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Se hai vent’anni vattene dall’Italia

10 aprile 2013 3 commenti

cervellinfuga A un ragazzo che oggi compie 20 anni direi di andare via dall’Italia. Gli direi di prendere la borsa, il cellulare, due libri e un po’ di musica e lasciare questo paese.

Se hai vent’anni vattene.

Vattene perché se hai vissuto i tuoi primi 20 anni in questa nazione non hai visto niente dei cambiamenti del mondo. Sei rimasto indietro. Hai vissuto 20 anni di dibattito pubblico schiacciati sullo scontro pro o contro Berlusconi. Uno scontro fatto di puttane, “giudici comunisti” e Nesta/Balotelli. Uno scontro che ha lasciato un manipolo di anziani a dibattere in tv di un paese che non c’è. Spegni la tv, non imparerai niente da Ballarò o da Servizio Pubblico. E chiudi anche le dispense, la cultura non è una pillola da mandar giù.

Ti direi di andartene perché hai vissuto 20 anni con le stesse metro – ah no a Roma hanno aperto la B1 –, con gli stessi palazzi, con gli stessi Intercity – il Frecciarossa non è alla portata di un ventenne -, con gli stessi regionali. Dovresti andare via per guardare come sono cambiate Londra, Parigi, New York in questi 20 anni. Sei nato all’alba della primavera dei Sindaci ma nel frattempo sei diventato maggiorenne e attendi ancora la linea C a Piazza San Giovanni in Roma. Per te non è cambiato nulla ma il resto del mondo ha corso. Come non mai.

Se fossi partito avresti visto la più grande biblioteca d’Europa traslocare da un Palazzo del XVII secolo ad uno consono alla fruizione della cultura. Perché i libri, i reperti, non servono a nulla se non possono essere fruiti. Avresti visto una metropolitana che viaggia a 90km/h senza conducente costruita in 5 anni. Avresti visto un paese – il Sud Africa – passare dalla segregazione razziale ad ospitare i Mondiali.

Fai una cosa: vattene. Non ascoltare chi ti dice che solo chi resta resiste davvero. Lascia questo paese, meticciati. Scopri la bellezza di altri corpi e di altri odori. Di altri cibi. Fai politica. Sì, fai politica. Perché non è tutto una “merda”. Ma scegliti altri maestri. Un buon politico non è un imbonitore ma un uomo che si carica sulle spalle la visione di un paese, nonostante i voti.

Guarda Invictus. Dimentica Genova. Lì hanno ucciso una generazione, non farti fermare anche tu. Non ascoltare quella canzone “poteva come tanti scegliere e partire, invece lui decise di restare” è bellissima ma viene da un’altra epoca. Ho amato Peppino e la Sicilia ma ho anche imparato che le catene non coincidono con questo sentimento.

Eduardo avrebbe detto Fujetevenne. Io ti scrivo vattene. Vattene per imparare che non è vero che una laurea ti forma. Vattene perché la festa che i tuoi vogliono organizzare è una pagliacciata di cui non hai bisogno. Ciò che hai in mano è un pezzo di carta, non conta niente. Non c’è nulla da festeggiare. Si festeggia il futuro, non il passato.

Vattene via perché altrimenti anche a quarant’anni ti diranno che sei giovane. Non è vero. Vattene perché non devi leggere i giornali che aprono con le violenze per una partita di calcio. Non è giusto. Il calcio è solo uno sport.

Parti, lasciaci qui, come i dannati di un inferno da noi stessi generato. Va via! Prendi un volo per il nord e respira la bellezza del senso di comunità. Perché la vicina che ti dà lo zucchero non c’entra nulla con l’empatia. E’ un modo per sperare che un giorno anche tu farai lo stesso… Se così non fosse non ci sarebbe il vociare dei condomini al tuo passaggio. Perché essere più di sé stessi, essere una collettività è la condivisione costante e silenziosa delle regole che consentono a tutti di andare avanti. E questo noi non sappiamo neanche cosa sia. Collettività non è svegliarsi una mattina e ricostruire ciò che è andato in fumo ma lavorare ogni giorno nel silenzio.

Non ascoltare gli eroi. Questa nazione non ha bisogno di loro. E’ il contrario, sono loro a nutrirsi di questo paese perché senza i suoi mali non potrebbero vivere.

Parti e torna solo se sarai convinto che è giunto il tuo tempo. Torna solo se hai visto il cambiamento e pensi sia giusto riportarlo indietro. Torna con i sogni di un ventenne e le spalle di un adulto.

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Un grande Giudice

10 aprile 2012 2 commenti

INTEGRAZIONE IMMIGRATI. MEZZI DI SOSTENTAMENTO E ANTICOPYRIGHT

(relazione tenuta nel Convegno di Napoli – nov. 2003 Immigrazione E Anticopyright: Ad Un Anno Dalla Regolarizzazione, Emersione O
Integrazione? Presente Il Ministro Degli Interni

http://www.vnunet.it/detalle.asp?ids=/Notizie/Sicurezza/Servizi/20031106001)

di

Gennaro Francione

“La giustizia, come un portiere d’albergo, apre l’uscio all’affermarsi di tutti gli altri valori. Il grande Erasmo il folle era convinto che la fede e le idee valgono assai più della vita. Morì mentre pregava per i suoi persecutori. E io, misero, qua a piagnucolare”. (Così il giudice Pannone in Doppelgänger iudex – I due giudici: il genio e il folle di G. Francione)

Tutto è nato la mattina del primo processo che celebrai per la vendita di cd contraffatti. Ci avevo pensato da giorni alla faccenda e la sera prima dell’udienza ancora mi tormentava l’idea di dover dare mesi di reclusione a quei quattro poveri Cristi che mi sarebbero venuti davanti l’indomani.

La mattina del 15 febbraio 2001 mi svegliavo alle 4 con l’idea luminosa e precisa: dovevo assolvere quei poveracci per aver agito in stato di necessità. E ciò era tanto più chiaro nel dilucolo incombente perché era nella realtà delle cose: perché questi extracomunitari passavano ore ed ore sui marciapiedi, vendendo dischetti falsi, se non per sfamarsi?

Ho scritto lo schema della sentenza e l’ho ripetuta con i quattro imputati stranieri con motivazioni contestuali. La cosa non è piaciuta ai potentati economici e ai politici di una certa linea sicché è stata avanzata a stretto giro, appena sei giorni dopo il provvedimento, un’interrogazione parlamentare dove si reclamava la mia testa, tentando di farmi passare per bizzarro[1], perché oltre ad essere giudice mi manifestavo in rete come scrittore, drammaturgo, poeta, saggista, musicista, scacchista e altre cosette del genere[2]. Insomma un ideale neorinascimentale che perseguo e manifesto da una vita era preso a pretesto per colpirmi.

Io ho un grande amico Albanese. Si chiama Visar Zithi ed è stato messo dal vecchio regime di quelle terre per 12 anni ai lavori forzati, avendo scritto “libere” poesie. 12 anni con le palle ai piedi per aver descritto l’altro sole, il sole di sangue[3]. Di che cosa potevo lamentarmi, io, da questa parte del Tirreno? In fondo si tentava di solo di incatenarmi la bocca, come giudice e come artista, con la calunnia e il venticello di un’azione disciplinare andata perennemente a vuoto…

L’attacco in Parlamento, non recepito dal vecchio governo, era accolto dal nuovo che però si guardava bene dal censurarmi come giudice-scrittore, limitandosi a considerare la sentenza dal punto di vista tecnico, definendola “abnorme”. Sono stato prosciolto ampiamente in sede disciplinare dal CSM e questa è una vittoria non solo mia personale ma della libertà di pensiero e dell’azione che i giudici ogni giorno fanno per assicurare una giustizia reale di eguali nel nostro paese.

Il primo quesito di quella che in rete e fuori è stata definita sentenza anticopyright è quello più generale: “Può un giudice giusto applicare una legge ingiusta”?. Nella risposta noi ci poniamo nettamente in chiave antisocratica, tanto più che noi non siamo passivi destinatari della legge ma attivi esecutori, essendo magistrati, rappresentanti del terzo potere dello stato, cui è imposto dall’art. 3 della Costituzione – nei limiti delle facoltà interpretative creative ancora concesse – di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che si frappongono a una reale eguaglianza delle persone.

