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Fine di un troglodita

7 aprile 2012 Lascia un commento

Finalmente esce di scena, travolto dagli scandali, uno dei tribuni del popolo più rozzi e imbarazzanti che abbia mai avuto il nostro paese, che pure ci ha fatto ripetutamente vergognare per la levatura personale, morale e politica della sua classe dirigente.

Umberto Bossi ha incarnato per venticinque anni l’anima più rudimentale, ignorante e becera dell’italiano medio. E la Lega Nord ha rappresentato gli interessi più provinciali, conservatori e qualunquisti di una piccola (anzi, piccolissima) borghesia, degnamente rappresentata dal suo indegno leader.

Quello che molti indicavano come un “politico finissimo” era ed è, in realtà, soltanto una persona sgradevole e volgare, i cui unici argomenti dialettici non andavano oltre il dito medio continuamente alzato verso l’interlocutore, e il vaffanculo continuamente biascicato come un mantra.

Il cosidetto “programma politico” della Lega, d’altronde, era all’altezza di questa bassezza, e si limitava al protezionismo nei confronti dei piccoli commercianti e dei piccoli coltivatori e allevatori diretti, condito da anacronistici proclami per la secessione e l’indipendenza di una fantomatica Padania.

Le patetiche cerimonie a Pontida, e le ridicole simbologie solari o guerriere, rimarranno nella storia del kitsch, a perenne ricordo delle camicie verdi: versione di fine secolo delle camicie nere o brune della prima metà del Novecento, e ad esse accomunate dall’ottuso odio razziale e xenofobo.

Che un movimento e un leader di tal fatta abbiano potuto raccogliere i consensi di una parte consistente della popolazione del Nord Italia, era ed è un’ironica smentita della sua supposta superiorità nei confronti di “Roma ladrona” e del “Sud retrogrado”, oltre che una testimonianza significativa del suo imbarbarimento.

Come se non gli fossero bastati luogotenenti quali Borghezio, Calderoli o Castelli, negli ultimi tempi Bossi aveva lanciato e imposto in politica il proprio figlio degenere. E’ un degno contrappasso, il fatto che proprio le malefatte del rampollo abbiano contribuito alla caduta del genitore. E, speriamo, anche del suo movimento.

Padre e figlio possono ringraziare la fortuna che li ha fatti nascere in Italia, e non in Iraq o in Libia, anche se entrambi hanno contribuito a far regredire il nostro paese al livello di quelli. Non li vedremo dunque trascinati nella polvere, e giustiziati sommariamente: ci acconteremo, o accontenteremmo, di vederli sparire con ignominia dalla politica e dalle nostre vite. Anche se le grida di “tieni duro” da parte dei loro sostenitori ci fanno temere parecchio al riguardo.

Fonte:  il non-senso della vita

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Padania: una terra al collasso

11 settembre 2011 Lascia un commento

Il “Giro della padania”, come le ronde padane, come il rito dell’ampolla, come il film corale della Lega, “il Barbarossa” di Renzo Martinelli (regista dei kolossal flop – trenta milioni di finanziamento), che voleva essere il Te Deum della Padania libera, consegnando alla storia del cinema anche il fotogramma di Umberto Bossi in primo piano e, federalismo compreso, appartengono a quella serie di baggianate mitiche (pirlate celtiche) che hanno contraddistinto, caratterizzato e definito una delle formazioni politiche più burine, incolte e grottesche, che un parlamento abbia mai ospitato! Seconda solo al berlusconismo!!
Vorrei ricordare ai signori della Padania che, in soli cinquant’anni, hanno trasformato il loro territorio in un deserto. Pesticidi, diserbanti, antiparassitari e intrugli chimici di ogni genere, hanno, per sempre, resa sterile la terra (un tempo) più fertile e produttiva del nostro paese. L’uso e l’abuso, poi, di tonnellate di fertilizzanti, di concimi chimici, e alimenti dopati per uso animale, fanno dei prodotti di questa terra, quanto di più inquietante potremmo trovare sulle nostre tavole.

Nell’acqua usata per irrigare campi e prati, sono disperse percentuali inimmaginabili di diossina, metalli pesanti, arsenico, pcb, clorurati, e un’infinita varietà di veleni industriali che una moltitudine di fabbriche fumanti riversano nei fiumi, trasformandoli in cloache a cielo aperto. La loro flatulenza e miasmi, si mescola poi con l’aria circostante già pregna di CO2 e fumi tossici di ogni natura.

L’Italia del nord, risulta essere uno fra i tre posti più inquinati e caotici del pianeta. Ha inoltre il primato e il vanto di ospitare la più grande industria chimica d’Europa. Tradizioni e folclore, di un tempo, si sono ridotti ad una fotocopia sbiadita, ad una festa volgare e patetica, dove il vociare scomposto riflette una realtà miserevole e in decomposizione. “E la gioia, per lo più, é assente. Essa sola, ha disertato la festa”. A.S.
Una gran parte dei prodotti di questo territorio sono OGM.
Il mare Adriatico, partendo dal golfo di Trieste in giù, fino a Bari, è uno fra i mari più inquinati e contaminati del Mediterraneo (e non solo). Come non potrebbe essere diversamente, quando la più grande industria chimica d’Europa, orgoglio dei padani, ha sede nel caotico Nord?
In questa enorme vasca da bagno, si riversano alcuni dei fiumi più tossici d’Europa e del Mediterraneo. Il Po’, fiore all’occhiello della Lega e meta di riti comico-pagani, accoglie nel suo percorso verso l’Adriatico, affluenti come, il Lambro, l’Olona, il Ticino, l’Oglio, il Mincio, l’Adda, il Sesia, l’Arno (una vera fogna) ecc, e infiniti rigagnoli e torrentelli che, con il loro carico di bombe chimiche (pcb, diserbanti, pesticidi, fertilizzanti, metalli pesanti, & c.), vanno ad aggiungersi alle flatulenze e miasmi del “Grande Fiume” padano per finire, come lo scarico di un grande cesso, nell’Adriatico selvaggio che erboso “era” come i pascoli dei monti!! Gli estrogeni, derivanti da fonti animali, sono 50 volte superiori alla media – un dato, più che allarmante! Una vera calamità!
Se a tutto questo, aggiungiamo gli infiniti scarichi delle stazioni balneari, e le tonnellate di abbronzanti, creme rassodanti, snellenti, tonificanti e rivitalizzanti ( trionfo della chimica) che milioni di bagnanti senza speranza, cospargono sui loro corpi deformati da anni di sedentarietà invalidante al chiuso di asfittici e mortificanti uffici e di malsane fabbriche fumanti, allora, ogni speranza a trascorrere una vacanza salutare e rigenerante, viene miseramente disattesa.
Non possiamo non considerare, nonostante la loro natura (in parte biologica), migliaia di ettolitri di urina, sputacchi e scorregge che pur mimetizzandosi fra le torbide e basse acque, concorrono ad elevare la percentuale di inquinamento del “Grande Stagno”.
Ciò nonostante e per un perverso meccanismo introdotto dal “profitto ad ogni costo” (che, sulla mistificazione della realtà ha mercificato ogni cosa e valore), il litorale adriatico è costellato da “bandiere blu” a certificare il massimo livello di qualità di queste mete turistiche e di uno svago senza precedenti!
Un altro primato della civile ed evoluta Padania e regioni del nord in generale, é il consumo, di farmaci antidepressivi e di cocaina. Lo dice il “Rapporto Osservasalute 2010″ dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. Un dato, che misura nel merito, il grado felicità (oramai sotto lo zero) di questo popolo e il suo livello di frustrazione e repressione. Una condizione patologica grave, dal potere destabilizzante che, per reazione, relativa a un singolare spirito autoconservazione dai connotati psichiatrici, finisce per innescare pulsioni secessioniste, odio razziale, manie di persecuzione e gravi patologie del sistema nervoso con relative conseguenze. L’assenza poi di una cultura fortificante, solidale e socializzante, tradisce ogni forma di consapevolezza, annullando così ogni gratificante e rigenerante impulso di autostima.
Per tanto, parlare di evoluzione del popolo padano, è a dir poco sconcertante. Da una sommaria osservazione dei “volti” e, dell’aspetto in generale di alcuni fra i suoi più eminenti rappresentanti (Maroni, Bossi, Speroni, Borghezio, Calderoli, Trota & C.), viene più facile pensare ad una mutazione genetica degenerativa. Poveri Celti!!

