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Il grande vecchio e il Cavalier Burlesquetti

12 dicembre 2012 Lascia un commento

NWOE’ tutto sotto controllo per l’Azienda Madre.
Il vecchio inclinò la levetta verso destra e la poltrona a rotelle, con un ronzìo quasi impercettibile, girò su se stessa di 180 gradi. Rivolto verso la vetrata, osservò distrattamente il paesaggio grigiastro, fumoso, del Tamigi, con le sue sponde frastagliate di pali, banchine e skyline di edifici restaurati, antichi come lui.
Non gli interessava più il paesaggio in realtà, ne conosceva ogni dettaglio, ogni cespuglio, ogni ombra. Era solo la forza dell’abitudine. Ogni gesto si era ormai cementificato nel corso del tempo. I suoi 89 anni erano uno smalto indistruttibile, immutabile, che ricopriva la sua personalità fissata su una lastra di ghiaccio.
Ruotò la poltrona di altri novanta gradi, fece scorrere lo sguardo, che era una successione di immagini fisse, come se avesse una macchina fotografica innestata nel cervello, sulla forma ovale del tavolo a 16 posti di quercia levigata, col ripiano di vetro.
Alle 18 era convocata la riunione mensile del Consiglio dell’Azienda Madre, allargato ai finanzieri, che da una decina d’anni era diventato definitivo.

Ricordava ancora nitidamente, come una foto ad alta definizione, quando L’Azienda Madre era un coordinamento di compagnie petrolifere che si occupavano della raffinazione, della distribuzione e commercializzazione della materia prima, in sinergia totale coi paesi dell’OPEC. Gli uni avevano bisogno degli altri, il legame era indissolubile. Capitalisti e fondamentalisti islamici insieme controllavano i governi, le guerre in Medio oriente, le destabilizzazioni di regimi o il loro rafforzamento, avevano in pugno i servizi segreti di mezzo mondo. Poi tutto era cambiato, le fonti di energia si erano diversificate, l’irruzione della finanza globalizzata era stata travolgente, tanto da costringere l’intero Consiglio a una rifondazione radicale. Così la realtà mutava, e lui, il Presidente, aveva il dovere di adeguarsi e di guidare il cambiamento.

La lampadina sul tavolo lampeggiò. Avvertì il bagliore nel suo campo visivo destro. Bridge, il suo primo assistente, chiedeva udienza. Puntuale, come sempre. Erano le 12, l’ora del secondo briefing della giornata. Gli avrebbe fornito gli ultimi aggiornamenti, per i ritocchi alla relazione delle 18. Fece scattare la serratura sfiorando il display luminoso sul tavolo. Bridge si affacciò sulla porta, entrò.
Era come se il tempo, per il primo assistente, fosse fermo. Dopo 38 anni di servizio camminava ancora sulle uova, felpato, leggermente piegato in avanti. Arrivò di fronte al tavolo, accennò al solito inchino, disse: “Il rapporto, eccellenza.”
Eccellenza. Il vecchio non era mai riuscito a decidere se l’atteggiamento deferente del primo assistente gli causava fastidio o piacere. Detestava i modi servili, untuosi, degli yes men opportunisti pronti a cambiare bandiera alle prime difficoltà. Ma Bridge era diverso, era solo fedele. Aveva la sensibilità di un bambino dipendente dal padre, a 64 anni suonati. Talvolta lo maltrattava, perché gli saliva alla gola come un ringhio, quando vedeva quell’uomo pingue, pallido, modesto, genuflesso, che lo chiamava eccellenza con la voce sempre moderata, talvolta tremante. Ma era efficiente, ordinato, veloce, e se godeva nel farsi trattare male, erano affari suoi.
Lo lasciò lì impalato, come un androide disattivo, senza parlare. I suoi pensieri gli erano per un attimo sfuggiti, si era concentrato sulla sua stilografica nera posata sull’agenda, mentre i dati delle ultimi analisi del sangue lo avevano come accecato. La creatinina a 4,8, altri due punti di peggioramento. Dopo cinque anni dal trapianto il rene aveva iniziato a deteriorarsi. Era per il suo deficit immunitario, aveva detto quel professore svizzero. Avevano impiantato ugualmente un rene nuovo, nonostante i protocolli internazionali escludessero l’intervento per quel tipo di patologia degenerativa. Ma in Bielorussia, nelle cliniche giuste, i protocolli valevano quanto le liste della spesa.

Si riprese, guardò l’androide immobile e disse: “Be’, cosa fa lì come un salame?”
Era solo per strapazzarlo un po’
Ma Bridge non faceva una piega. Stava solo aspettando il permesso di parlare.
“Ci sono gli aggiornamenti politici, eccellenza”.
Il vecchio fece un gesto stanco verso la poltrona. Bridge si sedette lentamente, aprì una cartellina di pelle, si schiarì la gola e iniziò l’esposizione. Sintetica, essenziale, come doveva essere. Come le sue relazioni al Consiglio, senza alcuna smanceria, senza retorica, senza doppi sensi. L’Azienda Madre doveva valutare i governi amici e nemici, decidere gli interventi per migliorare il controllo sui media mondiali, mettere a punto le strategie della sua immensa rete finanziaria. Era molto apprezzata la sintesi, per evitare inutili perdite di tempo..
Ora il problema era la Francia. Il nuovo presidente era ambiguo, sfuggiva alle definizioni, passava da atteggiamenti di rispetto verso il nuovo ordine a fastidiose allusioni destabilizzanti, come più tasse ai ricchi e così via. Bisognava lavorare sulla Francia. Il potere di orientamento del voto popolare da parte dell’Azienda Madre era enorme, ma non assoluto. Si trattava di un dualismo reciproco: i popoli, influenzati dai principali media, che il Consiglio controllava con massicce partecipazioni azionarie, si adeguavano ai trend dominanti; i quali dovevano a loro volta assestarsi alle novità se i voti sfuggivano alle pianificazioni. Ma tutto, alla fine, veniva ricondotto all’armonia naturale delle cose e al giusto equilibrio. E il giusto equilibrio era uno solo: l’economia occidentale non era più disposta a tollerare i costi dello Stato Sociale, dei servizi pubblici, del cosiddetto Welfare; si trattava di una fetta enorme di business che doveva entrare in gioco. Il vecchio aveva smesso da tempo di avere un’opinione in merito all’etica della questione. Non gioiva di fronte alla riduzione in povertà di grandi masse umane, ma neanche soffriva. Sapeva che il nuovo ordine richiedeva un prezzo. E questo andava pagato. Perché al di là del nuovo ordine non c’era che la barbarie.

“Poi, eccellenza, ci sarebbe una turbolenza in Italia.”
Il vecchio sussultò. Gli venne una tosse violenta, tanto che il primo assistente accennò ad alzarsi per soccorrerlo. Ma non osava, un intervento non richiesto poteva causare una reazione stizzita nel vecchio. E quando si irritava non ci andava leggero con gli insulti.
“Ancora?” disse, mentre iniziava a riprendere fiato.
Anche Bridge si rilassò. Attese che il vecchio tornasse completamente in sé, poi iniziò a spiegare, con poche parole. I concetti sembravano superflui, perché era come immettere dei dati in un software che li completava immediatamente, usando insiemi già memorizzati.
“Il Cavalier Burlesquetti…”
Il vecchio spalancò gli occhi azzurri, resi quasi bianchi, piccoli e spettrali dall’età. Nel volto dalle guance pallide e cascanti di Bridge vedeva quello altrettanto inquietante di Burlesquetti, un altro androide di materiale organico che sembrava di plastica. Lo ricordava, vent’anni prima, quando era entrato nel suo ufficio con aria trionfale, sprizzando allegria fasulla da tutti i pori. Faceva battute, cercava compiacimento, approvazione, da lui! Era un parvenu, un avventuriero, circondato da altri avventurieri, la specie che più al mondo il vecchio disprezzava, sempre pronti a tradire, a passare al miglior offerente. Il suo governo nel complesso si era dimostrato un fallimento. Si trattava di una cricca impegnata soprattutto a coltivare affari privati, a incamerare risorse, a risolvere le mille beghe legali del suo capo. E intanto gli interessi dell’Azienda Madre non erano abbastanza tutelati.
“Di nuovo quel saltimbanco?” esclamò il vecchio.
Quel proverbio sulle sette vite dei gatti sembrava conforme al personaggio. Quando all’unanimità il Consiglio aveva deciso per la caduta del suo grottesco governo e la sua definitiva uscita di scena, Burlesquetti si era opposto. Ridicolo! Si era presentato in televisione affermando che non intendeva dimettersi. Era bastata una telefonata di uno dei secondi assistenti per far cadere a picco le azioni delle sue aziende e riportarlo al buon senso. Doveva farsi da parte immediatamente, dare spazio a quel professore universitario, affidabile, zelante, solido, efficiente. Il loro uomo.
“Che diavolo ha combinato questa volta?”
Bridge si schiarì la gola. L’interesse del vecchio lo rinfrancava. “Stanno facendo cadere il governo e…”
“Beh, questo era previsto, no?” lo interruppe il vecchio. “Lo sappiamo da mesi che gli italiani andranno a votare in anticipo, e al momento il favorito è quel… come si chiama?”
“Fessani” disse il primo assistente.
“Appunto” disse il vecchio. Fessani guidava una forza politica che era una imitazione del Partito Democratico americano. Le opzioni prese in esame erano due: un nuovo governo del professore, oppure del vincitore delle elezioni. La prima era preferibile, il professore era l’uomo ideale. Ma anche la seconda era accettabile. Fessani sembrava deciso ad allinearsi. E il consenso popolare non rappresentava un grosso problema. I media principali italiani, i più affidabili dell’intero continente europeo, erano totalmente sotto controllo. Per cui anche le incognite rappresentate dalla piccola forza politica che aveva sostenuto Fessani, che si sperticava in affermazioni populiste tipo la patrimoniale e le nazionalizzazioni, sarebbero state superabili. Bastava spingere sul terrore del default, sullo spread, sulle borse in caduta, poi proporre i rimedi per scongiurare il disastro, sia che si trovasse in campo il professore oppure Fessani, magari con alleanze diverse da quelle iniziali.
“Quindi dove sta il problema?” chiese il vecchio, fissando Bridge con acredine. Odiava quella forma di suspence che gli assistenti cercavano di provocare nei superiori.
“Non so se sia un problema, eccellenza, ma il Cavalier Burlesquetti intende presentarsi alle elezioni, cercando di capitalizzare il malcontento popolare, e ha bloccato la riforma elettorale.”
Il vecchio sospirò. Ecco spiegato il colpo di mano. Scioglimento del Parlamento, caduta delle leggi in discussione ed elezioni con le liste blindate, compresi gli “amici” condannati. Questo per l’Azienda Madre era un problema inesistente. Che si eleggessero i cosiddetti delinquenti non interessava il Consiglio. L’importante era che svolgessero il loro compito con serietà e affidabilità.
“E il suo schieramento?” chiese il vecchio.
“Appare diviso” rispose Bridge, “il segretario del suo partito, che prima sembrava…”
Il vecchio lo fece tacere con un gesto brusco della mano. Il suo software interno aveva già completato il ragionamento. L’uomo di paglia che rivestiva il ruolo di segretario era ininfluente. Alla fine la lista di Burlesquetti sarebbe stata una lobby pronta a schierarsi col più forte, per avere in cambio favori. Forse il suo consenso sarebbe lievitato, ma in nessun caso quell’avventuriero poteva sperare di tornare al potere. Oppure, se la situazione l’avesse richiesto, con le giuste pressioni sarebbe stato scacciato dalla scena politica come un moscerino.
Il suo tempo era finito, e probabilmente lo sapeva.
“Va bene Brigde. Ho capito. Lasci pure qui la sua relazione.”
Il primo assistente mimò un nuovo inchino e si sporse in avanti per appoggiare la cartellina sul tavolo. C’era una linea invisibile, disegnata sul pavimento. Un servo come Bridge non poteva oltrepassarla, senza il permesso del padrone.
Bridge aspettò un congedo, che non arrivava, poi salutò, senza essere ricambiato, si girò e camminò con passi regolari verso la porta, con la schiena dritta, la pancia che ballonzolava sotto al vestito di cachemire da tremila sterline.