Nel nostro sforzo di vedere se la legge repressiva sul copyright era da considerarsi giusta, ci siamo rivolti agli altri addetti ai lavori. Abbiamo così scoperto (con notizie limitate al Tribunale di Roma) che ha cominciato un P. M., il dott. Carlo Luberti, il quale già poco dopo l’uscita della legge chiedeva l’assoluzione per questi reati, motivandola con l’errore scusabile della legge penale. Veniva seguito da alcuni GIP, poi da altri P.M. e, infine, da qualche giudice.

E’ notizia delle ultime ore che i V.P.O. di Roma chiedono diffusamente lo stato di necessità per gli extracomunitari senza mezzi in questo tipo di reati. Finanche un giudice, la dottoressa Maria Concetta Scuncia, è arrivato a sentenziare lo stato di necessità, mentre molti altri, pur non accettando la scriminante, in camera caritatis ammettono che sarebbe bastata una sanzione amministrativa per tentare di arginare il fenomeno.

Le sentenze anticopyright sono state tutte appellate dalla Procura Generale. Aspettiamo che si pronunci il giudice dell’Appello e ci auguriamo che almeno una sentenza giunga in Cassazione per conoscere il giudizio di legittimità in merito.

A proposito della vendita di prodotti contraffatti già la Suprema Corte aveva aperto una breccia potente sulla depenalizzazione in re della normativa riguardante la materia parallela della contraffazione dei marchi, ritenendo che, quando la persona si porti ad acquistare dal vu cumprà capi d’abbigliamento contraffatti, nella vendita non c’è reato. Infatti si è in presenza di un’ipotesi tipica di falso “impossibile o innocuo”, essendo percepibile da qualsiasi acquirente di comune esperienza che la merce venduta non poteva certamente essere stata prodotta e distribuita, dati i prezzi bassi presumibilmente praticati, dalle prestigiose ditte di livello internazionale cui si riferivano i marchi contraffatti.

Non sussiste, pertanto, l’elemento materiale del reato di cui all’art. 474 c.p. secondo una nota sentenza della Cassazione (Sezione Quinta Penale – Sent. n. 2119/2000 – Presidente N. Marvulli – Relatore L. Toth), la quale, assumendo a giustificazione della decisione il background socio-economico del popolo, afferma testualmente che non “si può ignorare sul piano dell’attuale costume che l’offerta da parte dei venditori ambulanti di prodotti griffati è ormai accolta dalla clientela con un diffuso e sottinteso scetticismo circa l’autenticità dei marchi, con un’accettazione implicita della provenienza aliena dei prodotti stessi, dato il loro prezzo e l’evidente approssimazione dei segni a quelli effettivi che la clientela di comune esperienza ben conosce nelle reali caratteristiche distintive”.

Dietro questa decisione, anche se non dichiarata, c’è probabilmente – come nel caso della vendita dei cd contraffatti con assoluzione per errore scusabile della legge penale – una convinzione espressa chiaramente nella sentenza anticopyright: e cioè che il popolo squattrinato, che ricorre a piene mani all’acquisto di questi prodotti da sottomercato, non sente l’illiceità che sottostà, secondo la legge, alla vendita[4].

Un altro indizio del reale modo d’intendere dei magistrati, che riflettono l’intendimento della gente sul punto, è la mancata contestazione del reato ricettazione in capo al cittadino acquirente del prodotto contraffatto da parte dei P. M, cosa cui si è cercato di ovviare con le ultime leggi ancora più repressive col rischio di portare a una criminalizzazione di massa. Se la legge riceverà piena attuazione di certo non basteranno i 50.000 posti già strettissimi delle nostre carceri, occorrendo affittare per contenere i contravventori non un’isola ma un continente intero tipo l’Australia, dove un tempo l’Inghilterra relegava a valanghe i suoi galeotti.

Ritornando alla sentenza anticopyright, in un’indagine più ampia si rilevava che il senso della non illiceità di questi comportamenti, diffuso tra i non addetti ai lavori, è addirittura dilagante nei commenti della popolazione[5].

Orbene la prima fonte della giustizia a cui mi appellavo per prendere la decisione anticopyright era proprio il popolo. Quel popolo poveraccio che scarica MP3 da internet, che masterizza cd, che fotocopia libri universitari costosissimi, che utilizza software clonati, che compra cd per strada perché quelli originali, quelli sì, sono “un autentico furto”. Avranno forse letto l’articolo Joost Smiers “La proprietà intellettuale è un furto”?[6]. Non credo, ma poco importa.

La teoria di Joost Smiers e l’invettiva popolare vanno prese cum grano salis naturalmente, nel senso che bisogna ridurre drasticamente il prezzo dell’arte per far sì che chiunque possa goderne. D’altra parte che società schizoide è mai questa che crea fotocopiatrici, masterizzatori, registratori, riproduttori, comunicazioni internettiane velocissime per la diffusione del sapere in tutte le forme e poi criminalizza la riproduzione gratuita dell’arte globale?

Al di là dei formalismi per cui le leggi vanno rispettate solo perché vengono fatte dai rappresentati del popolo, accade spesso che si facciano leggi contro il popolo, pro forti che diventano sempre più forti e contro i deboli che diventano sempre più deboli. E non sono forse deboli gli extracomunitari venuti nel nostro paese a sbarcare il lunario, come fecero tanti connazionali che nella prima metà del ‘900 emigrarono in America? E non è forse debole l’impiegato italiano che guadagna 1000 euro al mese e che, per mezzo esame universitario del figlio, deve sborsare 100 euro per un solo libro?

La verità, di fondo, è che le leggi vanno armonizzate col comune sentire della gente. E molte leggi xenofobe nascono, invece, dall’esigenza di lavorare sui bassi istinti delle persone, sulle loro paure nei confronti dello straniero considerato come alieno, invece di istruirle sul loro stato, sulle loro miseria, sulla loro fame ingiusta, a fronte della nostra ricchezza che ci porta a buttare via cibo che potrebbe sfamare i loro magrissimi figli lasciati a morire nelle terre lontane.

Tra queste leggi poco amanti dell’extracomunitario marziano ci sono non solo quelle tendenti a criminalizzare l’uso illecito del copyright, dei marchi, dei brevetti ma, infine, le leggi come la Bossi-Fini che progettano di criminalizzare il fatto in sé di essere straniero, non burocraticamente inserito nel territorio italiano, creando spesso situazioni paradossali e di inefficacia uroborica contro gl’intenti.

Molti attacchi di anticostituzionalità sono stati rivolti dai giudici alla Bossi-Fini che fa acqua da tutte le parti, ma non c’è nemmeno bisogno di scomodare la Corte Costituzionale per rilevare il seguente effetto perverso.

Si arresta lo straniero senza permesso di soggiorno e lo si porta in vinculis davanti al giudice che lo libera. A tal punto il giudice dovrebbe emettere nulla-osta per l’espulsione ad opera della Questura, che però è vietata dalla Costituzione (art. 24) e dalle norme delle Convenzioni internazionali, che proteggono la presenza continua dell’imputato in tutti i gradi e le fasi del processo. Insomma lo straniero che viene arrestato perché non se n’è andato dall’Italia, proprio per il fatto di subire un processo per questo, alla fine non se ne può più andare perché ha il diritto di assistere al suo processo. Un autentico ghirigoro normativo, per cui la legge che vuole ottenere un effetto rigoroso, genera esattamente l’effetto contrario.

La verità è che qualunque legge disarmonica, forzante oltre misura, si distrugge da se medesima, per così dire non potendosi costringere il popolo a tenere comportamenti che non sente affatto.

E poi come si fa a fermare l’ondata di “invasori” nel nostro paese? Come fare per impedire loro di vendere cd, borse e maglioni contraffatti se davvero ciò che li spinge è la fame e il bisogno di un panino? Ma vogliamo davvero impedire loro di vendere questa merce di serie b con l’effetto perverso che andranno a commettere reati più gravi?

La nostra proposta è il dialogo continuo con gli stranieri che entrano nelle nostre terre e per far ciò anche la via dell’anticopyright enunciata nella sentenza ci appare valida. Ciò al fine di costruire un mondo sferico di reali eguali, metanazionale e non a senso unico pro forti, senza gerarchie com’è nell’attuale sistema a piramide antidemocratico.

