Archivio

Posts Tagged ‘Italia’

Appalti alla ‘ndrangheta: indagato sindaco Pd di Serramazzoni

22 settembre 2013 3 commenti

ndranghetaAnche in Emilia la ‘ndrangheta ottiene gli appalti entrando nelle stanze del potere politico. E’ un quadro accusatorio senza precedenti quello che emerge dall’inchiesta della guardia di finanza nel Comune di Serramazzoni, centro di 8mila abitanti sull’Appennino modenese. Il sindaco Luigi Ralenti del Pd, al secondo mandato, è indagato per corruzione e turbata libertà di scelta del contraente in relazione a due commesse pubbliche: il recente ampliamento del polo scolastico (costo 230mila euro) e il project financing da un milione e centomila euro per il restyling dello stadio dove oggi milita la squadra di dilettanti e vent’anni fa segnava i primi goal il futuro campione del mondo Luca Toni. Nel mirino ci sono i lavori edili affidati a una coppia di società a responsabilità limitata, secondo gli inquirenti riconducibili a Rocco Antonio Baglio, considerato la longa manus della cosca Longo Versace di Polistena (Gioia Tauro), e al figlio Michele, una sorta di direttore di cantiere. La delicata inchiesta del Pm Claudia Natalini, poi affiancata dal sostituto Giuseppe Tibis, è partita nel luglio scorso dopo l’incendio doloso che ha devastato la villa di campagna di Giordano Galli Gibertini, ex calciatore del Modena titolare di un’impresa edile. Pochi mesi prima erano stati bruciati anche gli spogliatoi del campo sportivo di Serramazzoni: ignoti avevano impilato le magliette della squadra, versato olio bollente e appiccato il fuoco. Baglio senior è accusato da un lato di aver bruciato la villa del costruttore e poi di aver trovato un accordo col sindaco Ralenti per l’assegnazione degli appalti.

Sono indagati in concorso col primo cittadino l’ingegnere Rosaria Mocella, direttrice della ‘Serramazzoni Patrimonio’, controllata comunale che ha affidato il progetto ad un’associazione temporanea di imprese, e Marco Cornia dell’Ac Serramazzoni, capofila della cordata e già concessionaria dell’impianto sportivo. L’attenzione delle Fiamme gialle, che nei giorni scorsi hanno acquisito centinaia di documenti cartacei e informatici, si è concentrata su un partner dell’Ati, Restauro e costruzioni srl, e una ditta subappaltatrice, Unione group srl. La prima, con ufficio commerciale a Pisa, è intestata a Giacomo Scattareggia, sotto processo a Reggio Calabria per turbativa d’asta in un’inchiesta della Dda locale sulle ingerenze delle cosche negli appalti del Comune di Condofuri, poi sciolto per mafia. Restauro e costruzioni, di fatto gestita da Michele Baglio, avrebbe spinto per l’assegnazione del subappalto di Serramazzoni alla Unione group di Fiorano, intestata alla madre. Azienda con progetti ambiziosi, come riporta il giornale dell’Accademia europea per le relazioni economiche e culturali: già realizzate le opere relative al parcheggio multipiano dell’ospedale di Baggiovara e gli impianti elettrici dell’aeroporto di Lamezia Terme, mentre sono in fieri il centro servizi per il ciclismo di Formigine, i lavori per uno sponsor della Reggina e per le industrie alimentari di kiwi a Polistena e di olio d’oliva a Cittanova. Secondo gli inquirenti modenesi Unione in particolare è riconducibile a una vecchia conoscenza dell’antimafia, Rocco Antonio Baglio. Arrivato trent’anni fa in soggiorno obbligato nel distretto ceramico, fu arrestato dal Ros di Bologna nel 1993 dopo il ritrovamento di esplosivo e mitragliatrici a Torre Maina di Maranello. Nell’allora rapporto dei carabinieri Baglio veniva descritto come “elemento di rispetto dell’Emilia Romagna a cui fanno riferimento tutte le cosche che abbiano interessi nella zona”. Abile affarista, non impiegò molto ad allacciare rapporti con i colletti bianchi locali. Su tutti Renato Cavazzuti, ex direttore di filiale della Cassa di Risparmio di Modena e già in Fininvest Programma Italia, poi collaboratore di giustizia che ha fotografato i meccanismi bancari al servizio delle truffe finanziarie.
E l’avvocato Fausto Bencivenga, arrestato coi Baglio nel lontano 1991 per il crac pilotato della modenese Mida’s. In quel procedimento il figlio Michele, interrogato sulla reale gestione della società intestata a un prestanome, disse che era il padre a “interessarsene economicamente”. A vent’anni di distanza, l’indagine dei Pm modenesi Natalini e Tibis si occupa di contiguità nuove in una regione dove le infiltrazioni mafiose nel tessuto economico sono rimaste prive di ‘sponde politiche’. Anche se l’accusa di corruzione resta da dimostrare – in Procura vige il massimo riserbo circa gli indizi raccolti – gli incontri del primo cittadino con Baglio sarebbero provati. Nei giorni scorsi sono stati ascoltati dai magistrati l’ingegnere Rosaria Mocella e Marco Cornia, presidente della società sportiva che ha investito nella ristrutturazione dello stadio (con un mutuo di 700mila euro del Monte dei Paschi di Siena garantito dalla Serramazzoni Patrimonio). “Avevo trovato altre due aziende locali ma il bando era talmente ristretto che nessuno aveva i requisiti – ha dichiarato Cornia – così ad un certo punto in Comune mi hanno consigliato i calabresi che avevano già lavorato al polo scolastico. Scattareggia però l’ho visto solo alla firma del contratto”. L’interrogatorio del sindaco Ralenti, che nei giorni scorsi ha assicurato “di aver sempre agito secondo la legge”, è in programma nella giornata di oggi.

http://stefanosantachiara2.wordpress.com/2011/05/25/appalti-alla-ndrangheta-indagato-sindaco-pd/

Annunci

Se hai vent’anni vattene dall’Italia

10 aprile 2013 3 commenti

cervellinfuga A un ragazzo che oggi compie 20 anni direi di andare via dall’Italia. Gli direi di prendere la borsa, il cellulare, due libri e un po’ di musica e lasciare questo paese.

Se hai vent’anni vattene.

Vattene perché se hai vissuto i tuoi primi 20 anni in questa nazione non hai visto niente dei cambiamenti del mondo. Sei rimasto indietro. Hai vissuto 20 anni di dibattito pubblico schiacciati sullo scontro pro o contro Berlusconi. Uno scontro fatto di puttane, “giudici comunisti” e Nesta/Balotelli. Uno scontro che ha lasciato un manipolo di anziani a dibattere in tv di un paese che non c’è. Spegni la tv, non imparerai niente da Ballarò o da Servizio Pubblico. E chiudi anche le dispense, la cultura non è una pillola da mandar giù.

Ti direi di andartene perché hai vissuto 20 anni con le stesse metro – ah no a Roma hanno aperto la B1 –, con gli stessi palazzi, con gli stessi Intercity – il Frecciarossa non è alla portata di un ventenne -, con gli stessi regionali. Dovresti andare via per guardare come sono cambiate Londra, Parigi, New York in questi 20 anni. Sei nato all’alba della primavera dei Sindaci ma nel frattempo sei diventato maggiorenne e attendi ancora la linea C a Piazza San Giovanni in Roma. Per te non è cambiato nulla ma il resto del mondo ha corso. Come non mai.

Se fossi partito avresti visto la più grande biblioteca d’Europa traslocare da un Palazzo del XVII secolo ad uno consono alla fruizione della cultura. Perché i libri, i reperti, non servono a nulla se non possono essere fruiti. Avresti visto una metropolitana che viaggia a 90km/h senza conducente costruita in 5 anni. Avresti visto un paese – il Sud Africa – passare dalla segregazione razziale ad ospitare i Mondiali.

Fai una cosa: vattene. Non ascoltare chi ti dice che solo chi resta resiste davvero. Lascia questo paese, meticciati. Scopri la bellezza di altri corpi e di altri odori. Di altri cibi. Fai politica. Sì, fai politica. Perché non è tutto una “merda”. Ma scegliti altri maestri. Un buon politico non è un imbonitore ma un uomo che si carica sulle spalle la visione di un paese, nonostante i voti.

Guarda Invictus. Dimentica Genova. Lì hanno ucciso una generazione, non farti fermare anche tu. Non ascoltare quella canzone “poteva come tanti scegliere e partire, invece lui decise di restare” è bellissima ma viene da un’altra epoca. Ho amato Peppino e la Sicilia ma ho anche imparato che le catene non coincidono con questo sentimento.

Eduardo avrebbe detto Fujetevenne. Io ti scrivo vattene. Vattene per imparare che non è vero che una laurea ti forma. Vattene perché la festa che i tuoi vogliono organizzare è una pagliacciata di cui non hai bisogno. Ciò che hai in mano è un pezzo di carta, non conta niente. Non c’è nulla da festeggiare. Si festeggia il futuro, non il passato.

Vattene via perché altrimenti anche a quarant’anni ti diranno che sei giovane. Non è vero. Vattene perché non devi leggere i giornali che aprono con le violenze per una partita di calcio. Non è giusto. Il calcio è solo uno sport.

