influenzando problematicamente lo stesso concetto di illecito rilevante giuridicamente e quindi in qualche maniera sanzionabile.
La normativa in materia di condominio è data dal capo II, titolo VII del Libro Terzo del codice civile, artt. 1117-1139, il quale rinvia per quanto non espressamente disciplinato , alle norme sulla comunione, artt. 1100-1116.
E’ facile constatare l’esiguità del dato normativo di fronte alla forte e capillare diffusione del fenomeno dell’abitazione in condominio.
Una veloce analisi degli articoli in esame mette in risalto l’oggetto della tutela codicistica, la definizione e l’uso delle cose e degli spazi comuni, i diritti e gli obblighi dei condomini, segnatamente in relazione alle riparazioni e alla manutenzione degli stessi, infine la rappresentanza del condominio, con la disciplina dell’assemblea condominiale, della figura dell’amministratore e il regolamento condominiale quale “statuto fondamentale” disciplinante i rapporti fra condomini.
L’anzidetta architettura normativa, in tema di inosservanza, inadempimento e di relative sanzioni, va necessariamente coordinata con i principi generali, in particolare, con le norme sulla responsabilità contrattuale e aquiliana.
In quest’ottica, particolarmente significativo risulta il dettato di cui all’art. 844 del codice civile, che disciplina le propagazioni moleste.
In proposito, non è superfluo ricordare che, in primis, le immissioni moleste non esauriscono affatto l’intero ambito dei comportamenti di per sé eterogenei e comunque sempre potenzialmente offensivi posti in essere fra vicini; ed inoltre, si badi, la norma si riferisce letteralmente ai proprietari di fondi finitimi, quindi geneticamente afferente a rapporti di vicinato ontologicamente diversi da quelli di condominio, laddove, al contrario di quanto succede nel rapporto classico di vicinato condominiale, lo spazio vitale di colui che risulta in rapporto con il bene è maggiore, il che, si traduce inevitabilmente in una proporzionale minore offensività del comportamento molesto.
La tutela penale è praticamente inesistente; l’unico elemento normativo rinvenibile, consiste in un reato contravvenzionale previsto e punito dall’art. 659 del codice penale che prevede quale fattispecie criminale il disturbo delle occupazioni e del riposo delle persone, sanzionato con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a € 309.
L’applicazione in concreto della norma de qua, ha poi ridotto ulteriormente l’area della tutela penale; è sufficiente qui ricordare quel filone giurisprudenziale che pretende per la configurabilità del reato in questione che i rumori molesti abbiano determinato una situazione tale dal punto di vista oggettivo da potere recare disturbo ad una pluralità di soggetti (Cass., n. 27366/01).
Ed invero, premesso che in relazione alla disciplina generale e fondamentale del fenomeno condominiale ed a casi quindi riconducibili nell’alveo della ordinaria normalità, ricorrere agli strumenti generali previsti dall’ordinamento potrebbe risultare un mezzo di reazione idoneo, tanto sembrerebbe del tutto inadatto in tema di rapporti condominiali molesti, come del resto risulta dalle numerose testimonianze apparse recentemente sui giornali che mettono ala luce un fenomeno del tutto peculiare.
Si tratta di micro episodi reiterati più volte anche in brevi intervalli di tempo: la serratura piena di colla, la manomissione e/o il distacco doloso dell’interruttore generale dell’energia elettrica, insomma, riporto letteralmente “dispetti subdoli” che minano fortemente lo stato psicofisico della vittima, dando luogo non di rado a processi di somatizzazione che esitano in un vero e proprio stato di malessere generale e prolungato, tipica conseguenza delle condotte violente, e paragonabili sotto il profilo degli effetti, a quanto deriva alle vittime da situazioni di mobbing.
La prima contestazione che si può muovere al riguardo potrebbe essere che la condotta offensiva tipica del mobbing è possibile in virtù della posizione di supremazia del datore di lavoro che attua soprusi tali da indurre la vittima in uno stato di forte prostrazione che può arrivare anche al suicidio, consentiti dell’esistenza di un “metus ab intrinseco” che caratterizza i rapporti gerarchizzati, che invece sarebbe assente fra vicini condominiali e che, non consentirebbe l’attuazione della condotta per così dire, persecutoria
D’altro canto, si può agevolmente constatare che, in particolari casi, si è sottoposti supinamente e senza possibilità di difesa alle angherie dei vicini, sia in considerazione della situazione concreta, quale potrebbe essere quella che vede gli interruttori generali dell’alloggio esposti alle interferenze di una generalità indeterminata di terzi, sia alla luce delle particolari condizioni soggettive della vittima, con riguardo, ad esempio, ad uno stato di gravidanza, ai minori o a soggetti anziani.
Un’ultima riflessione ed una breve analisi dei fatti materiali che danno luogo a comportamenti molesti condominiali: qui tocca adoperare un concetto, conosciuto nel diritto penale con il nome di reato continuato e disciplinato dall’art. 81, 2 c., c.p.
Più azioni o omissioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, quale fenomeno criminale unitario, ricevono un trattamento altrettanto unitario dalla legge.
Nell’ambito dei rapporti fra vicini, più “dispetti subdoli” ma altamente traumatizzanti se reiterati nel tempo e ove posti in essere da soggetti che vivono alla distanza di un palmo, danno luogo ad una molteplicità di querele e/o ad una pluralità di azioni civili tendenti all’inibizione del comportamento offensivo e al riconoscimento del doveroso risarcimento, che considerati ciascuno come fenomeno a sé stante hanno un disvalore apparentemente infinitesimale e che, per converso, andrebbero trattati unitariamente.

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  1. maria teresa morini
    26 ottobre 2010 alle 15:17

    Il suddetto esaustivo articolo che partendo da riferimenti giuridici mette in risalto i risvolti inevitabili della convivenza condominiale, di modo che dovremmo riflettere sulla circostanza per cui ,alla fine, il condominio non sia altro che una visione ,più contenuta , del più ampio consorzio umano, mi ha portato anche a considerare come il condominio sia pure la naturale ( o innaturale) sede di una profonda solitudine di quelli stessi che vi abitano, soprattutto se persone anziane o prive di familiari.Non a caso spesso nelel cronache dei giornali si legge di persone scomparse , che viveno sole, si e no in compagnia di un gatto, poi improvvisamente, a distanza di mesi, un inspiegabile puzzo fuoriuscente dall’ appartamento convince qualche vicino a chiamare i pompieri che trovano un poveraccio morto, solo,nella totale indifferenza.

  2. maria teresa morini
    26 ottobre 2010 alle 15:29

    Peccato,avevo appena finito di scrivere una riflessione su questo ben fatto articolo,e scopro che non è stata inserita….qualche cosa non ha funzionato nell’invio ?

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