Vorrei anche sfatare il luogo comune che li vuole lavoratori instancabili e indefessi, ricordando loro che, la fatica dell’uomo veramente evoluto, è l’espressione della sua volontà e della sua conoscenza che, in virtù di tradizioni millenarie e nel rispetto della natura e delle sue leggi, si esercita e si esprime con la sola forza delle braccia e con l’umiltà della bellezza.
Quella delle società industrializzate, in verità, non è che una moderna forma di schiavitù – un lavoro a perdere; l’applicazione sterile, privata di ogni contenuto rigeneratore e gratificante; l’illusione di esseri liberi, in una società che opprime.

Tutto questo, è il risultato di un’ignoranza coltivata nel tempo e di un arrogante infantilismo che, nel razzismo e nell’omofobia, fa esplodere tutta la sua violenza giustizialista, espressione di assenza di consapevolezza e di cultura.
Presto, quando la disoccupazione nel settore dell’industria, raggiungerà livelli tali, da spazzare via ogni dubbio sulla gravità della situazione attuale, dovremo essere in grado di riconvertire lavoro in fatica, la subdola tecnologia in manualità specializzata e l’arido apprendimento, nell’ancestrale conoscenza. Sono questi i soli strumenti idonei e indispensabili per sopravvivere ad una tragedia annunciata da tempo, dalle persone ragionevoli.

La pianura Padana, presto, presenterà il “conto” ai suoi abitanti che, ahimé, non sapranno onorare.

GIANNI TIRELLI

Dopo Dachau, prima di Auschwitz

12 aprile 2011 Lascia un commento

I tedeschi non cominciarono subito ad ammazzare gl ebrei. Prima dichiararono che non erano cittadini come gli altri, e anzi probabilmente neanche esseri umani. Poi cominciarono a vessarli in tutti i modo, cogliendo qua e là le occasioni per estorcergli del denaro. Nel 1933, “per ragioni di ordine pubblico”, istituirono dei “campi di raccolta” (Konzentration Lager) che presto, per brevità, cominciaronmo a essere chiamati semplicemente “campi” (Lager). Infine, sette anni dopo, esaurito tutto il dibattito e stabilita la piena incompatibilità fra una “razza” e l’altra, fu aperto Auschwitz (1940). Qua l’obiettivo era la “soluzione finale” del problema, visto che tutte le altre soluzioni si erano rivelate insufficienti e, come si direbbe oggi, “buoniste”:

I campi di concentramento in Italia esistono già, e si chiamano campi temporanei di raccolta. Le persecuzioni sono già in atto da molti anni, e così pure la teorizzazione scientifica dell’incompatibilità di fondo fra una razza e l’altra. L’estorsione dei soldi, fra una cosa e l’altra, non è stata assente: il disavanzo Inps è pagato dagli immigrati, e in più di un’occasione (per i rinnovi, per le “regolarizzazioni” e chi più che ha più ne metta) la razza inferiore ha dovuto pagare in moneta la tolleranza della razza eletta.

Manca, finora, la “soluzione finale”. Ma già diciassettemila Untermensch sono stati annegati (per scelta politica: in mare i bianchi viaggiano su regolari traghetti) nel nostro bel mare. Ma, quanto a teorizzazioni, non siamo molto lontani.

Sia Bossi che Goebbels, sia Calderoli che Herr Streicher, hanno fatto capire in più occasioni che la cosa importante, per gli uomini-non-umani, non è di sopravvivere, ma di togliersi di mezzo. “Foera di ball”, si dice in tedesco. Che il resto debba seguire non è una mera ipotesi, ma – ragionevolmente – una probabilità molto forte.

Il regime italiano, come quello tedesco del ’36, avrà forse consenso (e nel nostro caso è molto dubbio, visto che lo vota meno d’un quarto dei cittadini). Ma non è sicuramente legale. Qualunque cittadino tedesco, nel regime di Goebbels, aveva il diritto – e spesso il dovere – di non tener conto alcuno delle ingiunzioni delle autorità, trattandosi di disposizioni illegittime, in violazione delle costituzioni e delle leggi, e soprattutto dei comuni principi della morale umana.

Maroni, Calderoli, Bossi, Streicher e tutti gli altri razzisti non godono di autorità maggiore. I loro ordini non hanno peso, nessun pubblico ufficiale o cittadino è tenuto a obbedire, ed è anzi dovere civico, e doveroso tributo all’onor militare, boicottare apertamente gli ordini disumani. Lo fecero carabinieri, Regia Marina, ufficiali del Re, sotto il fascismo. La loro pietà umana, e il rispetto delle stellette, indicò loro la via del dovere, contro ogni burocratica – ma vile e illecita “obbedienza”.

Son questi i termini della questione. Il regime è illegale, bisogna disobbedirgli apertamente. Non per le Rudy e le Noemi, storie tristi e grottesco che rendono ridicolo ogni italiano nei paesi normali. Ma per la strage voluta, per la criminale teorizzazione e messa in pratica della persecuzione sistematica di una “razza”.

In Libia, in Egitto, in Italia stessa i dittatori e i subalterni responsabili dovranno pagare, quando la legalità sarà ristabilita. Nei Paesi feroci, come nella Germania d’anteguerra, nulla dovrà restare impunito.

A questo nuovo nazismo dovrà corrispondere una nuova Norimberga. Una Corte internazionale che giudichi gli stragisti e i i loro seguaci, non a Ginevra o all’Aja ma in un paese-vittima, a Nuova Delhi, a Brasilia, in una delle potenze democratiche dell’avvenire.

Si ebbe anni addietro un Tribunale internazionale, presieduto da Lord Russell, per i crimini contro l’umanità in Vietnam. Bisogna che personaggi autorevoli, gli scienziati, i Nobel, i sapienti del mondo, assumano un’iniziativa del genere, in attesa di una vera e propria Corte Penale delle nazioni. Nulla deve restare impunito e nulla, fin d’ora, deve restare non denunciato. Perché la politica è finita e quella di oggi – decine di bambini annegati, per volontà di un regime, e forse di una nazione, è un’altra cosa.

E questo è quanto. Avremmo dovuto scrivere delle ultime risultanze giudiziarie, da cui emerge che per la seconda volta consecutiva il Governo della Sicilia è ufficialmente colluso con la mafia. Avremmo voluto scrivere della disperata resistenza dei quartieri poveri catanesi, della rinascita dell’Experia (unico presidio civile, in alcuni di essi, oltre al Gapa).

Ma anche questi argomenti, per quanto importantissimi, passano in secondo piano dinanzi alla drammaticità di questa semplice cosa: viviamo in un regime illegale.

Non è questa o quella legge ad essere violata, lo sono tutte. Non è questo o quel crimine di cui accusiamo il governo, il crimine è lui stesso.

Certo: è “estremistico” dirlo, è impopolare, è rozzo. Ma era impopolare anche a Weimar, era “estremista”. Noi siamo a Weimar, fuor d’ogni dubbio. L’eccessiva prudenza, in quegli anni, creò milioni di morti.
11 aprile 2011 – Riccardo Orioles http://www.mamma.am/

Federalismo in salsa veneta

27 marzo 2011 Lascia un commento

Padova. La denuncia di 14 studenti emiliani: «Cure rifiutate perché non veneti»
Il caso a Montegrotto Terme: 14 alunni del liceo scientifico “Zanelli” di Reggio Emilia vittime di intossicazione. Ma il medico non li visita. Con una staffetta di ambulanze portati all’ospedale di Abano Terme. Protesta della scuola contro l’Usl

MONTEGROTTO. Quattordici studenti emiliani intossicati chiamano la Guardia medica e si sentono rispondere che non possono essere curati perché non veneti. E’ la vicenda denunciata dalle insegnanti del liceo scientifico “Zanelli” di Reggio Emilia, che hanno presentato un esposto ai carabinieri di Abano Terme. I ragazzi infatti sono stati poi portati con una staffetta di ambulanze all’ospedale di Abano e qui curati. Una vicenda che suscita reazioni nel mondo della sanità veneta: “E’ assurdo” dice l’assessore regionale, il leghista Luca Coletto.