Parti, lasciaci qui, come i dannati di un inferno da noi stessi generato. Va via! Prendi un volo per il nord e respira la bellezza del senso di comunità. Perché la vicina che ti dà lo zucchero non c’entra nulla con l’empatia. E’ un modo per sperare che un giorno anche tu farai lo stesso… Se così non fosse non ci sarebbe il vociare dei condomini al tuo passaggio. Perché essere più di sé stessi, essere una collettività è la condivisione costante e silenziosa delle regole che consentono a tutti di andare avanti. E questo noi non sappiamo neanche cosa sia. Collettività non è svegliarsi una mattina e ricostruire ciò che è andato in fumo ma lavorare ogni giorno nel silenzio.

Non ascoltare gli eroi. Questa nazione non ha bisogno di loro. E’ il contrario, sono loro a nutrirsi di questo paese perché senza i suoi mali non potrebbero vivere.

Parti e torna solo se sarai convinto che è giunto il tuo tempo. Torna solo se hai visto il cambiamento e pensi sia giusto riportarlo indietro. Torna con i sogni di un ventenne e le spalle di un adulto.

Per l’Italia tempo scaduto, arriverà una tempesta perfetta

3 marzo 2013 Lascia un commento

tempesta Viviamo in tempi rivoluzionari, ma non vogliamo prenderne atto. Usiamo questa espressione in senso “tecnico”, non politico-ideologico. Non ci sono masse intorno al Palazzo d’Inverno, ma la fine di un mondo. Il difficile è prenderne atto. Si sta rompendo tutto, intorno a noi e dentro di noi, ma quando ci dobbiamo chiedere – fatalmente – “che fare?” ci rifugiamo tutti nel principio-speranza, confidando che le cose, prime o poi, tornino a girare come prima. Per continuare a fare le cose che sappiamo fare, senza scossoni. Non possono tornare come prima. Inutile prendersela più di tanto con le singole persone o le strutture – leader, partiti, sindacati, media, Confindustria, ecc – che hanno responsabilità pazzesche, naturalmente, ma sono anche totalmente impotenti di fronte a un mondo che si spacca. «Le cose si dissociano, il centro non può reggere». Non saranno i Bersani, i Berlusconi o i Napolitano a tenere insieme le zolle tettoniche in movimento.

Come interpretare altrimenti il fatto che le “elezioni più inutili della storia” – definizione nostra – abbiano prodotto la più seria rottura di continuità nel panorama politico italiano? Era tutto fatto. Un programma di governo “responsabile” scritto in sede europea e noto come “agenda Monti”; una coalizione costruita per “coprirsi a sinistra” senza spaventare i moderati; un polo moderato-centrista in realtà “estremista europeo”; un governo “ineluttabile” Bersani-Monti (con Vendola addetto ai “diritti civili”, che in fondo non costano niente). Gli antagonisti? Impresentabili in Europa, come il jokerman di Arcore e il comico di Genova; oppure riedizione minore di un arcobaleno fallimentare, fisicamente rappresentato da magistrati progressisti. Ma magistrati.

Un paese diviso ha prodotto una rappresentanza divisa. E non è colpa della “gente”, dell’“individualismo”, del menefreghismo. Perché queste tare italiche sono il corrispettivo esatto di una struttura produttiva che magari presenta ancora isole di eccellenza, ma “non fa sistema”; di una società frammentata nel modo di produrre ricchezza, di estrarre reddito, di sopravvivere. Ma un paese dove la produzione di ricchezza “non fa sistema” è un paese senza spina dorsale, senza baricentro, senza disegno. E che ha aggravato queste sue caratteristiche negative – addirittura esaltate come “potenzialità” ai tempi in cui gli imbecilli dicevano che “piccolo è bello” – in seguito allo smantellamento delle poche colonne portanti della produzione nazionale, nonché dalla privatizzazione delle banche di “interesse nazionale”. Metafora precisa, quest’ultima, di un paese senza un “interesse nazionale” identificabile; e quindi frantumato in tanti e diversi interessi privati, corporativi, locali, di nessuno spessore progettuale. Di nessuna incidenza sulla scala dimensionale – almeno continentale – su cui si prendono le decisioni vere.

Un paese composto in buona parte di figure sociali con “redditi spurii”, che presentano perciò “identità multiple”. Parliamo di redditi spurii in senso marxiano, non legal-giudiziario. Un mafioso che si arricchisce con il traffico di droga ha un reddito illegale, ma non spurio; la sua identità sociale è chiara anche per lui, non presenta ambiguità e tantomeno tentennamenti. Un pensionato o un lavoratore dipendente (o un piccolo negoziante o una partita Iva) che ha un salario (una pensione o dei ricavi d’attività), e magari “integra” affittando la seconda casa a dei migranti, cui può aggiungere qualche cedola dai Bot o dai fondi comuni di investimento… questo insieme è un reddito spurio, che fa vivere un’identità sociale mutevole e mutante. Che vota in un modo se pensa più all’Imu e in un altro se gli pesano maggiormente addosso le “riforme” Fornero delle pensioni o del mercato del lavoro. Berlusconi o Bersani, dipende da cosa offrono… E il primo sa vendere meglio.

Lo spappolamento sociale – se è ancor vero che “l’essere sociale produce la coscienza” – si è rivelato appieno in questo voto. E non è ricomponibile per via “istituzionale”, mettendo assieme frammenti di rappresentanza politica. Ma è quello che faranno, che sono condannati a fare e che Napolitano cercherà di costringerli a fare. Un “governissimo” pro tempore, per “fare poche cose”, alcune “riforme strutturali che i mercati si attendevano”. E una legge elettorale meno idiota. Nemmeno il tempo di scriverlo, ed ecco che Berlusconi si mostra disponibile, Bersani zittisce chi pensa a nuove elezioni, Monti tace preparandosi a indicare un nome tra i suoi possibili sostituti. Insomma: una risposta “normale” a uno smottamento rivoluzionario. Un suicidio al ralentì.

La domanda centrale, decisiva, posta da queste elezioni è soltanto una. E viene posta indirettamente, in ogni talk show, da quanti ci tengono a rappresentare il “senso di responsabilità”: si resta in questa Unione Europea o ci si mette nella prospettiva di uscirne? Qualsiasi risposta comporterà disastri inenarrabili e un terremoto prolungato nel nostro sistema di vita. “Restare” significa infatti accettare i vincoli del Fiscal Compact (50 miliardi tagli annuali alla spesa pubblica per i prossimi 20 anni), il pareggio di bilancio (impossibilità di mettere in campo una qualunque politica economica nazionale), la distruzione del “modello sociale europeo”, le allenze militari e i conflitti conseguenti. “Uscirne” significa affrontare le tempeste e la speculazione di mercati finanziari vendicativi, squilibri di grandi dimensioni e senza soluzioni a breve termine, cercando alleati mediterranei e “latini” – al momento in tutt’altre faccende affaccendati – per una zona monetaria “non euro” e non stupidamente nazionalista. Chi si aspetta ricette facili per “rimettere le cose a posto” si rivolga a un predicatore o alla neuro.

Il corpo elettorale italiano ha detto al 60% che le “politiche europee”, i diktat della Troika (Ue, Bce, Fmi) non possono essere più accettate. Il problema – gravissimo – è che questo rifiuto è per metà composto di interessi e immaginario reazionari, localistici, “personali”. E per l’altra metà di risposte variamente e soggettivamente “democratiche e popolari”. Ma senza un progetto, un’idea fondante, una visione all’altezza della “tempesta perfetta” che il mondo – non solo l’Italia o l’Europa – sta vendendosi velocemente addensare. Tutto, in teoria, affidato a un’infinita discussione da fare tra soggetti singoli che solo alla fine troveranno il consenso su qualcosa. Ma quel qualcosa, oltre che distillato per via di partecipazione democratica, sarà anche “efficace”? Non ci scommetteremmo. La complessità del mondo reale eccede di gran lunga le competenze individuali non strutturate in “sistema”, sia conoscitivo che “operativo”.

Sul rifiuto di rispondere chiaramente a questa domanda, infine, si è infranto in modo definitivo il “far politica” – proprio della “sinistra radicale” bertinottiana e post-bertinottiana – che avanzava molte e giuste critiche alle politiche europee e/o governative per poi acconciarsi a un’alleanza elettorale con chi rappresenta con assoluta nettezza queste politiche: il Pd. Sappiamo bene che in questo frangente non c’è stato un accordo elettorale in tal senso; ma per gran parte delle piccole forze racchiuse nella “lista Ingroia” (capitanate da Di Pietro, Diliberto, lo stesso Ingroia) ciò è avvenuto solo per il netto rifiuto da parte del Pd, non per una scelta “indipendente”. Una sindrome da “amici traditi” che si è avvertita per tutta la campagna elettorale ed è esplosa nei primi giudizi dopo i risultati.

È finita “la sinistra” discendente dalla cultura del Pci, indecisa via di mezzo tra accettazione dell’ordine capitalistico e tenue aspirazione a smussarne le asperità eccessive. Può non essere un male, se si parte dal rispondere in modo chiaro alla domanda principale. Perché ora questo paese ha davvero preso il “sentiero greco”, e non ci si deve più fidare di nessun “candidato nocchiero” che parte dal desiderio di “normalità”, invece di prendere atto della tempesta in atto. Ci sarà da tremare e lottare, da pensare correndo. In tempi rivoluzionari, occorre capire dove si va rompendo la faglia e avanzare proposte altrettanto di rottura. Non abbiamo bisogno di mezze pensate, di vecchi poltronisti, di dottor tentenna. Quel tempo è scaduto.