Il vecchio tamburellò sulla cartellina. I pensieri gli erano di nuovo sfuggiti in un vuoto pneumatico, ma era durato solo pochi secondi. Aveva la percezione di Bridge che aspettava, immobile, ma non se ne era occupato. Il primo assistente sapeva cosa fare. Non c’era più bisogno di lui, poteva togliersi dai piedi.
Tornò l’immagine di Burlesquetti, quella faccia di plastica, coi capelli finti. La maschera del suo viso, che il vecchio ostinatamente rifiutava di restaurare con uno di quegli interventi di chirurgia estetica così diffusi tra i suoi pari, forse si modificò in un sorriso.
No, nessun problema con Burlesquetti. Tutte le incognite erano sotto controllo. Tutte le forze rinchiuse nelle gabbie delle regole.
Le loro regole.
Il nuovo ordine non si toccava.
Il nuovo ordine era l’unico possibile, in quella parte di mondo.
Perché di qua c’era la civiltà, di là la barbarie.
di Mauro Baldrati
http://www.carmillaonline.com/archives/2012/12/004557.html

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L’inquietante scricchiolio di un sistema al collasso

15 ottobre 2012 2 commenti

“…un idiota che definisce conquiste le atrocità, e bombe intelligenti, le armi di distruzione di massa – un paranoico che viola ogni principio etico e si sottopone ad interventi di chirurgia estetica, per colmare il vuoto della sua infinita solitudine – masse di poveri invasati e idolatri sottomessi ai miti dell’intrattenimento, e operai dell’Ilva di Taranto che schiattano di tumore per mille euro al mese, nella più totale indifferenza di tutti..”

Ciò che sta succedendo nel mondo, non é una comune recessione legata a fattori finanziari (di varia natura), ma l’inquietante scricchiolio di un sistema al collasso che, giorno dopo giorno, affonda dentro le sabbie mobili del relativismo liberista. Le crisi, presto o tardi passano, ma un corpo dilaniato dalle metastasi di un tumore, muore. Anch’io ho avuto ì miei momenti di crisi, periodi difficili e dolorosi che, grazie a Dio, data la mia buona costituzione fisica, e una visione della vita, ancorata saldamenti a valori, principi e punti di riferimento inossidabili, ne sono uscito più forte e rinnovato di prima. Fortunato? Si – sicuramente, ma anche dotato di solida volontà, consapevolezza e di un’indipendenza mentale eccezionale, che mi deriva da un ossessivo bisogno di verità e di giustizia. (La libertà intellettuale, è quella capacità in grado di trasformare i propri ragionamenti o intuizioni, in conclusioni realistiche. E’ la risultante di un’operazione di bonifica da pregiudizi, egoismi, personalismi e da ideologie).

Gli economisti dichiarano “si avvertono segnali di ripresa!”. Le stesse cose, le abbiamo ascoltate oltre un decennio fa, dopo l’esplosione della bolla finanziaria e del conseguente tracollo, dei listini di borsa. Gli economisti, al pari di androidi (come scienziati, ricercatori, operatori finanziari, studi di statistica e compagnia bella), hanno codificato qualsiasi cosa, trasformando tutto in numeri, al fine di semplificare il processo di verità, ed evitare, così, il confronto con le loro menti aride ed ottuse.
La vita e la realtà, sono ben altra cosa!
La scienza moderna, ha fallito nel suo intento, credendo e fingendo di potere e volere migliorare la condizione di vita degli individui quando, in verità, si è persa nel vortice della sua vanità e nell’auto referenza.
Le sole motivazioni di base, in realtà, sono il profitto, il privilegio e il potere; le fondamenta di sabbia sulle quali si sono edificate le società liberiste relativiste.
Un oceano di menzogne, dalle profondità incommensurabili, finalizzate all’interesse particolare, riproducono le sabbie mobili dentro le quali, le società moderne stanno sprofondando.
Coloro che, per una sorta di codardia intellettuale, ci accusano di catastrofismo, sono gli individui inetti e rammolliti di questo secolo nefasto – ciechi e sordi, di fronte alla lapalissiana tragedia ambientale e morale che ci sovrasta – ignoranti e irresponsabili a tal punto da esserne complici attivi – padri e madri privati dal più remoto barlume di coscienza, per figli senza futuro – sono individui impauriti e spenti, relegati dentro il vuoto delle loro paure – servi e schiavi del ricatto, dell’intimidazione, della retorica e del quieto vivere – vermi aggrovigliati l’un l’altro, dentro un auto compiacimento morboso e nauseabondo; uomini senza palle – donne senza figli – vite senza vita.
In pochi decenni, l’homo sapiens, si è trasformato in una specie di larva, molle e viscida. Mutazione degenerativa! Migliaia e migliaia di anni di evoluzione buttati nel cesso nell’arco di qualche decennio – il maligno, lavora in discesa!

Quella che oggi, definiscono, scienza e conoscenza, è il più estremo atto di profanazione che mai sia stato perpetrato nella storia dell’umanità. L’uomo senza radici del ventunesimo secolo, ha demonizzato e ripudiato quello che era il suo passato, ritenendolo obsoleto, privo di dignità e poco igienico. In verità, non c’é nulla di più lercio e raccapricciante dell’uomo senza radici; un uomo che ha chiamato libertà la licenza, furbizia l’intelligenza, e civiltà la sua schiavitù – una forma di vita che ha devastato il suo habitat e incenerito il suo spirito – un essere schizofrenico che espianta gli organi dai suoi simili per ricucirseli addosso – un imbecille che ingurgita le merendine cancerogene della pubblicità, “fatte come quelle di una volta!!” – un maniaco ossessivo che sa tutto sui pesci, e tutto sui mari quando, di pesci non ce ne sono più, e ì mari sono cloache a cielo aperto – sa tutto dei ghiacciai, quando i ghiacciai marciscono e si squagliano – tutto di ogni cosa, quando ogni cosa si estingue – un mentecatto che manda giocattolini miliardari su marte, in nome di qualcosa che chiama progresso, e aggiunge “presto lo colonizzeremo” – un idiota che chiama conquiste le atrocità, e bombe intelligenti, le armi di distruzione di massa – un paranoico che viola ogni principio etico e si sottopone ad interventi di chirurgia estetica, per colmare il vuoto della sua infinita solitudine – masse di poveri invasati e idolatri sottomessi ai miti dell’intrattenimento, e operai dell’Ilva di Taranto che schiattano di tumore per mille euro al mese, nella più totale indifferenza di tutti – un sistema che sa fare tutto, tranne ciò che serve veramente all’uomo – un sistema cancerogeno che, da cinquant’anni, chiede soldi ai cittadini per la ricerca, e ti ammazza ancora con il cobalto, la radio e chemio terapia. Nessuno vuole sconfiggere il cancro. A sti prezzi!

Nel frattempo, la pubblicità mente, la politica mente, la Chiesa mente, la scienza mente, ì giornali mentono, e ì padri mentono ai figli, in un’orgia di relativismo parossistico dove, gli egoismi e le dipendenze, non trovano ragione, e la paura, generatrice di ogni male e di ogni dolore, ebbra di sangue, sancisce il suo trionfo.
Alla tecnologia poi (che é responsabile di tutta quella montagna di rifiuti mortali che ci sta oramai sommergendo), é dato il compito del suo smaltimento e della bonifica. Sarebbe come chiedere al diavolo che abbiamo assoldato per distruggere, di ricostruire per il bene comune.

In un tale mondo, non c’é posto per la giustizia e la libertà poiché, entrambi, possono germogliare al sole di quelle società, epurate da ogni potere.

Gianni Tirelli

Dedicato a tutti i lavoratori

15 ottobre 2012 Lascia un commento

Cielo grigio a Milano e umore dello stesso colore con punte di rosso che si scagliano verso le nuvole inseguite dall’azzurro di ciò che vorrei.
Sono stanca di sentir parlare dei lavoratori preceduti dalla parola POVERI, sono stanca e non si può più tacere!
Non siamo poveri ma siamo ricchi di idee e di creatività, siamo equilibristi che sul filo su cui siamo stati lasciati( rappresentato dalla strada per molti di noi) ci muoviamo senza cadere, con la nostra dignità e con la forza della volontà, ci districhiamo fra le mille peripezie a cui ci avete costretti.
Non siamo poveri perché riusciamo a non darci per vinti ed a stare dalla parte della correttezza e se prendessimo esempio da chi con i “ nostri”soldi ha sempre festeggiato invece di reinvestirli per migliorare le condizioni di vita della collettività (cosa che fa parte delle mansioni di chi ci rappresenta e quindi non un optional ma un obbligo!) ci trasformeremmo in complici silenti anche noi.
Non siamo poveri perché abbiamo una testa che riusciamo ad usare e con la quale gestiamo la nostra vita ma anche quella dei colleghi che vivono situazioni analoghe ,perché ci siamo inventati il modo di prenderci cura delle nostra aziende cosa che avreste dovuto fare voi invece di abbandonarle come animali feriti lungo le strade che avete percorso scalandole per poi arrivare a questo tanto agognato successo,ed ora senza noi ,senza chi il lavoro lo esegue realmente che cosa ve ne farete?
Non siamo poveri perché non abbiamo mai svenduto al peggior offerente il nostro saper fare e conserviamo intatta ta la dignità e l’orgoglio di chi non si vergogna di vivere una situazione di vita non richiesta ma imposta da chi, a differenza dei lavoratori ,si è fatto mero esecutore di ordini impartiti da squali più grandi di loro.
Non siamo poveri perché sappiamo quello che vogliamo ed è ora di dirlo e di non parlare solo di persone corrotte e senza scrupoli che non hanno esitato ad abbassare saracinesche sulle loro aziende non tenendo conto di non poterle abbassare sulle nostre vite.
Vogliamo tornare a sentirci utili, ad avere uno scopo.
Vogliamo tornare a poter dimostrare di avere conoscenze e competenze da offrire alla società.
Vogliamo comunicare senza il timore di ripercussioni ulteriori la nostra totale disponibilità per chi volesse tornare a credere in questo paese ed in chi lo popola.
Vogliamo far capire che le buone intenzioni non hanno colore,non sono da mettere in discussione ,non sono da racchiudere in falsi schematismi mentali ma sono qui e sono da vedere dimostrate ogni giorno a differenza di chi si è reso dopo le chiusure delle aziende irreperibile e spunta solo per tenere bassa la voce di chi voce ne ha ancora a tanta per ribadire ciò che ha dovuto suo malgrado subire.
Vogliamo tornare a poter avere la serenità della normalità ,la serenità del vivere quotidiano che ci è stato tolto così come ci sono stati tolti i sorrisi spensierati di pochi mesi fa.
Vogliamo tornare ad essere rispettati e presi in considerazione perché se per tanti anni abbiamo collaborato con le aziende presso cui lavoravamo non è stato casuale ma perché avevamo la stoffa per farle crescere ed ampliarle altrimenti si sarebbero liberati molto prima di noi.
Vogliamo smettere di essere trasparenti per le istituzioni che promettono e non mantengono nulla di ciò che viene sottoscritto e firmato.
Vogliamo vedere la stampa,i media tutti smettere di usare i nostri pianti,le nostre scene di disperazione quando veniamo aggrediti e picchiati da chi ci dovrebbe proteggere,vogliamo che la strumentalizzazione cessi e che ci sia lo spazio di farci raccontare le nostre storie, perché esse sono le nostre vite alle quali è dovuto tutto il vostro rispetto.
Vogliamo non dover compiere gesti eclatanti per essere ascoltati, perché l’ascolto è dovuto a chi sta combattendo una battaglia che non si limita al presente ma a garantire anche alle generazioni che ci seguiranno un vivere da persone libere e raziocinanti e non da marionette che si muovono su un palco non desiderato.
Vogliamo che che ci conosce sia comunque fiero di noi e che non si debba vergognare nell’associarsi a noi, a chi lotta, a chi non si da per vinto perché penso che da queste situazioni ci sia solo da imparare ed un bel bagno di umiltà a chi vede queste realtà come lontane da se non guasterebbe di certo.
Vogliamo poter andare fieri di ciò che stiamo facendo intanto che il mondo bene si sollazza all’ombra di palme di isole caraibiche facendo bagni di sole e mare non capendo la coscienza marcia non verrà mai ripulita e che per ogni momento di tristezza che i lavoratori hanno a loro ne spetteranno molti di più.
Vogliamo tornare a sperare ,riuscire a vedere segnali positivi da chi ancora non si è venduto e non ha barattato la sua voglia di vederlo rinascere questo paese,vogliamo che qualche imprenditore che apprezzi realmente il lavoro e le capacità che abbiamo dimostrato per tanti anni lasci parlare il suo cuore e non il portafoglio dell’interesse finalizzato a se stesso.
Per una volta parliamo di noi lavoratori, di quanto abbiamo fatto nel corso degli anni, di quanto tempo abbiamo investito nella nostra crescita professionale, di quanto abbiamo creato a livello di rapporti lavorativi ed interpersonali, della nostra puntualità, del nostro rigore, del nostro rispetto, del nostro saperci fare non solo con le mani ma anche con la nostra testa.
Per una volta parliamo di noi, dei nostri interessi, di quanto siamo poliedrici, di quanto sappiamo e vogliamo fare anche per chi verrà dopo di noi, di quanto ci teniamo a farlo ancora bello questo paese da cui tutti fuggono.
Voglio tornare a scrivere Paese con la P maiuscola ed al momento non mi sento di farlo perché non mi sento rappresentata da chi ha solo speculato e continua a farlo creando disgrazie senza vergognarsi.
Vogliamo tornare a leggere sui giornali notizie di ripresa e di vita quotidiana che non siano i suicidi perché non si sa più come avere voce, come ricevere ascolto ,come mettere insieme il pranzo con la cena , come vivere e non è colpa di chi decide disperato di farla finita se non gli è stato insegnato a rubare per vivere ,non è colpa sua se l’esempio che gli viene fornito è il contrario della correttezza e riceve titoloni e pagine intere dedicate quando alla morte causata da altri viene dedicato solo uno scarno trafiletto.
Dove stiamo andando? Cosa sta diventando questo mondo? Perché chi ha ancora buoni sentimenti deve vergognarsene e chi dovrebbe vergognarsi viene esaltato?
Non siamo poveri, non siamo stanchi, non siamo criminali ,non siamo venduti, non siamo incompetenti , non siamo disposti a tacere, non siamo da buttare, non siamo come voi!!!!
Portate sempre rispetto ai lavoratori perché essi sono il motore trainante dell’economia e senza di essi nessuno sarebbe diventato ciò che è diventato e la sera quando andate a dormire al caldo pensate anche un po’ a chi è fuori, al freddo e sotto un cielo che gli fa da coperta sta difendendo con tutta la dignità possibile un futuro di cui tutti sembrano aver dimenticato il valore.
Anna Lisa Minutillo

