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Posts Tagged ‘lavoratori’

Il pescatore messicano

17 febbraio 2013 Lascia un commento

messicoUn turista americano in vacanza in un piccolo villaggio messicano nota un pescatore locale sulla spiaggia intento a sistemare il pesce appena pescato. Si complimenta con lui per la qualità del pesce e gli chiede quanto tempo ci ha messo per pescarlo.
“Non molto tempo” risponde il messicano.
“Perché non resta in mare più a lungo ? Potrebbe catturare più pesce !” osserva l’americano.
“Questo pesce è sufficiente per la mia famiglia”, risponde il messicano.
“Ma cosa fa nel resto del tempo?”
“Mangio il mio pesce, gioco con i miei bambini, faccio una siesta con mia moglie, poi la sera vado al villaggio con i miei amici, suoniamo la chitarra, cantiamo … si, insomma … abbiamo una vita piena.
L’americano lo interrompe, “Senta, io ho una laurea in economia ad Harvard. Lei mi è simpatico e credo di poterla aiutare. Mi ascolti: Lei dovrebbe iniziare a pescare di più ogni giorno. Potrebbe vendere il pesce extra e con le entrate comprarsi una barca più grande !”
“E dopo ?”
“Con la barca più grande potrà pescare ancora di più, potrà prendersi dei collaboratori ed acquistare altre barche con le quali incrementare ancora di più la sua pesca.”
“e quindi ?” chiede il messicano incuriosito.
“Bè, a quel punto potrà negoziare direttamente con gli impianti di trasformazione del pesce invece di vendere al pubblico. In seguito potrà aprire il suo proprio impianto, capisce ? Potrà lasciare questo piccolo villaggio ed installarsi a Città del Messico. Poi quando gli affari cresceranno potrà trasferirsi a Los Angeles o a New York e dai suoi uffici gestire tutta la sua attività !”
“Quanto tempo ci vorrebbe ? ” chiede il messicano.
“Bèh … direi … Venti, venticinque anni.” risponde l’americano.
“E dopo ?”
“Dopo la cosa diventa davvero interessante”, risponde l’americano.”Quando il business è davvero grande, potrà quotare la società in borsa e fare milioni di dollari, mi-lio-ni ! capisce !?”
“Davvero? E dopo ?” Chiede il messicano.
“Eh bè … a quel punto, con tutto quel denaro potrà ritirarsi in un piccolo villaggio sulla costa, andare a pescare quando vuole, giocare con i suoi figli, prendersi una siesta al pomeriggio, cantare con i suoi amici …”
“Con tutto il rispetto Señor…” Lo interrompe il messicano, “… questo è esattamente quello che sto già facendo ora. Perché dovrei sprecare 25 anni ?”

Cronaca di una collaborazione annunciata

20 ottobre 2012 Lascia un commento

Quella di seguito è la breve cronaca di una piccola ma significativa vicenda reale, avvenuta in una cittadina del sud Italia, ma che potrebbe essere avvenuta ovunque, le parti variano ma la sostanza resta invariata: se sei fuori da un certo giro che conta, si arriva a dei livelli che arriverei a definire “di dissociazione” dalla realtà circostante, cioè un atteggiamento più che insensibile, direi praticamente impermeabile alle istanze della gente comune, anche professionalmente qualificata, che ha l’unica pretesa di lavorare, laddove lavorare è un privilegio per pochi, quasi un lusso.

Metti che hai un giorno libero, ti guardi intorno e pensi che forse ti dovresti cercare qualche nuovo cliente, non si sa mai, la crisi, la congiuntura, insomma in previsione di tempi bui, invece di tirare la cinghia cerchi di attivarti come puoi.

Ti rivolgi al collega anziano e molto esperto in dinamiche politico – amministrative. Dopo un’ora, ti richiama e ti dice:
“Corri, porta un curriculum al dott. tizio entro le 11 che c’è una possibilità di collaborare..”
“Ma è sicuro? Tutta ‘sta fretta mi pare esagerata”
“Ti dico di fare presto sennò sfuma tutto..”
Ok rispondo io, stampo un breve curricolo e mi avvio rapidamente. Incontro il dott. tizio, consegno il curricolo, qualche convenevole e mi congeda:
“Ci sentiamo fra qualche giorno”
Passano i giorni e nessuno si fa vivo. Chiamo io, mi informa che ci vorrà ancora qualche settimana. Va bene, non c’è problema, aspetto.