(Dante Barontini, “Tempesta perfetta”, da “Contropiano” del 26 febbraio 2013).

L’ultimo treno

30 novembre 2012 Lascia un commento

bastaaaaaaaaaaCome Bertoldo che non riusciva mai a trovare l’albero a cui impiccarsi, il Senato ha rinviato a martedì il voto di fiducia sul decreto che taglia i costi della politica, a causa di uno sciopero dei treni.
Sono venuto a capo per consentirvi di smaltire l’incredulità. Martedì cosa si inventeranno, un’indigestione di cozze collettiva? Oltretutto pare che la storia dello sciopero sia una scusa raffazzonata lì per lì, pur di nascondere i dissidi interni ai partiti e giustificare la più politica di tutte le arti: il rinvio. Ma come fanno a non capire che qualunque verità risulterebbe meno fastidiosa di quella penosa bugia? Un Paese dove un operaio scompare in mare durante la bufera cadendo da una gru su cui non doveva nemmeno stare, e dove una barista pendolare muore di stanchezza alla fermata della metro dopo essersi alzata per l’ennesima volta di domenica alle quattro del mattino, ecco, un Paese così serio e duramente provato pretende di non essere offeso dagli sfoggi di tracotanza di coloro che dovrebbero fornire il buon esempio. Questa era davvero l’ultima occasione per un colpo d’ala. Immaginate il presidente dell’assemblea Schifani che annuncia alle telecamere: «Abbiamo deciso all’unanimità di restare a Roma nel weekend per votare una legge tanto attesa dall’opinione pubblica. Il Senato rimane aperto sabato e domenica. Invito i cittadini ad assistere dai palchi al nostro lavoro». Non dico che si sarebbero guadagnati la rielezione, ma uno sconto del venti per cento sulle pernacchie sì. Così invece niente, neanche la mancia.
Massimo Gramellini

Meno male che Silvio c’è! Così adesso lo processiamo

25 novembre 2012 Lascia un commento

“Io pago tasse per milioni di euro all’erario e do lavoro a migliaia di persone”, affermava in quel di Vespa, l’ometto incatramato!! Anche l’Eternit (la multinazionale della morte), pagava le tasse e dava lavoro a decine di miglia di persone!! Peccato che con il tempo, ha dovuto chiudere i battenti per sempre, con tutte le immaginabili conseguenze sui lavoratori.
La fine di Berlusconi, coinciderà con il tracollo delle sue aziende che, come l’Eternit (ma a diversità di bersaglio), hanno devastato per un quarto di secolo, le menti dei cittadini italiani. La sua caduta sarà terribile, sotterrato dalle macerie del suo populismo e nanismo intellettuale.
La giustizia, imperturbabile, dovrà fare il suo corso, e la magistratura lo sta già aspettando al varco.
“Vado via da questo paese di merda, di cui sono nauseato”, diceva Berlusconi a Lavitola in una intercettazione del 13/07 /2011.
E no, cavaliere, adesso è troppo tardi! Doveva pensarci prima!! Non si sputa nel piatto in cui si è mangiato da sempre, fino ad abbuffarsi! Ha voluto la bicicletta? E adesso deve pagare il conto! Non finirà tutto a tarallucci e vino. I debiti vanno onorati.
Un’immensa folla la sta aspettando sulla linea del traguardo di Piazzale Loreto, per consegnarle la maglia nera. Un trofeo all’infamia e al disonore, più che dovuto, e che Lei, cavaliere Berlusconi, si é guadagnato sul campo in quasi un ventennio, per avere portato l’Italia sull’orlo della bancarotta e dentro un degrado etico e morale senza precedenti. Ci saranno tutti all’appuntamento del secolo perché nessuno, vorrà perdere l’ultimo atto di una delle più sconcertanti, inimmaginabili, inquietanti, volgari e paradossali sceneggiate politiche che mai un parlamento abbia potuto ospitare in tempo di pace.

Il cafone per eccellenza, archetipo di grettezza e smoderatezza, solo ieri, invitava tutti all’esercizio della sobrietà, e da puttaniere impenitente, senza pudore ne vergogna, affermava (nel pieno di una crisi mistica) di avere introdotto la moralità nella politica.
Da cattolico pluri/divorziato, poi, si erge a paladino della famiglia e a difesa della vita vegetativa ad oltranza. In veste di supremo e indiscutibile maestro di mistificazione, accusava il mondo intero di ordire complotti a suo discapito, e di avere pianificato campagne diffamatorie e menzognere, con il solo l’intento di detronizzarlo. Proprio lui, la cui vita di imprenditore prima, e di politico poi, è un bailamme di trame, congiure, macchinazioni e dossieraggi. Un sostenitore accanito di un liberismo trasfigurato in stalinismo che alla libera concorrenza, predilige le consorterie, logge e corporazioni. Insomma, un autentico cialtrone! Un “pacchista” disonorato che per salvarsi il culo, ha condotto l’Italia e gli italiani dentro un abisso senza fine.

Il “grande Silvio”, ometto attempato, che si trapianta e pittura i capelli di un nero corvino, anteponendo il trucco a una decorosa pelata – il Silvio che martirizza Vittorio Mangano, esalta la figura di Marcello Dell’Utri, fiducia Cosentino e delegittima le istituzioni! Il Silvio con l’eterno cerone, le scarpe rialzanti e le pompette stimolanti – il Silvio dalle mille cravatte a pallini e gli eterni doppio petto blu. Un vero trattato ambulante di psicopatia, frustrazione e perverso e morboso narcisismo.
Con quale dignità, un tale individuo, ha potuto rappresentare in nostro paese?
E’ stato dunque questo lo status symbol di virilità e machismo, autorità e potere nel quale si sono riconosciuti tanti italiani e italiane e che esibivano come modello di moderna cultura e punto di riferimento socio-esistenziale? Era questo, il salvatore della patria, l’uomo della provvidenza, il mito trascendente da sempre celebrato nell’immaginario degli italiani? O piuttosto, un millantatore da quattro soldi, un incantatore di serpenti e un traditore della patria – uno scaltro piazzista che nel mercimonio della dignità altrui, incarna l’archetipo della peggiore specie umana!
E non sono forse gli italiani, le vittime predestinate di un masochismo perverso che, come Seneca affermava, “godono nell’affidare il potere al turpe?”

Adesso eccolo li, quello del “partito dell’amore”, un uomo triste e solo, che nella luce soffusa della sua alcova, si appresta a calare il sipario sull’ultimo atto di una commedia, tragica e grottesca, fra i glutei in affitto di una giovincella depravata, nella spasmodica ricerca, di quell’orgasmo tradito che sancirà, per sempre, la sua sconfitta umana, morale ed economica.

Gianni Tirelli

La crisi spiegata in modo semplice

24 novembre 2012 Lascia un commento

Helga è la proprietaria di un bar, di quelli dove si beve forte.
Rendendosi conto che quasi tutti i suoi clienti sono disoccupati e che quindi dovranno ridurre le consumazioni e frequentazioni, escogita un geniale piano di marketing, consentendo loro di bere subito e pagare in seguito. Segna quindi le bevute su un libro che diventa il libro dei crediti (cioè dei debiti dei clienti).
La formula “bevi ora, paga dopo” è un successone: la voce si sparge, gli affari aumentano e il bar di Helga diventa il più importante della città.
Lei ogni tanto rialza i prezzi delle bevande e naturalmente nessuno protesta, visto che nessuno paga: è un rialzo virtuale. Così il volume delle vendite aumenta ancora.
La banca di Helga, rassicurata dal giro d’affari, le aumenta il fido. In fondo, dicono i risk manager, il fido è garantito da tutti i crediti che il bar vanta verso i clienti: il collaterale a garanzia.
Intanto l’Ufficio Investimenti & Alchimie Finanziarie della banca ha una pensata geniale. Prendono i crediti del bar di Helga e li usano come garanzia per emettere un’obbligazione nuova fiammante e collocarla sui mercati internazionali: gli Sbornia Bond.
I bond ottengono subito un rating di AA+ come quello della banca che li emette, e gli investitori non si accorgono che i titoli sono di fatto garantiti da debiti di ubriaconi disoccupati. Così, dato che rendono bene, tutti li comprano.
Conseguentemente il prezzo sale, quindi arrivano anche i gestori dei Fondi pensione a comprare, attirati dall’irresistibile combinazione di un bond con alto rating, che rende tanto e il cui prezzo sale sempre. E i portafogli, in giro per il mondo, si riempiono di Sbornia Bond.
Un giorno però, alla banca di Helga arriva un nuovo direttore che, visto che in giro c’è aria di crisi, tanto per non rischiare le riduce il fido e le chiede di rientrare per la parte in eccesso al nuovo limite.
A questo punto Helga, per trovare i soldi, comincia a chiedere ai clienti di pagare i loro debiti. Il che è ovviamente impossibile essendo loro dei disoccupati che si sono anche bevuti tutti i risparmi.
Helga non è quindi in grado di ripagare il fido e la banca le taglia i fondi.
Il bar fallisce e tutti gli impiegati si trovano per strada.
Il prezzo degli Sbornia Bond crolla del 90%.
La banca che li ha emessi entra in crisi di liquidità e congela immediatamente l’attività: niente più prestiti alle aziende. L’attività economica locale si paralizza.
Intanto i fornitori di Helga, che in virtù del suo successo, le avevano fornito gli alcolici con grandi dilazioni di pagamento, si ritrovano ora pieni di crediti inesigibili visto che lei non può più pagare.
Purtroppo avevano anche investito negli Sbornia Bond, sui quali ora perdono il 90%.
Il fornitore di birra inizia prima a licenziare e poi fallisce.
Il fornitore di vino viene invece acquisito da un’azienda concorrente che chiude subito lo stabilimento locale, manda a casa gli impiegati e delocalizza a 6.000 chilometri di distanza.
Per fortuna la banca viene invece salvata da un mega prestito governativo senza richiesta di garanzie e a tasso zero.
Per reperire i fondi necessari il governo ha semplicemente tassato tutti quelli che non erano mai stati al bar di Helga perché astemi o troppo impegnati a lavorare.
Bene, ora potete dilettarvi ad applicare la dinamica degli Sbornia Bond alle cronache di questi giorni, giusto per aver chiaro chi è ubriaco e chi sobrio