P.S Dedicato a tutti i lavoratori che sono in lotta per difendere una cosa che non è solo il lavoro ma è la dignità dell’essere vivi.

Pubblicato il 15 ottobre 2012

http://luciogiordano.wordpress.com/2012/10/15/dedicato-a-tutti-i-lavoratori/

L’attacco alla repubblica del Ecuador. Ecco il perchè di Londra.

20 agosto 2012 Lascia un commento

Oggi parliamo di geo-politica e di libera informazione in rete.
Tutto ciò che sta accadendo oggi, tecnicamente (nel senso di “politicamente”) è iniziato il 12 dicembre del 2008. Secondo altri, invece, sarebbe iniziato nel settembre di quell’anno. Ma ci volevano almeno quattro anni prima che l’onda d’urto arrivasse in Europa e in Usa.
Forse è meglio cominciare dall’inizio per spiegare gli accadimenti.
Anzi, è meglio cominciare dalla fine.
Con qualche specifica domanda, che –è molto probabile- pochi in Europa si sono posti.
Mi riferisco qui alla questione di Jules Assange, wikileaks, e la Repubblica di Ecuador.
Perché il caso esplode, oggi?
Perché, Jules Assange, ha scelto un minuscolo, nonché pacifico, staterello del Sudamerica che conta poco o nulla?
Come mai la corona dell’impero britannico perde la testa e si fa prendere a schiaffi davanti al mondo intero da un certo signor Patino, ministro degli esteri ecuadoregno, per gli euro-atlantici un vero e proprio Signor Nessuno, il quale ha dato una risposta alla super elite planetaria (cioè il Foreign Office di Sua Maestà) tale per cui, cinque anni fa avrebbe prodotto soltanto omeriche risate di pena e disprezzo, mentre oggi li costringe ad abbozzare, ritrattare, scusarsi davanti al mondo intero?
Perché l’Ecuador? Perché, adesso?

Tutto era più che prevedibile, nonché scontato.
Intendiamoci: era scontato in tutto il continente americano, in Australia, Nuova Zelanda, Danimarca, paesi scandinavi. In Europa e a Washington pensavano che il mondo fosse lo stesso di dieci anni fa. Perché l’Europa –e soprattutto l’Italia- è al 100% eurocentrica, vive sotto un costante bombardamento mediatico semi-dittatoriale, non ha la minima idea di ciò che accade nel resto del mondo, ma (quel che più conta) pensa ancora come nel 1812, ovvero: “se crolla l’Europa crolla il mondo intero; se crolla l’euro e l’Europa si disintegra scompare la civiltà nel mondo” e ragiona ancora in termini coloniali. Ma il mondo non funziona più così. In Italia, ad esempio, nessuno è informato sulla zuffa (che sta già diventando rissa) tra il Brasile e l’Onu, malamente gestita da Christine Lagarde, la persona che presiede il Fondo Monetario Internazionale, e che ruota intorno all’applicazione base di un concetto formale, banale, quasi sciocco, ma che potrebbe avere ripercussioni psico-simboliche immense: l’Italia è stata ufficialmente retrocessa. Non è più l’ottava potenza al mondo, bensì la nona. E’ stata superata dal Brasile. Quindi al prossimo G8 l’Italia non verrà invitata, ma ci andrà il Brasile. Da cui la scelta di abolire il G8 trasformandolo in G10 standard. Si stanno scannando.
La prima notizia Vera (per chi vuole ricavare informazioni reali dal mondo reale) è questa: “L’Europa, con l’Inghilterra e Germania in testa, non possono (non vogliono) accettare il trionfo keynesiano del Sudamerica e la loro irruzione nel teatro della Storia come soggetti politici autonomi. Per loro vale il principio per cui “che se ne stiano a casa loro, non rompano, e ringrazino il cielo che li facciamo anche sopravvivere, come facciamo con gli africani. Altrimenti, da quelle parti, uno per uno faranno la fine di Gheddafi”. Il messaggio in sintesi è questo.
Dal Sudamerica negli ultimi quaranta giorni sono arrivati tre potentissimi messaggi in risposta: niente è stato pubblicizzato in Europa. Tanto meno l’ultimo (il più importante) in data 3 agosto, se non altro per il fatto che era in diretta televisiva dalla sede di New York del Fondo Monetario Internazionale. Nessuno lo ha trasmesso in Europa, ad esclusione del Regno di Danimarca. E così, preso atto che esiste una compattezza mediatica planetaria di censura, e avendo preso atto che se non se ne parla la televisione, non c’è in rete e non si trovano notizie su wikipedia, allora vuol dire che non esiste, il Sudamerica ha scelto il palcoscenico mediatico globale più intelligente in assoluto: il cuore della finanza oligarchica planetaria, la city di Londra.
E adesso veniamo ai fatti.

Jules Assange, il 15 giugno del 2012 capisce che per lui è finita. Si trova a Londra. Gli agenti inglesi l’arresteranno la settimana dopo, lo porteranno a Stoccolma, dove all’aereoporto non verrà prelevato dalle forze di polizia di Sua Maestà la regina di Svezia, bensì da due ufficiali della Cia, e un diplomatico statunitense, i quali avvalendosi di specifici accordi formali sanciti tra le due nazioni farà prevalere il “diritto di opzione militare in caso di conflitto bellico dichiarato” sostenendo che Jules Assange è “intervenuto attivamente” all’interno del conflitto Nato-Iraq mentre la guerra era in corso. Lo porteranno direttamente in Usa, nello Stato del Texas, dove verrà sottoposto a processo penale per attività terroristiche, chiedendo per lui l’applicazione della pena di morte sulla base dell’applicazione del Patriot Act Law. Si consulta con il suo gruppo, fanno la scelta giusta dopo tre giorni di vorticosi scambi di informazioni in tutto il pianeta. “vai all’ambasciata dell’Ecuador a piedi, con la metropolitana, stai lì”. Alle 9 del mattino del 19 giugno entra nell’ambasciata dell’Ecuador. Nessuna notizia, non lo sa nessuno. Il suo gruppo apre una trattativa con gli agenti inglesi a Londra, con gli svedesi a Stoccolma e con i diplomatici americani a Rio de Janeiro. Raggiungono un accordo: “evitiamo rischio di attentati e facciamo passare le olimpiadi, il 13 agosto se ne può andare in Sudamerica, facciamo tutto in silenzio, basta che non se ne parli”. I suoi accettano, ma allo stesso tempo non si fidano (giustamente) degli anglo-americani. Si danno da fare e mettono a segno due favolosi colpi. Il primo avviene il 3 agosto, il secondo il 4.