Passano i mesi, chiamo di nuovo, mi risponde lui, mi dice che la possibilità è sfumata. Accenno a una timida protesta, dico, ma è giusto che tutti gli incarichi vadano sempre ai soliti 4 o 5 avvocati? Mi lascia con una laconica risposta:
“Così dev’essere..”

Passa qualche mese e al dott. tizio viene assegnato un nuovo ruolo, decido di richiamarlo, magari col suo nuovo incarico c’è la possibilità che si (ri)materializzi la mia (sospirata) collaborazione:
“No sai, siamo in liquidazione..”
“Ho capito dottore, comunque non credo che si arriverà alla vendita forzata dei beni aziendali”
“Meglio aspettare..”

Dopo qualche settimana torno alla carica, richiamo:
“Salve dottore, allora?”
“Ciao carissimo, ti faccio parlare col segretario così prendi appuntamento presso la sede sociale”

Prendo appuntamento, e ci vediamo nel giorno prestabilito:
“Guardi dottore, potremmo fare un contratto di collaborazione generico, qualora sorga la necessità di assistenza da parte dell’azienda vi difendo io, facendo riferimento alla media dei nuovi parametri giudiziali appena entrati in vigore”
“Non so se si può fare..”
“Ma come non sa scusi..certo che si può fare..”
“Fammi fare una ricognizione dello stato delle cause e poi ne riparliamo..”

Passano altri giorni, anzi settimane, lo richiamo, mi risponde trafelato:
“Sono appena rientrato, ora guardo e domani ci sentiamo..”
Richiamo il giorno successivo:
“Salve dottore, allora?”
“Siamo in alto mare, ho rotto..”
“Scusi, ma cosa ha rotto?”
“Eh..poi ti dico”
“E quindi?”
“Ti chiamo io..”
Così è (se vi pare).

