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Posts Tagged ‘fascismo’

Meno male che Silvio c’è! Così adesso lo processiamo

25 novembre 2012 Lascia un commento

“Io pago tasse per milioni di euro all’erario e do lavoro a migliaia di persone”, affermava in quel di Vespa, l’ometto incatramato!! Anche l’Eternit (la multinazionale della morte), pagava le tasse e dava lavoro a decine di miglia di persone!! Peccato che con il tempo, ha dovuto chiudere i battenti per sempre, con tutte le immaginabili conseguenze sui lavoratori.
La fine di Berlusconi, coinciderà con il tracollo delle sue aziende che, come l’Eternit (ma a diversità di bersaglio), hanno devastato per un quarto di secolo, le menti dei cittadini italiani. La sua caduta sarà terribile, sotterrato dalle macerie del suo populismo e nanismo intellettuale.
La giustizia, imperturbabile, dovrà fare il suo corso, e la magistratura lo sta già aspettando al varco.
“Vado via da questo paese di merda, di cui sono nauseato”, diceva Berlusconi a Lavitola in una intercettazione del 13/07 /2011.
E no, cavaliere, adesso è troppo tardi! Doveva pensarci prima!! Non si sputa nel piatto in cui si è mangiato da sempre, fino ad abbuffarsi! Ha voluto la bicicletta? E adesso deve pagare il conto! Non finirà tutto a tarallucci e vino. I debiti vanno onorati.
Un’immensa folla la sta aspettando sulla linea del traguardo di Piazzale Loreto, per consegnarle la maglia nera. Un trofeo all’infamia e al disonore, più che dovuto, e che Lei, cavaliere Berlusconi, si é guadagnato sul campo in quasi un ventennio, per avere portato l’Italia sull’orlo della bancarotta e dentro un degrado etico e morale senza precedenti. Ci saranno tutti all’appuntamento del secolo perché nessuno, vorrà perdere l’ultimo atto di una delle più sconcertanti, inimmaginabili, inquietanti, volgari e paradossali sceneggiate politiche che mai un parlamento abbia potuto ospitare in tempo di pace.

Il cafone per eccellenza, archetipo di grettezza e smoderatezza, solo ieri, invitava tutti all’esercizio della sobrietà, e da puttaniere impenitente, senza pudore ne vergogna, affermava (nel pieno di una crisi mistica) di avere introdotto la moralità nella politica.
Da cattolico pluri/divorziato, poi, si erge a paladino della famiglia e a difesa della vita vegetativa ad oltranza. In veste di supremo e indiscutibile maestro di mistificazione, accusava il mondo intero di ordire complotti a suo discapito, e di avere pianificato campagne diffamatorie e menzognere, con il solo l’intento di detronizzarlo. Proprio lui, la cui vita di imprenditore prima, e di politico poi, è un bailamme di trame, congiure, macchinazioni e dossieraggi. Un sostenitore accanito di un liberismo trasfigurato in stalinismo che alla libera concorrenza, predilige le consorterie, logge e corporazioni. Insomma, un autentico cialtrone! Un “pacchista” disonorato che per salvarsi il culo, ha condotto l’Italia e gli italiani dentro un abisso senza fine.

Il “grande Silvio”, ometto attempato, che si trapianta e pittura i capelli di un nero corvino, anteponendo il trucco a una decorosa pelata – il Silvio che martirizza Vittorio Mangano, esalta la figura di Marcello Dell’Utri, fiducia Cosentino e delegittima le istituzioni! Il Silvio con l’eterno cerone, le scarpe rialzanti e le pompette stimolanti – il Silvio dalle mille cravatte a pallini e gli eterni doppio petto blu. Un vero trattato ambulante di psicopatia, frustrazione e perverso e morboso narcisismo.
Con quale dignità, un tale individuo, ha potuto rappresentare in nostro paese?
E’ stato dunque questo lo status symbol di virilità e machismo, autorità e potere nel quale si sono riconosciuti tanti italiani e italiane e che esibivano come modello di moderna cultura e punto di riferimento socio-esistenziale? Era questo, il salvatore della patria, l’uomo della provvidenza, il mito trascendente da sempre celebrato nell’immaginario degli italiani? O piuttosto, un millantatore da quattro soldi, un incantatore di serpenti e un traditore della patria – uno scaltro piazzista che nel mercimonio della dignità altrui, incarna l’archetipo della peggiore specie umana!
E non sono forse gli italiani, le vittime predestinate di un masochismo perverso che, come Seneca affermava, “godono nell’affidare il potere al turpe?”

Adesso eccolo li, quello del “partito dell’amore”, un uomo triste e solo, che nella luce soffusa della sua alcova, si appresta a calare il sipario sull’ultimo atto di una commedia, tragica e grottesca, fra i glutei in affitto di una giovincella depravata, nella spasmodica ricerca, di quell’orgasmo tradito che sancirà, per sempre, la sua sconfitta umana, morale ed economica.

Gianni Tirelli

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Dieci volte peggio dei nazisti

22 novembre 2012 Lascia un commento

Uno dei crimini più efferati dell’occupazione nazista in Italia fu la strage delle Fosse Ardeatine. Il 24 maggio 1944 i tedeschi “giustiziarono”, secondo il loro rudimentale concetto di giustizia, 335 italiani in rappresaglia per l’attentato di via Rasella compiuto dalla resistenza partigiana il 23 maggio, nel quale avevano perso la vita 32 militari delle truppe
di occupazione. A istituire la versione moderna della “legge del taglione”, che sostituiva la proporzione uno a uno del motto “occhio per occhio, dente per dente” con una proporzione di dieci a uno, fu Hitler in persona.