In una nuova visione non globalizzata dell’arte libera e pressoché gratuita si verificherà il ridimensionamento del diritto di proprietà intellettuale in nome della detentio (l’artista possiede le sue opere in nome dell’umanità di cui è debitore) con la conseguente disintegrazione progressiva del copyright[7]. Ciò a vantaggio del popolo che non ha soldi per comprarsi cd, manufatti, libri a prezzi esosi e degli stranieri che venderanno i prodotti di serie b senza incorrere nelle maglie di ferro della legge.

Ciò comporterà la nascita di mercati paralleli dei prodotti artistici, ora legalizzati e non più criminalizzati, con creazione di nuovi posti di lavoro leciti soprattutto per gli immigrati, eventualmente organizzati in cooperative.

Per ricompensare gli artisti e i loro produttori si potranno studiare compensi minimi a forfait come quelli oggi pagati dalle radio private alla SIAE. Si tratta di quelle che un tempo si chiamavano “radio pirata”. Trasmettevano eludendo la legge, in modo un po’ avventuroso, fuori dagli schemi. Poi sono diventate “radio libere”, sempre alternative ma più o meno legali; ora sono semplicemente “radio private”, nel senso proprio di “imprese private” in qualche modo regolarizzate.

Anche allora come ora su Internet, le radio musicali si comportavano come gli attuali siti che archiviano e distribuiscono MP3. Le case discografiche, però, avevano un comportamento ben diverso, non facevano alcuna battaglia contro le radio libere, ma anzi mandavano dischi gratis alle radio appena appena affermate. Evidentemente ritenevano, a differenza di oggi, che il mezzo migliore per promuovere la musica sia farla conoscere, e il mercato proliferava. Ora sono passate all’eccesso opposto dell’inutile criminalizzazione perché, per proteggere i loro compensi esorbitanti, finiscono per perdere anche i minimi diffusissimi che potrebbero avere.

In definitiva nella rivoluzione copernicana dell’antiarte-anticopyright: “Chi possiede e paga ottiene il prodotto primario. Chi ha poco acquista al mercato parallelo in qualche modo legalizzato”.

Questo è, in chiave umanistica, il primato del sapere e della creatività sull’economia.

A tal punto mi fermo e lascio parlare la sentenza che di per sé è già una tabula compiuta sulla materia. Per la precisione la sentenza riportata non è quella originale ma solo un prototipo formato dalle decisioni iniziali integrate da rilievi e idee maturate successivamente.

Chiuderò, poi, con una cyberbibliografia specifica sulla sentenza anticopyright onde consentire a chi desideri di approfondire gli argomenti.

Non voglio tralasciare, però, di dare le tre chiavi di lettura della decisione. Ciò a soli fini di comodità: una prettamente giuridica; l’altra sociale-politico; l’ultima artistica.

Dal lato specificatamente giuridico la sentenza si occupa dei seguenti argomenti:

– Valore della consuetudine.

– Onere della prova contrastante la non punibilità spettante al P. M., in ossequio al nuovo art. 111 della Costituzione in garanzia del giusto processo.

– Esimente ex art. 54 cp. (stato di necessità)

– Interpretazione della legge “alla luce del mondo concreto”.

Dal punto di vista squisitamente sociale-politico gli argomenti sono:

– Sintonia tra il dettato della legge e il “comune sentire della popolazione”.

– Il Parlamento non può tradire le aspettative del popolo (le sentenze vengono emesse in nome del popolo), pena la disapplicazione della legge.

– Situazione di indigenza a monte degli extracomunitari;

Dal punto di vista dell’arte:

– L’arte e la scienza devono essere libere e, quindi, usufruibili da tutti.

– L’arte deve essere umanitaria e sociale e, quindi, facilmente accessibile soprattutto a livello economico. Anche la New Economy depone nel senso dell’arte a diffusione gratuita o a bassissimo prezzo.

Come ulteriore traccia di lettura per seguire il lato giuridico si annota quanto segue.

Il giudice deve dimostrare lo stato di necessità (bisogno alimentare) e il danno minimo arrecato.

Il bisogno alimentare lo considera fatto notorio, e perciò, per costante giurisprudenza, non necessitante di prova. E’ il Pubblico Ministero a dover dimostrare in questi casi di indigenza a monte che l’imputato ha altre forme di sostentamento lecite.

Il danno minimo arrecato si dimostra prima facie col numero limitato di cassette vendute e poi ampliando il discorso ad internet che permette già arte libera e gratuita, ma soprattutto alla strada dove la gente continua ad acquistare in massa prodotti contraffatti.

Una sentenza, quella anticopyright, fatta dall’Uomo e per l’uomo e in linea coi principi di un’arte libera e umanistica, ma soprattutto rispettosa di minoranze di immigrati che hanno diritto a nutrirsi e a vivere nel nostro paese che si assume civilizzato.

Riportiamo di seguito la sentenza.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Mohammed Tizio, colto in possesso di cd sprovviste di contrassegno SIAE e abusivamente duplicati è stato tratto a giudizio, chiamato a rispondere dei reati di cui alla rubrica.

In via preliminare il Giudice, dopo aver accertato che non risultano nelle carte del P. M. atti tendenti a dimostrare che il prevenuto straniero abbia altre forme di sostentamento oltre a quella illecita rilevata, invitava le parti a svolgere i loro rilievi, considerando che ricorresse un caso di obbligo di immediata declaratoria di causa di non punibilità ex art. 129 c.p.p. per aver l’imputato agito in stato di necessità, essendo mosso nella sua azione di venditore di cd contraffatti dalla necessità di salvare se stesso dal pericolo attuale di un danno grave alla salute e alla vita rappresentato dal bisogno alimentare non altrimenti soddisfatto.

Essendosi il P. M. e la difesa in maniera concorde pronunciati a favore della declaratoria de quo, il Giudice si ritirava in Camera di Consiglio per la decisione, rilevando la sussistenza dell’esimente ex art. 54 c. p. sulla base delle seguenti considerazioni.

In via preliminare va notato che il riconoscimento della causa di giustificazione non necessita di alcuna richiesta difensiva. In realtà nessuna disposizione normativa prevede questa sorta di condizione costituente; essa nasce da un’interpretazione giurisprudenziale tutt’altro che pacifica, tant’è che ha dato luogo ad un contrasto giurisprudenziale culminato anche in una sentenza delle Sezioni Unite (Sez. Un. 26 febbraio 1972, Marchese), secondo cui non vi è un onere probatorio dell’imputato relativamente alle cause di giustificazione, ma un mero onere di allegazione.

Secondo l’interpretazione di questo giudice, avallata dal nuovo art. 111 della Costituzione che esalta la paritaria posizione delle parti, in una rinnovata latitudine del principio del favor rei è compito del magistrato di valutare, anche d’ufficio, ogni elemento che possa escludere la responsabilità penale dell’imputato. In alternativa esegesi si arriverebbe all’absurdum di un giudice che, pur ritenendo in nuce lo stato di necessità e non essendo questo allegato, magari per errore della difesa, arrivasse a condannare l’imputato.

C’è poi da rilevare che la legge prevede l’obbligo di immediata declaratoria di cause di non punibilità ai sensi dell’art. 129 c.p.p. senza nulla dire sulle modalità dell’accertamento degli elementi posti a base della decisione, accertamento che rientra appunto nella materia soggetta a interpretazione dei giudici. Nel caso di specie lo stato di necessità (leggasi: fame) come fatto notorio trova fondamento adeguato nell’art. 530 nuovo c.p.p. che, mutando normativamente la giurisprudenza formatasi sotto il vecchio codice più restrittivo, ha sancito l’assoluzione anche col semplice dubbio sulla causa di giustificazione.

Nel merito valga quanto segue.

La consuetudine è una manifestazione della vita sociale che si concreta in un’attività costante ed uniforme dello Stato-comunità (Tesauro). Ad essa può essere attribuita funzione di mezzo d’interpretazione di principi e norme (consuetudine interpretativa) ma anche di fatto idonea a disapplicare la norma scritta (consuetudine abrogativa).

Il nostro ordinamento considera contra legem la consuetudine abrogativa perché contraria al dettato dell’art. 8 delle preleggi che comporta l’applicabilità della consuetudine (usi) solo se richiamata da leggi e regolamenti.

Nessuna norma, invece, vieta la consuetudine interpretativa che anzi il magistrato penale applica continuamente come nei processi indiziari ad esempio, quando tenda a trarre conclusioni da comportamenti umani logici e regolari individuati in un ambiente con un determinato background socioculturale.