Cronaca di una collaborazione annunciata

20 ottobre 2012 Lascia un commento

Quella di seguito è la breve cronaca di una piccola ma significativa vicenda reale, avvenuta in una cittadina del sud Italia, ma che potrebbe essere avvenuta ovunque, le parti variano ma la sostanza resta invariata: se sei fuori da un certo giro che conta, si arriva a dei livelli che arriverei a definire “di dissociazione” dalla realtà circostante, cioè un atteggiamento più che insensibile, direi praticamente impermeabile alle istanze della gente comune, anche professionalmente qualificata, che ha l’unica pretesa di lavorare, laddove lavorare è un privilegio per pochi, quasi un lusso.

Metti che hai un giorno libero, ti guardi intorno e pensi che forse ti dovresti cercare qualche nuovo cliente, non si sa mai, la crisi, la congiuntura, insomma in previsione di tempi bui, invece di tirare la cinghia cerchi di attivarti come puoi.

Ti rivolgi al collega anziano e molto esperto in dinamiche politico – amministrative. Dopo un’ora, ti richiama e ti dice:
“Corri, porta un curriculum al dott. tizio entro le 11 che c’è una possibilità di collaborare..”
“Ma è sicuro? Tutta ‘sta fretta mi pare esagerata”
“Ti dico di fare presto sennò sfuma tutto..”
Ok rispondo io, stampo un breve curricolo e mi avvio rapidamente. Incontro il dott. tizio, consegno il curricolo, qualche convenevole e mi congeda:
“Ci sentiamo fra qualche giorno”
Passano i giorni e nessuno si fa vivo. Chiamo io, mi informa che ci vorrà ancora qualche settimana. Va bene, non c’è problema, aspetto.

Passano i mesi, chiamo di nuovo, mi risponde lui, mi dice che la possibilità è sfumata. Accenno a una timida protesta, dico, ma è giusto che tutti gli incarichi vadano sempre ai soliti 4 o 5 avvocati? Mi lascia con una laconica risposta:
“Così dev’essere..”

Passa qualche mese e al dott. tizio viene assegnato un nuovo ruolo, decido di richiamarlo, magari col suo nuovo incarico c’è la possibilità che si (ri)materializzi la mia (sospirata) collaborazione:
“No sai, siamo in liquidazione..”
“Ho capito dottore, comunque non credo che si arriverà alla vendita forzata dei beni aziendali”
“Meglio aspettare..”

Dopo qualche settimana torno alla carica, richiamo:
“Salve dottore, allora?”
“Ciao carissimo, ti faccio parlare col segretario così prendi appuntamento presso la sede sociale”

Prendo appuntamento, e ci vediamo nel giorno prestabilito:
“Guardi dottore, potremmo fare un contratto di collaborazione generico, qualora sorga la necessità di assistenza da parte dell’azienda vi difendo io, facendo riferimento alla media dei nuovi parametri giudiziali appena entrati in vigore”
“Non so se si può fare..”
“Ma come non sa scusi..certo che si può fare..”
“Fammi fare una ricognizione dello stato delle cause e poi ne riparliamo..”

Passano altri giorni, anzi settimane, lo richiamo, mi risponde trafelato:
“Sono appena rientrato, ora guardo e domani ci sentiamo..”
Richiamo il giorno successivo:
“Salve dottore, allora?”
“Siamo in alto mare, ho rotto..”
“Scusi, ma cosa ha rotto?”
“Eh..poi ti dico”
“E quindi?”
“Ti chiamo io..”
Così è (se vi pare).

L’inquietante scricchiolio di un sistema al collasso

15 ottobre 2012 2 commenti

“…un idiota che definisce conquiste le atrocità, e bombe intelligenti, le armi di distruzione di massa – un paranoico che viola ogni principio etico e si sottopone ad interventi di chirurgia estetica, per colmare il vuoto della sua infinita solitudine – masse di poveri invasati e idolatri sottomessi ai miti dell’intrattenimento, e operai dell’Ilva di Taranto che schiattano di tumore per mille euro al mese, nella più totale indifferenza di tutti..”

Ciò che sta succedendo nel mondo, non é una comune recessione legata a fattori finanziari (di varia natura), ma l’inquietante scricchiolio di un sistema al collasso che, giorno dopo giorno, affonda dentro le sabbie mobili del relativismo liberista. Le crisi, presto o tardi passano, ma un corpo dilaniato dalle metastasi di un tumore, muore. Anch’io ho avuto ì miei momenti di crisi, periodi difficili e dolorosi che, grazie a Dio, data la mia buona costituzione fisica, e una visione della vita, ancorata saldamenti a valori, principi e punti di riferimento inossidabili, ne sono uscito più forte e rinnovato di prima. Fortunato? Si – sicuramente, ma anche dotato di solida volontà, consapevolezza e di un’indipendenza mentale eccezionale, che mi deriva da un ossessivo bisogno di verità e di giustizia. (La libertà intellettuale, è quella capacità in grado di trasformare i propri ragionamenti o intuizioni, in conclusioni realistiche. E’ la risultante di un’operazione di bonifica da pregiudizi, egoismi, personalismi e da ideologie).

Gli economisti dichiarano “si avvertono segnali di ripresa!”. Le stesse cose, le abbiamo ascoltate oltre un decennio fa, dopo l’esplosione della bolla finanziaria e del conseguente tracollo, dei listini di borsa. Gli economisti, al pari di androidi (come scienziati, ricercatori, operatori finanziari, studi di statistica e compagnia bella), hanno codificato qualsiasi cosa, trasformando tutto in numeri, al fine di semplificare il processo di verità, ed evitare, così, il confronto con le loro menti aride ed ottuse.
La vita e la realtà, sono ben altra cosa!
La scienza moderna, ha fallito nel suo intento, credendo e fingendo di potere e volere migliorare la condizione di vita degli individui quando, in verità, si è persa nel vortice della sua vanità e nell’auto referenza.
Le sole motivazioni di base, in realtà, sono il profitto, il privilegio e il potere; le fondamenta di sabbia sulle quali si sono edificate le società liberiste relativiste.
Un oceano di menzogne, dalle profondità incommensurabili, finalizzate all’interesse particolare, riproducono le sabbie mobili dentro le quali, le società moderne stanno sprofondando.
Coloro che, per una sorta di codardia intellettuale, ci accusano di catastrofismo, sono gli individui inetti e rammolliti di questo secolo nefasto – ciechi e sordi, di fronte alla lapalissiana tragedia ambientale e morale che ci sovrasta – ignoranti e irresponsabili a tal punto da esserne complici attivi – padri e madri privati dal più remoto barlume di coscienza, per figli senza futuro – sono individui impauriti e spenti, relegati dentro il vuoto delle loro paure – servi e schiavi del ricatto, dell’intimidazione, della retorica e del quieto vivere – vermi aggrovigliati l’un l’altro, dentro un auto compiacimento morboso e nauseabondo; uomini senza palle – donne senza figli – vite senza vita.
In pochi decenni, l’homo sapiens, si è trasformato in una specie di larva, molle e viscida. Mutazione degenerativa! Migliaia e migliaia di anni di evoluzione buttati nel cesso nell’arco di qualche decennio – il maligno, lavora in discesa!

Quella che oggi, definiscono, scienza e conoscenza, è il più estremo atto di profanazione che mai sia stato perpetrato nella storia dell’umanità. L’uomo senza radici del ventunesimo secolo, ha demonizzato e ripudiato quello che era il suo passato, ritenendolo obsoleto, privo di dignità e poco igienico. In verità, non c’é nulla di più lercio e raccapricciante dell’uomo senza radici; un uomo che ha chiamato libertà la licenza, furbizia l’intelligenza, e civiltà la sua schiavitù – una forma di vita che ha devastato il suo habitat e incenerito il suo spirito – un essere schizofrenico che espianta gli organi dai suoi simili per ricucirseli addosso – un imbecille che ingurgita le merendine cancerogene della pubblicità, “fatte come quelle di una volta!!” – un maniaco ossessivo che sa tutto sui pesci, e tutto sui mari quando, di pesci non ce ne sono più, e ì mari sono cloache a cielo aperto – sa tutto dei ghiacciai, quando i ghiacciai marciscono e si squagliano – tutto di ogni cosa, quando ogni cosa si estingue – un mentecatto che manda giocattolini miliardari su marte, in nome di qualcosa che chiama progresso, e aggiunge “presto lo colonizzeremo” – un idiota che chiama conquiste le atrocità, e bombe intelligenti, le armi di distruzione di massa – un paranoico che viola ogni principio etico e si sottopone ad interventi di chirurgia estetica, per colmare il vuoto della sua infinita solitudine – masse di poveri invasati e idolatri sottomessi ai miti dell’intrattenimento, e operai dell’Ilva di Taranto che schiattano di tumore per mille euro al mese, nella più totale indifferenza di tutti – un sistema che sa fare tutto, tranne ciò che serve veramente all’uomo – un sistema cancerogeno che, da cinquant’anni, chiede soldi ai cittadini per la ricerca, e ti ammazza ancora con il cobalto, la radio e chemio terapia. Nessuno vuole sconfiggere il cancro. A sti prezzi!