Il feldmaresciallo Albert Kesselring trasmise l’ordine a Herbert Kappler, l’ufficiale delle SS che si era già messo in luce l’anno prima, nell’ottobre del 1943, con il rastrellamento del ghetto di Roma. E quest’ultimo lo eseguì con un eccesso di zelo, aggiungendo di sua sponte 15 vittime al numero di 320 stabilito dal Fuehrer. Dopo la guerra Kesselring fu condannato a morte per l’eccidio, ma la pena fu commutata in ergastolo e scontata fino al 1952, quando il detenuto fu scarcerato per “motivi di salute” (tra virgolette, perché sopravvisse altri otto anni). Anche Kappler e il suo aiutante Erich Priebke furono condannati all’ergastolo. Il primo riuscì a evadere nel 1977, e morì pochi mesi dopo in Germania. Il secondo, catturato ed estradato solo nel 1995 in Argentina, è tuttora detenuto in semilibertà a Roma, nonostante sia ormai quasi centenario.

In questi giorni si sta compiendo in Israele l’ennesima replica della logica nazista delle Fosse Ardeatine. Con la scusa di contrastare gli “atti terroristici” della resistenza palestinese contro gli occupanti israeliani, il governo Netanyahu sta bombardando la striscia di Gaza e si appresta a invaderla con decine di migliaia di truppe. Il che d’altronde aveva già minacciato e deciso di fare a freddo, per punire l’Autorità Nazionale Palestinese di un crimine terribile: aver chiesto alle Nazioni Unite di esservi ammessa come membro osservatore! Cosa succederà durante l’invasione, è facilmente prevedibile. Durante l’operazione Piombo Fuso di fine 2008 e inizio 2009, infatti, compiuta con le stesse scuse e gli stessi fini, sono stati uccisi almeno 1400 palestinesi, secondo il rapporto delle Nazioni Unite, a fronte dei 15 morti israeliani provocati in otto anni (!) dai razzi di Hamas. Un rapporto di circa 241 cento a uno, dunque: dieci volte superiore a quello della strage delle Fosse Ardeatine. Naturalmente, l’eccidio di quattro anni fa non è che uno dei tanti perpetrati dal governo e dall’esercito di occupazione israeliani nei territori palestinesi.

Ma a far condannare all’ergastolo Kesserling, Kappler e Priebke ne è bastato uno solo, e molto meno efferato: a quando dunque un tribunale internazionale per processare e condannare anche Netanyahu e i suoi generali?

Piergiorgio Odifreddi

B. e il Duce: diversi in cosa?

24 ottobre 2011 1 commento

Mussolini era un tiranno armato, il Cavaliere invece ha realizzato un autoritarismo morbido che, con le barzellette e la corruzione, ha ucciso l’orgoglio degli italiani, ne ha eroso l’anima. Per questo il capo del fascismo è finito a piazzale Loreto, mentre questo non siamo stati ancora capaci di mandarlo via

La domanda è: perché gli italiani riuscirono a liberarsi di Mussolini, un tiranno armato, e non sono capaci di licenziare Berlusconi, che non ha milizie e ha instaurato un regime autoritario ma non feroce? Forse perché Berlusconi non ha una politica, ma governa nell’assenza della politica. il suo qualunquismo totale agli italiani evidentemente piace.

Mussolini aveva una politica estera e cercava di cogliere gli ultimi vantaggi dell’imperialismo. Commise l’errore fatale di allearsi con il nazismo hitleriano per la conquista del mondo e fu travolto nel suo fallimento. Berlusconi non ha una politica estera, è pronto a passare dall’alleanza con gli Stati Uniti a quella con la Russia, ma agli italiani la cosa sembra indifferente, come ai tempi di “Francia o Spagna purché se magna”. Mussolini aveva creato un regime autoritario nazionalista che per certi versi piaceva agli italiani vanesi superficiali, un regime di cui era palese la debolezza: il gallo fascista che cantava su un mucchio di letame ma che coltivava l’amor proprio dei suoi sudditi fino all’ora della delusione totale. Berlusconi non ha creato nessun regime politico, ma qualcosa di peggio: l’assenza della politica, ha autorizzato gli italiani a fare i loro comodi.

Che cosa è la corruzione berlusconiana? Un permesso generale di furto, un invito a rubare allo Stato a vantaggio dei privati furbi. Il fascismo era un regime a tre piani: il mussoliniano, il clericale o partito dei vescovi, e il capitalista, i padroni del vapore “il grigio Pirelli” e “l’infido Agnelli”, la rete delle parrocchie e la monarchia. A questi poteri antichi e sovrapposti Mussolini si consegnò senza sospettare la congiura in corso, accettò l’invito del sovrano all’ultima udienza e fu congedato con una frase perfida di falsa cortesia piemontese: “C’am fasa el piasì”, mi faccia il piacere di togliersi di mezzo, e fuori lo aspettava il colonnello dei carabinieri e l’autoambulanza che fu la sua prima prigione. Una rivoluzione autoritaria che si credeva padrona del paese e che finiva in un arresto clandestino, in una congiura di palazzo organizzata da Dino Grandi, ministro degli Esteri firmatario e promotore della condanna del Gran Consiglio, l’organo creato per difendere il duce e che invece lo liquidava. Berlusconi e la sua fine politica sono altra cosa: l’uomo è tuttora in piedi, per merito dei suoi difetti più che delle sue virtù. Lui ha fatto il gallo del pollaio cantando sul mucchio di letame, ma ha permesso a milioni di italiani di fare i comodi loro, di non pagare le tasse, di saccheggiare lo Stato. La sua formazione di imprenditore abile e fortunato si è rivelata una iattura, prevedibile, perché quando alla guida di un paese arriva a furor di popolo uno che è nato per far soldi, per essere il capo degli avidi, è chiaro che guiderà il saccheggio.