Anche la legge penale va interpreta alla luce del mondo concreto in cui si sviluppa, con tensione dinamica e non statica ad evitare una discrasia tra il dover essere normativo e quello reale. “La dottrina – come leggiamo in Antolisei – è concorde nell’attribuire alla consuetudine la più grande importanza nell’interpretazione della legge, specie nei riguardi dei fatti che sono valutati in diverso modo nei vari ambienti sociali”[8].

Secondo Antolisei è addirittura da ammettersi la consuetudine integratrice o praeter legem che sorga per integrare i precetti della legge qualora essa non si risolva in danno dell’imputato[9].

La legge e la giustizia vanno applicate in nome del popolo ad esso spettando la sovranità (art. 1 della Cost.) e il metro di questa sintonia è proprio la rispondenza piena del popolo alle leggi penali emanate dal Parlamento, il quale può andare “controcorrente” quando contraddica lo spirito del comune sentire della popolazione che ad esso ha dato mandato, incorrendo in tal maniera di fatto nella disapplicazione della norma scritta.

Nel caso di specie la norma repressiva di base, la protezione penalistica – e non meramente civilistica del diritto d’autore – è desueta di fatto per l’abitudine di molte persone di tutti i ceti sociali che, in diuturnitas, ricorrono all’acquisto di cd per strada o scaricano MP3 da Internet.

Anche grossi network come Napster si sono mossi da tempo in senso anticopyright e hanno permesso copie di massa dell’arte musicale. Fenomeno appena sfiorato dalle recenti sentenze degli USA che si sono espresse nel senso di regolamentare la materia della riproduzione di massa, ma con un pagamento ridottissimo in un nuovo mercato dove il guadagno dei produttori è quantificato su “minimi diffusissimi”. In linea con questa strategia si è espresso il Parlamento europeo con la direttiva per “la protezione del diritto d’autore nella società dell’informatica” avanzando al più l’ipotesi di un equo compenso per gli autori per la diffusione globale della loro opera.

Il fatto è che la strategia del regalo è uno dei punti centrali nel mondo digitale, tanto che si parla di free economy, economia del gratis appunto, o di gift economy, economia del regalo. “Nell’età dell’accesso si passa da relazioni di proprietà a relazioni di accesso. Quello di proprietà privata è un concetto troppo ingombrante per questa nuova fase storica dominata dall’ipercapitalismo e dal commercio elettronico, nella quale le attività economiche sono talmente rapide che il possesso diventa una realtà ormai superata”[10].

Anche la New Economy depone, dunque, nel senso dell’arte a diffusione gratuita o a bassissimo prezzo, per rendere effettivo il principio costituzionale dell’arte e la scienza libere (art. 33 della Cost.) e, quindi, usufruibili da tutti, cosa non assicurata dalle attuali oligarchie produttive d’arte che impongono prezzi alti, contrari a un’economia umanistica, con economia anzi diseducativa per i giovani spesso privi del denaro necessario per acquistare i loro prodotti preferiti e spinti a ricorrere in rete e fuori a forme diffuse di “pirateria” riequilibratrice.

L’azione degli oligopoli produttivi appare quindi in contrasto con l’art. 41 della Cost. secondo cui l’iniziativa economica privata libera “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Solo un’arte a portata di tasca di tutti i cittadini e soprattutto dei giovani può essere a livello produttivo umanitaria e sociale come richiesto dalla Costituzione, per far sì che davvero tutti possano godere dei prodotti artistici.

In definitiva, se compito dello Stato ex art. 2 della Costituzione è rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che si frappongono al libero ed egualitario sviluppo della comunità, risulta la normativa penalistica a favore del copyright tendenzialmente abrogata di fatto ad opera dello stesso popolo per desuetudine, con azione naturale tendente a calmierare le sproporzioni economiche del mercato capitalistico in materia. Tale consuetudine non è quella abrogativa canonica ex lege ma di fatto incide sull’interpretazione della norma penalistica, quanto meno nel senso di far percepire al giudice quanto possa essere ridotta la forza cogente di una norma espressa, imposta ma non accettata dalla maggioranza del consesso sociale. Nel contempo permette di rilevare come ai fini dell’enunciando stato di necessità il fatto del vendere cassette per sopravvivere è più che proporzionato al pericolo connesso alla lesione del copyright (art. 54 ult. parte co. 1).

L’azione di depenalizzazione strisciante e non legalizzata del fenomeno trova appiglio de iure condendo nei lavori della Commissione ministeriale per la riforma del codice penale (istituita con d.m. 10 ottobre 1998) che nel progetto preliminare di riforma del codice penale avanza il principio della necessaria offensività del fatto, e soprattutto, quello della sua irrilevanza penale.

La Commissione ha preso innanzitutto atto del fatto “che il principio di necessaria offensività costituisce ormai connotato pressoché costante dei più recenti progetti riformatori. Esso ha trovato ingresso nello schema di legge-delega Pagliaro, che in uno dei primi articoli, collocato non a caso subito dopo la enunciazione del principio di legalità, invita a “prevedere il principio che la norma sia interpretata in modo da limitare la punibilità ai fatti offensivi del bene giuridico” (art. 4 comma 1). Ed è stato enunciato a tutto campo nel Progetto di revisione della seconda parte della Costituzione, licenziato il 4 novembre 1997 dalla Commissione Bicamerale: “non è punibile chi ha commesso un fatto previsto come reato nel caso in cui esso non abbia determinato una concreta offensività”.

La Commissione ritiene che, al di là delle opinioni specifiche di ciascuno sulle modalità di inserimento di tale principio nel codice, le posizioni sopra enunciate esprimano la esigenza insopprimibile di ancorare, anche visivamente, la responsabilità penale alla offesa reale dell’interesse protetto, nel quadro di un diritto penale specificamente finalizzato a proteggere i (più rilevanti) beni giuridici”.

Anche sul campo della concreta offensività la New economy ha dimostrato come addirittura la diffusione gratuita delle opere artistiche acceleri paradossalmente la vendita anche degli altri prodotti smistati nei canali ufficiali, e se ciò vale nello spazio virtuale di Internet deve valere anche nello spazio materiale con vendita massiccia di prodotti-copia che alimentano l’immagine e la vendita dello stesso prodotto smistato in via “legale”.

Naturalmente in questa sede la depenalizzazione in re, per mancanza di una reale offesa al copyright (tutelabile al più civilmente ma non penalmente), non può essere ancora invocata e lo si potrà probabilmente con la riforma del codice penale, ma il dato acquista rilievo di fatto ai fini di stabilire la proporzione dell’azione svolta dai venditori di cd con l’offesa arrecata ai diritti d’autore.

In tema di stato di necessità, a fronte dei dubbi interpretativi suscitati dall’espressione “danno grave alla persona”, ancora la Commissione succitata ci illumina avendo proposto di “chiarire quali beni siano effettivamente salvabili (lo schema di legge-delega Pagliaro sembra considerare rilevanti agli effetti dell’esimente tutti gli interessi personali propri o altrui, siano essi oggetto di pericolo di un danno grave o non grave, attengano alla integrità fisica o a quella morale della persona, compensando tuttavia questo ampliamento con una drastica delimitazione della scriminante sul terreno della proporzione)”.

Quanto ai venditori di cd per strada è fatto notorio che trattasi di soggetti privi di lavoro, in condizioni spesso di schiacciante subordinazione. Notoria non egent probatione, i fatti notori non richiedono prova dal momento che la nozione di fatto de quo rientra nella comune esperienza. Si aggiunga che dalle carte processuali non emergono elementi per dedurre che il prevenuto avesse altre forme di sussistenza e si può, quindi, presumere che la vendita del prevenuto oggi incriminato sia fatta esclusivamente per il proprio sostentamento vitale.

Nel caso di specie è innegabile che il venditore di cd è un extracomunitario che agisce spinto dal bisogno di alimentarsi. Una vecchia giurisprudenza escludeva lo stato di necessità per chi agisca spinto da necessità attinenti all’alimentazione “poiché la moderna organizzazione sociale, venendo incontro con diversi mezzi ed istituti agli indigenti, agli inabili al lavoro e ai bisognosi in genere, elimina per costoro il pericolo di restare privi di quanto occorre per il loro sostentamento quotidiano”[11].