La denuncia degli studenti però contrasta con la ricostruzione della vicenda fatta dall’Usl 16, che ribadisce: “Mai rifiutate le cure ai non veneti”

I ragazzi sono rimasti vittime di un’intossicazione alimentare o provocata dall’acqua di una piscina termale. Erano in gita scolastica a Montegrotto: colpiti 14 studenti su 21 di una quarta del liceo “Zanelli” di Reggio Emilia. La scuola emiliana ha intenzione anche di presentare una relazione alla direzione generale dell’Asl 16 di Padova.

”Ho chiesto al dirigente del pronto soccorso di Abano – ha spiegato la vicepreside Lorella Chiesi, subito allertata dalle insegnanti presenti alla gita – Mi ha detto di non essere a conoscenza di alcuna legge di questo tipo, tanto più che la zona di Padova richiama turisti da tutto il mondo”.

Gli studenti erano arrivati in treno a Montegrotto martedì; i pasti erano forniti dall’hotel. A mezzogiorno ai ragazzi veniva dato un cestino da viaggio per il pranzo al sacco, mentre la cena veniva consumata in albergo. Giovedì sera parecchi ragazzi si sono sentiti male e le insegnanti hanno chiamato la guardia medica, sentendosi dire – affermano – questa risposta: “Non possiamo curare i non veneti”, richiamandosi a una legge regionale. Da qui la richiesta di intervento al 118. Dopo alcune ore di visite e cure i giovani sono stati dimessi.

”Il comandante dei carabinieri di Abano – ha aggiunto la vicepreside – mi ha detto che avrebbero fatto accertamenti sia a livello alimentare, sia sulla piscina termale. Interverranno anche i Nas”. Venerdì i ragazzi sono rientrati a Reggio, non in treno ma più comodamente con un pullman, e hanno poi commentato l’episodio su Facebook, con un album fotografico intitolato “Che gita… che finale!”.

L’assessore leghista Coletto: “Interverremo”. ”Non esiste al mondo che in una struttura sanitaria veneta possano essere rifiutate le cure a qualcuno che ne ha bisogno”. L’assessore veneto alla sanità, il leghista Luca Coletto replica così alle accuse rivolte all’operatore della guardia medica di Montegrotto. ”Apprendo la notizia con grande rammarico – afferma Coletto – e assicuro che la prima cosa che farò da subito è quella di andare a fondo di questa vicenda, senza escludere la possibilità di assumere provvedimenti nei confronti di chi si fosse reso responsabile di questi comportamenti’.

Il direttore dell’Usl: “Noi abituati a lavorare con i turisti”. Non nasconde il proprio stupore il direttore generale dell’Ulss 16 Fortunato Rao: “L’ospedale di Abano – puntualizza – è abituato a lavorare molto di più con i turisti che con i residenti, trattandosi di una località che richiama turisti termali da tutto il mondo, e
assicura protezione sanitaria agli ospiti degli alberghi. Avvierò le verifiche per capire cosa è accaduto”.
http://mattinopadova.gelocal.it

Non fatela mangiare

4 febbraio 2011 4 commenti

Nella Scuola dell’Infanzia di Fossalta di Piave in Veneto per aiutare una piccola di origine africana le maestre si privano di un pasto alla settimana, ma il primo cittadino dice no

In fondo la storia è molto semplice: una bambina di quattro anni lasciata senza pasto, nella mensa del suo asilo, e rimandata a casa per volontà di un sindaco. In fondo questa è una nuova, piccola, storia feroce, una storia di uomini coraggiosi che si mettono a fare la guerra ai bambini. Ed è una di quelle facili guerre con cui alcuni amministratori della Lega provano a stravolgere la faccia bella del nord e a macchiare la generosità dei veneti con il pretesto della buona amministrazione. Sarebbe forse una “Nuova Adro” – questa storia – se a Fossalta di Piave la solidarietà dei genitori (che sono andati a protestare in istituto), delle insegnanti e dei collaboratori scolastici non si fosse opposta alle decisioni del sindaco e della direttrice scolastica. E sarebbe una storia sicuramente incredibile se a raccontarla a “Il Fatto” non fossero le testimonianze dei genitori, le carte bollate e persino le parole dei diretti interessati.

Ecco che cosa è successo. Nella Scuola dell’Infanzia “Il Flauto Magico” di Fossalta di Piave (che fa parte dell’Istituto comprensivo di Meolo) – una deliziosa scuola con i giochi fuori e cinque maestre bravissime – c’è una bambina di origine africana (la chiameremo Speranza, anche se questo non è il suo nome). Speranza ha una famiglia povera ma felice. Il padre operaio, la madre che si prende cura dei figli: lui lavora nelle industrie della zona, il pane non manca. Speranza ha quattro fratellini: due più piccoli di lei, due più grandi, già alle elementari. Quando entra in età scolare non riesce a iscriversi a scuola, perché non trova posto: l’istituto può accogliere solo cinquanta bambini. Quest’anno la mamma di Speranza (che chiameremo Maria, anche se questo non è il suo nome) fa in tempo a ricevere una buona notizia e un colpo durissimo. La buona notizia è che Speranza potrà finalmente entrare a scuola perché c’è posto per lei. Accede al tempo pieno, impara subito l’Italiano, si integra, aiuta la propria famiglia – e la madre che si esprime con pochissimi vocaboli e i verbi all’infinito – a inserirsi nella comunità fossaltina. Ma poi arriva anche il colpo: il papà di Speranza, dopo aver perso il suo lavoro e non essere riuscito a trovarne uno nuovo, sceglie di emigrare in Belgio, dove gli hanno promesso un impiego certo. Lo fa, e la piccola famiglia straniera inizia a vacillare. Era lui che si esprimeva in un italiano corrente, lui che teneva i rapporti con gli altri genitori. Maria resta sola: i soldi che arrivano dal Belgio sono pochissimi rispetto alle necessità di cinque bambini. I bimbi delle elementari hanno la refezione e il tempo pieno, ma Speranza, nella sua nuova classe, (anche se con la tariffa agevolata) deve pagare comunque cinquanta euro al mese. Se devi stringere la cinghia sono comunque tanti soldi. E così Maria si rivolge ai servizi sociali del comune, che le rispondono di non poter intervenire per aiutarla.

Nel frattempo (solo una settimana fa), le maestre della scuola escogitano una soluzione: ognuna di loro rinuncerà una volta a settimana al pranzo a cui ha diritto (sul posto di lavoro) e lo cederà alla bambina. E’ un gesto di solidarietà pragmatico, discreto. Aderiscono anche le due collaboratrici scolastiche, è d’accordo l’insegnante di religione che viene una volta a settimana. In un istituto in cui si servono 60 pasti e in cui mangiano 50 bambini, in realtà, le pietanze che ogni giorno avanzano basterebbero (e avanzerebbero) per tutti. Ma le maestre vogliono che non ci siano irregolarità e così si arrangiano: un giorno una di loro torna prima, un giorno un’altra si porta un panino, un altro ancora un’altra salta il pasto e dice scherzando che le farà bene alla linea.

Ma qui finisce il lato bello della storia e inizia la commedia surreale e grottesca. Il sindaco leghista Massimo Sensini (che è stato informato dai servizi sociali e dalla direttrice) viene a sapere della soluzione che è stata trovata e va su tutte le furie. Convoca la direttrice del comprensorio, Simonetta Murri e le spiega che “è responsabile di una gravissima irregolarità”. Prende carta e penna e scrive di suo pugno una lettera in cui si leggono frasi come questa: “Si sottolinea che il personale (della scuola, ndr.) non può cedere il proprio pasto senza incorrere in un danno erariale per il comune di Fossalta di Piave”. Insomma, per l’amministratore Sensini, le maestre che si privano del pasto per far mangiare una bambina di quattro anni, sono paragonabili a dei ladri che sottraggono al Comune beni di pubblica utilità. La direttrice sottoscrive la decisione, e a sua volta stila un ordine di servizio il cui senso è: “Se questo atteggiamento si ripeterà le responsabili saranno denunciate al provveditorato”. Con questa procedura le maestre rischiano provvedimenti disciplinari e la sospensione dall’insegnamento. E infatti non vogliono parlare. Maria viene informata che deve presentarsi a prendere Speranza alle 12.00 e non più alle 16.00. La bimba è costretta a saltare il tempo pieno e a separarsi dai suoi compagni di scuola. Maria fa quel che le è stato detto e, due giorni fa, la bimba scoppia a piangere in classe quando la madre la prende per portarla a casa. Ieri i genitori hanno chiesto un incontro alla direttrice dell’istituto per pregarla di risolvere la situazione.