Dedicato a tutti i lavoratori

15 ottobre 2012 Lascia un commento

Cielo grigio a Milano e umore dello stesso colore con punte di rosso che si scagliano verso le nuvole inseguite dall’azzurro di ciò che vorrei.
Sono stanca di sentir parlare dei lavoratori preceduti dalla parola POVERI, sono stanca e non si può più tacere!
Non siamo poveri ma siamo ricchi di idee e di creatività, siamo equilibristi che sul filo su cui siamo stati lasciati( rappresentato dalla strada per molti di noi) ci muoviamo senza cadere, con la nostra dignità e con la forza della volontà, ci districhiamo fra le mille peripezie a cui ci avete costretti.
Non siamo poveri perché riusciamo a non darci per vinti ed a stare dalla parte della correttezza e se prendessimo esempio da chi con i “ nostri”soldi ha sempre festeggiato invece di reinvestirli per migliorare le condizioni di vita della collettività (cosa che fa parte delle mansioni di chi ci rappresenta e quindi non un optional ma un obbligo!) ci trasformeremmo in complici silenti anche noi.
Non siamo poveri perché abbiamo una testa che riusciamo ad usare e con la quale gestiamo la nostra vita ma anche quella dei colleghi che vivono situazioni analoghe ,perché ci siamo inventati il modo di prenderci cura delle nostra aziende cosa che avreste dovuto fare voi invece di abbandonarle come animali feriti lungo le strade che avete percorso scalandole per poi arrivare a questo tanto agognato successo,ed ora senza noi ,senza chi il lavoro lo esegue realmente che cosa ve ne farete?
Non siamo poveri perché non abbiamo mai svenduto al peggior offerente il nostro saper fare e conserviamo intatta ta la dignità e l’orgoglio di chi non si vergogna di vivere una situazione di vita non richiesta ma imposta da chi, a differenza dei lavoratori ,si è fatto mero esecutore di ordini impartiti da squali più grandi di loro.
Non siamo poveri perché sappiamo quello che vogliamo ed è ora di dirlo e di non parlare solo di persone corrotte e senza scrupoli che non hanno esitato ad abbassare saracinesche sulle loro aziende non tenendo conto di non poterle abbassare sulle nostre vite.
Vogliamo tornare a sentirci utili, ad avere uno scopo.
Vogliamo tornare a poter dimostrare di avere conoscenze e competenze da offrire alla società.
Vogliamo comunicare senza il timore di ripercussioni ulteriori la nostra totale disponibilità per chi volesse tornare a credere in questo paese ed in chi lo popola.
Vogliamo far capire che le buone intenzioni non hanno colore,non sono da mettere in discussione ,non sono da racchiudere in falsi schematismi mentali ma sono qui e sono da vedere dimostrate ogni giorno a differenza di chi si è reso dopo le chiusure delle aziende irreperibile e spunta solo per tenere bassa la voce di chi voce ne ha ancora a tanta per ribadire ciò che ha dovuto suo malgrado subire.
Vogliamo tornare a poter avere la serenità della normalità ,la serenità del vivere quotidiano che ci è stato tolto così come ci sono stati tolti i sorrisi spensierati di pochi mesi fa.
Vogliamo tornare ad essere rispettati e presi in considerazione perché se per tanti anni abbiamo collaborato con le aziende presso cui lavoravamo non è stato casuale ma perché avevamo la stoffa per farle crescere ed ampliarle altrimenti si sarebbero liberati molto prima di noi.
Vogliamo smettere di essere trasparenti per le istituzioni che promettono e non mantengono nulla di ciò che viene sottoscritto e firmato.
Vogliamo vedere la stampa,i media tutti smettere di usare i nostri pianti,le nostre scene di disperazione quando veniamo aggrediti e picchiati da chi ci dovrebbe proteggere,vogliamo che la strumentalizzazione cessi e che ci sia lo spazio di farci raccontare le nostre storie, perché esse sono le nostre vite alle quali è dovuto tutto il vostro rispetto.
Vogliamo non dover compiere gesti eclatanti per essere ascoltati, perché l’ascolto è dovuto a chi sta combattendo una battaglia che non si limita al presente ma a garantire anche alle generazioni che ci seguiranno un vivere da persone libere e raziocinanti e non da marionette che si muovono su un palco non desiderato.
Vogliamo che che ci conosce sia comunque fiero di noi e che non si debba vergognare nell’associarsi a noi, a chi lotta, a chi non si da per vinto perché penso che da queste situazioni ci sia solo da imparare ed un bel bagno di umiltà a chi vede queste realtà come lontane da se non guasterebbe di certo.
Vogliamo poter andare fieri di ciò che stiamo facendo intanto che il mondo bene si sollazza all’ombra di palme di isole caraibiche facendo bagni di sole e mare non capendo la coscienza marcia non verrà mai ripulita e che per ogni momento di tristezza che i lavoratori hanno a loro ne spetteranno molti di più.
Vogliamo tornare a sperare ,riuscire a vedere segnali positivi da chi ancora non si è venduto e non ha barattato la sua voglia di vederlo rinascere questo paese,vogliamo che qualche imprenditore che apprezzi realmente il lavoro e le capacità che abbiamo dimostrato per tanti anni lasci parlare il suo cuore e non il portafoglio dell’interesse finalizzato a se stesso.
Per una volta parliamo di noi lavoratori, di quanto abbiamo fatto nel corso degli anni, di quanto tempo abbiamo investito nella nostra crescita professionale, di quanto abbiamo creato a livello di rapporti lavorativi ed interpersonali, della nostra puntualità, del nostro rigore, del nostro rispetto, del nostro saperci fare non solo con le mani ma anche con la nostra testa.
Per una volta parliamo di noi, dei nostri interessi, di quanto siamo poliedrici, di quanto sappiamo e vogliamo fare anche per chi verrà dopo di noi, di quanto ci teniamo a farlo ancora bello questo paese da cui tutti fuggono.
Voglio tornare a scrivere Paese con la P maiuscola ed al momento non mi sento di farlo perché non mi sento rappresentata da chi ha solo speculato e continua a farlo creando disgrazie senza vergognarsi.
Vogliamo tornare a leggere sui giornali notizie di ripresa e di vita quotidiana che non siano i suicidi perché non si sa più come avere voce, come ricevere ascolto ,come mettere insieme il pranzo con la cena , come vivere e non è colpa di chi decide disperato di farla finita se non gli è stato insegnato a rubare per vivere ,non è colpa sua se l’esempio che gli viene fornito è il contrario della correttezza e riceve titoloni e pagine intere dedicate quando alla morte causata da altri viene dedicato solo uno scarno trafiletto.
Dove stiamo andando? Cosa sta diventando questo mondo? Perché chi ha ancora buoni sentimenti deve vergognarsene e chi dovrebbe vergognarsi viene esaltato?
Non siamo poveri, non siamo stanchi, non siamo criminali ,non siamo venduti, non siamo incompetenti , non siamo disposti a tacere, non siamo da buttare, non siamo come voi!!!!
Portate sempre rispetto ai lavoratori perché essi sono il motore trainante dell’economia e senza di essi nessuno sarebbe diventato ciò che è diventato e la sera quando andate a dormire al caldo pensate anche un po’ a chi è fuori, al freddo e sotto un cielo che gli fa da coperta sta difendendo con tutta la dignità possibile un futuro di cui tutti sembrano aver dimenticato il valore.
Anna Lisa Minutillo