Trattasi di giurisprudenza riferentesi a un contesto sociale diverso da quello attuale dove l’entrata in massa di extracomunitari rende praticamente impossibile predicare l’esistenza di organizzazioni atte ad accoglierli e a nutrirli davvero tutti. E, quindi, più che mai si pone il problema di affrontare modi e forme del loro sostentamento, rendendosi necessario ampliare il concetto di stato di bisogno quando vengano da essi commesse infrazioni minime al consesso sociale, soprattutto in materie ai limiti del danno puramente civile, ove questo stesso mai esista. Ciò è tanto più vero ove si pensi che il fondamento della scriminante è stato colto nell’istinto della conservazione, incoercibile nell’uomo[12].

Tale inquadramento risponde anche a principi fondamentali garantiti dalla Costituzione come i diritti inviolabili dell’uomo (art. 2 della Cost.), in cui è da ricomprendersi il diritto a nutrirsi, e il diritto alla salute (art. 32 della Cost.), compromesso naturalmente in chi, non riuscendo a procurarsi un lavoro normale suo malgrado, non abbia i mezzi minimi per il suo sostentamento alimentare. Le norme costituzionali testé citate rendono anche edotti della gravità del danno (attuale e continuato) derivante alla persona dalla mancanza assoluta di mezzi per sostentarsi, altro requisito richiesto dalla giurisprudenza costante[13] per potersi configurare lo stato di necessità da mettere in rapporto col danno in concreto arrecato.

In conclusione, tenendo anche conto che ex art. 4 della Cost. è compito dello Stato garantire il diritto al lavoro e promuovere le condizioni che rendano effettivo questo diritto, non c’è fine di lucro illecito “penalmente” in chi venda per strada cd a prezzo ridotto (in linea con la New Economy) al fine di procurarsi da mangiare, con azione accettata e condivisa dalla maggioranza del consesso sociale. Quell’azione, formalmente contra legem, è scriminata da uno stato di necessità (art. 54 c.p.) connesso alla sopravvivenza degli extracomunitari entrati nel nostro paese senza alcuna regolamentazione lavorativa, essendo la loro attività di venditori operanti per sopravvivere assolutamente necessaria per sopravvivere e proporzionata al pericolo di danno (minimo se non inesistente visto il numero modesto di cassette contra legem trovate) arrecato ai produttori.

Necessitas non habet legem, quindi. Difetta l’antigiuridicità del comportamento incriminato per mancanza del danno sociale rilevante ai fini penalistici, anche se non si può escludere un risarcimento civilistico alla SIAE (peraltro neppure presentatasi in questo processo) ex art. 2045 c.c. da coltivare e realizzare eventualmente in sede civile.

Si ordinerà confisca e distruzione del materiale in sequestro.

P.Q.M.

visto l’art. 530 c.p.p.

assolve Mohammed Tizio dai reati ascrittigli perché i fatti non costituiscono reato per aver agito in stato di necessità ex art. 54 c.p..

Ordina confisca e distruzione del materiale in sequestro.

IL GIUDICE

GENNARO FRANCIONE

NOTE CYBERBIBLIOGRAFICHE

La sentenza anticopyright ha suscitato ampio dibattito in internet e fuori, citata in numerosi articoli e saggi.

In particolare:

1)Sirotti Gaudenzi, Il nuovo diritto d’autore, 2001, Maggioli Editore, pag. 92-95.

2)Giovanni Ziccardi, Il diritto d’autore nell’era digitale, 2001, Il Sole 24 Ore, pag. 78-80

3)La serie edita dalla Ed. D’Agostino di Roma “Sentenza anticopyright atto I, II, III etc.” (Roma 2002) con i titoli: – – Immigrato. Sì, questo è un uomo (C. D’Agostino, R. Karelia e S. Proietti);

– Sentenza Anticopyright – Atto II (C. D’Agostino, R. Karelia e S. Proietti);

– Biopirateria – Droga mediatica (Costanzo D’Agostino e Raul Karelia);

– Brevetti sulla vita – Crisi della giustizia (Costanzo D’Agostino e Raul Karelia);

– Democrazia, globalizzazione e giustizia (Costanzo D’Agostino con poesie di M. G. Colombo;

– Agonia e morte del diritto d’autore – Intervista (immaginaria) a Erich Fromm (Costanzo D’Agostino con poesie di M. G. Colombo);

– Intervista immaginaria a George Ivanovic Gurdjieff – Da Gurdjieff all’olismo moderno (Costanzo D’Agostino con poesie incarcerate di Visar Zhiti);

– Intervista immaginaria a Jiddu Krishnamurti (Costanzo D’Agostino e Visar Zhiti, Poeta dell’Abisso).

4)Foro italiano, fasc. n., II, pp. 175 e ss., 2003.

5) Antonio Tarasco, La consuetudine nell’ordinamento amministrativo. Contributo allo studio delle fonti non scritte, Editore Editoriale Scientifica, Napoli 2003

http://www.giustizia-amministrativa.it/documentazione/studi_contributi/tarasco1.htm

Si può, infine, consultare il “Dossier Sentenza Anticopyright” (in costante aggiornamento) nel sito EUGIUS(UNIONE EUROPEA GIUDICI SCRITTORI) cliccando su: http://www.antiarte.it/eugius/sentenzaanticopyright_1.htm

[1]Una tecnica similare è stata usata per un clamoroso recente caso dove, per un provvedimento di un giudice non gradito, il potere ha parlato di “quattro passi nel delirio”. In Doppelgänger iudex (I due giudici: il genio e il folle), il giudice Oziero, non avanzato nella carriera perché troppo intelligente (con sorte analoga al collega Pannone, idiota troppo buono), dice: “Se non si può liquidare un decifratore di leggi scomodo con l’accusa di vendere sentenze o di possedere sessualità anormale, agevolmente si può conseguire lo scopo qualificandolo come pazzo!”.

[2]Per la biografia “incriminata” vedi http://www.antiarte.it/cyberomanzofrancione/who’s.htm

[3]L’altro sole. Quanto sangue/ versato su questa terra, /ma non abbiamo ancora/ creato il sole di sangue. / Ascolta, mio amico,/ poche parole trepidanti:/ un altro sole nascerà/ dal nostro/ sangue/ a forma/ di cuore. Per Visar Zithi vedi http://www.antiarte.it/v_z.htm

[4]Sul valore interpretativo del background socio-economico del popolo vedi G. Francione, Testo, contesto e ipertesto nella formulazione delle sentenze. Vie per una rivoluzione metodologica nell’arte dello stilar verdetti. Pubbl. su http://www.antiarte.it/eugius/contesto_esegetico.htm

[5]Per tutto questo vedi sul sito http://www.antiarte.it/eugius/sentenzaanticopyright_1.htm).

[6]Vedi http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/LeMonde-archivio/Settembre-2001/0109lm28.01.html

[7]Vedi per questo http:/www.antiarte.it

[8]F. Antolisei, Manuale di diritto penale, Parte generale, Giuffrè Milano, 1969, p. 51-52, in cui si cita il Codex iuris canonici .

[9]Ibid..

[10]Vedi New economy in http://mediamente.rai.it/biblioteca.

[11]Cass. Sez. III 24 maggio 1961, P. M. c. De Leo, Giust. pen. 1962, II 81, m. 68.

[12]Maggiore, Diritto Penale, Parte generale, 5a ed., Bologna 1951, p. 319.

[13]Cass. sez. III, 4 dicembre 1981, n. 10772.

Dopo Dachau, prima di Auschwitz

12 aprile 2011 Lascia un commento

I tedeschi non cominciarono subito ad ammazzare gl ebrei. Prima dichiararono che non erano cittadini come gli altri, e anzi probabilmente neanche esseri umani. Poi cominciarono a vessarli in tutti i modo, cogliendo qua e là le occasioni per estorcergli del denaro. Nel 1933, “per ragioni di ordine pubblico”, istituirono dei “campi di raccolta” (Konzentration Lager) che presto, per brevità, cominciaronmo a essere chiamati semplicemente “campi” (Lager). Infine, sette anni dopo, esaurito tutto il dibattito e stabilita la piena incompatibilità fra una “razza” e l’altra, fu aperto Auschwitz (1940). Qua l’obiettivo era la “soluzione finale” del problema, visto che tutte le altre soluzioni si erano rivelate insufficienti e, come si direbbe oggi, “buoniste”:

I campi di concentramento in Italia esistono già, e si chiamano campi temporanei di raccolta. Le persecuzioni sono già in atto da molti anni, e così pure la teorizzazione scientifica dell’incompatibilità di fondo fra una razza e l’altra. L’estorsione dei soldi, fra una cosa e l’altra, non è stata assente: il disavanzo Inps è pagato dagli immigrati, e in più di un’occasione (per i rinnovi, per le “regolarizzazioni” e chi più che ha più ne metta) la razza inferiore ha dovuto pagare in moneta la tolleranza della razza eletta.