Ma l’interessata spiega a “Il Fatto”: “Purtroppo condivido il richiamo che ci ha fatto il sindaco”. Le domandi come giudichi la sua lettera e lei ti risponde: “L’ho trovata ironica. E utile”. Ma in che senso? La Murri fa un esempio: “Se lei ha una casa del comune non la può subaffittare a dei terzi, capisce? E’ un reato. Se lei ha diritto ad un pasto della mensa non lo può dare a chi passa”. Provi a suggerire alla direttrice che la bambina non è una persona “che passa”. La Murri non accetta l’idea: “Ma vede, questo è un principio: quella soluzione era grave e dannosa. Se tutti volessero il pasto gratis noi cosa potremmo fare?”. Le chiedi se abbia ricevuto altre richieste: “Per ora no. Ma non potrebbero arrivare in tanti, siamo in tempi di crisi”. Provi a domandare se pensa che il fatto che la bimba sia extracomunitaria abbia prodotto la decisione dell’amministratore: “Penso proprio di no. Anzi, questa vicenda è la migliore garanzia della buona fede del sindaco: la bimba viene trattata come verrebbe trattato qualsiasi italiano”. Resti ancora incredulo, e cerchi il sindaco Sensini, classe 1951. Lo cerchi quattro volte, in comune, ti dicono che arriva alle 17.00. Ma lui non risponde e non richiama. Peccato. In fondo, questa è una storia semplice, una piccola storia di ordinaria ferocia. Ma la parola fine – per fortuna – non è stata ancora scritta.
Da Il Fatto Quotidiano del 4 febbraio 2011

Il pericolo della fine dell’Unità d’Italia

28 gennaio 2011 Lascia un commento

Il pericolo della fine dell’Unità d’Italia

Nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia, mentre la pubblica opinione è distratta dagli scandali che coinvolgono il premier e umiliano l’Italia, si sta verificando paradossalmente la spaccatura in due dell’Italia per effetto della riforma federale. La riforma fiscale, che fu sostenuta da quasi tutto il Parlamento, sembra una trappola per molti ignari cittadini. Il terzo decreto attuativo dà a Sose SPA (insieme a Istat e a Ragioneria dello Stato) il compito di fissare i fabbisogni standard degli enti locali nelle loro funzioni fondamentali. La questione dei fabbisogni è l’architrave del federalismo fiscale. Dalla loro determinazione dipenderà la tutela dei diritti sociali. E’ assurdo che il decreto sottragga al Parlamento e deleghi ad una Spa e all’Istat la individuazione dei fabbisogni e dei livelli delle prestazioni concernenti i diritti sociali dei cittadini: il diritto alla scuola, alla salute, al lavoro. Con la violazione del dovere di solidarietà sociale ( art 2 ), a scapito degli enti locali delle aree più deboli .

Non solo. Il neo presidente di Rete Imprese Italia, Giorgio Guerrini, che raggruppa due milioni di piccoli imprenditori, lancia l’allarme. In un’intervista all’ANSA adombra il rischio, che per noi è certezza, che il federalismo si traduca in un aggravarsi della pressione tributaria per tutti i cittadini. I decreti produrranno un aumento della pressione fiscale a livello locale. In Italia secondo i dati dell’ultimo documento OCSE, il rapporto tra tasse locali e prodotto interno lordo è passato dal 2,9 per cento del 1990 al 16,1 del 2008, contro una media europea del 12,4 per cento. I calcoli diffusi dalla CGIA di Mestre confermano che i cittadini italiani pagano un prezzo alto al fisco locale: 1233 euro a testa. La dilatazione delle assunzioni clientelari si trasforma in un ulteriore aggravio fiscale per gli esangui contribuenti italiani. Roma è tra i primi posti tra i comuni più tartassati dai tributi locali. Inoltre il federalismo fiscale consentirà ai comuni anche di sbloccare quest’anno le addizionali IRPEF ferme al 2008. E le Regioni potranno portare dal 2015 l’addizionale dall’attuale ‘1.4 per cento al 3 per cento per i redditi sopra i 28.000 euro. Possibilità di aumento anche per l’IRAP su cui le Regioni avranno ampi spazi di manovra. Queste le fosche prospettive del federalismo fiscale .

Intanto il distacco del Nord dal resto dell’Italia sta avvenendo in modo irreversibile. Il primo colpo, è bene ricordarlo, venne dalla riforma del Titolo V, che attribuì alle Regioni competenza legislativa concorrente con lo Stato in materie di rapporti internazionali con l’UE, lavoro, istruzione e sanità. ( art 117 Cost ). Una vera follia! I risultati della legislazione concorrente in materia di istruzione si sono visti con lo spettacolo desolante del comune di Adro, il cui sindaco leghista ha preso iniziative razzistiche e lesive della unità nazionale. A parte la bandiera della lega nella scuola, egli ha deciso che “Se il genitore non paga, l’alunno non mangia a scuola e se ne torna a casa”. Una misura che colpisce gli immigrati e i senza reddito, anche se bravi a scuola. E a questa decisione Bossi, Berlusconi e soci hanno reagito con un’alzata di spalle. Come hanno fatto dopo la inaugurazione della scuola tappezzata di emblemi leghisti e intitolata ad un fondatore della lega Nord senza consultare l’autorità scolastica locale. Nemmeno la bandiera italiana all’inaugurazione della scuola per sottolineare la prevalenza dell’identità locale su quella nazionale. L’ultimo episodio di queste scelte dissennate è il divieto di alternativa al “menu padano” nella mensa scolastica. Solo un analfabeta come Umberto Bossi poteva ispirare tale cretinata , che danneggia i meno abbienti. A Lazzate, in Brianza, (Lazzzàa comune della Padania, si legge sul cartello) le strisce pedonali sono verdi e le vie si chiamano Pontida, Padania, Carroccio, Sole delle Alpi e roba del genere. L’osteria ha preso l’impegno con il comune che per vent’anni non può servire pizza né couscous, ma solo cucina lombarda. Episodi che indicano una strategia politica precisa che va verso secessione e barbarie.

La modifica del titolo V, voluta da De Mita, D’Alema e da Giuliano Amato, subì nel 2004 le critiche di Giuliano Vassalli. Che espresse “antipatia profonda per la riforma del 2001 del centrosinistra”, parlando “di manovra elettoralistica varata, con scarsa maggioranza, a favore del federalismo”. E auspicò di “ rinvigorire la legislazione esclusiva dello Stato su materie su cui la competenza non è frammentabile”. E concluse: “ la riforma del 2001 ha necessità di essere ripensata funditus ” .

Altrettanto critico fu il giudizio dell’allora onorevole Giorgio Napolitano, che chiamato in causa per avere promosso la commissione De Mita , cui subentrò D’Alema, ammise nel predetto convegno di volere “ rafforzare i poteri del Primo Ministro” ma trovò “orripilante” la nuova formulazione dell’art 117. Rafforzando i poteri del premier, Berlusconi sarebbe rimasto 40 anni con effetti irreparabili.

Uguale critica feroce espresse il costituzionalista Mauro Ferri, che osservò “quando la Costituzione cominciava a funzionare, si è cominciato a volerla cambiare con le varie commissioni. … della bicamerale D’Alema meglio non parlare, meglio non esprimere giudizi su quello ( di negativo) che uscì fuori da quella bicamerale” tra cui “il famigerato premierato”, che poi per fortuna cadde, e “ il famigerato titolo V del 2001”.

Sulla stessa linea il costituzionalista Augusto Barbera “ la riforma del titolo V ha già prodotto non pochi danni alla governabilità del Paese”.