Nel frattempo, la pubblicità mente, la politica mente, la Chiesa mente, la scienza mente, ì giornali mentono, e ì padri mentono ai figli, in un’orgia di relativismo parossistico dove, gli egoismi e le dipendenze, non trovano ragione, e la paura, generatrice di ogni male e di ogni dolore, ebbra di sangue, sancisce il suo trionfo.
Alla tecnologia poi (che é responsabile di tutta quella montagna di rifiuti mortali che ci sta oramai sommergendo), é dato il compito del suo smaltimento e della bonifica. Sarebbe come chiedere al diavolo che abbiamo assoldato per distruggere, di ricostruire per il bene comune.

In un tale mondo, non c’é posto per la giustizia e la libertà poiché, entrambi, possono germogliare al sole di quelle società, epurate da ogni potere.

Gianni Tirelli

Dedicato a tutti i lavoratori

15 ottobre 2012 Lascia un commento

Cielo grigio a Milano e umore dello stesso colore con punte di rosso che si scagliano verso le nuvole inseguite dall’azzurro di ciò che vorrei.
Sono stanca di sentir parlare dei lavoratori preceduti dalla parola POVERI, sono stanca e non si può più tacere!
Non siamo poveri ma siamo ricchi di idee e di creatività, siamo equilibristi che sul filo su cui siamo stati lasciati( rappresentato dalla strada per molti di noi) ci muoviamo senza cadere, con la nostra dignità e con la forza della volontà, ci districhiamo fra le mille peripezie a cui ci avete costretti.
Non siamo poveri perché riusciamo a non darci per vinti ed a stare dalla parte della correttezza e se prendessimo esempio da chi con i “ nostri”soldi ha sempre festeggiato invece di reinvestirli per migliorare le condizioni di vita della collettività (cosa che fa parte delle mansioni di chi ci rappresenta e quindi non un optional ma un obbligo!) ci trasformeremmo in complici silenti anche noi.
Non siamo poveri perché abbiamo una testa che riusciamo ad usare e con la quale gestiamo la nostra vita ma anche quella dei colleghi che vivono situazioni analoghe ,perché ci siamo inventati il modo di prenderci cura delle nostra aziende cosa che avreste dovuto fare voi invece di abbandonarle come animali feriti lungo le strade che avete percorso scalandole per poi arrivare a questo tanto agognato successo,ed ora senza noi ,senza chi il lavoro lo esegue realmente che cosa ve ne farete?
Non siamo poveri perché non abbiamo mai svenduto al peggior offerente il nostro saper fare e conserviamo intatta ta la dignità e l’orgoglio di chi non si vergogna di vivere una situazione di vita non richiesta ma imposta da chi, a differenza dei lavoratori ,si è fatto mero esecutore di ordini impartiti da squali più grandi di loro.
Non siamo poveri perché sappiamo quello che vogliamo ed è ora di dirlo e di non parlare solo di persone corrotte e senza scrupoli che non hanno esitato ad abbassare saracinesche sulle loro aziende non tenendo conto di non poterle abbassare sulle nostre vite.
Vogliamo tornare a sentirci utili, ad avere uno scopo.
Vogliamo tornare a poter dimostrare di avere conoscenze e competenze da offrire alla società.
Vogliamo comunicare senza il timore di ripercussioni ulteriori la nostra totale disponibilità per chi volesse tornare a credere in questo paese ed in chi lo popola.
Vogliamo far capire che le buone intenzioni non hanno colore,non sono da mettere in discussione ,non sono da racchiudere in falsi schematismi mentali ma sono qui e sono da vedere dimostrate ogni giorno a differenza di chi si è reso dopo le chiusure delle aziende irreperibile e spunta solo per tenere bassa la voce di chi voce ne ha ancora a tanta per ribadire ciò che ha dovuto suo malgrado subire.
Vogliamo tornare a poter avere la serenità della normalità ,la serenità del vivere quotidiano che ci è stato tolto così come ci sono stati tolti i sorrisi spensierati di pochi mesi fa.
Vogliamo tornare ad essere rispettati e presi in considerazione perché se per tanti anni abbiamo collaborato con le aziende presso cui lavoravamo non è stato casuale ma perché avevamo la stoffa per farle crescere ed ampliarle altrimenti si sarebbero liberati molto prima di noi.
Vogliamo smettere di essere trasparenti per le istituzioni che promettono e non mantengono nulla di ciò che viene sottoscritto e firmato.
Vogliamo vedere la stampa,i media tutti smettere di usare i nostri pianti,le nostre scene di disperazione quando veniamo aggrediti e picchiati da chi ci dovrebbe proteggere,vogliamo che la strumentalizzazione cessi e che ci sia lo spazio di farci raccontare le nostre storie, perché esse sono le nostre vite alle quali è dovuto tutto il vostro rispetto.
Vogliamo non dover compiere gesti eclatanti per essere ascoltati, perché l’ascolto è dovuto a chi sta combattendo una battaglia che non si limita al presente ma a garantire anche alle generazioni che ci seguiranno un vivere da persone libere e raziocinanti e non da marionette che si muovono su un palco non desiderato.
Vogliamo che che ci conosce sia comunque fiero di noi e che non si debba vergognare nell’associarsi a noi, a chi lotta, a chi non si da per vinto perché penso che da queste situazioni ci sia solo da imparare ed un bel bagno di umiltà a chi vede queste realtà come lontane da se non guasterebbe di certo.
Vogliamo poter andare fieri di ciò che stiamo facendo intanto che il mondo bene si sollazza all’ombra di palme di isole caraibiche facendo bagni di sole e mare non capendo la coscienza marcia non verrà mai ripulita e che per ogni momento di tristezza che i lavoratori hanno a loro ne spetteranno molti di più.
Vogliamo tornare a sperare ,riuscire a vedere segnali positivi da chi ancora non si è venduto e non ha barattato la sua voglia di vederlo rinascere questo paese,vogliamo che qualche imprenditore che apprezzi realmente il lavoro e le capacità che abbiamo dimostrato per tanti anni lasci parlare il suo cuore e non il portafoglio dell’interesse finalizzato a se stesso.
Per una volta parliamo di noi lavoratori, di quanto abbiamo fatto nel corso degli anni, di quanto tempo abbiamo investito nella nostra crescita professionale, di quanto abbiamo creato a livello di rapporti lavorativi ed interpersonali, della nostra puntualità, del nostro rigore, del nostro rispetto, del nostro saperci fare non solo con le mani ma anche con la nostra testa.
Per una volta parliamo di noi, dei nostri interessi, di quanto siamo poliedrici, di quanto sappiamo e vogliamo fare anche per chi verrà dopo di noi, di quanto ci teniamo a farlo ancora bello questo paese da cui tutti fuggono.
Voglio tornare a scrivere Paese con la P maiuscola ed al momento non mi sento di farlo perché non mi sento rappresentata da chi ha solo speculato e continua a farlo creando disgrazie senza vergognarsi.
Vogliamo tornare a leggere sui giornali notizie di ripresa e di vita quotidiana che non siano i suicidi perché non si sa più come avere voce, come ricevere ascolto ,come mettere insieme il pranzo con la cena , come vivere e non è colpa di chi decide disperato di farla finita se non gli è stato insegnato a rubare per vivere ,non è colpa sua se l’esempio che gli viene fornito è il contrario della correttezza e riceve titoloni e pagine intere dedicate quando alla morte causata da altri viene dedicato solo uno scarno trafiletto.
Dove stiamo andando? Cosa sta diventando questo mondo? Perché chi ha ancora buoni sentimenti deve vergognarsene e chi dovrebbe vergognarsi viene esaltato?
Non siamo poveri, non siamo stanchi, non siamo criminali ,non siamo venduti, non siamo incompetenti , non siamo disposti a tacere, non siamo da buttare, non siamo come voi!!!!
Portate sempre rispetto ai lavoratori perché essi sono il motore trainante dell’economia e senza di essi nessuno sarebbe diventato ciò che è diventato e la sera quando andate a dormire al caldo pensate anche un po’ a chi è fuori, al freddo e sotto un cielo che gli fa da coperta sta difendendo con tutta la dignità possibile un futuro di cui tutti sembrano aver dimenticato il valore.
Anna Lisa Minutillo

P.S Dedicato a tutti i lavoratori che sono in lotta per difendere una cosa che non è solo il lavoro ma è la dignità dell’essere vivi.