Il 3 agosto 2012, con un anticipo rispetto alla scadenza di 16 mesi, la presidente della Repubblica Argentina, Cristina Kirchner, si presenta alla sede di Manhattan del Fondo Monetario Internazionale accompagnata dal suo ministro dell’economia e dal ministro degli esteri ecuadoregno, Patino, in rappresentanza di “Alba” (acronimo che sta per Alianza Laburista Bolivariana America”) l’unione economica tra Ecuador, Colombia e Venezuela. In tale occasione, la Kirchner si fa fotografare e riprendere dalle televisioni con un gigantesco cartellone che mostra un assegno di 12 miliardi di euro intestato al Fondo Monetario Internazionale con scadenza 31 dicembre 2013, che il governo argentino ha versato poche ore prima. “Con questa tranche, la Repubblica Argentina ha dimostrato di essere solvibile, di essere una nazione responsabile, attendibile e affidabile per chiunque voglia investire i propri soldi. Nel 2003 andammo in default per 112 miliardi di dollari, ma ci rifiutammo di chiedere la cancellazione del debito: scegliemmo semplicemente la dichiarazione ufficiale di bancarotta e chiedemmo dieci anni di tempo per restituire i soldi a tutti, compresi gli interessi. Per dieci, lunghi anni, abbiamo vissuto nel limbo. Per dieci, lunghi anni, abbiamo protestato, contestato e combattuto contro le decisioni del Fondo Monetario Internazionale che voleva imporci misure restrittive di rigore economico sostenendo che fosse l’unica strada. Noi abbiamo seguito una strada diversa, opposta: quella del keynesismo basato sul bilancio sociale, sul benessere equo sostenibile e sugli investimenti in infrastrutture, ricerca, innovazione, investendo invece di tagliare. Abbiamo risolto i nostri problemi. Ci siamo ripresi. Non solo. Siamo oggi in grado di saldare l’ultima tranche con 16 mesi di anticipo. Le idee del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale in materia economica sono idee errate, sbagliate. Lo erano allora lo sono ancor di più oggi: Chi vuole operare, imprendere, creare lavoro e ricchezza, è benvenuto in Argentina: siamo una nazione che ha dimostrato di essere solvibile, quindi pretendiamo rispetto e fedeltà alle norme e alle regole, da parte di tutti, dato che abbiamo dimostrato, noi per primi, di rispettare i dispositivi del diritto internazionale……” ecc. Subito dopo (cioè 15 minuti dopo) la Kirchner ha presentato una denuncia formale contro la Gran Bretagna e gli Usa al WTO (World Trade Organization) la più importante associazione planetaria di scambi commerciali coinvolgendo il Fondo Monetario Internazionale grazie ai files messi a disposizione da Wikileaks, cioè Assange. L’Argentina ha saldato i debiti, ma adesso vuole i danni. Con gli interessi composti. “Volevano questo, bene, l’hanno ottenuto. Adesso che paghino”. E’ una lotta tra la Kirchner e la Lagarde. Le due Cristine duellano da un anno impietosamente. Grazie (o per colpa) di Assange, dato che il suo gruppo ha tutte le trascrizioni di diverse conversazioni in diverse cancellerie del globo, che coinvolgono gli Usa, la Gran Bretagna, la Francia, l’Italia, la Germania, il Vaticano, dove l’economia la fa da padrone: Osama Bin Laden è stato mandato in soffitta e sostituito da John Maynard Keynes, lui è diventato il nemico pubblico numero uno delle grandi potenze; in queste lunghe conversazioni si parla di come mettere in ginocchio le economie sudamericane, come portar via le loro risorse energetiche, come impedir loro di riprendersi e crescere, come fare per impedire ai loro governi di far passare i piani economici keynesiani applicando invece i dettami del Fondo Monetario Internazionale il cui unico scopo consiste nel praticare una politica neo-colonialista a vantaggio soprattutto di Spagna, Italia e Germania, con capitali inglesi. Gran parte dei file già resi pubblici su internet. Gran parte dei file, gentilmente offerti da Assange all’ambasciatore in Gran Bretagna dell’Ecuador, il quale -siamo sempre il 3 agosto a New York- ricorda chi rappresenta e che cosa ha fatto l’Ecuador, ovvero la prima nazione del continente americano, e unica nazione nel mondo occidentale dal 1948, ad aver applicato il concetto di “debito immorale” ovvero “il rifiuto politico e tecnico di saldare alla comunità internazionale i debiti consolidati dello Stato perché ottenuti dai precedenti governi attraverso la corruzione, la violazione dello Stato di Dirirtto, la violazione di norme costituzionali”. Il 12 dicembre del 2008, infatti, il neo presidente del governo dell’Ecuador Rafael Correa (pil intorno ai 50 miliardi di euro, pari a 30 volte di meno dell’Italia) dichiara ufficialmente in diretta televisiva in tutto il continente americano (l’Europa non ha mai trasmesso neppure un fotogramma e difficilmente si trova nella rete europea materiale visivo) di “aver deciso di cancellare il debito nazionale considerandolo immondo, perché immorale; hanno alterato la costituzione per opprimere il popolo raccontando il falso. Hanno fatto credere che ciò chè è Legge, cioè legittimo, è giusto. Non è così: da oggi in terra d’Ecuador vale il nuovo principio costituzionale per cui ciò che è giusto per la collettività allora diventa legittimo”.

Cifra del debito: 11 miliardi di euro. Il Fondo Monetario Internazionale fa cancellare l’Ecuador dal nòvero delle nazioni civili: non avrà mai più aiuti di nessun genere da nessuno “Il paese va isolato” dichiara Dominique Strauss Kahn, allora segretario del Fondo Monetario.. Il paese è in ginocchio. Il giorno dopo, Hugo Chavez annuncia ufficialmente che darà il proprio contributo dando petrolio e gas gratis all’Ecuador per dieci anni. Quattro ore più tardi, il presidente Lula annuncia in televisione che darà gratis 100 tonnellate al giorno di grano, riso, soya e frutta per nutrire la popolazione, finchè la nazione non si sarà ripresa. La sera, l’Argentina annuncia che darà il 3% della propria produzione di carne bovina di prima scelta gratis all’Ecuador per garantire la quantità di proteine per la popolazione. Il mattino dopo, in Bolivia, Evo Morales annuncia di aver legalizzato la cocaina considerandola produzione nazionale e bene collettivo. Tassa i produttori di foglie di coca e offre all’Ecuador un prestito di 5 miliardi di euro a tasso zero restituibile in dieci anni in 120 rate. Due giorni dopo, l’Ecuador denuncia la United Fruit Company e la Del Monte & Associates per “schiavismo e crimini contro l’umanità”, nazionalizza l’industria agricola delle banane (l’Ecuador è il primo produttore al mondi di banane) e lancia un piano nazionale di investimento di agricoltura biologica ecologica pura. Dieci giorni dopo, i verdi bavaresi, i verdi dello Schleswig Holstein, in Italia la Conad, e in Danimarca la Haagen Daaz, si dichiarano disponibili a firmare subito dei contratti decennali di acquisto della produzione di banane attraverso regolari tratte finanziarie pagate in euro che possono essere scontate subito alla borsa delle merci di Chicago. Il 20 dicembre del 2008, facendosi carico della protesta della United Fruit Company, il presidente George Bush (già deposto ma in carica formale fino al 17 gennaio 2009) dichiara “nulla e criminale la decisione dell’Ecuador” annunciando la richiesta di espulsione del paese dall’Onu: “siamo pronti anche a una opzione militare per salvaguardare gli interessi statunitensi”. Il mattino dopo, il potente studio legale di New York Goldberg & Goldberg presenta una memoria difensiva sostenendo che c’è un precedente legale. Sei ore dopo, gli Usa si arrendono e impongono alla comunità internazionale l’accettazione e la legittimità del concetto di “debito immorale”. La United Fruit company viene provata come “multinazionale che pratica sistematicamente la corruzione politica” e condannata a pagare danni per 6 miliardi di euro.

Da notare che il “precedente legale” (tuttora ignoto a gran parte degli europei) è datato 4 gennaio 2003 a firma George Bush. Eh già. E’ accaduto in Iraq, che in quel momento risultava “tecnicamente” possedimento americano in quanto occupato dai marines con governo provvisorio non ancora riconosciuto dall’Onu. Saddam Hussein aveva lasciato debiti per 250 miliardi di euro (di cui 40 miliardi di euro nei confronti dell’Italia grazie alle manovre di Taraq Aziz, vice di Hussein e uomo dell’opus dei fedele al vaticano) che gli Usa cancellano applicando il concetto di “debito immorale” e quindi aprendo la strada a un precedente storico recente. Gli avvocati newyorchesi dell’Ecuador offrono al governo americano una scelta: o accettano e stanno zitti oppure se si annulla la decisione dell’Ecuador allora si annulla anche quella dell’Iraq e quindi il tesoro Usa deve pagare subito i 250 miliardi di euro a tutti compresi gli interessi composti per quattro anni. Obama, non ancora insediato ma già eletto, impone a Bush di gettare la spugna. La solida parcella degli avvocati newyorchesi viene pagata dal governo brasiliano.
Nasce allora il Sudamerica moderno.
E cresce e si diffonde il mito di Rafael Correa, presidente eletto dell’Ecuador. Non un contadino indio come Morales, un sindacalista come Lula, un operaio degli altiforni come Chavez. Tutt’altra pasta. Proveniente da una famiglia dell’alta borghesia caraibica, è un intellettuale cattolico. Laureato in economia e pianificazione economica a Harvard, cattolico credente e molto osservante, si auto-definisce “cristiano-socialista come Gesù Cristo, sempre schierato dalla parte di chi ha bisogno e soffre”. Il suo primo atto ufficiale consiste nel congelare tutti i conti correnti dello Ior nella banche cattoliche di Quito e tale cifra viene dirottata in un programma di welfare sociale per i ceti più disagiati. Fa arrestare l’intera classe politica del precedente governo che viene sottoposta a regolare processo. Finiscono tutti in carcere, media di dieci anni a testa con il massimo rigore. Beni confiscati, proprietà nazionalizzate e ridistribuite in cooperative agricole ecologiche. Invia una lettera a papa Ratzinger dove si dichiara “sempre umile servo di Sua Illuminata Santità” dove chiede ufficialmente che il vaticano invii in Ecuador soltanto “religiosi dotati di profonda spiritualità e desiderosi di confortare i bisognosi evitando gli affaristi che finirebbero sotto il rigore della Legge degli uomini”.
Tutto ciò lo si può raccontare oggi, grazie alla bella pensata del Foreign Office, andati nel pallone. In tutto il pianeta Terra, oggi, si parla di Rafael Correa, dell’Ecuador, del debito immorale, del nuovo Sudamerica che ha detto no al colonialismo e alla servitù alle multinazionali europee e statunitensi.
In Italia lo faccio io sperando di essere soltanto uno dei tanti.
Questo, per spiegare “perché l’Ecuador”.
E’ un chiaro segnale che il gruppo di Assange sta dando a chi vuol capire e comprendere che TINA è un Falso. Non è vero che non esiste alternativa. Per 400 anni, da quando gli europei scoprirono le banane ricche di potassio, gli ecuadoregni hanno vissuto nella povertà, nello sfruttamento, nell’indigenza, mentre per centinaia di anni un gruppo di efferati oligarchi si arricchiva alle loro spalle. Non è più così. E non lo sarà mai più. A meno che non finiscano per vincere Mitt Romney, Mario Draghi, Mario Monti, David Cameron e l’oligarchia finanziaria. L’esempio dell’Ecuador è vivo, può essere replicato in ogni nazione africana o asiatica del mondo.
Anche in Europa.
Per questo Jules Assange ha scelto l’Ecuador.
Ma non basta.
Il colpo decisivo al sistema viene dato da una notizia esplosiva resa pubblica (non a caso) il 4 agosto del 2012. “Jules Assange ha firmato il contratto di delega con il magistrato spagnolo Garzòn che ne rappresenta i diritti legali a tutti gli effetti e in ogni nazione del globo”.
Ma chi è Garzòn?
E’ il nemico pubblico numero uno della criminalità organizzata.
E’ il nemico pubblico numero uno dell’opus dei.
E’ il più feroce nemico di Silvio Berlusconi.
E’ in assoluto il nemico più pericoloso per il sistema bancario mondiale.

Magistrato spagnolo con 35 anni di attività ed esperienza alle spalle, responsabile della procura reale di Madrid, ha avuto tra le mani i più importanti processi spagnoli degli ultimi 25 anni. Esperto in “media & finanza” e soprattutto grande esperto in incroci azionari e finanziari, salì alla ribalta internazionale nel 1993 perché presentò all’interpol una denuncia contro Silvio Berlusconi e Fedele Confalonieri (chiedendone l’arresto) relativa a Telecinco, Pentafilm, Fininvest, reteitalia e Le cinq da cui veniva fuori che la Pentafilm (Berlusconi e Cecchi Gori soci, cioè Pd e PDL insieme) acquistava a 100 $ i diritti di un film alla Columbia Pictures che rivendeva a 500$ alla telecinco che li rivendeva a 1000$ a rete Italia che poi in ultima istanza vendeva a 2000$ alla Rai, in ben 142 casi tre volte: li ha venduti sia a Rai1 che a Ra2 che a Rai3. Lo stesso film. Cioè la Rai (ovvero noi) ha pagato i diritti di un film 20 volte il valore di mercato e l’ha acquistato tre volte, così tutti i partiti erano presenti alla pari. Quando si arrivò al nocciolo definitivo della faccenda, Berlusconi era presidente del consiglio, quindi Garzòn venne fermato dall’Unione Europea. Ottenne una mezza vittoria. Chiuse la telecinco e finirono in galera i manager spagnoli. Ma Berlusconi rientrò dalla finestra nel 2003 come Mediaset. Si riaprì la battaglia, Garzòn stava sempre lì. Nel 2006 pensava di avercela fatta ma il governo italiano di allora (Prodi & co.) aiutò Berlusconi a uscirne. Nel 2004 aprì un incartamento contro papa Woytila e contro il managament dello Ior in Spagna e in Argentina, in relazione al finanziamento e sostegno da parte del vaticano delle giunte militari di Pinochet e Videla in Sudamerica. Nel 2010 Garzòn si dimise andando in pensione ma aprì uno studio di diritto internazionale dedicato esclusivamente a “media & finanza” con sede all’Aja in Olanda. E’ il magistrato che è andato a mettere il naso negli affari più scottanti, in campo mediatico, dell’Europa, degli ultimi venti anni. In quanto legale ufficiale di Assange, il giudice Garzòn ha l’accesso ai 145.000 file ancora in possesso di Jules Assange che non sono stati resi pubblici. Ha già fatto sapere che il suo studio è pronto a denunciare diversi capi di stato occidentali al tribunale dei diritti civili con sede all’Aja. L’accusa sarà “crimini contro l’umanità, crimini contro la dignità della persona”.