Nonostante queste critiche aspre e il contenzioso Stato-Regioni che sommerge la Corte, Giuliano Amato ha dichiarato il 14 gennaio 2011 all’Accademia dei Lincei che “la svolta federale in atto servirà a superare la incompiutezza della unificazione italiana”. Un trasformista braccio destro di Craxi che mira alla Presidenza della Repubblica con l’appoggio del centrodestra e di Bossi.

Il federalismo accettabile è solo quello solidale. Convinti, con Ciampi, che “per diffondere in Europa un generale benessere, maggiore giustizia sociale, un più alto livello di democrazia” , il federalismo richiede “cultura politica, accresciuto impegno civile di amministrati ed amministratori, nuovo patriottismo, regionale, nazionale ed europeo. ” Ma Ciampi riconobbe che la nascita delle Regioni era una delusione: non avevano saputo evitare “ costosi doppioni”, una “proliferazione burocratica, dannosa per lo sviluppo di ogni regione”, ed -io aggiungo – una crescita di corruzione e crimine organizzato. La mafia continua a gestire le risorse destinate alle regioni provenienti dallo Stato e dall’UE . Come confermano Commissione Antimafia e DNA.

Parlando del federalismo non dimentichiamo che Bossi e premier mirano allo stravolgimento della Costituzione, già tentato nel 2005. con Senato Federale, Corte Costituzionale e federalismo fiscale. Il senato Federale, approvato dal Parlamento nel 2005 , fu bocciato dal referendum popolare. Giuliano Vassalli ammonì che esso realizzava il predominio del Senato federale sulla Camera ed era “Un istituto ibrido, incomprensibile in più punti” . La Lega vuole un Senato federale con poteri più ampi di quelli della Camera. E il potere di eleggere 4 membri della Corte Costituzionale, mentre alla Camera ne resterebbero solo 3, (oggi ne spettano cinque al Parlamento in seduta comune). Con l’aumento dei giudici di nomina politica, la Consulta non sarebbe il giudice imparziale delle leggi, ma un organo della maggioranza. E dunque non in grado di dichiarare la incostituzionalità delle leggi approvate dalle maggioranze di centro destra e di centrosinistra, a partire dal lodo Alfano. Al Senato spetterebbe un groviglio di competenze, tra cui un potere di veto sui rapporti internazionali, tutela e sicurezza sul lavoro, istruzione, ricerca scientifica e tecnologica, salute, finanza pubblica e del sistema tributario, art 117 3 comma Cost. Un guazzabuglio che porterebbe alla paralisi del Parlamento ed alla disgregazione del Paese.

Farraginoso era il sistema escogitato dalla Lega per disciplinare i rapporti tra Camera e Senato federale nella formazione delle leggi. Una riforma per aumentare i conflitti. In realtà la Lega tende alla secessione morbida del Nord dal resto dell’Italia. Una conferma della incidenza negativa del federalismo sullo sviluppo viene dalla Corte dei Conti che ha denunziato, nel 2009 e 2010 che la corruzione dilaga essendo divenuta una tassa immorale e occulta, pagata dai cittadini, pari a 50-60 miliardi di euro all’anno . “Un fenomeno che ostacola nel Sud, gli investimenti esteri”. Nella classifica della corruzione, tra le prime cinque regioni, – afferma la Corte- ce ne sono quattro nel sud : Sicilia (13% del totale delle denunzie), Campania (11,46%), Puglia ( 9,44 ), Calabria (8,19) preceduta dalla Lombardia con il 9,39 del totale delle denunce. A questo si aggiunge l’aumento della spesa corrente del 4,5% (stipendi e pensioni), un costo insopportabile per la collettività.

D’altra parte, guardando ad Adro e Lazzate, capiamo che il federalismo tende a proteggere gli interessi particolari della lega contro quelli dei cittadini delle altre regioni d’Italia e contro gli stranieri. E a intaccare settori quali scuola e sanità. La scuola non sarà più luogo del confronto pluralistico di giovani di diverse culture, etnie e religioni ma quello in cui la formazione si frantumerà nelle varie regioni a seconda delle diversità religiose ed etniche, con il vanificarsi della speranza di costruire una comune cittadinanza democratica secondo i principi di solidarietà e tolleranza.

Nella sanità saranno avvantaggiate le Regioni più ricche di fronte alle regioni più povere meno garantite rispetto ad un bene primario quale è il diritto alla salute. Ciò lederebbe la idea unitaria dello Stato pensata dai padri costituenti quale “forma fondamentale di solidarietà umana”. Il parlamento nazionale, che legifera su diritti e libertà fondamentali dei cittadini, sul lavoro, sulla indipendenza dei magistrati, sul pluralismo della informazione, sui sistemi elettorali e sui conflitti di interesse, perderebbe la sua centralità e la sua libertà. Il solo effetto positivo dello scandalo che travolge il Premier è- speriamo- l’affossamento del federalismo.

La situazione politica

Mentre la stampa dedica decine di pagine alla telenovela Ruby-premier, eventi gravi come la guerra in Afghanistan e la morte dei soldati italiani, la vicenda delle trattative tra Stato e mafia, volute per consentire la nascita del regime, e la verità sui responsabili delle stragi sono quasi del tutto oscurate. La morte dell’alpino Luca Sanna colpito da un talebano nella base di Baia Murghab è stata relegata dai media nelle pagine interne. I giornali sono a caccia delle telefonate osè delle presunte amanti del premier. E tuttavia, tentiamo una breve analisi della situazione. Il capo del governo è più che mai abbarbicato alla poltrona di premier e trova nuovi adepti, pronti a vendersi al migliore offerente pur di non lasciare gli scranni in parlamento. Ma il destino del Capo sembra segnato dal nuovo atteggiamento di Umberto Bossi. Che non gli offre il sostegno di sempre. Anzi lo invita a non attaccare i giudici e gli chiede perentoriamente il varo del federalismo. Salvo a scaricarlo subito dopo l’approvazione dei decreti. Se ciò non avverrà in tempi brevissimi, la Lega, forte delle previsioni che la vedono in ascesa, andrà lo stesso alle elezioni anticipate. Il disegno di Bossi è chiaro: ingoiare quest’ultimo rospo per non pregiudicare il cammino del federalismo secessionista. E subito dopo liberarsi dell’alleato scomodo indifendibile di fronte al popolo di Pontida puntando alle urne per un nuovo sicuro balzo in avanti.

Ma sembra difficile che il premier riesca a varare le riforme sulla giustizia che lui annuncia ogni giorno. Un attacco alla giustizia sarebbe insopportabile anche per i leghisti.

[27/01/2011] di Ferdinando Imposimato

Radio padania

29 dicembre 2010 Lascia un commento

Senso civico. “Ieri sono andata in questura, a Perugia, e ho denunciato Radio Padania”. Le parole sono di Arianna Ciccone, del gruppo web Valigia Blu. Una decisione presa dopo aver ascoltato alcune trasmissioni della radio della Lega. Una in cui “gli studenti padani invitano le forze dell’ordine a spaccare le ossa ai manifestanti”, e l’altra in cui un membro della Guardia Padana Nazionale dichiara che “i rom hanno l’omicidio nel loro dna”. Per la Ciccone, “bisogna ribellarsi a questo, bisogna dire: no, questo non potete farlo, non vi è permesso. Nella nostra società, nella nostra democrazia non avrete nessuna possibilità di infettare di odio razziale i nostri figli”. E ancora: “le ipotesi di reato sono istigazione alla violenza e odio razziale. Saranno le autorità giudiziarie a decidere”.