Pubblicato il 15 ottobre 2012

http://luciogiordano.wordpress.com/2012/10/15/dedicato-a-tutti-i-lavoratori/

E adesso uccideteci tutti

20 agosto 2012 Lascia un commento

Il vertiginoso declino, delle moderne società, non è da addebitarsi alla portata di fuoco diseducatrice di un liberismo selvaggio che, nel degrado etico e morale, ha suggellato il suo perverso potere, ma al totale immobilismo di una considerevole parte degli individui che, supinamente, hanno accettato in toto l’idea dominante del Sistema. Ma non solo: la sostengono e la difendono a spada tratta, contro chiunque cerchi di sovvertire o indagare lo stato delle cose. Questi ultimi, in breve, vengono definiti complottisti.
Le ragioni che inducono ad un tale atteggiamento, sono molteplici.

a) il rifiuto aprioristico della cultura, intesa come conoscenza, analisi delle circostanze e interazione, finalizzata a verificarne la realtà dei fatti, le sue intrinseche motivazioni e le finalità.
b) l’arbitraria mancanza di consapevolezza e presa di coscienza che, nel non volere e potere vedere, si traduce in attenuante generica, atta a giustificare interessi particolari di natura economica, psicologica e sessuale.
c) la propaganda mediatica che, nella menzogna “repetita juvant”, affina la sua strategia, diventando pratica relazionale.

In un processo, civile o penale che sia, gli avvocati delle due parti, si opporranno l’uno all’altro per dimostrare l’attendibilità e la veridicità delle loro prove e dei testimoni, in un confronto civile e regolato da leggi dello stato. Entrambi non possono, in alcun caso, essere definiti dei complottisti, ma strumenti di giustizia relativa, volti al restauro della verità.
Se questo nostro mondo, la cui immagine raccapricciante è sotto gli occhi di noi tutti, nutre ancora la speranza, di risvegliarsi da un coma che, agli occhi di molti, sembra oramai irreversibile, lo dobbiamo, in primis, ai famigerati complottisti e al loro caparbio desiderio di giustizia e di verità.

I grandi complottisti di un tempo, come i fratelli John e Bob Kennedy, Luter King, e alcuni del nostro più recente passato, come Pasolini, Falcone e Borsellino (per fare nomi altisonanti in aiuto agli ignoranti) sono stati assassinati. Questi simboli e miti eterni, ai quali, i nostri figli devono fare riferimento, hanno pagato di persona, con la vita, per avere complottato contro l’ingiustizia, la menzogna e la collusione fra il potere politico ed economico.

Essere contro le guerre, la fame nel mondo, l’inquinamento del territorio e dei mari, prendere consapevolezza dei danni causati dall’effetto serra, dalla privatizzazione dell’acqua; l’indignarsi per la degenerazione della politica, in affari con imprenditori e criminalità organizzata, tutto questo ed altro, non è un complotto. E’ l’impegno responsabile di cittadini pensanti e con gli occhi bene aperti; individui liberi che, con la forza delle loro idee e la perseveranza dei loro atti, tengono viva la speranza per un mondo migliore e più giusto.

Oggi siamo in tanti ad essere complottisti!!!
Basta girare in rete, su face book e dentro gli infiniti siti e blog impegnati in un’opera di sensibilizzazione unica nel suo genere. Dobbiamo risvegliare le coscienze, dalla letargia indotta dal sistema liberista che, nella schiavitù della mente, attua il suo disegno perverso.

E oggi, la storia si ripete. La nostra, è una moderna resistenza ma priva di connotazioni politiche che, come allora, lotta per la libertà, la verità, il diritto ad esistere e l’autodeterminazione. Quelli che oggi ci chiamano “complottisti”, beneficeranno domani, come allora, di tali conquiste di civiltà, sperando che ne facciano tesoro, per consegnare un futuro dignitoso ai loro figli.

“E adesso uccideteci tutti”, recitava il commovente striscione dei ragazzi di Locri contro la mafia.

Gianni Tirelli

Letta a due piazze

14 luglio 2012 Lascia un commento

Dopo anni di relazione clandestina, Enrico Letta ha trovato il coraggio per un liberatorio coming out sul Corriere: “Preferisco che i voti vadano al Pdl piuttosto che disperdersi verso Grillo”. Finalmente, era ora: B. è meglio di Grillo perché Grillo propone di “non ripagare i debiti, uscire dall’euro e non dare cittadinanza ai bambini nati da immigrati in Italia”. E pazienza se Grillo, diversamente da B., non ha mai proposto di uscire dall’euro e di non ripagare i debiti: quanto allo “ius soli”, il centrosinistra è talmente favorevole che ha governato 8 anni su 18 e non ha mai fatto la legge. Ieri molti elettori del Pd sono insorti sul web come dinanzi a chissà quale gaffe o novità. Beata ingenuità. Sono 18 anni che sinistra e destra governano insieme, ovviamente sottobanco per non farsi beccare dai rispettivi elettori. Perciò Grillo e Di Pietro li terrorizzano: non fan parte del giro, non inciuciano, non sono trattabili né ricattabili né controllabili, insomma hanno il guinzaglio lungo.
Infatti il Letta minor sogna “un’alleanza guidata da Bersani con ai lati Casini e Vendola” e non esclude nemmeno la “grande coalizione” col Pdl anche se ora “non è l’opzione principale”. Una cosa è certa: “Non vorrei che si tornasse alla logica dell’antiberlusconismo e delle ammucchiate contro il Cavaliere”. Ecco, bravo. Le ammucchiate contro il Cavaliere no. Invece quelle col Cavaliere sì: infatti oggi il Pd è in maggioranza con B., per giunta in posizione gregaria. Ma chi si scandalizza non s’è accorto che la Grande Coalizione esiste almeno dal 1994, quando – rivelò Violante alla Camera – “abbiamo garantito all’on. Berlusconi e all’on. Letta (Gianni, ndr) che non avremmo toccato le tv”. Due anni dopo nacquela Bicamerale, che ufficialmente fallì nel ’98, in realtà non ha mai chiuso i battenti. Al di là del teatrino destra-sinistra per gabbare gli elettori, non c’è legge vergogna pro B. su tv e giustizia che Ds, Margherita e poi Pd non abbiano avallato o confermato o addirittura proposto e votato. Resta da capire se l’han fatto gratis o a pagamento. Nel 2006 Enrico Letta, vicepremier del secondo governo Prodi, si diede subito da fare: Gentiloni, ministro delle Comunicazioni, gli scrisse di cambiare le regole d’ingaggio all’Avvocatura dello Stato affinché smettesse di difendere la legge Gasparri alla Corte di Lussemburgo contro le giuste richieste di Europa7, come aveva fatto col governo Mediaset. Naturalmente Lettino lasciò tutto com’era e l’Avvocatura seguitò a difenderela Gasparri e Mediaset. Del resto lui aveva appena confessato di invidiare al Pdl “gente in gamba” come “zio Gianni e Tremonti”: non potendoli ingaggiare, pensò bene di imitarli. Così tornarono al potere. Nel 2009 B. aveva il solito problema: disfarsi dei suoi processi col “legittimo impedimento”. Scendiletta diede subito il via libera sul Pompiere: “Il Pd non opporrà obiezioni al ricorso al legittimo impedimento: consideriamo legittimo che, come ogni imputato, Berlusconi si difenda nel processo e dal processo”. All’espressione “come ogni imputato” c’è chi rischiò l’ipossia da risate. Altri sospettarono che si facesse scrivere i testi da zio Gianni. Ma era un’infame calunnia: zio Gianni è intelligente. Enrico invece è talmente astuto che ora è allarmato dal ritorno di B. perché “blocca la trasformazione del Pdl”. Quale? Ma naturalmente quella avviata dallo statista Alfano, “interlocutore affidabile e credibile” che stava trasformando il Pdl “da movimento carismatico a moderno partito conservatore europeo”, mentre ora “tornerà a essere il partito di Arcore”. Invece Angelino Jolie, com’è noto, con B. non parlava neppure, anzi manco lo conosceva. Altre risate da soffocare. Il fatto è che Scendiletta dice ciò che pensano quasi tutti i papaveri Pd, adusi a mercanteggiare con B. su tutto, anche sulla Costituzione. Con la differenza che gli altri sono più furbi e si limitano a farlo. Lui lo dice pure. Il che fa temere l’ipotesi più agghiacciante: che lui, per B., lavori gratis.

Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano 14 luglio 2012

Il fantasma della libertà

6 luglio 2012 Lascia un commento

“Ma cos’è questa libertà, parola astratta, troppo usata e abusata, irrisa e mercificata con la quale la democrazia si riempie sempre la bocca? Può esistere libertà senza regole condivise, valori, senza principi etici, e l’ottemperanza di tutti alla legge?
Che tipo di libertà è, quella in cui i deboli non ottengono giustizia, e ai criminali del potere é concessa ogni attenuante, ogni scappatoia, ogni patteggiamento?”

E’ libertà l’aria che respiriamo nelle nostre città, e il concentrato di sostanze tossiche e cancerogene disperse nelle acque dei nostri fiumi, laghi, mari e falde?
E’ libertà questa patetica subdola cultura dell’apparire – l’appiattimento omologante indotto dai programmi televisivi, sponsorizzati da piazzisti senza scrupoli e dai servi dell’orrore?
E’ forse libertà, tutta quella pubblicità cialtrona e menzognera che si scaraventa, senza bussare, dentro le nostre case, ad ogni ora del giorno e della notte, condita e resa piccante da uno stuolo di baldracche in carriera, suadenti sirene che ci invitano ad acquistare consumare merce di nessun conto, senza un reale motivo, bisogno e necessità?
E’ libertà quell’infinità di prodotti ogm e di nessuna qualità, dopati, pompati e contraffatti che troviamo sugli scaffali dei super mercati e che, giornalmente, ingurgitiamo per sopravvivere al peggio?
Sono libertà, la clonazione, la manipolazione, la selvaggia e riluttante pornografia, il traffico di organi, la chirurgia estetica, la pedofilia in rete, il vertiginoso tasso di prostituzione minorile, le morti del sabato sera, l’alcolismo dilagante, la droga sintetica, la depressione imperante, gli stati di panico e l’angoscia esistenziale dei nostri ragazzi?
E’ libertà, la carneficina di tutte quelle specie animale i vegetale che ogni quarto d’ora scompaiono dal nostro pianeta, in forma direttamente proporzionale al numero di scoperte scientifiche?