La battaglia è dunque aperta.
E sarà decisiva soprattutto per il futuro della libertà in rete.
In Usa non fanno mistero del fatto che lo vogliono morto. Anche gli inglesi.
Ma hanno non pochi guai perché, nel frattempo, nonostante sia abbastanza paranoico (e ne ha ben donde) Assange ha provveduto a tirar su un gruppo planetario che si occupa di contro-informazione (vera non quella italiana). I suoi esponenti sono anonimi. Nessuno sa chi siano. Non hanno un sito identificato. Semplicemente immettono in rete dati, notizie, informazioni, eventi. Poi, chi vuole sapere sa dove cercare e chi vuole capire capisce.
Quando la temperatura si alza, va da sé, il tutto viene in superficie.
E allora si balla tutti.
In Sudamerica, oggi, la chiamano “British dance”.
Speriamo soltanto che non abbia seguiti dolorosi o sanguinosi.
Per questo Assange sta dentro l’ambasciata dell’Ecuador.
Per questo Garzòn lo difende.
Per questo, questa storia relativa al Sudamerica, va raccontata.
Per questo l’Impero Britannico ha perso la testa e lo vuole far fuori.
Perché Assange ha accesso a materiale di fonte diretta.
E il solo fatto di dirlo, e divulgarlo, scopre le carte a chi governa, e ricorda alla gente che siamo dentro una Guerra Invisibile Mediatica.
Non sanno come fare a fermare la diffusione di informazioni su ciò che accade nel mondo.
Finora gli è andata bene, rimbecillendo e addormentando l’umanità.
Ma nel caso ci si risvegliasse, per il potere sarebbero dolori davvero imbarazzanti.
Wikileaks non va letto come gossip.
Non lo è.
C’è gente che per immettere una informazione da un anonimo internet point a Canberra, Bogotà o Saint Tropez, rischia anche la pelle.
Questi anonimi meritano il nostro rispetto.
E ci ricordano anche che non potremo più dire, domani “ma noi non sapevamo”.
Chi vuole sapere, oggi, è ben servito. Basta cercare.
Se poi, con questo Sapere un internauta non ne fa nulla, è una sua scelta.
Tradotto vuol dire: finchè non mandiamo a casa l’immonda classe politica che mal ci rappresenta, le chiacchiere rimarranno a zero. Perché ormai sappiamo tutti come stanno le cose.
Altrimenti, non ci si può lamentare o sorprendersi che in Italia nessuno abbia mai parlato prima dell’Ecuador, di Rafael Correa, di ciò che accade in Sudamerica, dello scontro furibondo in atto tra la presidente argentina e brasiliana da una parte e Christine Lagarde e la Merkel dall’altra.
Perché stupirsi, quindi, che gli inglesi vogliano invadere un’ambasciata straniera?
Non era mai accaduto neppure nei momenti più bollenti della cosiddetta Guerra Fredda.
Come dicono in Sudamerica quando si chiede “ma che fanno in Europa, che succede lì?”
Ormai si risponde dovunque “In Europa dormono. Non sanno che la vita esiste”.
di Sergio Di Cori Modigliani
http://sergiodicorimodiglianji.blogspot.it/2012/08/lattacco-alla-repubblica-del-ecuador.html

La grande paura – La più potente arma di controllo di massa in uso al Sistema Potere.

6 agosto 2012 Lascia un commento

L’effetto più crudele che la società dei consumi ha prodotto sugli individui, e che più di ogni altro ne condiziona le scelte, si identifica in un disagio psichico invalidante e costante, che ne compromette ogni forma di felicità, passione e sentimento di solidarietà. L’origine di questo stato mentale, si colloca in quella dimensione di grande paura architettata ad arte dal Sistema Potere, in virtù della quale è in grado di influenzare e suggestionare i comportamenti individuali, omologandoli ai suoi interessi particolari e più nefandi.
La paura dell’uomo moderno in quanto, elemento improprio di un habitat in cui non si riconosce, unita alla paura sociale, relativa alla perdita del lavoro, della dignità e dell’impossibilità di provvedere con continuità a tutto ciò che il suo status gli impone, lo costringe alla rinuncia di ogni individualità e identità, dentro un appiattimento di comportamenti e pensieri condivisi per assuefazione, emulazione, deresponsabilizzazione, e come male minore.
Questa eccezionale forma di omologazione, dettata dalla paura, costringe gli individui ad adeguarsi ad una sottocultura dominante, inattiva e monolitica, senza potersi concedere slanci personalistici verso l’esterno, castrando ogni impulso liberatorio e rivoluzionario.
Disperazione e solitudine regnano sovrane nella loro anima e, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, aspirano all’immortalità.

La paura di essere additato come “diverso” li fa precipitare in uno stato di angoscia persistente che solo un rientro nell’omologazione, può attenuare. Questo è lo spaccato delle nostre moderne società liberiste, che per tale motivo, non sono in grado di aspirazioni, personalizzazioni e di rivoluzioni.
L’uso politico della paura, poi, brandita come arma, attraverso l’opera di mistificazione della verità e di contraffazione della realtà, si prefigge lo scopo di allertare e dissuadere la gente da scelte personali, incompatibili con le strategie populiste e perverse del potere.
La paura indotta dall’incertezza economica, dalla precarietà del lavoro, dall’assenza di futuro, dal trauma della separazione, e ancora, la paura del diverso, sono tutte moderne e giustificate forme patologiche di paura, indotte da una condizione sociale e ambientale già oltre i ragionevoli limiti della comprensione. Tutte quante insieme, sono l’estensione di quel primario disagio esistenziale che si identifica nella paura della morte.


Un tale stato di cose, non è che risultato dell’assenza di spiritualità, congiunta alla perdita di autonomia, di autosufficienza e indipendenza culturale e, più in generale, di quella autentica libertà che trasforma in civile una società devastata dalla barbarie.
Abbiamo mercificato con il Sistema Liberista Relativista le nostre originarie responsabilità individuali, rinunciando agli indispensabili parametri di riferimento, in cambio di subdole dipendenze, effimera vanità e quotidiana trasgressione. Ci hanno spacciato licenza per libertà, e omologazione per benessere, e tutto questo si è tradotto in paura, incertezza e frustrazione.


Il percorso che ci conduce alla felicità, è immacolato e ininterrotto, come l’acqua del fiume che, dalla sorgente, scorre fluida e limpida, dentro l’alveo del suo destino, per poi sconfinare dentro l’immenso mare delle sue ragioni.
Se un grosso masso, frapponendosi al regolare scorrere dell’acqua, ne interrompe il suo corso, il fiume esonderà, allagando e sommergendo ogni forma di vita circostante. Così, la paura, interviene nella nostra vita, come un grosso masso, che ci preclude ogni vera gioia e speranza. Per questo, ogni comportamento umano che non sottostà a tali principi, tende a produrre scorie mentali e detriti morali che vanno ad occludere, ostruire, le finissime trame di quel filtro che è la nostra coscienza. Mantenerlo pulito è il nostro compito.
Non esistono scorciatoie alternative, al sentiero luminoso della dignità umana! Ogni strategia risulta essere vana e ci allontana ulteriormente dalla felicità, dalla comprensione della vita, in’antitesi con la volontà del Mistero.
La paura, oggi, è il perno intorno al quale ruota la nostra esistenza, condizionando le nostre scelte, i rapporti umani, emozioni e sentimenti.
E’ la paura, l’origine prima della depressione – un tormento esistenziale che affonda le sue radici nella mancanza di autostima e personale gratificazione.
Le società moderne e consumiste sono permeate da questo disagio invalidante, che finisce con l’appiattire e omologare gli individui dentro una condizione di particolare subalternità e, in molti casi, di schiavitù verso l’idea dominante del Sistema Liberista Relativista, oggi, unico e solo parametro di riferimento.


I sorrisi smaglianti e commoventi di bambini senza pane e senza acqua e, di altri, affetti dalle più diverse patologie da denutrizione e di natura igienico-sanitarie, sono il prodotto miracoloso di una filosofia dell’anima, applicata al quotidiano dove, la convinzione naturale e logica di un altro mondo, giusto e ricco di promesse, edulcora e sdrammatizza ogni avversità terrena, fino ad accettarla come necessaria. Questo perché, la loro condizione (qualunque sia), non prescinde mai dalla Fede essendo, l’una, complementare all’altra; la fusione di due metalli in una lega inossidabile e indissolubile, impermeabile ad ogni paura e debolezza. Noi occidentali, diversamente, oberati da comodità invalidanti e concentrati a tempo pieno sui modelli di un’esteriorità effimera e voluttuaria, abbiamo tradito i presupposti stessi dell’esistenza, snaturando la nostra funzione primaria di servi del mistero, per precipitare dentro il buio della nostra stupidità.
La paura, coincide con la perdita della speranza e con l’impossibilità di intravedere un futuro.
Questo perché, l’uomo tecnologico si è trasformato in un idolatra, da quarto soldi, in perpetua adorazione di un mondo che ha mitizzato vergogne, menzogne e infamia, a fronte di paura e schiavitù.

Se non siamo in grado di recuperare (e non lo siamo) tutte quelle scale di valori e di principi etici, che abbiamo mercificato in cambio di vizio, perversione, indolenza e vanità, la Grande Paura avvolgerà per sempre i nostri cuori e, in nessuna altra dimensione, troveremo conforto ai morsi della nostra disubbidienza.


Gianni Tirelli

Vendere la Schiavitù

6 agosto 2012 Lascia un commento

“Attento a ciò che desideri, perché potresti ottenerlo.”
Oscar Wilde

Nel secondo capitolo de Le Avventure di Tom Sawyer Mark Twain narra la vicenda dello steccato, uno dei momenti più significativi della storia. Il giovane Tom è incaricato di tinteggiare una lunga palizzata, attività che si prospetta di una noia mortale. Come se non bastasse, subito dopo l’inizio del lavoro un bambino in vena di scherzi si dà a tormentarlo con le sue canzonature.

A quel punto il furbo Tom inizia a recitare la parte di chi si sta divertendo un mondo. Decanta la attività di tinteggiatura come qualcosa di meraviglioso ed assolutamente non alla portata di tutti. Lo fa con tanta convinzione che a un certo punto l’altro – incuriosito – gli chiede se possa fargli provare a dare qualche mano di vernice.

Ma Tom sulle prime si dimostra irremovibile: la tinteggiatura è una attività importante e delicata, ed è anche troppo divertente perché possa conferire il pennello al primo che passa. In men che non si dica il desiderio del bambino diventa una fissazione, e la sua richiesta si fa più pressante fino a diventare una supplica. Solo a quel punto, quando l’altro muore dalla voglia di misurarsi nella attività di tinteggiatura, Tom si decide a passargli il pennello, con cui il bambino ‘manipolato’ porterà felicemente a compimento il lavoro al posto suo.

Lasciamo Tom Sawyer ed esaminiamo alcuni vecchi motti popolari. Avete mai sentito dire che ‘le cose facili non le vuole nessuno?’ Conoscete il proverbio secondo cui ‘in amore vince chi fugge’?

Altro esempio. Perché quando Google lancia un nuovo servizio, nei primi mesi l’accesso è riservato ai soli possessori di un invito? E’ accaduto al lancio di Gmail, sta accadendo al lancio di Google Plus. A questo punto non può che sorgere il sospetto che dietro tutto ciò si celi una strategia commerciale.

E dello ‘hype’ avete mai sentito parlare? In gergo commerciale – specie in ambito tecnologico, cinematografico e videoludico – è definita hype la aspettativa creata artificiosamente intorno a un nuovo prodotto, la cui uscita sul mercato viene anticipata da mesi, se non anni di comunicati stampa, indiscrezioni, anteprime.