La vecchietta veneta terrorizzata dalla lega

13 novembre 2010 3 commenti

Erano anni che non usciva più di casa da sola, dopo che uno con un fazzoletto al collo l’aveva convinta che i negri, gli extracomunitari sono tutti delinquenti. Usciva solo per ritirare la pensione scortata dai suoi nipoti, già pronti per il prelievo. Aveva fatto montare le sbarre alle finestre ed alla sera chiudeva finiestre ed imposte anche in pieno luglio. Il terrore viaggiava di bocca in bocca ed era sempre più grande come i risultati delle elezioni per la lega. Più terrore più voti, più odio e più elettori, da anni era diventato matematico. Aveva pure il terrore dello scippo, una volta un giovane extraparlamentare e comunista le chiese, in dialetto, se avesse mai subito uno scippo. No, fu la risposta, ma basta guardare la televisione per rendersi conto che questi sono selvaggi, delinquenti e vivono di scippi e rapine. Poi, un brutto giorno, venne l’alluvione. Un metro e mezzo di acqua in casa, tutti i mobili rovinati, i muri sporchi, il frigorifero in tilt, la televisione che non andava più. E la paura, di essere sola, sapendo di non avere le forze per reagire a tanta devastazione, i nipoti che non potevano aiutarla per via del fatto che la Bmw non funziona con un metro d’acqua. Si sentiva persa, pensava di affondare, persino quello che la terrorizzava con quei discorsi sui negri e sugli extracomunitari non si faceva vedere, doveva accompagnare il capo e suo figlio a visitare le zone alluvionate e piene di fango. Una cosa urgente, per via della campagna elettorale. Improvvisamente arrivò a casa sua un negro con su una giacca rifrangente rossa, un volontario, pensate che lo conoscevano anche quelli del comune, della protezione civile. Sulle prime era un pò diffidente, fortunatamente parlava italiano meglio di molti suoi compaesani, le chiese dove doveva mettere le cose, le suppellettili ed iniziò a spalare fango. Ore ed ore, ininterrottamente, senza mangiare, senza bere, ad un certo punto le disse: signora io devo andare, devo mangiare qualcosa e farmi una pausa, ritorno dopo. Lei si sentì persa, non ebbe nemmeno il coraggio di offrirgli un panino, aveva paura di avvicinarsi troppo all’uomo nero pur così gentile, educato. Passata una mezz’ora cominciò a salirle l’ansia, i nipoti non rispondevano al cellulare d’altronde la pensione era già stata incassata e non c’era motivo di passare dalla nonna, avevano già ritirato la loro mazzetta per il fatto di fare da ronda alla pensione. Era talmente sfinita, impaurita, che le mancò persino il negro, cominciò a temere che non tornasse più, quella mattina non gli aveva offerto nemmeno un bicchiere d’acqua. Il solo pensiero che un negro avesse toccato uno dei suoi bicchieri l’intimoriva, ancora di più se i vicini avessero saputo che l’aiutava uno straniero. Si meravigliò di se stessa quando lo vide arrivare, allegro pieno di forza, gioioso, della sensazione di gratitudine che provava dentro se stessa. Come se gli volesse bene ed ebbe paura dei suoi sentimenti. Ma allora non sono come dicono quelli della lega, non è vero che sono cattivi. Si sorprese a sorridergli, a chiedergli se voleva un caffè, a dirgli un grazie ogni tanto. Nel frattempo pulirono la casa, i mobili, ritornò la luce ed accese il camino per asciugare un pò di umidità. Era già buio quando il volontario, il ragazzo dal cuore grande come una chiesa le disse che doveva andare. Davanti ai suoi occhi spaventati il volontario, negro, capì che la signora temeva non tornasse più e la tranquillizzò, torno domani, signora, per domani sera vedrà che avremo finito. Quella notte fu ancora più brutta dell’alluvione, la sua coscienza non le fece chiudere occhio. Ripensò alle sue paturnie, ai paesani della lega che parlavano solo di odio e di disprezzo, pensò al suo comune che aveva tolto le panchine dai giardini per impedire che gli extracomunitari si sedessero, pensò a quei piccoli bambini dalla pelle scura senza mensa a scuola perchè i suoi non potevano pagare. E poi pensò al suo Dio, quel Dio che è morto in croce per tutti quelli che gli credono e non ha mai chiesto di che razza sei e di che colore fosse la tua pelle, e pianse. E fu in quel momento che si rese conto che la persona è una persona, che il delinquente è un delinquente, non c’entrano le razze, il colore della pelle e da dove vieni. Per valutare una persona non ci vuole la paura, ci vuole la conoscenza ed una persona va giudicata per quello che ha nel cuore. Nella testa. Non vedeva l’ora che venisse mattina, si alzò prima del solito e preparò tutto quello che poteva preparare. Tirò fuori biscotti, una torta, latte. The e caffè ed aspettò che il volontario arrivasse. Finalmente sentì il suo passo, nello stesso tempo gioioso e pesante e quando con il suo vocione le chiese: nonna da dove cominciamo? Prima mangia qualcosa gli disse, poi puliremo quello che resta. Si sedettero al tavolo ed improvvisamente divenne curiosa, gli chiese della sua famiglia, dei suoi genitori e da quanto tempo non li vedeva. Quasi quasi, questo mese mi faccio accompagnare da lui a ritirare la pensione. Che pensieri strani fanno alle volte i vecchi. Ogni personaggio è puramente inventato, come nei film, solo i volontari sono reali. Come è reale il fatto che al mio paese, quello che è nel mio cuore, nessuno è straniero.
Di Slasch16 (Natalino Grigolato) http://slasch16.splinder.com/post/23590916

La lega e la truffa

17 ottobre 2010 Lascia un commento

La procura di Vicenza ha indagato per il reato di truffa l’assessore regionale al Turismo Marino Finozzi (Lega Nord). Un’accusa che il politica condivide con altri due imprenditori. La notizia viene pubblicata oggi dal Corriere del Veneto. L’inchiesta coordinata dalla procura di Vicenza nasce da un esposto presentato da un fotografo. Finozzi e i suoi soci non avrebbero saldato un debito contratto nell’ambito dell’attività imprenditoriale. Quando, però, i giudici hanno deciso il pignoramento, la società era sparita.
Marino Finozzi, a capo di un’impresa produttrice di sedie, fallita nel 2009, dal 2005 si era impegnato nella Venice Tecnologies srl, società attiva nel settore dei mobili. Un fotografo era stato incaricato dall’allora capo del consiglio d’amministrazione di preparare un catalogo con immagini dei prodotti.
Dopo due anni di lavoro il fotografo si era presentato in ditta per riscuotere il compenso superiore a 10mila euro. I soldi per pagarlo, però, non c’erano più. In quello stesso periodo l’ad aveva ceduto la carica a Finozzi. Come rappresentante legale della società. L’assessore, si apprende dal quotidiano veneto, aveva sottoscritto un piano di rientro del debito, che però non era stato onorato. A quel punto il fotografo si era rivolto all’ avvocato. Finozzi e i due soci con cui era stata avviata l’attività, si erano giustificati adducendo come causa del mancato pagamento, il contraccolpo della crisi che aveva investito il settore mobiliero nel 2008. L’avvocato di era riuscito a ottenere un decreto ingiuntivo per pignorare i beni della società, ma secondo l’accusa, quando il provvedimento è diventato esecutivo, la sede della Venice Tecnologies era desolatamente vuota.
Secondo il fotografo questa “sparizione” sarebbe una vera e propria truffa. A seguito dell’esposto, la magistratura ha avviato le indagini coordinate dal pm Claudia Dal Martello. La procura vuole stabilire se la cessazione dell’attività sia stata una manovra strategica per aggirare il creditore, o se, invece, i tempi necessari per l’ottenimento del pignoramento dei beni aziendali e la conclusione delle attività della società siano solo una coincidenza temporale, favorita dalla crisi generale che ha messo molte imprese in ginocchio. In questo secondo caso, la questione diventerebbe risarcitoria, con l’archiviazione delle accuse.
L’assessore sarà sentito a breve. Il suo avvocato ha dichiarato: “Sono molto fiducioso, non ci sono gli estremi per procedere penalmente. Nessuno ha detto che il debito non sarà pagato”. Secondo il legale “ La questione andava discussa sul piano civile».
Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/15/vicenza-indagato-per-truffa-lassessore-regionale-della-lega-nord-e-accusato-di-truffa/71903/

Quanti tentacoli ha la Lega

6 ottobre 2010 Lascia un commento

Dalle Asl alle banche. Dalla Rai alle autostrade. Dagli aeroporti alle province. Altro che ‘Roma ladrona’: il Carroccio ha piazzato i suoi uomini in tutti i gangli del sottopotere italiano. Proprio come la vecchia Dc

Su una cosa Umberto Bossi ha ragione: l’acronimo Spqr è superato. Sono Padani Questi Romani, ormai, e sempre più numerose le poltrone che portano il vessillo del Sole delle Alpi. Mentre il Senatùr suona il solito disco contro la capitale ladrona, alzando il dito medio o etichettando come porci i suoi abitanti, il peso politico del Carroccio aumenta in Parlamento. E silenziosa avanza la discesa leghista oltre il Rubicone. Fino al Tevere: consigli di amministrazione, posti chiave in Rai e nei grandi enti pubblici, presidenze e nomine continue allargano la ragnatela verde passando per banche, fondazioni, aeroporti, autostrade, multiutilities, Asl e partecipate milionarie di Comuni e Province.