Manca, finora, la “soluzione finale”. Ma già diciassettemila Untermensch sono stati annegati (per scelta politica: in mare i bianchi viaggiano su regolari traghetti) nel nostro bel mare. Ma, quanto a teorizzazioni, non siamo molto lontani.

Sia Bossi che Goebbels, sia Calderoli che Herr Streicher, hanno fatto capire in più occasioni che la cosa importante, per gli uomini-non-umani, non è di sopravvivere, ma di togliersi di mezzo. “Foera di ball”, si dice in tedesco. Che il resto debba seguire non è una mera ipotesi, ma – ragionevolmente – una probabilità molto forte.

Il regime italiano, come quello tedesco del ’36, avrà forse consenso (e nel nostro caso è molto dubbio, visto che lo vota meno d’un quarto dei cittadini). Ma non è sicuramente legale. Qualunque cittadino tedesco, nel regime di Goebbels, aveva il diritto – e spesso il dovere – di non tener conto alcuno delle ingiunzioni delle autorità, trattandosi di disposizioni illegittime, in violazione delle costituzioni e delle leggi, e soprattutto dei comuni principi della morale umana.

Maroni, Calderoli, Bossi, Streicher e tutti gli altri razzisti non godono di autorità maggiore. I loro ordini non hanno peso, nessun pubblico ufficiale o cittadino è tenuto a obbedire, ed è anzi dovere civico, e doveroso tributo all’onor militare, boicottare apertamente gli ordini disumani. Lo fecero carabinieri, Regia Marina, ufficiali del Re, sotto il fascismo. La loro pietà umana, e il rispetto delle stellette, indicò loro la via del dovere, contro ogni burocratica – ma vile e illecita “obbedienza”.

Son questi i termini della questione. Il regime è illegale, bisogna disobbedirgli apertamente. Non per le Rudy e le Noemi, storie tristi e grottesco che rendono ridicolo ogni italiano nei paesi normali. Ma per la strage voluta, per la criminale teorizzazione e messa in pratica della persecuzione sistematica di una “razza”.

In Libia, in Egitto, in Italia stessa i dittatori e i subalterni responsabili dovranno pagare, quando la legalità sarà ristabilita. Nei Paesi feroci, come nella Germania d’anteguerra, nulla dovrà restare impunito.

A questo nuovo nazismo dovrà corrispondere una nuova Norimberga. Una Corte internazionale che giudichi gli stragisti e i i loro seguaci, non a Ginevra o all’Aja ma in un paese-vittima, a Nuova Delhi, a Brasilia, in una delle potenze democratiche dell’avvenire.

Si ebbe anni addietro un Tribunale internazionale, presieduto da Lord Russell, per i crimini contro l’umanità in Vietnam. Bisogna che personaggi autorevoli, gli scienziati, i Nobel, i sapienti del mondo, assumano un’iniziativa del genere, in attesa di una vera e propria Corte Penale delle nazioni. Nulla deve restare impunito e nulla, fin d’ora, deve restare non denunciato. Perché la politica è finita e quella di oggi – decine di bambini annegati, per volontà di un regime, e forse di una nazione, è un’altra cosa.

E questo è quanto. Avremmo dovuto scrivere delle ultime risultanze giudiziarie, da cui emerge che per la seconda volta consecutiva il Governo della Sicilia è ufficialmente colluso con la mafia. Avremmo voluto scrivere della disperata resistenza dei quartieri poveri catanesi, della rinascita dell’Experia (unico presidio civile, in alcuni di essi, oltre al Gapa).

Ma anche questi argomenti, per quanto importantissimi, passano in secondo piano dinanzi alla drammaticità di questa semplice cosa: viviamo in un regime illegale.

Non è questa o quella legge ad essere violata, lo sono tutte. Non è questo o quel crimine di cui accusiamo il governo, il crimine è lui stesso.

Certo: è “estremistico” dirlo, è impopolare, è rozzo. Ma era impopolare anche a Weimar, era “estremista”. Noi siamo a Weimar, fuor d’ogni dubbio. L’eccessiva prudenza, in quegli anni, creò milioni di morti.
11 aprile 2011 – Riccardo Orioles http://www.mamma.am/

Cotoletta alla milanese in salsa di soia

24 marzo 2011 5 commenti

No, non è una nuova ricetta. E’ solo che qualche settimana fa mi è venuta voglia di comprare una bandiera dell’Italia. E lì ho toccato con mano, per l’ennesiva volta, quanto sia fondamentale la scuola per l’integrazione. È quello che penso anche in questi giorni di guerre, di barconi stracolmi di donne e uomini e di noi cittadini che così fatichiamo a metterci in relazione con storie e culture diverse. Vale anche per me.

Dunque, la bandiera. L’ho comprata, bella grande. Ma quando è stato il momento di appenderla alla finestra sono stata assalita dai dubbi. Vivo in un quartiere ad alta intensità di residenti stranieri e mi è venuto il timore che il mio tricolore potesse essere inteso come il segno di una diversità. Insomma, “noi siamo noi, voi siete voi”.

Ero lì nei miei pensieri e intanto aprivo la bandiera, srotolandola sul tavolo del salotto. “C’è la partita dell’Italia?” mi ha chiesto una signora che era a casa con me. ”E’ per l’Unità d’Italia?” mi ha chiesto il compagno di studi di mia figlia.

Hanno parlato insieme.

Sarebbe stato lecito che le domande fossero state formulate al contrario, visto che il bambino ha 10 anni ed è straniero. Ho pensato, come faccio spesso, che ha una famiglia bellissima. Che, da una parte, gli mantiene le usanze del Paese da cui i suoi genitori provengono – le danze, la lingua – dall’altra, partecipa e lo fa partecipare alla vita del Paese in cui vive.

Ma ho pensato anche al grande, fondamentale, ruolo della scuola in una partita così oggettivamente complessa come l’integrazione tra persone di Paesi diversi. Imparare la lingua, le regole del convivere, studiare le tradizioni dei compagni, anche domandarsi “cos’è il permesso di soggiorno? e “perché lui deve farlo e io no?” In questi primi anni di scuola di mia figlia – la materna, ma soprattutto le elementari dove i rapporti tra genitori si fanno più stretti per i compiti, le festine, le amicizie che iniziano a crearsi tra bambini e dove i bambini si confrontano tra di loro, capendosi senza barriere, insegnandosi reciprocamente – ho imparato molto. Anche il ruolo svolto dalle donne.

Le famiglie composte da stranieri rappresentano il 7% della popolazione italiana e sono più giovani, 30 anni di età media contro i 43 anni delle famiglie italiane. I bambini e i ragazzi sotto i 18 anni sono 932.675, pari al 22% del totale degli stranieri residenti in Italia, e di loro ben 573mila rappresentano la “seconda generazione” essendo nati in Italia (Istat). I figli degli immigrati iscritti a scuola sono 673.592, pari al 7,5% della popolazione scolastica, secondo l’ultimo Dossier statistico della Caritas, che ne sottolinea anche i problemi: un ritardo scolastico tre volte più elevato rispetto agli italiani.

Il 51,3% della popolazione straniera in Italia è rappresentato dalle donne, cui è affidato un compito non da poco. Grazie alla maggior conoscenza della lingua italiana svolgono, infatti, spesso il ruolo di “mediatrice” tra la famiglia e la scuola, gli uffici e i pubblici servizi; insomma, il mondo esterno, favorendo così l’integrazione. Le donne, più degli uomini, studiano l’italiano (11% contro 7,6%) e lo usano nel lavoro (93,2% contro 89,4%), frequentano corsi di formazione (5,8% contro 4,9%) e fanno riconoscere il titolo di studio conseguito all’estero (4,9% contro 2%).