Tutti si chiedono perché resti al potere anche se dice cose intollerabili, come il “forza gnocca” come nome del partito della rinascita. Resta al potere perché il suo regime di autoritarismo morbido senza torturati e fucilati ha ucciso l’orgoglio, la protesta, l’indignazione degli italiani, la loro ribellione al satrapo e alle sue laide barzellette. Un’immensa platea di decine di milioni di persone apre le televisioni e legge i giornali per sapere che il cavaliere di Arcore ha di nuovo dato fuori di matto, ma non si sa più come fermarlo, come interdirlo. Nel 1945 avemmo l’illusione, la speranza che fosse tornata, e tornata per sempre, la democrazia, il tempo della ragione e della solidarietà. Ci siamo sbagliati: è arrivata una stagione di privilegio e soperchierie. Chi di noi, diciamocelo, ha ancora il coraggio di dire ai nostri figli che gli abbiamo preparato una vita nella libertà e nella giustizia?
di Giorgio Bocca

Nessun sole nero su Genova!

11 settembre 2011 Lascia un commento

La notizia ha cominciato a circolare verso fine agosto, ma ora rimbalza nel tam-tam della rete. Molti siti e blog se ne occupano diffusamente ( Antonio Ricci; Fisica/mente.net; Il Journal; Giornalettismo; Vergognarsi. Informazione e Satira; Moked , Portale dell’Ebraismo italiano ). Accade che a Genova, città di tradizione operaia e antifascista, sia stata organizzata per il 24-25 settembre prossimi una vera e propria “ adunata ” della estrema destra italiana capeggiata da certo Gaetano Saya, fondatore del Partito Nazionalista Italiano (PNI) , di spiccata matrice nazionalista e fascista. Chi è Gaetano Saya , classe 1956 ? Se cercate di saperlo in Wikipedia non ne verrete a capo, poiché la pagina della Enciclopedia on line risulta “ oscurata a scopo cautelativo a seguito di minaccia di azione legale”. Però ci si può aspettare anche altro e ne sa qualche cosa il giornalista Marco Pasqua di La Repubblica, il quale,avendo pubblicato in agosto quali siano gli scopi e i propositi del PNI, portando alla luce il ritorno sulla scena delle forze reazionarie più bieche, s’è sentito promettere “ un cappio al collo”.. Se poi entrate nel sito di Saya ( il cui linguaggio è una summa di violenza verbale) , di Pasqua si parla come di un soggetto che “ verrà ricordato solo per il nome sulla lapide”…Preciso che i comunicati del capo portano la chiusura in “ Nobiscum Deus”.
Saya, di provata fede e militanza missina, MSI-Destra nazionale di Giorgio Almirante, con trascorsi nei servizi segreti, poi transitante per la Massoneria, quindi oggetto di inchieste da parte della Digos, ha interessato in tempi relativamente recenti la Procura di Milano per propaganda inerente l’odio razziale , nonché la Procura di Genova nel contesto di una indagine su “ forze di polizia parallela”.
Oggi Saya, che ama indossare divise di foggia vagamente nazionalsocialista ( le fotografie sono anche visibili tramite Google) , esibendo assieme cappellone con visiera cordonata, torna alla ribalta on line per propagandare e sollecitare l’adesione al P.N.I. , cosa che i simpatizzanti potranno fare inviando apposito modulo in email. Sul suo sito campeggia un inquietante sole nero stilizzato, contro un’alba rosata…
Il P.N.I. ha diffuso un programma politico in 25 articoli che spaziano in tutto quanto possa esaltare l’ideologia della destra estrema, già condannata dalla Storia. Per la cd. “ liberazione dell’Italia “ si propugna l’uscita dalla UE; la cittadinanza italiana riservata solo ai cittadini di “sangue italiano” , alla cacciata forzata dall’Italia per coloro non italiani che vi fossero immigrati dopo il 1977. E’ prevista la statalizzazione delle imprese, industrie e banche. La stampa dovrebbe essere monopolio soltanto di giornalisti italiani e autorizzata e controllata in caso di stranieri, ma sempre in lingua italiana. Dulcis in fundo è conclamata la pena di morte per “ usurai, profittatori e politicanti”.
Dal suo sito il Capo invoca la lotta dura contro omosessuali ( che vanno allontanati dal Parlamento) , comunisti, zingari e islamici. Nel programma del Partito è previsto per i dirigenti dello stesso persino il rischio della vita pur di realizzare le finalità dell’organizzazione.
Con questi propositi, pertanto, il 24-25 settembre a Genova è programmata la “ prima adunata delle legioni” e si recluteranno i simpatizzanti. Le camicie previste per queste “ legioni” destinate alla “ sicurezza e difesa della patria” sono in colore ocra con una serie di orpelli decorativi, spalline e cinture comprese. Il tutto acquistabile via internet.
Non si sa ancora cosa intendano fare i Responsabili dell’Ordine Pubblico di questa Repubblica ancora democratica , ma non per questo suscettibile di sentir esaltare impunemente principi politici ed etici contrari alla sua stessa essenza. Quella stessa Repubblica che Saya nel suo sito definisce “ cloaca massima” ( in data 9.9.2011).
Di certo si sa che Partiti, Associazioni , gruppi di vario fronte sono schierati all’opposizione più netta contro questa adunata. E si invoca l’intervento del Prefetto di Genova per stoppare questa iniziativa. La Comunità Ebraica ha fatto sapere di essere pronta ad una contromanifestazione nello stesso giorno e nello stesso luogo del raduno, qualora a livello istituzionale non si volesse intervenire. Da Il Secolo XIX. It dell’8-9-2011 si apprende che la situazione è all’attenzione dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali del Ministero per le Pari opportunità.
Sia chiaro che qui non si tratta di dover rispettare “ qualsiasi” libera opinione. La legge Mancino ( n. 205/1993) è chiara ed ha messo un paletto preciso ed invalicabile. Ricollegandosi ad un preciso quadro normativo risalente alla XII Disposizione transitoria e finale della Costituzione italiana e alla Convenzione Internazionale di New York del 1966 contro ogni discriminazione razziale ed etnica, la Legge Mancino reprime e punisce chi propaganda ed istiga idee razziste, xenofobe, e di discriminazione etnica e religiosa nonché coloro che diano vita ad organizzazioni ispirate a tali propositi.
Ovviamente , in un momento politico ed economico molto delicato per il nostro Paese, in cui l’attenzione della gente è rivolta ad altre problematiche, è facile abbassare la guardia dell’attenzione verso fenomeni di questo tipo che tuttavia sono sempre disposti a manifestarsi come rigurgiti delle forze più intolleranti.
Non pensiamo siano solo goliardate. Molte persone , soprattutto giovani, non hanno memoria storica e purtroppo la scuola non ha mai fatto molto per diffondere ed istruire circa la Storia drammatica dell’Italia , dal sorgere del Fascismo alla sua radicale sconfitta. Si aggiunga che da decenni la politica berlusconiana ha sempre cercato di avvilire e far passare sotto silenzio sia la Resistenza che la guerra di Liberazione, che soprattutto nel Nord Italia era molto sentita, avendo questa parte del Paese subito le violenze più devastanti dei nazifascisti. Non mi risulta che Berlusconi abbia mai festeggiato un 25 aprile ( e mi farebbe piacere sbagliarmi). Per cui se da un lato le Istituzioni appaiono poco attente al risorgere di queste avvisaglie neofasciste, dall’ altro, poiché le Istituzioni siamo anche noi cittadini, riprendiamoci il ruolo di attenti osservatori e soggetti vigilanti contro ogni iniziativa che miri a far risorgere oscuri ed inquietanti fantasmi contro la libertà del singolo individuo e dello Stato.
Maria Teresa Morini