Infine, vi è mai successo di vedere lo spot di un nuovo prodotto e poi non trovarne traccia nei negozi? Vi è successo di chiedervi perché mai lo pubblicizzassero, se ancora non lo si poteva materialmente acquistare?

Ebbene, tutte queste fattispecie sono accomunate da un unico filo conduttore; il concetto secondo cui per ‘vendere bene’ qualcosa, sia necessario che il potenziale acquirente sia indotto a desiderarla ed idealizzarla in quanto impossibilitato ad ottenerla nell’immediatezza.

Se si rileggono in quest’ottica molti cambiamenti epocali che hanno scandito lo sviluppo della nostra società, non è difficile intuire con quale frequenza il potere abbia fatto ricorso a tale strategia per indurre il gregge ad accogliere entusiasticamente una serie di ‘innovazioni’ tanto funzionali al sistema quanto – dietro una apparente convenienza – deleterie per l’uomo comune.

‘Grandi novità’ che se fossero state imposte o appoggiate dall’alto avrebbero finito per suscitare diffidenza, mancando di diffondersi con la capillarità perseguita dal sistema. Al contrario, se l’individuo medio fosse stato indotto a considerarle come il risultato di un autonomo processo decisionale, o come qualcosa di ‘esclusivo’, da agognare e inseguire, oppure di trasgressivo e avversato da uno o più gruppi di potere, ecco che quel qualcosa si sarebbe installato nella sua mente diventando una sorta di chiodo fisso, così che al momento opportuno – quando i burattinai avessero deciso di renderlo diffusamente fruibile, issando le ‘reti’ come esperti pescatori – l’individuo medio avrebbe abbracciato la novità con gran convinzione, considerandola una meritata conquista.

La storia potrebbe traboccare di simili operazioni di marketing politico. Chiunque può verificarlo di persona rianalizzando a ritroso le modalità con cui siamo giunti a molte delle ‘conquiste’ alla lunga rivelatesi delle vere e proprie trappole sociali e culturali.

Sebbene non esistano elementi che provino in maniera inequivocabile il ricorso a tale strategia, non è difficile – affidandosi ad un pò di logica e dietrologia – intuirne la presenza tra le pieghe di numerose innovazioni epocali. Di seguito proverò a elencarne qualcuna.

Monoteismo

Questo discorso esamina alcune implicazioni politiche dei culti istituzionalizzati, quindi nessun giudizio in merito ai concetti che li contraddistinguono.

La mia ipotesi è che quando i burattinai decisero di puntare sullo immenso potenziale politico della religione istituzionalizzata, dovettero in primo luogo adoperarsi per porre rimedio alla inadeguatezza del vigente sistema politeistico, figlio della enorme frammentazione culturale dell’impero romano. Le molte divinità pagane adorate a quei tempi – infatti – già ampiamente sfruttate per motivare discutibili attività oligarchiche – se considerate nel loro complesso non erano in grado di esprimere un insieme di diktat univoci e un supremo sistema di potere delegato alla loro attuazione, diffusione e integrazione.

Suppongo che fu proprio per esigenze di manipolazione socio-politica che un giorno il potere decise di diffondere un nuovo sistema religioso basato non più sul culto di un insieme eterogeneo di dei, ma su quello di un unico dio che accomunasse ogni provincia, che sdoganasse l’espansionismo verso oriente sotto forma di ‘guerra santa’ e che fosse portatore di precetti univoci e inequivocabili, tra cui – per l’appunto – il “non avrai altro dio al di fuori di me.’

E con ciò mi ricongiungo al tema del post. Se foste stati nei panni del potere della epoca e vi foste messi in testa di perseguire un obiettivo complesso come lo stravolgimento delle tradizioni religiose del gregge, in che modo avreste agito? Avreste provato a imporre il nuovo credo con la forza, dandovi a perseguitare tutti coloro i quali nonostante le vostre disposizioni avessero continuato a professare fedeltà al vecchio sistema di credenze? Ne dubito. Perché avreste intuito che una simile politica sarebbe servita solo a fortificare lo attaccamento al vecchio culto, col risultato che a fronte di una massiccia manifestazione pubblica di ‘conversione’ quest’ultimo sarebbe sopravvissuto in forma clandestina, ancora più forte e radicato (oggigiorno, grazie ai mass media, il problema non si sarebbe posto).

Al contrario, il modo migliore di raggiungere il vostro obiettivo sarebbe stato quello di lasciare che il gregge percepisse i nuovi paradigmi religiosi come una sorta di ‘vento del cambiamento’ scaturito dal basso. Una rivoluzione religiosa che voi – in quanto potere costituito – avreste osteggiato in ogni modo, quindi anche con la violenza e la persecuzione. Un cambiamento che sembrasse proibito e conveniente per il gregge, in quanto apparentemente contrapposto agli interessi del potere. Un cambiamento che l’uomo comune sarebbe stato indotto a inseguire tra mille difficoltà e sofferenze, e che una volta affermatosi, la massa avrebbe percepito come ‘proprio’; come una grande vittoria della verità del popolo sulle menzogne imposte dall’alto.

Democrazia

Il cosiddetto ‘governo del popolo’ fu il frutto di due celebri rivoluzioni: quella di indipendenza americana e la francese. Gli ideologi della democrazia declamavano le loro verità nella penombra di covi segreti, attorniati da fitti uditori di plebei infervorati dalla prospettiva di nuove forme di governo che promettevano libertà e indipendenza.

In realtà – come scrisse Tomasi di Lampedusa – giunse il tempo in cui il potere si vide obbligato ad agire affinché ‘cambiando tutto, nulla cambiasse.’ Lo strapotere delle aristocrazie, esercitato con crescente disprezzo della dignità umana, stava producendo generazioni di individui sempre meno disposti a sottostare alle angherie dei regnanti; individui che grazie al divulgarsi della parola stampata stavano pervenendo ad un risveglio della coscienza e che inevitabilmente sarebbero riusciti ad organizzarsi e influenzare la mentalità del resto del gregge, non escluse le guardie e gli eserciti che allora come oggi costituivano il braccio armato delle oligarchie.

Ecco dunque che – impossibilitato a far fronte alla situazione in altro modo – il potere stabilì che anziché tentare di arginare quel processo ormai irreversibile, ne avrebbe assunto il controllo, facendosi segretamente esso stesso fautore dello scoppio di due grandi rivoluzioni, e poi governandone le sorti per poterle dirigere verso gli esiti ad esso più congeniali.

Non potendo soffocare quella nuova e pericolosa consapevolezza, il potere agì per menomarla della ancor più pericolosa imprevedibilità. Gli ideali democratici furono insinuati nella cultura di quelle nuove generazioni, e quando ‘scoppiarono’ le rivoluzioni, un certo numero di esponenti della aristocrazia fu sacrificato alla sete di vendetta del popolo (sebbene non esistano prove inequivocabili che ad essere giustiziati furono effettivamente gli aristocratici citati nei libri di storia e non dei capri espiatori).

Fu così che anche stavolta il popolo lottò per inseguire un cambiamento che appariva funzionale al proprio bene, essendo apparentemente contrapposto agli interessi e la volontà del potere, mentre in realtà costituiva la salvezza stessa dei burattinai, in quanto funse da valvola di sfogo della irrequietezza popolare, da catarsi ingenua e sbrigativa che spezzò il processo di risveglio in atto, e che in abbinamento al ricatto del debito in predicato di affermarsi con l’avvento della economia moderna, incarnò quel cambiamento di facciata efficacemente descritto da Tomasi di Lampedusa nel suo Il Gattopardo.

Televisione

I libri di storia raccontano che nel 1925 un certo John Logie Baird approntò il primo esemplare di tubo catodico, antesignano dei moderni televisori. Tuttavia non esiste certezza che il reale inventore sia stato effettivamente Baird, dal momento che non di rado i burattinai si servono di comuni cittadini per sdoganare di fronte al mondo le innovazioni tecno-schiavizzanti approntate nei loro laboratori (qualcuno ha pensato all’accoppiata Facebook – Zuckerberg?).

Ad ogni modo, il mezzo di persuasione sociale più potente e devastante della storia umana non doveva ovviamente essere percepito dal gregge come tale. Se il potere avesse distribuito i televisori gratuitamente o addirittura obbligatoriamente, eccitato dalla possibilità di insinuare in ogni famiglia una idea di realtà distorta e funzionale ai propri interessi, certamente la gente avrebbe rizzato le antenne e non si sarebbe mai instaurato questo rapporto di insana fiducia che a tutt’oggi buona parte della cittadinanza nutre nei confronti dei ‘professionisti’ della informazione e dello intrattenimento. Per cui – da bravi strateghi – come sempre i burattinai pensarono di agire con cauta lentezza.

In primo luogo commercializzarono i primi televisori a prezzi da capogiro. Alla sua uscita il televisore fu percepito dall’individuo medio come qualcosa di estremamente esclusivo e desiderabile. Soltanto coloro i quali godessero di redditi elevati poterono permettersene uno. Tutti gli altri dovettero accontentarsi della ospitalità di qualche amico o parente facoltoso, oppure di affollarsi nei locali pubblici che vantassero la televisione tra le loro attrazioni.

Inoltre si guardarono bene dall’improntare i primi palinsesti sulla persuasione e propaganda spinte. Invece, coerentemente al basso profilo appena descritto, fecero in modo che la cosiddetta ‘informazione’ rivestisse un ruolo discreto, così come gli spot pubblicitari, e che le trasmissioni fossero percepite come utili e benigne, proponendo interessanti inchieste, intrattenimento per lo più innocuo, e molta cultura.

Solo diversi anni dopo, quando la fiducia degli utenti era ormai conquistata anche grazie al ricambio generazionale, ed il costo dell’apparecchio si fu sensibilmente ridotto, così che tutte le famiglie che l’avevano lungamente desiderato poterono finalmente permettersene uno da piazzare in salotto, solo allora venne fuori il vero volto della televisione. Dalle tradizionali due edizioni quotidiane i notiziari presero ad essere trasmessi ad ogni ora del giorno e della notte con la motivazione ufficiale di ‘garantire il diritto alla informazione’, mentre in realtà si attuarono gli assunti sulla ripetitività illustrati da Edward Bernays nel trattato Propaganda. Gli spot pubblicitari furono insinuati un pò ovunque: prima, durante, dopo ed in sovrimpressione. Le grandi inchieste e le trasmissioni culturali sparirono dai palinsesti o furono relegate in orari impossibili, con la motivazione che il regime concorrenziale obbligasse il servizio pubblico ad adeguarsi alla programmazione decerebrata delle tv private.

Fu così che il mezzo di persuasione più potente e devastante della storia umana, dopo essere stato lungamente desiderato dalla popolazione, fu introdotto nelle esistenze di tutti noi in qualità di affidabile e utilissima risorsa sociale.

Cocaina
In questo caso il discorso nella sua tragicità riserva qualche sfumatura ironica. Poniamo nuovamente che siate coloro i quali detengono il potere. Con pazienza e sagacia siete finalmente riusciti a creare un embrione della società congeniale ai vostri interessi. Grazie alla persuasione mediatica e al ricatto del debito la maggior parte del gregge si è persuasa che la vita consista nel restare avvinghiati ad ogni costo ad una collocazione lavorativa intestina al sistema, attraverso la quale sopravvivere o tentare la scalata al potere e alla ricchezza.

Adesso non vi resta che agire affinché alla cultura del profitto e della competitività vadano ad abbinarsi una insana iperattività ed una mentalità materialistico-nichilistica, così che al contempo i sudditi tendano a rinnegare la loro (‘pericolosa’) essenza spirituale e continuino anche nel tempo libero a dedicarsi ad attività che abbiano molto a che vedere con il ‘fare’ e lo ‘avere’ e poco con il ‘sentire’ e con lo ‘essere.’ Se poi in mezzo a tutto ciò riusciste a infilare qualche gentile omaggio al programma di spopolamento globale, sarebbe proprio il top.