Non voglio sottovalutare i problemi, che sono molti e di non facile soluzione. Ma mi piace coglierne anche gli aspetti positivi.

Io e mia figlia stiamo imparando a usare le bacchette, alla festa della scuola i dolci al miele preparati da una mamma marocchina vanno a ruba, beviamo té che arriva dall’India e mangiamo gli spaghetti con le verdure e le spezie. Noi, da parte nostra, dispensiamo gran quantità di cotolette alla milanese. E anche la ricetta del polpettone della nonna riscuote un certo successo.
di Maria Silvia Sacchi
http://27esimaora.corriere.it/articolo/cotoletta-alla-milanese-in-salsa-di-soia/

Non fatela mangiare

4 febbraio 2011 4 commenti

Nella Scuola dell’Infanzia di Fossalta di Piave in Veneto per aiutare una piccola di origine africana le maestre si privano di un pasto alla settimana, ma il primo cittadino dice no

In fondo la storia è molto semplice: una bambina di quattro anni lasciata senza pasto, nella mensa del suo asilo, e rimandata a casa per volontà di un sindaco. In fondo questa è una nuova, piccola, storia feroce, una storia di uomini coraggiosi che si mettono a fare la guerra ai bambini. Ed è una di quelle facili guerre con cui alcuni amministratori della Lega provano a stravolgere la faccia bella del nord e a macchiare la generosità dei veneti con il pretesto della buona amministrazione. Sarebbe forse una “Nuova Adro” – questa storia – se a Fossalta di Piave la solidarietà dei genitori (che sono andati a protestare in istituto), delle insegnanti e dei collaboratori scolastici non si fosse opposta alle decisioni del sindaco e della direttrice scolastica. E sarebbe una storia sicuramente incredibile se a raccontarla a “Il Fatto” non fossero le testimonianze dei genitori, le carte bollate e persino le parole dei diretti interessati.

Ecco che cosa è successo. Nella Scuola dell’Infanzia “Il Flauto Magico” di Fossalta di Piave (che fa parte dell’Istituto comprensivo di Meolo) – una deliziosa scuola con i giochi fuori e cinque maestre bravissime – c’è una bambina di origine africana (la chiameremo Speranza, anche se questo non è il suo nome). Speranza ha una famiglia povera ma felice. Il padre operaio, la madre che si prende cura dei figli: lui lavora nelle industrie della zona, il pane non manca. Speranza ha quattro fratellini: due più piccoli di lei, due più grandi, già alle elementari. Quando entra in età scolare non riesce a iscriversi a scuola, perché non trova posto: l’istituto può accogliere solo cinquanta bambini. Quest’anno la mamma di Speranza (che chiameremo Maria, anche se questo non è il suo nome) fa in tempo a ricevere una buona notizia e un colpo durissimo. La buona notizia è che Speranza potrà finalmente entrare a scuola perché c’è posto per lei. Accede al tempo pieno, impara subito l’Italiano, si integra, aiuta la propria famiglia – e la madre che si esprime con pochissimi vocaboli e i verbi all’infinito – a inserirsi nella comunità fossaltina. Ma poi arriva anche il colpo: il papà di Speranza, dopo aver perso il suo lavoro e non essere riuscito a trovarne uno nuovo, sceglie di emigrare in Belgio, dove gli hanno promesso un impiego certo. Lo fa, e la piccola famiglia straniera inizia a vacillare. Era lui che si esprimeva in un italiano corrente, lui che teneva i rapporti con gli altri genitori. Maria resta sola: i soldi che arrivano dal Belgio sono pochissimi rispetto alle necessità di cinque bambini. I bimbi delle elementari hanno la refezione e il tempo pieno, ma Speranza, nella sua nuova classe, (anche se con la tariffa agevolata) deve pagare comunque cinquanta euro al mese. Se devi stringere la cinghia sono comunque tanti soldi. E così Maria si rivolge ai servizi sociali del comune, che le rispondono di non poter intervenire per aiutarla.

Nel frattempo (solo una settimana fa), le maestre della scuola escogitano una soluzione: ognuna di loro rinuncerà una volta a settimana al pranzo a cui ha diritto (sul posto di lavoro) e lo cederà alla bambina. E’ un gesto di solidarietà pragmatico, discreto. Aderiscono anche le due collaboratrici scolastiche, è d’accordo l’insegnante di religione che viene una volta a settimana. In un istituto in cui si servono 60 pasti e in cui mangiano 50 bambini, in realtà, le pietanze che ogni giorno avanzano basterebbero (e avanzerebbero) per tutti. Ma le maestre vogliono che non ci siano irregolarità e così si arrangiano: un giorno una di loro torna prima, un giorno un’altra si porta un panino, un altro ancora un’altra salta il pasto e dice scherzando che le farà bene alla linea.

Ma qui finisce il lato bello della storia e inizia la commedia surreale e grottesca. Il sindaco leghista Massimo Sensini (che è stato informato dai servizi sociali e dalla direttrice) viene a sapere della soluzione che è stata trovata e va su tutte le furie. Convoca la direttrice del comprensorio, Simonetta Murri e le spiega che “è responsabile di una gravissima irregolarità”. Prende carta e penna e scrive di suo pugno una lettera in cui si leggono frasi come questa: “Si sottolinea che il personale (della scuola, ndr.) non può cedere il proprio pasto senza incorrere in un danno erariale per il comune di Fossalta di Piave”. Insomma, per l’amministratore Sensini, le maestre che si privano del pasto per far mangiare una bambina di quattro anni, sono paragonabili a dei ladri che sottraggono al Comune beni di pubblica utilità. La direttrice sottoscrive la decisione, e a sua volta stila un ordine di servizio il cui senso è: “Se questo atteggiamento si ripeterà le responsabili saranno denunciate al provveditorato”. Con questa procedura le maestre rischiano provvedimenti disciplinari e la sospensione dall’insegnamento. E infatti non vogliono parlare. Maria viene informata che deve presentarsi a prendere Speranza alle 12.00 e non più alle 16.00. La bimba è costretta a saltare il tempo pieno e a separarsi dai suoi compagni di scuola. Maria fa quel che le è stato detto e, due giorni fa, la bimba scoppia a piangere in classe quando la madre la prende per portarla a casa. Ieri i genitori hanno chiesto un incontro alla direttrice dell’istituto per pregarla di risolvere la situazione.

Ma l’interessata spiega a “Il Fatto”: “Purtroppo condivido il richiamo che ci ha fatto il sindaco”. Le domandi come giudichi la sua lettera e lei ti risponde: “L’ho trovata ironica. E utile”. Ma in che senso? La Murri fa un esempio: “Se lei ha una casa del comune non la può subaffittare a dei terzi, capisce? E’ un reato. Se lei ha diritto ad un pasto della mensa non lo può dare a chi passa”. Provi a suggerire alla direttrice che la bambina non è una persona “che passa”. La Murri non accetta l’idea: “Ma vede, questo è un principio: quella soluzione era grave e dannosa. Se tutti volessero il pasto gratis noi cosa potremmo fare?”. Le chiedi se abbia ricevuto altre richieste: “Per ora no. Ma non potrebbero arrivare in tanti, siamo in tempi di crisi”. Provi a domandare se pensa che il fatto che la bimba sia extracomunitaria abbia prodotto la decisione dell’amministratore: “Penso proprio di no. Anzi, questa vicenda è la migliore garanzia della buona fede del sindaco: la bimba viene trattata come verrebbe trattato qualsiasi italiano”. Resti ancora incredulo, e cerchi il sindaco Sensini, classe 1951. Lo cerchi quattro volte, in comune, ti dicono che arriva alle 17.00. Ma lui non risponde e non richiama. Peccato. In fondo, questa è una storia semplice, una piccola storia di ordinaria ferocia. Ma la parola fine – per fortuna – non è stata ancora scritta.
Da Il Fatto Quotidiano del 4 febbraio 2011

Stranieri

3 gennaio 2010 Lascia un commento


Difendevo uno straniero, persona offesa in un procedimento penale per lesioni personali colpose. Un processo che non presentava particolari complessità, anche perchè si era deciso di agire separatamente in sede civile per il risarcimento dei danni e lo straniero aveva ottenuto giustizia. In fase dibattimentale il Giudice chiamava a deporre la persona offesa in qualità di teste. Durante la testimonianza il cliente narrava puntualmente e con dovizia di particolari i fatti oggetto del procedimento. Arrivati al nocciolo, aiutato da un interprete, il cliente riferiva che l’imputato era (anche) sprovvisto di assicurazione per la responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli. Al che il Giudice gli domanda: ” ma lei è assicurato? ”
Immagino volesse valutare la credibilità del teste, ma in taluni casi, meglio attenersi all’insegnamento di quel ministro francese ” surtout pas trop de zèle”..