Corsi e ricorsi: il bavaglio dell’informazione

12 giugno 2010 Lascia un commento

Quando nel 1923 fu deciso di imbavagliare l’informazione
10/06/2010
Ecco come nel luglio del 1923 il Governo guidato da Benito Mussolini attuò una serie di provvedimenti per mettere il bavaglio ai giornalisti e all’informazione. Fu l’inizio di una drammatica stagione che portò al Regime fascista
….. Il vero obiettivo di Mussoli­ni doveva rivelarsi a distanza di pochi mesi. A giugno aveva inviato una circolare ai prefetti chiedendo di avere “telegraficamente notizie su stampa locale nei confronti atteggiamento verso Governo” e l’11 luglio il Consiglio dei ministri condividendo il parere del capo del fascismo “sugli abusi a cui si abbandonano senza ritegno taluni organi della stampa italiana” , affidò, su proposta del ministro Di Cesarò, al guardasigilli, Oviglio e ai ministri Carnazza e Federzoni l’incarico di presentare per il giorno successivo uno schema di provvedimenti necessari a “prevenire e reprimere energicamente e immediatamente gli abusi e i delitti di talune pubblicazioni”. Nel comunicato governativo Mussolini specificò che “fin dal novembre scorso aveva preparato vari schemi di provvedimenti” contro gli abusi della stampa, ma ne aveva sempre dilazionato la presentazione, “sperando in un ravvedimento che nonsi è verificato”. Nella mattinata del giorno successivo, mentre i giornali si chiedevano cosa in realtà celassero le parole del presidente del Consiglio e Il Mondo si domandava “se per misure preventive” dovesse intendersi “la restaurazione del sequestro o della censura, cioè di odiose misure, che ci ricaccerebbero indietro di molti anni nella storia delle nostre libertà”, l’on. Chiesa presentò in Parlamento un’ interrogazione al Governo e al Guardasigilli “sull’attendibilità di una ordinanza contro la libertà di stampa”, seguito dai socialisti unitari che chiedevano spiegazioni al Governo per un regolamento che “sovverte e annulla” i principi dell’editto sulla stampa e dai socialisti massimalisti che protestavano per il tentativo di togliere ai giornali il diritto di critica e la libertà di discussione. La risposta arrivò nella nottata dello stesso giorno. Il Consiglio dei ministri, a conclusione dei suoi lavori, prendendo atto che la mancanza di un regolamento sull’editto della stampa del ’48 aveva determinato “un manifesto abuso di quella libertà saviamente concessa alla stampa fino al punto di falsare il concetto fondamentale della legge”, approvava uno schema di regolamento, che introduceva l’obbligo che il gerente di un giornale dovesse essere il direttore del giornale stesso o comunque un suo redattore, vietava ai senatori, ai deputati e a quanti fossero stati condannati per due volte per reati commessi a mezzo stampa di essere gerenti responsabili di un giornale,affidava ai prefetti la facoltà di negare il riconoscimento della qualità di gerente a chi fosse privo dei requisiti richiesti, e di intervenire,“salva l’azione penale”, nei confronti dei gerenti dei giornali in caso di pubblicazione di “notizie false o tendenziose” tese a dan­neggiare “il credito nazionale all’interno od all’estero” o a destare “ingiustificato allarme nella popolazione” ovvero a dare “motivi di turbamento dell’ordine pubblico”, o articoli e commenti che istigassero “a commettere reati” o eccitassero “all’odio di classe o alla disobbedienza alle leggi o agli ordini delle autorità”. In tutti questi casi il prefetto aveva il potere di in­tervenirecon la diffida o con la dichiarazione di decadenza, dopo due diffide, del gerente responsabile della pubblicazione, sospendendo, di fatto, la pubblicazione stessa. La diffida doveva essere pronunciata dal prefetto con decreto motivato, udito il parere di una commissione composta da un giudice, in qualità di presidente, da un sostituto procuratore del Re e da unrappresentante dei giornalisti nominato dall’Associazione della Stampa di competenza territoriale.
Si trattava di un provvedimento pesantemente lesivo della libertà di opinione teso a imbavagliare la stampa e le voci delle opposizioni,giu­stificato con l’ obbligo del governo “assoluto e categorico” di “intervenire o per prevenire o per rapidamente colpire” “l’opera sobillatrice e nefasta” delle opposizioni. Nello stesso giorno della diffusione del testo del regolamento, La Stampa di Frassati esprimeva un giudizio particolarmente caustico sulla creazione, mediante un regolamento, di un nuovo istituto giuridico, quello della diffida, che soltanto la volontà del legislatore avrebbe potuto introdurre nell’ordinamento e che rappresentava “un arma fortissima per gli abusi del potere esecutivo e per la soppressione della libertà di stampa, anzi addirittura dei giornali”………