Gli antidepressivi fanno già un buon lavoro, ma è impossibile che si diffondano con la capillarità di cui avete bisogno, in quanto comunemente percepiti come farmaci per perdenti e disadattati, dunque poco appetiti dai rampanti schiavi moderni tutti tesi ad inseguire il sogno americano per diventare tali e quali a Gordon Gekko.

Il sistema più efficace – vi dite – sarebbe quello di drogarli con una serie di sostanze che diano assuefazione e li inducano alla iperattività e al materialismo. Già, ma come convincerli? Se ve ne usciste con una qualche direttiva ufficiale che obblighi tutti i membri della collettività ad assumere una serie di sostanze assuefacenti, e dopo non molto tali sostanze producessero una enorme massa di disgraziati colpiti da ictus, infarti e disfunzioni erettili, difficilmente la iniziativa otterrebbe un gran seguito.

L’unico modo di riuscirci – concludete – è agire come al solito. Fare cioè in modo che i sudditi percepiscano tali sostanze come qualcosa di desiderabile in quanto costoso ed elitario, e di trasgressivo, in quanto proibito dalle leggi dello stato. Così facendo, anche se gli schiavi assisteranno alla dipartita e/o bancarotta di parenti, amici, colleghi e conoscenti già caduti nella dipendenza, proseguiranno a impasticcarsi e schiaffarsi polverine su per il naso perché convinti che il tutto derivi da una loro trasgressiva decisione dettata dalle esigenze frenetiche e competitive della società moderna, e non da un piano tramato ai loro danni da chi ha tutto l’interesse affinché si impaludino in tossicodipendenze che li rendano asserviti al sistema (matrice della frenesia che li ha indotti a drogarsi), oltre che creduloni, superficiali, nevrastenici.

Ecco come le ‘eccitanti’ droghe del nuovo millennio, quelle più demenziali, costose e socialmente pericolose di tutti i tempi – droghe sintetizzate appositamente per servire gli interessi del sistema mercantile attraverso una incredibile auto-manipolazione a base chimica compiuta da un gran numero di schiavi – furono introdotte nella cultura di massa sotto forma di ‘sballo dei vincenti.’ Decidete voi se sia il caso di piangere o ridere a crepapelle.

Molti altri esempi
Volendo elencare tutti i casi in cui vi è il sospetto che la agenda oligarchica fu abilmente ‘venduta’ al gregge, il post rischierebbe di andare avanti per molte altre pagine, sicché preferisco non abusare della vostra attenzione e vi invito a ripercorrere voi stessi le tappe che condussero al conseguimento di molte agognate innovazioni ‘globali’ del passato, le quali ci hanno condotti ad essere globalmente controllati e schiavizzati nel presente.

Provate a riconsiderare sotto questa ottica lo spauracchio del Global Warming e le masse di ingenui ambientalisti fieri di avere sposato la causa misantropica della Agenda 21; la introduzione dell’aborto e le femministe inconsapevoli di servire una agenda di contenimento e spopolamento demografico (immaginate le reazioni se fossero stati i governi, di loro iniziativa, senza pressioni ‘dal basso’, a legalizzare lo aborto); la cosiddetta emancipazione femminile, con cui le donne occidentali si batterono per aggregarsi ai maschi nello offrire il frutto del loro sudore alla insaziabile voracità della società mercantile, assoggettandosi alle logiche del debito e affidando i figli ai ‘maestri’ della televisione. E gli smartphones, dispositivi nocivi alla salute attraverso i quali viene sistematicamente violata la nostra privacy e registrato ogni nostro spostamento, spacciati per innocui gadget tecnologici da possedere ad ogni costo. E tra non molto toccherà alla eutanasia (venduta mediante la cinica proposizione di terribili tragedie umane) la quale in casi di particolare ed indiscutibile gravità ho idea che sia stata sempre praticata interrompendo le terapie, senza che si sia mai posta la necessità di alcuna ingerenza pubblica, mentre la sua ‘regolamentazione’ potenzialmente potrebbe aprire la strada – nel medio – lungo periodo (ricordate: cauta lentezza) – ad ulteriori sviluppi molto preoccupanti. Eccetera eccetera.

Prima di chiudere, ringraziando chi a avuto la pazienza di seguirmi, tratterò un ultimo tema che attualmente sta configurandosi come una possibile ennesima incarnazione della strategia descritta in questo post.

Internet
Quando i nostri nonni e genitori accolsero nelle loro abitazioni la televisione, erano convinti di avere a che fare con qualcosa di utile e benefico. Tutto ciò come abbiamo visto fu il risultato di una campagna di persuasione basata sulla caratterizzazione del nuovo elettrodomestico attraverso la iniziale proibitività del costo ed utilità del servizio.

Oggi, a distanza di molti anni, temo che stia accadendo la stessa cosa con il web.

In primo luogo è necessario sfatare il luogo comune che dipinge la rete come libera e ‘anarchica’, in quanto essa è in mano ad un ristretto gruppo di compagnie telefoniche e ad un ancor più ristretto gruppo di motori di ricerca.

In secondo luogo, il potere non è affatto sprovveduto; nulla in politica accade per caso; e tutte le volte in cui una innovazione culturale, sociale o tecnologica rischi di minacciare in qualsiasi modo gli interessi oligarchici, la stessa semplicemente viene soffocata sul nascere, senza che il gregge riesca nemmeno lontanamente ad intuirne la esistenza, se non forse decenni più tardi. Basti pensare a risorse polivalenti, pulite e a basso costo come la pianta di canapa indiana e le tecnologie di Nikola Tesla. Ne consegue che se qualche decennio fa i think tank del potere avessero giudicato potenzialmente nociva la affermazione del web, quest’ultimo non avrebbe mai visto la luce. Garantito.

Internet si è diffuso così capillarmente perché i burattinai hanno consentito che ciò avvenisse. Ed il motivo è presto detto. Il mezzo televisivo infatti non solo è limitato da un insormontabile rapporto unidirezionale che non consente al potere di carpire i gusti, il grado di libertà intellettuale e le abitudini di ogni singolo utente, ma negli ultimi anni ha finito per perdere quella unanime credibilità che invece vantava fino agli anni ’80.

La diffusione di internet abbinata ai nuovi mezzi di schedatura ed elaborazione dei dati consentirà al sistema di ovviare ai due problemi senza che il gregge riesca a percepire la connotazione profondamente orwelliana di questa ennesima potenziale trappola sociale.

Non sono pochi coloro i quali si pongono legittimi dubbi su personaggi come David Icke e Alex Jones, oppure organizzazioni come Wikileaks o il Zeitgeist Movement. Com’è possibile – ci si chiede – che gente che denunci pubblicamente situazioni così destabilizzanti, prosegua indisturbatamente la propria opera sovversiva senza che nessuno si adoperi per farla tacere? Dev’essere la prova che costoro siano in combutta con il potere, probabilmente per discreditare a colpi di fandonie la ‘vera’ controinformazione o per assuefare la gente a nuovi paradigmi religiosi incentrati sul culto di entità maligne o semplicemente per mantenere basso il livello vibrazionale mediante la paura e l’odio. Magari è vero, in qualche misura. Una ulteriore possibilità è che le rivelazioni della controinformazione possano servire da detonatore per la demolizione dello status quo e il sobillamento di una nuova rivoluzione violenta che precipiti nel caos la nostra società, dalle cui ceneri i burattinai possano edificare un ‘nuovo ordine.’ Ipotesi tutt’altro che peregrina (anche perché – come si è ipotizzato – in passato sembra essere già successo con la introduzione della democrazia).

Esiste però un’altra possibile interpretazione, la quale potrebbe tranquillamente coesistere con quelle elencate sopra, vista la polivalenza denotata da tutte le operazioni su vasta scala poste in essere dai burattinai. Ipotesi che si basa sul fatto che questa notevole ondata di controinformazione e controcultura si riscontri quasi esclusivamente sul web. Bisognerebbe chiedersi come mai spesso e volentieri la televisione – di cui il web dovrebbe costituire la nemesi – continui a pubblicizzare internet, ed in particolare Facebook. Come mai notiziari e programmi tv sottolineino continuamente il ruolo fondamentale ricoperto dal web nelle varie finte ‘primavere rivoluzionarie’ che stanno occupando le cronache di tutto il mondo. Come mai il web pulluli di film piratati e pornografia senza che le istituzioni facciano alcunché per arginare questi fenomeni estremamente anarcoidi e trasgressivi che rendono internet così irresistibilmente ‘di frontiera’. Ed infine bisognerebbe soffermarsi a chiedersi come mai di tanto in tanto escano fuori spauracchi puntualmente mai concretizzati – se non in minima parte dal sapore piuttosto ‘scenico’ ed ‘emblematico’ – circa una fantomatica volontà da parte del potere di mettere le mani sulla rete allo scopo di censurarla, limitarla, irregimentarla.

La percezione del ‘rischio censura’ non fa che rafforzare nello immaginario collettivo l’idea che questo nuovo mezzo di comunicazione sia favorevole al popolo e inviso al potere, e che di conseguenza sia affidabile e benigno, ultimo baluardo di libertà contrapposto al grande fratello … quando in realtà il web stesso è la opera umana più contigua al concetto di grande fratello orwelliano. Il web è il grande fratello.

Mi rendo conto che tale ipotesi possa risultare indigesta, specie a coloro i quali in questi anni stiano onestamente impegnandosi per fare controinformazione e controcultura attraverso siti e videoclip, non esclusi noialtri di questo blog. Tuttavia è necessario tenerla in debita considerazione per non rischiare di fare la fine dei nostri nonni e genitori, i quali – soldi alla mano – si recarono in massa fiduciosi presso i negozi di elettrodomestici per acquistare la loro alienazione sotto forma di una scatola piena di meravigliose immagini in movimento.

A mio modo di vedere esiste la non remota possibilità che a (quasi) tutti i divulgatori di informazioni alternative sia consentito indisturbatamente di sparare bordate contro il potere e la cultura dominante proprio perché tale ventata di ‘verità’ – o di punti di vista non allineati – sia funzionale ad uno degli obiettivi perseguiti dai burattinai, quello cioè di carpire la fiducia incondizionata della gente rispetto al web (che si appresta ad essere ‘indossato’ mediante ‘realtà aumentata’ e nuovi dispositivi a connettività persistente), così da persuaderla ad aprire il cuore e la mente ad un nuovo mezzo di comunicazione destinato a ‘mediare’ tra essa e la realtà circostante; in grado di estorcere i suoi segreti, le sue inclinazioni, i suoi propositi per poi trasmetterli a potenti elaboratori, per fini che non è difficile immaginare.

Inoltre sono disposto a scommettere che giungerà il giorno – non domani, non fra un anno e nemmeno forse tra un lustro – che fare informazione e cultura in rete inizierà a costare caro. Economicamente, intendo. Quel giorno segnerà la fine della cultura e della informazione libera in rete, in quanto solo coloro i quali potranno permettersi di spendere ingenti cifre saranno in grado di produrre nuovi contenuti (leggi: coloro i quali dipendono dal sistema). Ma a quel punto il luogo comune sarà già bello che creato, e la gente proseguirà a percepire la rete come libera e indipendente, con sommo gaudio dei burattinai.

Concludendo
Se oggigiorno esiste un vantaggio acquisito dal popolo in contrapposizione al potere, sta nel fatto che i burattinai si sono dimostrati estremamente carenti dal punto di vista della creatività, dunque prevedibili nella applicazione delle poche strategie con cui portano avanti le loro agende. Una di esse – per l’appunto – consiste nel condurre il gregge ad abbracciare la propria alienazione facendo leva sulla distrazione ed ingenuità dei singoli individui. Bisogna far tesoro delle esperienze pregresse, perché le strategie persuasive adoperate secoli fa sono riproposte ancora oggi, condite in salsa differente.