È la versione padana del “divide et impera”, l’allievo che sta superando perfino i maestri della vecchia Democrazia cristiana. Quella Lega che divide il Paese invocando il federalismo e poi impera grazie a un esercito di parenti, amici, trombati e ripescati. Sono loro, i nuovi boiardi del Carroccio lanciato nella battaglia fra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi, i veri vincitori. Perché fra i due litiganti, premier e presidente della Camera, entrambi sfiancati dalla bufera mediatica e dalla guerra politica, è l’Umberto che gode.

Il caso Unicredit, la banca decapitata grazie alla rivolta delle Fondazioni azioniste, è solo la punta di un iceberg. Forse il segnale del salto di qualità della “reconquista” leghista, che oggi può contare su una rete da far invidia a De Mita, Craxi e Fanfani. È tutto annotato a matita nelle agende dei big. Gli uomini nuovi, che tanto nuovi nei metodi non sono. Dal governatore veneto Luca Zaia a quello piemontese Roberto Cota, fino a Roberto Calderoli e Giancarlo Giorgetti, passando per Roberto Maroni.

VOGLIAMO CREDITO. Tra banche e dintorni, il debutto della Lega era stato disastroso, con il dissesto della Credieuronord, che contava fra i soci anche Bossi e la moglie: andò a rotoli fra prestiti allegri e indagini per riciclaggio. A dispetto di questi inizi, sulle banche ora la Lega Nord ha addirittura alzato il tiro. Ha potuto farlo grazie a due fattori: i successi elettorali e la posizione di forza dell’alleato di sempre, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Quando la posta è importante, quando sono in ballo i colossi pubblici come Eni o Enel, è Tremonti a condurre il gioco. Quando si tratta di poltrone lombarde, il ministro lavora di concerto con Giorgetti, braccio destro di Bossi per le questioni finanziarie. L’hanno fatto per la nomina di Massimo Ponzellini alla presidenza della Popolare di Milano. E si sono ripetuti nella spartizione dei posti nella Fondazione Cariplo, uno dei principali azionisti di Banca Intesa (ha il 4,68 per cento).

Appena si superano i confini della Lombardia, c’è spazio invece per altri padrini politici. Lo ha mostrato Gianna Gancia, presidente della Provincia di Cuneo, compagna di Calderoli. Appena si è liberato un posto nel consiglio generale della Fondazione CariCuneo (socia di un altro big del credito, Ubi Banca), vi ha piazzato una sua collaboratrice, Giovanna Tealdi, bruciando Guido Crosetto, uno dei boss del Pdl nel basso Piemonte. Il caso più eclatante è, però, quello della Fondazione Cariverona protagonista del licenziamento del numero uno di Unicredit, Alessandro Profumo.

OBIETTIVO FIERA. Più che all’interno, i nemici della Lega nella guerra delle poltrone si trovano fra gli alleati. Lo mostra l’assedio al presidente lombardo, Roberto Formigoni, costretto a cedere importanti porzioni di potere in vari settori, un tempo feudo esclusivo del movimento di Comunione e liberazione. I primi siluri al “presidente a vita”, come lo chiamano, sono arrivati sulla Fiera di Milano, dove oggi avanza Attilio Fontana, vicepresidente in quota Lega. Dopo le ultime elezioni regionali, poi, i successi leghisti si sono intensificati. A Lombardia Informatica, un colosso da 230 milioni di euro di ricavi, è arrivato come presidente Lorenzo Demartini, ex consigliere regionale con laurea in Scienze delle professioni sanitarie tecniche diagnostiche. Un altro leghista della prima ora, Paolo Besozzi, ha ottenuto la vice presidenza della Milano Serravalle, la società che gestisce l’autostrada per Genova, fulcro di appalti miliardari.

Preliminari, questi, che lasciano intuire come si giocherà la partita delle partite, la sanità, entro l’anno, quando verranno assegnati 45 posti da dirigente tra Asl e Aziende ospedaliere. Tre anni fa, al Carroccio ne andarono circa un quarto, mentre il Pdl – e la componente ciellina in particolare – intascò la maggioranza delle poltrone. Ora c’è la resa dei conti e la Lega che punta al raddoppio. Stesso clima in Piemonte. Cota ha lasciato all’assessore alla Salute, Caterina Ferrero (Pdl), solo l’ordinaria amministrazione, fatta oggi soprattutto dei tagli imposti da Tremonti. Per sé invece, si è tenuto la regia della Città della Salute, come viene chiamato il previsto raddoppio dell’Ospedale Molinette. E si è dotato persino di un consulente ad hoc: Claudio Zanon, un dirigente del reparto di chirurgia della stessa struttura.

LA CARICA DEGLI ZAIA BOYS. Cosette di paese, fanno eco dal Veneto, dove ai vertici delle principali autostrade ci sono due presidenti di quelle province che Bossi sbraita da anni di voler abolire. E che invece sono ormai collaudati nominifici. Attilio Schnek guida la ricca provincia di Vicenza, quella che sui giornali finì più volte perché faceva, da sola, il prodotto interno lordo della Grecia. Caso vuole che sieda anche sulla poltrona più alta della Serenissima, la Brescia-Verona-Vicenza. Stessa sorte al trevigiano Leonardo Muraro, che da impiegato dell’Enel si buttò in politica e che oggi colleziona incarichi (è vicepresidente di Veneto Strade).Va così nel feudo di Zaia, l’ex ministro delle Politiche agricole lanciato da Bossi per strappare il trono di Doge a Giancarlo Galan. E lui non s’è limitato a stravincere. Ha fatto in poche settimane piazza pulita dell’intera corte dogale, piazzando i suoi uomini nei posti di vertice della Regione.

Da quelle parti c’è poi un assessore che fa sul serio. Nicola Cecconato, commercialista e tesoriere della Lega, ha festeggiato da poco la quattordicesima poltrona in contemporanea: è sindaco di Rai Trade e di Veneto Acque, supplente di Coniservizi, presidente del collegio sindacale di Ater Treviso e di AscoTlc, nonché revisore unico di Veneto Infrastrutture Servizi srl e dei comuni di San Biagio e Paese, presidente del collegio di revisori a Mogliano e chi più ne ha più ne metta. Gli è riuscito il gran colpo di strappare il record a un altro leghista, Leonardo Ambrogio Carioni, presidente della provincia di Como, dell’Unione delle province lombarde e di Sviluppo Sistema Fiere. E che se mai gli avanzasse tempo, non si preoccupa: ha pure un posto nel cda della Pedemontana veneta tanto cara a Bossi. Che la rete padana funzioni, lo dimostrano perfino i concorsi. A Brescia, la Provincia guidata da Daniele Molgora, padano di nascita e di tessera, cercava otto funzionari a tempo indeterminato. E sei dei vincitori sono, caso vuole, di simpatie leghiste. Si passa da Sara Grumi, figlia di quel Guido assessore al Comune di Gavardo, a Katia Peli, nipote dell’assessore provinciale Aristide, bossiano di ferro. Silvia Ranieri, invece, non ha avuto bisogno di raccomandazioni da parenti. È direttamente lei la leghista: capogruppo al consiglio di Concesio.