….Il 15 luglio l’on. Chiesa, mentre si esauriva la discussione parlamentare sulla nuova legge elettorale, depositava alla Camera un ordine del giorno che considerando necessario garantire “in modo assoluto” per l’esercizio delle funzioni elettorali “la libertà di opinione con la stampa” invitava il Governo a non prendere “misure restrittive in ordine al regime della pubblica stampa”. Nell’illustrare l’ordine del giorno Chiesa sostenne di averlo presentato proprio in quella occasione perché ciascuno nell’esprimere il proprio voto si assumesse sul problema la propria responsabilità e invitava il Governo ad abbandonare il progetto e l’incostituzionale regolamento sulla stampa “che è vergogna per qualunque civiltà moderna”. Alla fine della discussione sulla legge elettorale, mentre tutti gli altri ordini del giorno venivano ritirati, Chiesa mantenne il suo perché in quel momento il decreto bavaglio incombeva “come un’oltraggiosa minaccia contro la maggiore delle libertà politiche”. Per indurlo al ritiro l’on. Gray parlò con il Presidente del Consiglio, che invitò Chiesa al banco dei ministri. Dopo averne letto l’ordine del giorno, Mussolini assicurò il parlamentare repubblicano che il decreto sulla stampa non sarebbe entrato in vigore. Solo a quel punto Chiesa si convinse a ritirarlo, riaffermando che i diritti della stampa non dovessero essere violati. Due giorni dopo l’on. Acerbo comunicò a Chiesa che Mussolini gli aveva ordinato di non presentare più il decreto con il regolamento sulla stampa alla Corte dei Conti. Ma anche senza il decreto il Governo era, comunque, intenzionato a limitare la libertà di espressione, utilizzando ogni mezzo possibile. A giugno, il prefetto di Trieste, invocando l’art.3 della legge provinciale e comunale aveva fatto sequestrare il giornale comunista Il Lavoratore. L’episodio era stato oggetto di tre interrogazioni parlamentari, alle quali il sottosegretario Finzi aveva risposto in aula a luglio, proprio mentre era discussione la legge elettorale e Mussolini faceva intendere che il decreto sarebbe rimasto in un cassetto. Agli interroganti, che si ostinavano a sostenere l’inapplicabilità di una legge amministrativa per limitare diritti sanciti da norme di diritto pubblico, che presiedevano alla libertà della stampa, Finzi aveva risposto riaffermando il diritto del Governo, anzi il suo “obbligo categorico ed assoluto” di intervenire per prevenire gli “abusi” della stampa “senza preoccuparsi punto delle immancabili recriminazioni dicoloro che soprattutto della stampa vogliono avvalersi come di un elemento di disgregazione sociale, di preconcetta rabbiosa opposizione al Governo”.
Pochi giorni dopo, nella mattinata del 22 si riunì il Comitato direttivo della Federazione e nel primo pomeriggioalle 15 iniziarono i lavori del Consiglio generale. In assenza di Barzilai, che aveva inviato a Meoni una lettera per giustificare la sua assenza a seguito delle dimissioni che il giorno precedente aveva rassegnato dalla carica di presidente della Romana, il consiglio fu presieduto dallo stesso Meoni che spiegò come, in considerazione della delicatezza dell’argomento, il Comitato direttivo non avesse voluto presentare in Consiglio nessun documento, lasciando ciascuno libero di esprimere le proprie valutazioni. L’auspicio del Comitato era che dal Consiglio uscisse un documento unitario che in quanto tale potesse esprimere all’esterno la posizione chiara di tutta la categoria e anche per questo gli ordini del giorno approvati dalle singole associazioni non erano stati resi pubblici. La discussione, come era prevedibile, fu molto lunga e si protrasse per oltre cinque ore e alla fine si decise di affidare ad una commissione ristretta, composta da Meoni, Calza, Guarino, Parisi, Pellizzari, Rossi e Sobrero, il compito di mettere a punto il documento conclusivo, che fu approvato all’una­nimità. In esso, pur condividendosi la necessità di riformare l’obsoleto istituto del gerente, si ribadiva che le leggi vigenti erano sufficienti a regolare il corretto funzionamento della stampa e che qualunque modifica si rendesse necessaria doveva essere introdotta con lo strumento della legge. Si respingevano, comunque, con fermezza le disposizioni sulla diffida affidata ad organi del potere esecutivo, giudicandole inaccet­tabili “in quanto paralizzerebbero la funzione della stampa e renderebbero praticamente impossibile l’esplicazione dell’opera professionale del giornalista anche esercitata con la maggiore diligenza e rettitudine di intenti”. Con lo stesso documento il Consiglio generale invi­tava il Governo a sospendere il provvedimento.
Il giorno dopo una delegazione della Federazione, guidata da Meoni, si incontrava a mezzogiorno con il Presidente del Consiglio. Mussolini, che aveva già deciso di non dare corso al provvedimento, da abile giocoliere, convinto che con i “colleghi” giornalisti si potesse usare la politica del bastone e della carota, pur dichiarando di non poterne condividere alcune parti, ”per ragioni evidenti”, sostenne che il documento federale era “nel complesso”, “abbastanza obiettivo”, facendo intendere che la Fe­derazione della Stampa lo avesse, alla fine, convinto. Ma quali fossero le sue reali intenzioni lo si leggeva chiaramentenel comunicato ufficiale, diramato al termine dell’incontro, nel qua­le il capo del Governo “accoglieva l’augurio rivoltogli dalla commissione e, cioè, che la condotta della stampa italiana fosse tale da non rendere necessaria l’applicazione dei provvedimenti” annunciati. Una dichiarazione apparentementecompromissoria e conciliativa, ma che di fatto costituiva una vera e propria mi­naccia contro gli avversari del fascismo. Non a caso, Mussolini, che leggeva con attenzione tutti i giornali di opposizione, consegnava, come confesserà Cesare Rossi, quotidianamente al suo segretario i ritagli de La Voce Repubblicana, l’Unità, La Giustizia e l’Avanti!, che contenevano i nomi dei sottoscrittori perché fossero trasmessi ai fiduciari provinciali e locali del partito che li “purgavano o minacciavano o bastonavano”. Per parte sua l’ufficio stampa della Presidenza del Consiglio allargò la sua rete di informatori prezzolati e iniziò a fare largo uso delle intercettazioni telefoniche…..