E’ necessario rizzare le antenne e non lasciarsi più irretire dai soliti trucchetti. Mentre noi lavoriamo e ci svaghiamo, loro tramano per consolidare la nostra schiavizzazione.
Ad oggi credo che l’unica via di salvezza risieda in una completa disconnessione, non solo dal regime di vita che abbiamo inconsapevolmente contribuito ad instaurare, ma anche dalle ‘luccicanti’ novità che ogni anno si affermano massivamente nella società occidentale. I settori della economia, della comunicazione e della politica – se mai siano stati un minimo affidabili – di certo oggi sono troppo marci per poter sperare che da essi possa emergere qualcosa di benefico per la ‘plebaglia.’ Ogni novità che come per magia trova ampia diffusione a livello ‘globale’ non può che essere stata avallata (ove non progettata e realizzata) dal potere per perseguire fini funzionali ai propri scopi, i quali purtroppo nella maggioranza dei casi confliggono con gli interessi della collettività. Si tratta di obiettivi che forse sul momento ci sfuggono, ma che – alla luce dello stato in cui versa la società occidentale dopo appena mezzo secolo di ininterrotte ‘novità globali’ – difficilmente potranno mai contemplare alcun concreto beneficio per gli ‘utilizzatori finali.’

http://www.anticorpi.info/2011/09/vendere-la-schiavitu.html

False flag

13 febbraio 2011 Lascia un commento

Nel giro di due settimane, dal 13 al 26 dicembre del 2009, avvengono tre episodi gravi : Massimo Tartaglia, un uomo di 42 anni riesce a lanciare una statuetta colpendo in pieno viso Silvio Berlusconi, una ragazza di 25 anni Susanna Maiolo riesce a scavalcare una transenna a Roma e raggiungere il Papa ed un Cardinale che gli stava vicino e che è finito all’ospedale ed un giovane nigeriano tale Umar Farauk figlio di un ricco nigeriano cavaliere del lavoro in Italia per i favori fatti allo Agip nello sfruttamento del petrolio del Niger viene arrestato sui cieli di Detroit e viene trovato con i testicoli imbottiti di plastico e di tritolo in grado di fare esplodere l’aereo in cui viaggiava.
Questi tre allarmanti e significativi fatti riguardanti due importanti personaggi come il Capo del Governo in Italia ed il Capo della Chiesa Cattolica e la stessa sicurezza degli USA oltre che essere quasi messi uno dopo l’altro nel giro di pochi giorni hanno in comune una caratteristica: ne sono protagonisti tre giovani “disturbati” mentalmente e bisognosi di cure psichiatriche. Uno di essi, Umar Farauk, era addirittura noto alla Cia che ne aveva segnalato al padre “la deriva estremista”.
I tre episodi sensazionali che hanno allarmato l’opinione pubblica mondiale hanno dentro di sè qualcosa di inattendibile, di poco genuino, che li fa suonare falsi e costruiti come l’incredibile crollo delle tre torri dell’11 settembre 2001-data segnalata come spartiacque della storia contemporanea – attribuito all’impatto di aerei quanto dovrebbe essere evidente che si è trattato di edifici minati minuziosamente e caduti su se stessi per effetto delle esplosioni. Insomma, siamo in presenza di false flag, di teatrini montati ad uso del pubblico che le batterie massmediatiche dell’Occidente faranno credere come verità. Le tecniche di false flag sono estremamente raffinate e possono svilupparsi dopo un lungo periodo di incubazione e di preparazione magari ad opera di “tutori” preposti al lavaggio del cervello ed al condizionamento dei soggetti. L’episodio di Detroit è servito a rilanciare la lotta al “terrorismo” degli USA. Per comprendere la messa in scena e la sua grossolanità basti pensare che il giovane Umar non era ancora sceso dall’aereo che voleva fare esplodere e già aveva fatto in tempo a far sapere chi era, dove si era addestrato, quante persone erano nei campi di addestramento, quali erano gli obiettivi della sua “cellula” terroristica. Un comportamento inverosimile nei “terroristi” che gli specialisti americani non riescono a fare “cantare” neppure dopo anni di prolungate torture a Guantanamo con le tecniche della waterboarding.. “Cantò” subito di campi di AlQaeda nello Yemen nei quali avrebbe fatto apprendistato di terrorismo. Vedi caso proprio in quel periodo i fari del Pentagono e della Cia si posizionavano appunto sullo Yemen diventato particolarmente inviso agli USA per ragioni di dominanza geostrategica.
La giovane Susanna Maiolo con il suo gesto non propriamente aggressivo ma tuttavia ritenuto pericoloso ha portato l’attenzione sulla figura carismatica e sul corpo “sacro” del Pontefice. IL gesto è stato una sorta di surrogato al “grande” attentato subito da Papa Woitila ad opera del turco Alì Agca..
Massimo Tartaglia è stato utile ad una operazione di rilancio massmediatico di Berlusconi. Le circostanze in cui è avvenuta la sua aggressione restano enigmatiche ed inverosimili e pongono diecine di domande alle quali non è si è data risposta. Che cosa ha fatto Massimo dalle nove del mattino del 13
alle diciotto ora in cui ha colpito Berlusconi? Perchè l’auto di Berlusconi non si è allontanata subito dalla piazza? Perchè Berlusconi si è mostrato dentro l’auto ferma con la faccia insanguinata? Perchè la sua camicia è rimasta immacolata nonostante il sangue fluente dalla faccia? Perchè non è stata fatta una analisi delle macchie di sangue del vistoso fazzoletto con il quale si è pulito il viso? Perchè è stato condotto al San raffaele e non all’Ospedale più vicino? Etcc…etc…etc
Il potere ha bisogno di tanto in tanto di montare un teatrino. Lo montò Nerone per attribuire ai cristiani l’incendio di Roma che gli fu indispensabile per creare l’immensa Domus Aurea. Altri teatri sono stati approntati da Hitler, da Mussolini, dagli USA. Oggi i false flag hanno finalità ancora più sofisticate e polivalenti: servono a tenere in ostaggio una popolazione in un clima di paura che non finisce mai e che viene alimentata sempre da cose nuove e strabilianti ma che, a guardare bene, sono quasi sempre delle patacche, dei marchingegni spesso financo banali.
Alla luce della difficoltà in cui si trova in questo momento Berlusconi che, dopo la verifica del mancato sostegno del Quirinale sembra terrorizzato dalla ipotesi di finire dentro un processo per sfruttamento della prostituzione e concussione, non escludo un prossimo avvincente, spettacolare False Flag capace di mozzare il fiato e di metterci paura.
di Redazione IL PUNTO ROSSO a cura di PIETRO ANCONA

Bufale

17 ottobre 2010 Lascia un commento

Nemmeno otto giorni dopo il presunto fallito attentato a Maurizio Belpietro, il raddoppio della scorta è stato ritirato. E Alessandro M., l’agente che aveva esploso tre colpi nelle scale raccontando di essere scampato per miracolo alla morte che un fantomatico attentatore voleva infliggergli, dopo anni di onorata carriera alle dipendenze del direttore di Libero è stato sostituito. Del resto, i suoi stessi colleghi non sembravano avere mai creduto alla reale dinamica della vicenda, con buona pace dei commentatori in rete che aprivano ufficialmente la caccia ai complottisti.
Insomma, un epilogo molto diverso dalla promozione che l’agente si era guadagnato quindici anni prima, in seguito ad un episodio del tutto analogo al quale il giudice D’Ambrosio, beneficiario della scorta, tuttora dichiara di non avere mai creduto.
Intanto, però, Belpietro ha avuto modo di martirizzarsi in diretta tv davanti a milioni di italiani, ergendosi ad anti-Saviano, mentre questi timidi trafiletti che si avvicendano sulle ultime pagine dei quotidiani vengono letti da una sparuta minoranza di cavillosi cittadini ossessionati dal pelo nell’uovo.
Dopo il titolo a caratteri cubitali “SCUSATE SE SONO VIVO“, a quando un’edizione di Libero interamente dedicata agli sviluppi della vicenda?
Fonte: http://www.byoblu.com/post/2010/10/13/Ridotta-la-scorta-a-Belpietro-sostituito-lagente.aspx

Gli allegri complottisti

22 dicembre 2009 Lascia un commento

Mi è capitato in questi giorni di leggere un articolo a firma dell’avv. Paolo Franceschetti sulla massoneria deviata, sulle disavventure occorse all’autore dell’articolo in questi ultimi tempi, su insoliti incontri, lettere scritte con inchiostro verde, velate e meno velate minacce di male fisico e addirittura di morte.
Il tutto mi lascia abbastanza perplesso per una duplice serie di motivi.
Iniziamo della formazione del giurista: sin dal primo anno di università, se si ha la fortuna di incontrare docenti preparati ed appassionati, e si ha la pazienza e l’umiltà di apprendere iniziando dai concetti elementari, viene insegnato quello che è, o dovrebbe essere, il nucleo fondante del pensare, la cd. forma mentis di ogni buon giurista, che sia esso avvocato o magistrato, ossia l’attenzione pressochè maniacale ai fatti.

Ecco, a ben vedere di fatti nelle enunciazioni direi quasi speculative dell’autore ce ne sono molto pochi; l’articolo è infarcito di teorie cospirazionistiche di difficile dimostrazione, di asseriti episodi di minacce, di telefonate mute e di una collaboratrice colta nel sonno e aggredita (??), fatto quest’ultimo che è stato diligentemente e prontamente (per la sua indubbia gravità) denunciato all’autorità competente.
Ebbene, non si può fare a meno di notare che, difficilmente, colui che si sente seriamente minacciato addirittua anche all’interno delle mura domestiche, si espone pubblicamente in codesta maniera, anche considerando la rete internet quale stumento mediatico marginale, ad uso e consumo di un ristretto numero di persone.
I simbolismi ambigui, (attribuiti alla massoneria) usati per perseguitare pervicacemente l’autore, il quale risponde impeccabilmente acquistando una bella moto, certo possono essere l’indice sintomatico di un’enorme cospirazione in danno suo e dei suoi stretti collaboratori, ma è altrettanto difficile credere che, davanti ad una denuncia di un fatto circostanziato e temporalmente definito, l’autorità giudiziaria si spogli del fascicolo facendolo artatamente sparire addirittura occultandolo.
Le accuse rivolte un po’ a tutte la autorita inquirenti sono talmente gravi da suscitare preoccupazione e sdegno, se non fosse che, con una breve ricerca, si scopre facilmente, che di siffatte teorie complottiste, cospirazioni, macchinazioni e dietrologie eversive di varia natura (cfr., l’11 settembre) la rete internet ne è satura.
Lo scopo perseguito dagli autori e divulgatori di questa tipologia di informazione non è chiaro: l’Italia sta forse attraversando un periodo non proprio facile; la ricerca spasmodica del perché i nostri figli debbano avere un futuro incerto e complessivamente debbano beneficiare di minori opportunità rispetto ai loro padri, potrebbe essere la causa più verosimile di questo profluvio di immaginazione senza fine che, nella maggior parte dei casi, è completamente avulsa dalla realtà che ci circonda.
Del pari, la creazione di teorie astruse, che poggiano le basi su credenze popolari quali il “valore convenzionale della moneta” che ha dato adito alla ben nota teoria del cd. “signoraggio”, e alle collaterali ipotesi di introduzione dei “buoni monetari locali” che permetterebbero addirittura di raddoppiare il valore del prodotto interno lordo su base locale nel giro di pochi mesi dando così una boccata d’ossigeno al commercio al minuto messo a repentaglio dalla globalizzazione, non sono altro che teoremi privi di qualsiasi valore scientifico come è facilmente dimostrabile e come insegnano del resto in tutte le università di economia.
Certo, restano irrisolti importanti problemi di criminalità organizzata, fenomeni collusivi criminali fra mafie e istituzioni ai quali uomini di valore hanno tentato di dare una risposta, mafie che, ritornando all’articolo in commento “ si infilano nelle nostre città del nord..” (l’autore è di Viterbo, ridente cittadina del Lazio), ma ciò mi pare non basti per instillare mediante scenari apocalittici, ulteriore confusione e paura, senso di insicurezza e precarietà, sfiducia nelle istituzioni e in chi le guida.