P.S Dedicato a tutti i lavoratori che sono in lotta per difendere una cosa che non è solo il lavoro ma è la dignità dell’essere vivi.

Pubblicato il 15 ottobre 2012

http://luciogiordano.wordpress.com/2012/10/15/dedicato-a-tutti-i-lavoratori/

Gli operai di Pomigliano e gli allevatori del nord

24 giugno 2010 Lascia un commento

La vicenda italiana di gran lunga più importante della settimana è quella che riguarda gli operai metalmeccanici di Pomigliano, richiamati dall’alto –con un coro che non prevede voci di dissenso- a rendersi competitivi con i loro colleghi polacchi, se vogliono conservare il posto di lavoro.
I mass media esaltano la generosità dei vertici Fiat, ancora disposti a investire centinaia di milioni di euro nell’area campana nonostante i comportamenti deplorevoli delle maestranze, additate come una massa di lavativi cui viene offerta l’ultima occasione. La propaganda applicata alle vertenze di lavoro è un trucco vecchio come l’ideologia della lotta di classe. Copre imposizioni brutali e anticipa tempi grami per chi vive del lavoro manuale a basso reddito. Ci torneremo. Ma intanto la vertenza di Pomigliano, in cui l’Italia tutta quanta pare contrapporsi unita contro la resistenza di un solo sindacato, la Fiom, può aiutarci a capire come funziona l’astrusità del federalismo. Cosa c’entra? Seguitemi e capirete.
Se al posto dei fabbricatori d’automobili campani fossero stati degli allevatori di mucche lombardi i protagonisti di questo braccio di ferro con una multinazionale, state pur certi che i giornali sarebbero pieni di retorica sull’identità violata di quel dato territorio, sulle imposizioni dall’esterno da respingere, sulla globalizzazione ostile e sulla nobile resistenza del governo regionale di fronte al sopruso. Una fabbrica meridionale minacciata di chiusura –a torto o a ragione- perché non si adegua agli standard produttivi vigenti in un analogo stabilimento polacco, non si merita analoghe attenzioni. Perché? Ma è ovvio: perché il federalismo italiano nasce da un atto d’accusa nei confronti del meridione e da una promessa: premiare il Nord e punire il Sud. Peraltro sarebbe questa l’unica remota possibilità di conseguire il “federalismo a costo zero” sbandierato dal governo. Anzi, nella propaganda si sostiene addirittura che il decentramento dei poteri statali arrecherebbe un risparmio per la collettività, lungi dal costarci i 130 miliardi di euro calcolati da ricercatori indipendenti. Fingiamo di crederci. Ma sulle spalle di chi li risparmieremmo tutti questi miliardi? Guarda caso l’unica regione del Sud che simpatizza col progetto federalista è la Sicilia, che grazie al suo Statuto d’autonomia usufruisce di enormi finanziamenti statali.
Altro che federalismo. Il prolungamento della crisi economica mondiale impone ai governi e alle aziende scelte drastiche di carattere centralista. Perfino l’Unione Europea, dopo gli Stati Uniti, è costretta a praticare il dirigismo economico. Lo sanno benissimo anche i leghisti italiani, e difatti si sono innervositi. Vedono un Berlusconi in difficoltà tentato dall’ennesima sfida elettorale e temono di esservi trascinati prima di avere incassato i decreti attuativi del federalismo fiscale. Che peraltro non diminuisce l’onere delle tasse da pagare. E allora sotto la pioggia, al raduno di Pontida,cercano di inventarsi un diversivo: via i ministeri da Roma, sparpagliamoli per la penisola. Un’idea che da sola costerebbe chissà quanti miliardi!
Chi saggiamente ha preferito non farsi vedere, a Pontida, è lo strano manager-politico nominato due giorni prima ministro del federalismo: Aldo Brancher. Lui è il goffo testimonial dello stallo politico in cui si trova un governo che già annoverava tre ministri dedicati al federalismo impossibile (Bossi, Calderoni, Fitto). I leghisti ne patiscono la figura ambigua e già lo prendono a calci negli stinchi. Nessuno capisce a cosa serva davvero. L’unica cosa certa è che il federalismo non riguarda gli operai di Pomigliano, trattandosi di una controversia di potere.
– di Gad Lerner – Questo articolo è uscito su “Vanity Fair”.
http://www.gadlerner.it/2010/06/23/gli-operai-di-pomigliano-e-gli-allevatori-del-nord.html