(luglio 1924)
…… Mussolini, che avrebbe superato anche grazie alla sostanziale connivenza della monarchia questa fase critica, era consapevole che dopo aver conquistato il parlamento, non gli restava, per mettere a tacere le opposizioni, ma anche le frange oramai incontrollabili dell’estremismo fascista, che porre un freno alla stampa, divenuta particolarmente aggressiva dopo la scomparsa di Matteotti e fonte di disordini di piazza. Subito dopo il rimpasto governativo conseguente alle elezioni dell’aprile, impose al Governo nella riunione dell’8 luglio l’immediata attuazione dei provvedimenti sulla stampa, congelati nel luglio dell’anno precedente, e pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale quello stesso giorno. Soltanto 5 giorni prima, rispondendo al ministro Giuriati, che si lamentava per gli attacchi di alcuni giornali al suo operato, Mussolini gli aveva scritto “la libertà di stampa esiste fino a prova contraria”. Al ministro degli interni Federzoni che in consiglio dei ministri aveva sostenuto che l’ordine pubblico era minacciato dalle “polemiche intemperanti e le notizie false o tendenziose, con le quali parte della stampa eccita e fuorvia le correnti della opinione pubblica”, Mussolini aveva prontamente risposto cha per “infrenare gli eccessi della stampa di opposizione e insieme le esuberanze polemiche dei fascisti” c’era già il provvedimento del 15 luglio del ’23. Bastava renderlo immediatamente operativo.
La sera di quello stesso 8 luglio il consiglio direttivo dell’Associazione della Stampa di Roma, riunitosi d’urgenza, votava all’unanimità un ordine del giorno che giudicava il decreto sulla stampa “in contrasto con la lettera e con lo spirito della nostra legge statutaria” perché affidava “all’insindacabile giudizio di merito dell’autorità politica un procedimento che può condurre alla soppressione pressocchè immediata di un giornale o di una pubblicazione periodica”. L’Associazione romana riaffermava “il principio e il diritto della libertà di stampa, limitato solo dalla legge e solo reprimibile dal magistrato”, principio sul quale concordavano “tutti i Consigli Direttivi e tutte le assemblee dei soci, composti quelli e queste di uomini delle più diverse parti politiche”. L’ordine del giorno si concludeva con un appello “ai giornali e ai giornalisti italiani perché da un’azione solidale risulti in modo imponente quale sia il pensiero e il sentimento della stampa nazionale su questa fondamentale questione”.
Il giorno successivo, il Regolamento, sotto forma di decreto-legge, era già pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, ma con l’aggiunta di due nuovi articoli, di non poco conto, assenti nel testo dell’anno precedente. L’uno prevedeva che in caso di violazione delle disposizioni sulla stampa i giornali dovevano essere sequestrati e che il sequestro sarebbe stato “eseguito dall’autorità di pubblica sicurezza senza che occorra speciale autorizzazione”, l’altro prevedeva che per tutti i reati “di stampa o commessi a mezzo della stampa” si sarebbe proceduto per “citazione direttissima”. Il sequestro preventivo dei giornali era stato abrogato con legge del 28 giugno 1906, la sua reintroduzione mediante regolamento era, quindi, quantomeno dubbia sul piano della costituzionalità.
Ma il Regolamento prevedeva anche un’altra modifica, dettata dalle reazioni negative espresse dalla Federazione della Stampa, oltre che da molte Associazioni territoriali. Laddove si introducevano le commissioni incaricate di dare il loro parere sulle diffide. Mentre nel testo del ’23 si affermava che di ogni commissione avrebbe dovuto far parte “un rappresentante della classe giornalistica nominato dalla locale Associazione della Stampa, ove esista”, nel testo pubblicato ora si aggiungeva che in mancanza della Associazione diStampa territoriale, il rappresentante dei giornalisti sarebbe stato nominato dal presidente del Tribunale…..