L’errore imperdonabile e per questo fatale dell’uomo generato dalla fumosa, tossica e caotica rivoluzione industriale, sta nell’avere rimosso e sostituito gli imperituri parametri etici, con altri, di natura psico/patologica e opportunista.
Questa prima opera di smantellamento e di rimozione arbitraria dell’impianto etico originario, ha prodotto, in seguito, quello che, oggi, é un mondo di schiavitù e che alle catene, ha sostituito le dipendenze e l’omologazione .
Via via, poi, affinché il cammino intrapreso non fosse ostacolato da alcun che, ogni tabù è stato superato, mortificato e reso ridicolo e, la morale, la spiritualità e religiosità, svuotate del loro intento riedificatore e di aggregazione solidale.

Che significato i nostri figli, domani, daranno al concetto di libertà quando gli stessi padri sono privi dei reali parametri di riferimento, necessari e indispensabili, al fine di giungere a conclusioni di stampo etico, morale e di vera civiltà?
Il relativismo culturale che le nuove generazioni erediteranno, è la più grande sciagura nella storia dell’umanità. Crederanno davvero che il divorzio e l’aborto siano sinonimo di conquiste di libertà o, non di meno, degli escamotages (oggi platealmente definiti diritti) che, risolvono si, il problema dal punto di vista tecnico, ma ben lontani dal produrre gli anticorpi necessari a contrastare la degenerazione e l’appiattimento della coscienza individuale?
Non è nel trionfo del “meno peggio”, che daremo un futuro alle generazioni a venire!

Crederanno davvero che l’inquinamento delle nostre acque e del territorio sia il risultato del progresso? Che le bombe intelligenti, fatte esplodere sulla testa di persone innocenti, sia la giusta, sola e unica condizione per preservare e consolidare la libertà di tutti? Che il traffico di organi, l’uso di droghe sintetiche, gli abusi sistematici sui minori, la prostituzione dilagante, siano semplicemente i normali e logici effetti collaterali (male fisiologico) di quella medicina (la libertà), in assenza della quale le nostre società sarebbero in preda all’anarchia più totale; il prezzo da pagare per essere liberi? Che la propaganda populista e mediatica di prodotti inutili, inefficaci e dannosi, rientri nelle logiche di una società libera, e che il lordume morale di cui trasudano i programmi televisivi, sia la connotazione (nel bene o nel male), del diritto alla libertà di informazione?
La verità è che siamo schiavi di tutto questo, per avere abdicato alle nostre debolezze e dipendenze, e barattato la dignità e il buon senso in cambio dell’illusione e della seduzione dell’effimero.

“In effetti, nella vita di ogni popolo democratico, vi è un passaggio assai pericoloso. Quando il gusto per il benessere materiale si sviluppa più rapidamente della civiltà e dell’abitudine alla libertà, arriva un momento in cui gli uomini si lasciano trascinare e quasi perdono la testa alla vista dei beni che stanno per conquistare. Preoccupati solo di fare fortuna, non riescono a cogliere lo stretto legame che unisce il benessere di ciascuno alla prosperità di tutti. In casi del genere, non sarà neanche necessario strappare loro i diritti di cui godono: saranno loro stessi a privarsene volentieri.
Una nazione che chieda al suo governo il solo mantenimento dell’ordine, è già schiava in fondo al cuore, schiava del suo benessere e da un momento all’altro può presentarsi l’uomo destinato ad asservirla. Quando la gran massa dei cittadini vuole occuparsi solo dei suoi affari privati, i più piccoli partiti possono impadronirsi dei loro diritti. Non è raro allora vedere sulla vasta scena del mondo, delle moltitudini rappresentate da pochi uomini che parlano in nome di una folla assente o disattenta, che agiscono in mezzo all’universale immobilità disponendo a capriccio, di ogni cosa: cambiando leggi e tiranneggiando a loro piacimento sui costumi; tanto che non si può fare a meno di rimanere stupefatti nel vedere in che mani indegne e deboli possa cadere un grande popolo” – Alexis de Tocqueville, da ” La democrazia in America “, 1840

L’individuo autenticamente libero, é dotato di solida volontà, consapevolezza e di un’indipendenza mentale eccezionale, che gli deriva da un ossessivo bisogno di verità e di giustizia – quell’onestà intellettuale e capacità critica in grado di trasformare i propri ragionamenti o intuizioni, in conclusioni realistiche. La libertà, è un atto di umiltà – quel processo di bonifica interiore che ci libera da pregiudizi, conformismi, dipendenze e debolezze per poi condurci al’essenza delle cose.

Oggi, lo slogan della libertà, è l’ultimo rifugio del populismo e della demagogia di politici malfattori, legati a doppio nodo con potere finanziario, economico e criminale. Sono gli squallidi personaggi del sottobosco culturale, assurti al rango di “Grandi Diseducatori”. Sono i commercianti della comunicazione, che hanno dispensato alle società, ignoranza, qualunquismo e miseria morale.
L’uomo relativo di ultima generazione, é imprigionato in una sorta di schiavitù mentale e passività, che lo ha privato per sempre di ogni impulso liberatorio, di ribellione e slancio rivoluzionario.
Per l’individuo moderno, la libertà, si esprime nell’esasperata necessità di rimuovere dentro e fuori di se, tutto ciò che di scomodo e incomprensibile (sia sul piano culturale che emotivo), tormenta la sua mente infantile. Per raggiungere un tale scopo, fa uso di tutti i mezzi e i modi possibili, surclassando ogni limite etico e deontologico

E’ questa la libertà che erediterà Sofia, la mia piccola, e tutti i bambini del mondo?
E’ forse libertà, tutta quella lunga lista, di infinite e vergognose patologie, figlie maledette di quel Sistema necrofilo, che ha riversato sull’epidermide sociale le scorie tossiche ed insanguinate del suo processo produttivo ?
E’ libera quella Chiesa che assiste muta ad un tale scempio e fa affari di ogni genere con il potere politico ed economico, appartata nei suoi comodi salotti, intenta a rotolarsi fra i fetidi escrementi dell’ozio e del privilegio? No, non esiste schiavitù peggiore di questa libertà.

Al grido, di “libertà, libertà”, uomini e donne di tutte le nazioni, si sono battuti e sono morti; contro la schiavitù e per l’indipendenza, contro il razzismo e per i naturali diritti umani, contro l’invasore, per l’autodeterminazione dei popoli. E non erano potenti altolocati o intraprendenti finanzieri, ma i rappresentanti degli strati più umili e indifesi della società. Il loro sacrificio, ha sradicato e divelto, le ataviche ingiustizie di un potere dominante dove, l’interesse particolare di corporazioni e consorterie si era sovrapposto all’interesse comune. Tali conquiste restituivano dignità all’uomo e assicuravano un futuro di civiltà alle nuove generazioni.
Chi ha memoria di tutto questo, oggi? Quale significato assume, la parola libertà per i nostri giovani, sedotti e abbandonati dalla bestia liberista? Hanno compreso, la differenza che esiste, tra libertà e licenza, loro, le vittime inconsapevoli immolate sull’altare del consumismo imperante e schiavi di una solitudine senza catene ?

Il primo fondamento della libertà, è il potere decidere della propria vita e della propria morte e, chi impedisce questo diritto, è un assassino. La libertà, deve fare i conti con la dignità, che le società moderne, alla luce dei fatti, considerano un optional di alcun interesse pratico. Libertà non può prescindere mai dalla giustizia e viceversa; sono inseparabili e complementari, e condividono un solo cuore e una sola anima.

Dobbiamo recuperare le ragioni per un mondo giusto, ritenendo quelle che oggi, sono impropriamente definite conquiste di civiltà e libertà, una estrema forma di sopravvivenza agli attacchi mortali di una società perversa e senza futuro. Una società che ha corrotto e corroso ogni autentico valore, ribaltandone il suo significato originario; tale da avere trasformato la licenza in libertà, la menzogna in verità, la contraffazione in realtà, e la catastrofe ambientale, in un necessario effetto collaterale (indesiderato), del processo di civiltà.
E’ dall’interno, che dobbiamo intervenire per migliorare la società, sensibilizzando ogni cellula del suo tessuto connettivo, e adducendo agli individui, le loro oggettive responsabilità personali.

La libertà è una meta. Una sconfinata e ineludibile passione che scava nel più profondo di noi stessi – ci lacera e ci travolge, ci innalza e ci inabissa, ci libera e ci incatena per poi farci emergere, stremati, fra le limpide acque di quel delta infinito che è la nostra la consapevolezza.

“Quella che oggi chiamate libertà, è la più forte di queste catene, benché i suoi anelli vi abbaglino, scintillando al sole” – Gibran.

Gianni Tirelli

Il lavoro brucia e Monti che fa?