L’arbitrato e il lavoro

3 gennaio 2010 Lascia un commento


“La Repubblica” del 15 dicembre pubblica un articolo di Luciano Gallino, il quale evidenzia le novità di prossima introduzione da parte del Disegno di Legge 1167 già approvato dal Senato. Tra le altre novità, l’autore si sofferma sull’arbitrato, sostenendo che ” esso (il disegno di legge) prevede infatti (art. 33, comma 9) che al momento di sottoscrivere un contratto di lavoro davanti a una delle tante commissioni locali cui è attribuito il compito di certificare se il contratto stesso definisce un’ occupazione alle dipendenze oppure un lavoro autonomo (tipo collaboratore a progetto), di durata determinata oppure indeterminata e altre condizioni, il lavoratore deve compiere una scelta drastica. Deve cioè aderire, o rifiutare, un compromesso con il quale s’ impegna, nel caso sorgano future controversie di lavoro, a rinunciare al ricorso al giudice a favore di una procedura di arbitrato o di conciliazione. Dei quali, stante lo squilibrio socio-economico che sussiste tra le due parti, si può agevolmente prevedere l’ esito. Tanto che la stessa Corte costituzionale si è più volte pronunciata contro il ricorso all’ arbitrato nelle controversie di lavoro. Stante questo dispositivo introdotto dal dl. 1167, il ricorso alla giustizia del lavoro diventerà un lusso,o un rischio, che pochi lavoratori vorranno permettersi”.
Dalla lettura del testo del Disegno di Legge che circola in rete, però, i timori di Gallino sembrerebbero infondati. Dal tenore letterale dell’art. 24, comma 5, del disegno di legge 1167, che novella l’art. 412 quater del codice di procedura civile, si evince infatti che “ferma restando la facoltà di ciascuna delle parti di adire l’autorità giudiziaria e di avvalersi delle procedure di conciliazione e di arbitrato previste dalla legge, le controversie di cui all’articolo 409 del presente codice e all’articolo 63, comma 1, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, possono essere altresì proposte innanzi al collegio di conciliazione e arbitrato irrituale costituito secondo quanto previsto dai commi seguenti. È nulla ogni clausola del contratto individuale di lavoro o comunque pattuita che obblighi una parte o entrambe a proporre le controversie indicate nel periodo precedente al collegio di conciliazione e arbitrato o che ponga limitazioni a tale facoltà.”
Altro punto sul quale vale la pena insistere è l’uso ripetuto del verbo “può” in tutto l’articolato che deporrebbe a favore dell’introduzione di una mera facoltà in più a favore del lavoratore.
In definitiva, quest’ultima novità legislativa, della quale ad essere sinceri se ne sarebbe fatto volentieri a meno, diretta a definire -alternativamente all’ordinario iter giudiziario dinnanzi al Giudice naturale precostituito dalla Legge- il contenzioso del lavoro, deve avere un valore necessariamente facoltativo costituendo, appunto, una mera alternativa, giacché in nessun caso può precludersi l’accesso alla Giustizia ordinaria, diritto il cui contenuto è presidiato direttamente dalla Costituzione. Non resta che aspettare pazienti l’approvazione definitiva da parte della Camera e soprattutto bisognerà attendere l’interpretazione e l’applicazione concreta che se ne farà nelle aule di giustizia.
Vedi anche La riforma del lavoro