(giugno-dicembre 1925)
…. Mussolini, per isolare la dirigenza federale e chiudere la partita con la stampa,il 20 giugno del ’25 al termine dello svolgimento dei lavori della Camera, approfittando della quasi totale assenza di parlamentari della ormai ridotta opposizione, propose per lo stesso giorno la seduta notturna per l’approvazione del disegno di legge, messo a punto dai ministri degli interni e della giustizia, che trasformava definitivamente in legge i decreti del ’23 e del ’24 e prevedeva nuove disposizioni sulla stampa. Il disegno di legge esaminato e modificato dalla commissione parlamentare presieduta da Andrea Torre, relatore Filippo Ungaro, che aveva recepito gran parte degli emendamenti Amicucci, fu portato all’approvazione di un’aula, priva, ad eccezione dei parlamentari comunisti, di opposizione……Avuta la maggioranza necessaria per la seduta notturna (247 voti a favore e 44 contrari) la Camera passò alla discussione nel merito dei provvedimenti, dopo che il relatore Ungaro aveva concluso il suo intervento sostenendo che “il disegno di legge non nega alcuna libertà, ma riafferma una responsabilità che deve essere profondamente sentita ed eleva la dignità del giornalismo italiano”. Messi in votazione, praticamentesenza dibattito, i provvedimenti furono, così, approvati dalla Camera, a scrutinio segreto, quasi all’unanimità. Su 266 votanti la legge sulla stampa ebbe 261 voti favorevoli, la conversione in legge dei decreti 263…..Approvati dalla Camera, i disegni di legge furono trasferiti al Senato, dove, dopo l’esame della competente commissione arrivarono nel mese di dicembre in aula, relatore Vittorio Rolandi-Ricci. In Senato la discussione, seguita con attenzione da Mussolini, presente ai lavori di tutte le sessioni, fu decisamente più ampia di quella, praticamente inesistente per l’assenza delle opposizioni aventiniane, che si era avuta alla Camera nella notte del 20 giugno…… Subito dopo, i tre disegni di legge furono messi in votazione e definitivamente approvati con 150 voti a favore e 46 contrari. La legge sulla stampa, datata 31 dicembre 1925, n. 2307, fu pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del successivo 5 gennaio.
Con la sua entrata in vigore e con i conseguenti provvedimenti successivi si poneva fine, come dirà nel decennale della marcia su Roma Ermanno Amicucci, al “regime di assoluta irresponsabilità” in cui era vissuta la stampa italiana.
(da Giancarlo Tartaglia, Un secolo di giornalismo italiano. Storia della Federazione nazionale della stampa italiana 1887-1943, Mondadori Università)

Soldati politici

31 gennaio 2010 Lascia un commento

Ritorno ancora una volta sulla Convenzione identitaria di Orange, ovvero sulla reunion delle destre estreme di tutta Europa organizzata lo scorso ottobre dal Blocco identitario francese. Alla due giorni di dibattito anti-islamico e “anti-racaille” aveva aderito anche la Lega Nord, rappresentata da Mario Borghezio. Avevo già riferito di come in quella sede l’eurodeputato leghista avesse lanciato la proposta di una sorta di scuola di formazione transnazionale per i quadri dei vari movimenti europei facenti riferimento al radicalismo identitario. Ma pare ci sia qualcosa di più.
Alla convenzione era infatti presente anche Dominique Baettig, deputato dell’Assemblea federale svizzera e membro dell’UDC, uno dei partiti promotori del recente referendum anti-minareti. La partecipazione di Baettig ad un congresso che riuniva la crème del populismo xenofobo europeo aveva suscitato accese polemiche in Svizzera, tanto che il “democratico di centro” dovette abbandonare i lavori prima della loro chiusura. Nel frattempo, però, una rete della televisione elvetica aveva deciso di inviare una telecamera al “Palais del princes”, sede della convenzione, proprio per testimoniare a quale genere di raduno avesse aderito un rappresentante del maggior partito svizzero.
Quella è stata la sola telecamera ad aver ripreso tutti lavori, dall’inizio alla fine. Compreso l’intervento di Mario Borghezio. Ed è proprio sul passaggio relativo alla “scuola di formazione” che si soffermano in particolare le immagini della tv elvetica. Lo speaker è sbigottito: Borghezio non ha in mente una semplice scuola per dirigenti, ma per veri e propri “soldati” che “tengano testa fisicamente ai nemici”.
Dal blog di Daniele Sensi