Bianco Natale

27 dicembre 2009 Lascia un commento

“Brescia, il comune leghista di Coccaglio lancia l’operazione “White Christmas”. I vigili casa per casa a controllare gli extracomunitari: chi non è in regola perde la residenza
Un bianco Natale senza immigrati. Per le feste il comune caccia i clandestini
Obiettivo: “Far piazza pulita” dice il sindaco. E l’assessore alla Sicurezza afferma “Natale non è la festa dell’accoglienza ma della tradizione cristiana”.

BRESCIA – A Coccaglio la caccia ai clandestini si fa in nome del Natale. L’amministrazione di destra – sindaco e tre assessori leghisti, altri tre Pdl – ha inaugurato nel piccolo comune bresciano l’operazione “White Christmas”, come il titolo della canzone di Bing Crosby, usato per ripulire la cittadina dagli extracomunitari.
Un nome scelto proprio perché l’operazione scade il 25 dicembre. E perché, spiega l’ideatore dell’operazione, l’assessore leghista alla Sicurezza Claudio Abiendi “per me il Natale non è la festa dell’accoglienza, ma della tradizione cristiana, della nostra identità“. È così che fino al 25 dicembre, a Coccaglio, poco meno di settemila abitanti, mille e 500 stranieri, i vigili vanno casa per casa a suonare il campanello di circa 400 extracomunitari. Quelli che hanno il permesso di soggiorno scaduto da sei mesi e che devono aver avviato le pratiche per il rinnovo. “Se non dimostrano di averlo fatto – dice il sindaco Franco Claretti – la loro residenza viene revocata d’ufficio”.
L’idea dell’operazione intitolata al Natale nasce dopo l’approvazione del decreto sicurezza che dà poteri più incisivi al sindaco, che poi chiede ai suoi funzionari di verificare i dati dell’Anagrafe sugli stranieri. Nel paese, in dieci anni, gli extracomunitari sono passati dai 177 del 1998 ai 1562 del 2008, diventando più di un quinto della popolazione. Con marocchini, albanesi e cittadini della ex Jugoslavia tra i più presenti. “Da noi non c’è criminalità – tiene a precisare Claretti – vogliamo soltanto iniziare a fare pulizia“.
A Coccaglio fino a giugno e per 36 anni ha governato la sinistra. “È solo propaganda – dice l’ex sindaco Luigi Lotta, centrosinistra – Io ho lasciato un paese unito, senza problemi d’integrazione. L’unico caso di cronaca degli ultimi anni, un accoltellamento tra kosovari, nemmeno residenti da noi, c’è stato sotto la nuova amministrazione”.
L’idea di accostare la caccia agli irregolari al Natale, ha provocato le proteste di un pezzo di città. “Io sono credente, ho frequentato il collegio dai Salesiani. Questa gente dov’era domenica scorsa? Io a Brescia dal Papa”, replica Abiendi, che si definisce “tra i fondatori della Lega Nord, nel 1992″. Poi enumera i risultati dell’operazione “Bianco Natale”: “Dal 25 ottobre abbiamo fatto 150 ispezioni. Gli irregolari sono circa il 50% dei controllati”. E ora al modello Coccaglio guardano anche i sindaci leghisti dei comuni vicini, due (Castelcovati e Castrezzato) l’hanno già copiato. Lo scorso 24 ottobre, alla prima convention di sindaci leghisti, a Milano, la “White Chistmas” ha avuto l’appoggio convinto dello stato maggiore del partito. “Il ministro Maroni è un uomo pratico – dice ora Claretti – ci ha dato dei consigli per attuare il provvedimento senza incorrere nei soliti ricorsi ai giudici”. Sul riferimento al Natale, il sindaco accetta le critiche. “Forse è stato infelice. Ma l’operazione scadrà proprio quel giorno lì”.
La Repubblica.it

Natale multietnico a San Torpete.
Natale 2009 a San Torpete assume un valore non solo religioso, ma anche «politico» perché vuole essere una risposta ferma e forte all’eresia leghista che, sulle spoglie di un paganesimo finto celtico con i riti sbilenchi al «dio Po», vuole costringere il «fatto centrale» del cristianesimo a «White Christmas», cioè ad episodio razzista e strumento di esclusione. A San Torpete la Madonna quest’anno partorisce non uno, ma tre, dieci, mille bambini di ogni colore e cultura perché nessuno può essere escluso dalla mensa della dignità, della cittadinanza, del rispetto e del diritto. Ogni uomo e ogni donna, di qualunque nazione, cultura e provenienza sono soggetti di diritto e di doveri, tutelati dalla Costituzione italiana e dalle Carte universali dei diritti. Escludere una sola persona significa espungere il Bambino Gesù da se stesso perché quel Bambino che è nel presepe è un palestinese, è un ebreo, è un orientale e non è mai stato un bergamasco, un varesotto e tanto meno un leghista o un berlusconiano. Egli è esattamente il contrario di tutto ciò che questi scampoli di inciviltà rappresentano e propugnano. Dal punto di vista cattolico, se insistono nel dichiararsi tali, sono eretici e sacrileghi e non possono celebrare il Natale cristiano che per sua natura è universale, cioè «cattolico». Dispiace che i vescovi invece parlino sempre in generale, finendo per adeguarsi alla bisogna. Non è tempo di diplomazia istituzionale: è tempo di gridare sui tetti la profezia del Vangelo.
Per accogliere i Gesù Bambini che nascono a San Torpete, chiesa aperta sul mondo senza confini, come la sua storia millenaria testimonia.
San Torpete, contro ogni particolarismo offre l’armonia dei colori di mille Gesù Bambini; contro la grettezza della politica dominante presenta la Bellezza della Letteratura; contro la bruttezza di voci stridule e sincopate, libera il suono della musica antica che si fa preghiera; contro il gracidare di uomini e donne superficiali propone la voce di due attori che declamano il cuore del mondo. Dice Gesù a noi e a chi vuole incendiare le moschee: Non celebrate la mia, perché io sono da sempre, celebrate piuttosto la vostra rinascita di creature nuove, civili e coerenti. Anch’io sono straniero senza documenti.
Per gli emarginati, la rinuncia alla battaglia è una risposta all’arroganza delle cose e delle persone. L’impossibilità di integrarsi in un certo mondo, di vivere relazioni umane, di ascoltare il canto dell’universo, costringe alcune persone a relegarsi in un mondo altro. Don Paolo Farinella

Rixi (Lega Nord): “Don Farinella come un Iman, moderi i toni almeno a Natale”.
Anche questo Natale deve far discutere. Dopo il caso della Moschea nel presepe (anno 2008) di Don Prospero quest’anno è la volta di Don Farinella, parroco di San Torpete a Genova che ha deciso di lanciare una provocazione proprio nei confronti della Lega accusata di razzismo e paganesimo. Farinella ha quindi deciso che molto cristianamente la Vergine Maria quest’anno, non partorirà solo un Bambin Gesù, ma ben quattro, di diversa razza e colore. Il carroccio genovese, non accetta etichette da nessuno, il Natale deve essere un momento di Comunione, non di divisione come vorrebbe Don Farinella, il suo parto plurimo che certo ha poco a vedere con la cultura cristiana, ricorda di più altre religioni, quelle politeiste magari centro africa. La Lega non è un partito confessionale ma è un Movimento composto anche da molti cattolici che hanno a cuore le proprie tradizioni. Gesù si è fatto uomo non per dividersi in una o più razze,ma per rappresentare l’umanità nella sua universalità. La Messa politica –continua Rixi- annunciata per domani alle 21.00 è poi un vero affronto alla tradizione cristiana. Non si deve mischiare politica e religione, questo prete sembra un Iman. Noi -conclude- difenderemo il Natale della nostra tradizione fino in fondo. Non vogliamo accettare provocazioni ma invitiamo il parroco a moderare i toni, almeno a Natale. Ci auguriamo poi che nelle Festività abbia modo di rileggersi le Sacre Scritture.”