3 aprile 2012 1 commento

Nessuno paga nessuno. È un ordine, un disordine o un errore clamoroso? I fornitori non vengono pagati dallo Stato, le aziende non pagano le aziende, tutte le ragioni, legittime o illegittime, necessarie o illegali, sono buone per non pagare i lavoratori. Molte persone, garantite fino a un momento fa da un buon sistema pubblico di previdenza, che non risulta abolito, restano senza lavoro e senza pensione, in un limbo che dà le vertigini. E porta brutti consigli, come in un incubo. Compare un fenomeno già conosciuto nel mondo industriale avanzato, ma ignoto finora in Italia, il suicidio da lavoro. È un buco nero nel quale scivolano soprattutto coloro che avevano trasformato un piccolo lavoro in una piccola impresa, e per un po’ avevano creduto di avercela fatta. Al bordo del coma o della bara si vedono famiglie vere, mogli-compagne, figli travolti, come se tutti fossero saltati su una mina.

Non avevamo calcolato, nel dare il benvenuto a un dignitoso “dopo Berlusconi”, che interi campi minati erano stati lasciati da due decenni di diretta o indiretta egemonia di tre governi berlusconiani corrotti e inetti e per giunta molto attivi come guastatori della Repubblica. E non avevamo previsto, perché anche il legittimo senso di festa fa i suoi danni, il tracciato inedito e sorprendente della nuova ferrovia Monti-Fornero. Corre parallela al Paese, ma non dentro il Paese. La sua locomotiva lancia fischi lontani che non segnalano nulla a noi. Sono fischi del treno per chi sta sul treno. I cittadini sanno (pensano) che il treno venga da altrove e vada altrove. A noi lascia solo il rumore del pesante passaggio. Dopo un po’, però, notano delle coincidenze inquietanti. A ogni fischio (o annuncio) segue la perdita di qualcosa, un po’ di pensione o tutta la pensione, un po’ di lavoro o tutto il lavoro, un po ‘ di sicurezza, o tutta la sicurezza. Sacrifici strani (perché totalmente imprevisti) in cambio di niente, o questa è la percezione. La percezione conta. È così forte che alcuni decidono addirittura di farla finita. Ma bisogna stare attenti al grado di disperazione che si cova. I “tecnici” sembrano non avere calcolato che, fra malintesi e vuoto di contatti, cittadini e partiti politici restano legati tra loro dal continuare a risiedere sullo stesso luogo, dunque sono vicini, persino quando i rapporti si fanno conflittuali. In altre parole, sai sempre dove andare per farti sentire, o per rovesciare il tavolo. Invece i “tecnici” non li trova nessuno, perché non sono di questa terra (nel senso di terra della politica e della protesta). Magari è vero che, nel loro breve passaggio riusciranno a riparare qualcuno dei danni spaventosi provocati alla Repubblica dai suoi precedenti governanti e relativa, incosciente maggioranza. Ma persino in questo caso fortunato, nel quale intensamente continuiamo a sperare, è impossibile non vedere alcuni fatti che sono, o sembrano a molti di noi, e a molti cittadini, errori strani, come quando Monti dice: “Noi godiamo di consenso, i partiti no”. La frase è come una formula magica, e lo ha già sperimentato il predecessore, che spiace persino ricordare. Nell’istante in cui dici che sei il preferito, rompi l’incanto (se c’è), e smetti di esserlo.

Ma pesa anche l’infelice idea di impegnare tutto il peso di un governo così nuovo, sulla cosiddetta “riforma del lavoro”, dunque gettandosi tutti insieme, con forza (governo, padronato, vecchia maggioranza letale, destra economica, commentatori opportunisti) sul lato debole (il lavoro) della precaria vita industriale italiana. Si è preferito – senza spiegare – il vecchio percorso di punire il lavoro, restringendo il più possibile (come se fossero la causa della gravissima crisi finanziaria che il mondo industriale sta attraversando), alcune garanzie importanti per i lavoratori, conquistate faticosamente attraverso i decenni. Si è giunti a un punto di superstiziosa repulsione verso l’articolo 18 facendone una sorta di Eluana Englaro della “riforma del lavoro”. Tutto ciò nel Paese che avrebbe urgente necessità di una riforma dell’impresa, dal diritto al credito al dovere di trasparenza di ogni decisione (esempio: delocalizzazione e improvvise chiusure di fabbriche) che tocca la comunità in cui vive, e di cui vive, l’impresa. Il percorso si complica con un’altra frase inadatta a stabilire un contatto con i cittadini: “Se il Paese non è pronto…” segue la minaccia che è ingiusta. Colpisce la fatica, il malessere ma anche l’incomprensione. Poiché l’incomprensione è reciproca, tocca alla parte forte dire, con cautela e pazienza, prima che le ondate di suicidio si espandano: “Forse non mi sono spiegato”. Posso proporlo ai professori? Posso chiedere loro di spiegare bene, anche a se stessi, ciò che stanno facendo e che intendono fare?

Il Fatto Quotidiano

Se non ora, quando?

13 febbraio 2011 Lascia un commento

Ho voluto venisse questa domenica per commentare il pezzo Gramellini. Oggi 13 febbraio ero in campo santa margherita a Venezia, presenti 9000 persone circa, arrivate anche da varie parti della provincia. Donne di tutte le età e tantissimi uomini che hanno partecipato alla giornata ” se non ora quando?”, tesa alla protesta della gente della piazza ( e tante sono state le piazze ivase oggi, di grandi e piccolecittà italiane) contro atteggiamenti e ” modelli di comportamento” che avviliscono e degradano la figura femminile,il suo ruolo,la sua sessualità ed anche, di conseguenza, il rapporto uomo-donna che il nostro Cavaliere ha sacrificato alla mentalità postribolare. E’stato un grande segno di partecipazione collettiva, un netto ” BASTA” alla fogna che tracima. HA sbagliato in pieno la Gelmini , allorchè ha deichiarato che oggi in piazza, a manifestare, ci sarebbero state solo donne radical-chic, residuati del femminismo integrato. A Venezia ( e certamente anche in altre parti d’Italia) erano presenti donne di ogni ceto con i loro compagni e i loro mariti, i loro amici. Uomini che non solo hanno voluto condividere ma che hanno anche direttamente dimostrato di essere ben altro dal “maschio” berlusconiano. Ed erano presenti veramente tutti/e. Cartelli a non finire , nati dalla inventiva e dalla comicità delle persone,compresi due enormi con una scritta del Papa Giovanni Paolo II sulla femminilità ed il suo valore. Sul palco sisono avvicendate cantanti, scrittrici e due formidabili attrici locali che hanno rappresentato un scenetta umoristica in merito al ” Papi-test”. Il tutto si è svolto senza prevaricazioni di partito ( come alcuni avevano insinuato): erano tutte persone che spontamente si sono riunite per l’esigenza di ridare a questo Paese dei governanti presentabili, per difendere dei valori davanti alla corruttela arrogante del danaro che tutto pretende di comperare. In mezzo alla folla si agitavano anche due tricolori. E’ bello vedere la bandiera in mezzo alla gente comune e non solo nei picchetti militari o allo stadio. Sicuramente il cuore del Paese è migliore di quello che la casta politica crede e speriamo che i tempi del cambiamento non siano lontani.
Maria Teresa Morini

Ma che paese è diventato l’Italia

12 gennaio 2011 2 commenti

Ma che paese è diventato l’Italia? Due fatti completamente scollegati fra loro ma che riempiono di amarezza.

1) 11 gennaio 2011. Il prepotente ricatto di Marchionne; se vince il no la Fiat va in Canada. Di fronte a una minaccia che vorrebbe dire disoccupazione in massa per un’intera città, e non solo, quale operaio avrà il coraggio di difendere i propri diritti? E il governo è completamente assente, preoccupato solo dei propri dissidi interni, dei processi del premier o del federalismo, che probabilmente vorrà dire solo raddoppio delle poltrone e dei costi.
È questo che significa liberismo? Tornare all’800 del Padron delle ferriere? E tutti gli aiuti statali che la Fiat ha avuto per decenni ? Perchè non li ha utilizzati per fare ricerca innovativa, sia per quanto riguarda le tecniche di produzione e di assemblaggio, sia per quanto riguarda le innovazioni tecnologiche sulle macchine? O si vuol so-stenere che tutti gli operai italiani sono dei fannulloni mentre tutti gli stranieri sono gran lavoratori?

2) 6 gennaio 2011, Trieste. Una bambina di 6 mesi affetta da atrofia muscolare spinale e in attesa di essere curata con le cellule staminali da un eccellente pediatra triestino, Marino Andolina, è vittima di un improvviso stop. Il Comitato bioetico di Trieste dovrà decidere se l’intervento è MORALMENTE FATTIBILE. Non se possa essere utile o no, se è MORALE! Così ha deciso il giudice di Venezia Paola Ferretti.
Sul Piccolo di martedì 11 gennaio interviene Franco Panizon, già direttore della clinica pediatrica Burlo Garofalo e già maestro di Andolina: “Ci si chiede se Andolina ha seguito il protocollo… Ma cos’è un protocollo ? Non è una tavola della legge. Nessun protocollo è stato dettato da Dio agli uomini. Un protocollo è una linea di condotta pensata da uomini esperti, basata sulla logica delle cose e rivalutata e corretta continuamente sulla base dei risultati”.

Una volta davanti a due fatti come questi intere città si sarebbero mobilitate indignate. L’indignazione, una virtù che l’Italia ha dimenticato, interessata piuttosto alla corsa per i saldi.
di Margherita Hack