Natale infelice ed il prossimo sarà peggiore

26 dicembre 2009 3 commenti

Ho visto in TV scene dalla Stazione di Milano che mi hanno riempito di sgomento. Una folla enorme di persone abbandonate a se stesse in attesa da ore nel gelo per potere prendere un treno e tornare a casa. Mi ha colpito il viso spaventato e lacrimoso di un giovane che si chiedeva disperato se sarebbe mai riuscito ad arrivare a casa per Natale. Poi è scoppiata una rissa tra viaggiatori per accaparrarsi un posto sul treno per Lecce. Scene da dopoguerra. Il dopo privatizzazione delle Ferrovie è come un dopoguerra dal momento che il sistema è stato bombardato dalle bombe dei risparmi sulle manutenzioni, dal mancato rinnovo della rete e del materiale rotabile. I soldi servono a mantenere un Consiglio di Amministrazione costoso che deve mantenere una rete parassitaria di collaboratori managers, consulenti, appalti esterni…. La privatizzazione sta mostrando tutta la sua asocialità. L’azienda si comporta come un imprenditore privato alla ricerca del massimo lucro. Non tiene in nessun conto gli interessi generali del paese e dei suoi cittadini. Investe nell’alta velocità che serve soltanto chi può permettersi di pagare un biglietto diventato inaccessibile per i “normali” lavoratori. Treni per imprenditori, professionisti, gente che non deve stare attenta a quanto incide il costo del trasporto su uno stipendio mensile medio che a stento è di 1200 euro. E’ stata attuata una selvaggia deregolation. Se questa costa qualche morto, qualche incidente, si ha il sospetto che sia messo nel conto e venga considerato più conveniente che spendere in personale sufficiente e qualificato ed in manutenzioni regolari. In questo, come in tante altre cose, il capitalismo brutale degli americani ha fatto scuola. Nelle carceri italiane il numero dei morti è diventato impressionante. I suicidi quest’anno sono 72. Spesso sono misteriosi ed avvengono in un modo e con una sequenza sempre più sospetta. La vicenda del giovane che trasferito da un carcere del Sud a quello di Alessandria dopo qualche ora dal trasferimento si uccide genera sconcerto. Colpisce anche che l’autopsia stabilisce che è morto per suicidio. L’autopsia può accertare la causa della morte ma non se per propria o altrui volontà. Colpisce la sorda accanita resistenza fatta di silenzi, smentite, minacce per la morte del giovane Cucchi. Colpiscono le storie di tutti i “suicidi” e la loro inverosimiglianza. Ma il sistema assorbe come un muro di gomma tutto e magari c’è chi minaccia querele se si attacca “l’onorabilità del corpo”. Il Ministro La Russa, prima dell’accertamento dei fatti, dichiara l’ innocenza dell’Arma dei Carabinieri. Membri delle forze dell’ordine, nel corso di quest’anno si sono distinti per maltrattamenti di immigrati. Anche vigili urbani sono della partita come abbiamo visto per l’agghiacciante foto della ragazza nigeriana stesa a terra in una cella. Insomma lo Stato percepito attraverso i suoi strumenti di polizia e di detenzione fa paura. E’ diventato davvero “cattivo” come predica Maroni. Il fascismo è già arrivato per alcune categorie di esseri umani come i senza tetto. Un fascismo che non fa notizia dal momento che è stato spacciato per altro, per contrasto alla criminalità. Non è vero. Disgregare una famiglia che vive in Italia da venti anni, con tre ragazzi nati in Italia, incarcerare il capo famiglia perchè dopo aver perso il posto di lavoro è diventato clandestino e viene rinchiuso in un lager CIE è più che fascismo: è nazismo. Con la complicità di un governo fellone e di sindacati arrendevoli che sembrano diventati notai della volontà padronale chiude Termini Imerese. La Fiat si lamenta che la Sicilia non si trovi accanto al Piemonte o alla Lombardia. Presto verranno meno tremila buste paga che servivano a non fare sprofondare una grande zona della provincia palermitana. Un supermercato sorteggia in Sardegna due posti di commesso. La notizia non fa vergognare il Ministro del Lavoro che continua a sollecitare “complicità” tra sindacati e imprenditori. La Guardia di Finanza fa una indagine assai pubblicizzata dai massmedia su un cartello dei produttori di pasta. La pasta ha un prezzo medio al disotto dei due euro. Nessuna indagine viene proposta per il prezzo del pane che ha un costo medio superiore di gran lunga ai due euro. Eppure si fa con la stessa farina ed il procedimento per farlo è assai meno costoso. Nessuna indagine per il prezzo dei medicinali che garantiscano guadagni certi a farmacie oramai tutte miliardarie. La percentuale di guadagno del farmacista è enorme. Spesso c’è la fila perchè il numero delle farmacie è chiuso. Il popolo italiano vive in una società senza mercato preda di monopolisti che nessuno disturba a cominciare dalle assicurazioni e dalla benzina. Crescono le tasse ed i costi dei servizi locali e gli stipendi ed i salari sono fermi o diminuiscono. Intanto gli oligarchi della casta politica sono indaffarati soltanto per soddisfare le voglie e le vendette di Berlusconi. Non si tratta solo dei processi che non dovrebbe subire e dei magistrati che debbono essere puniti per averlo “perseguitato” diventando suoi impiegati. Vuole un Regime che gli permetta di dominare l’Italia da solo e senza controlli. Ci riuscirà. Illustri esperti di quella che una volta era opposizione si stanno spremendo le meningi per accontentarlo. Ci riusciranno? Magari, dopo averlo accontentato, saranno disprezzati ed emarginati dal momento che servono al Capo soltanto per raggiungere i suoi scopi. E basta. Pietro Ancona
Medioevosociale