VOGLIA D’AUTONOMIA. Il villaggio di Asterix, poi, si chiama Friuli Venezia Giulia. Là, nella terra autonomista dove il Carroccio piazzò il primo governatore della storia d’Italia, Piero Fontanini nel 1993, è ancora costui il luogotenente del Senatùr. E ha le idee chiare. Alla vicepresidenza della ricca concessionaria autostradale Autovie Venete ha sistemato Enzo Bortolotti, il sindaco sospeso dal municipio della piccola Azzano Decimo perché non pagava le multe al suo Comune. Oggi intasca lo stipendio della Spa che sta costruendo la terza corsia sull’A4, un lavoretto da 2 miliardi di euro, se basteranno. Alla Promotur, che promuove i pacchetti turistici è fresco di nomina Stefano Mazzolini, rampante leghista che in curriculum elenca una trombatura alle regionali e una dichiarazione falsa dei titoli di studio quando occupò, per pochi giorni, il vertice dell’Aiat di Tarvisio, a ridosso dei mondiali di sci. Rispunta pure Loreto Mestroni, l’ex assessore all’Ambiente che a un convegno spiegò che forse era meglio costruire due termovalorizzatori, perché così ci sarebbe stato un posto anche per Forza Italia. Oggi è, appunto, al vertice dell’Agenzia per l’energia.

MI MANDA COTA. A Torino un berlusconiano della stazza di Galan non esiste, ma lo scontro Lega-Pdl non è certo meno aspro. L’uomo forte da quelle parti è il governatore Cota, che a spese dei contribuenti piemontesi s’è dotato di ben due portavoce, dal costo complessivo di oltre 200 mila euro l’anno: uno a Torino, uno nella capitale, per avere visibilità in quella “Roma ladrona” che i leghisti contestano, ma solo a parole. Cota si è così dimostrato un vero tattico delle poltrone. Cercando alleanze, come ha scritto il quotidiano on line “Lo Spiffero”, persino con l’opposizione, pur di non lasciare spazio agli altri. Ha lasciato al Pdl la presidenza della Finpiemonte, la finanziaria deputata a fare da intermediario per i mutui agevolati. A un suo simpatizzante, Paolo Marchioni, ha invece riservato la guida della Finpiemonte Partecipazioni, la vera macchina da soldi, una holding che possiede ben 33 partecipazioni diverse e che tiene i delicati rapporti con i privati, che spesso figurano come azionisti delle controllate.

BOIARDI DI PADANIA. Pure mamma Rai, da un bel pezzo, si sposa con rito celtico. Senza scomodare il potente vicedirettore generale Antonio Marano, di cui le cronache padane sono zeppe, nell’odiata televisione di Stato spicca un conduttore (e vicedirettore di RaiDue) come Gianluigi Paragone. In squadra anche Milo Infante e il capo del centro produzioni milanese, Massimo Ferrario. Posticini, come ai bei tempi, che segnano il sorgere del sole delle Alpi sempre più presto al mattino. Non di solo etere vive Bossi, però. Né la lottizzazione si ferma certo a spa locali e aziende sanitarie. È nei colossi di Stato che il Carroccio entra sempre più a gamba tesa.

Gianfrancesco Tosi, ingegnere meccanico, è il presidente del Centro della Cultura Lombarda istituito dalla Regione, ma è anche seduto nel cda dell’Enel dal 2002. All’Inail c’è invece un altro leghista doc, Mario Fabio Sartori, mentre Zaia, già nella precedente vita da ministro, ha portato Dario Fruscio al vertice dell’Agea, l’agenzia che vigila sull’erogazione dei fondi comunitari per l’agricoltura. Risponde colpo su colpo Giorgetti, il quale ha sistemato quel Dario Galli che, non bastando la presidenza della provincia di Varese, siede anche in Finmeccanica. O ancora lo psicoterapeuta Roberto Cadonati, dottore esperto di dinamiche di coppia, finito nel cda di Cinecittà. Peccato che stavolta la trama sia: poltrone arraffate e cda lottizzati. Un film già visto.
Quanti tentacoli ha la Lega (30 settembre 2010) di Tommaso Cerno e Luca Piana. Ha collaborato Mariaveronica Orrigoni espresso.repubblica.it

La beceraggine della lega

21 luglio 2010 1 commento

Quando al potere sale l’ignoranza becera, unita all’arroganza e alla prepotenza, è la feccia peggiore del popolino basso che occupa le istituzioni per il male di tutti.
Ma tra i tre mali, disumanità, avidità di potere e ignoranza, è proprio l’ignoranza ad avere il predominio, la barbarie di chi nulla capisce dei principi democratici e dei valori di uno stato civile, per incapacità e somaraggine, per incompetenza e rozzezza, e conquista i voti per aver eccitato istinti bassi di odio e separazione che parlano biecamente al ventre rettile degli elettori.
Non dubito che nel grossolano programma piazzaiolo di Bossi abbiano figurato richieste di onestà e rettitudine, forse anche idee molto vaghe di controllo popolare sugli sprechi del fisco e gli abusi della cosa pubblica che nulla avevano però a che fare con una democrazia diretta ma piuttosto presentavano il governo delle Regioni come un bottino da arraffare e su cui mettere le mani, appagando un istinto di possesso e di potere, non dissimile da quello che porta il villano all’accaparramento della ‘roba’, del ‘campo’, della ‘vacca’.
Ma quello che è avvenuto poi non è stato dissimile dall’avidità predatoria di quella Roma ladrona che si diceva di voler punire e che veniva concentrata tutta su un fantomatico Sud e su una fantomatica mafia tutta e solo meridionalista di cui si è finto di non vedere l’infiltrazione dominante nel Nord, i feroci addentellati politici e le sporche collusioni criminali con quello stesso Governo che si sosteneva.
In quattro e quattr’otto la Lega si è omologata a quei vizi di abuso politico che diceva di voler combattere: l’idea di uno Stato da poter saccheggiare impunemente nell’interesse di pochi, la protezione dei disonesti (il MLD e mezzo buttato nelle quote latte sono un vergognoso di insulto ai cittadini onesti), l’accaparramento delle cariche pubbliche e delle mangiatoie di Stato pur in una crisi feroce che penalizza i cittadini (il rifiuto di Bossi ad eliminare i 14 MLD buttati per le Province ci porta tagli dolorosi sulla sanità, sulla scuola)… gli sprechi di denaro pubblico (il quasi Miliardo regalato alla ‘scuola padana’ della moglie di Bossi è un pugno in faccia quando la scuola italiana è in ginocchio e i malati muoiono negli ospedali per mancata assistenza), abbiamo visto rinnegato persino quel proclama di ‘ordine e sicurezza’ che aveva agitato le ridicole ronde padane per accettare senza fiatare gli ulteriori tagli alle forze di polizia di un Miliardo e 650 milioni, alla faccia della lotta alla mafia e alla delinquenza….! La stessa cifra che Bossi regala impunemente per pagare le multe ai disonesti allevatori delle quote latte. E tutto per soddisfare i caporioni della Lega nel loro desiderio di occupazione selvaggia e venale di potere di Stato.
In brevissimo tempo il neopartito populista si è votato a tutto il peggio di Berlusconi, proteggendo tutte le sue leggi ad personam, e assimilandone tutti i vizi, comprese i vizi dei corrotti, le pornostar come regalo di letto e la cocaina a chili, il nepotismo, il clientelismo, le ulteriori sovvenzioni alla stampa, gli ulteriori saccheggi e abusi, non è mancata nemmeno la servile e spudorata resa al Vaticano pui di averne i favori… una resa vergognosa pur di non perdere quel potere personale di pochi, a costo di smantellare i fondamenti essenziali di una democrazia e di sostenere uno sconcio sultanato, fino alla frase fatidica di Bossi. “Berlusconi comanda. Qualcosa gli si deve pur dare!” Il che vuol dire: “Pur di mantenere il potere acquisito, la Lega si piega ad accettare di tutto!”
Mi chiedo a questo punto cosa sia rimasto del programma iniziale. E in cosa la Lega si differenzi da quei partiti di Roma ladrona che diceva di voler combattere.
Nella sua corsa verso la dissoluzione di tutto quanto aveva promesso, per soddisfare un puro accanimento di potere, Bossi non ha esitato a gettare alle ortiche tutti i suoi programmi di gestione dal basso del controllo del territorio, fino ad arrivare alla sconcezza di quel federalismo demaniale che permette il saccheggio sregolato del territorio stesso, la svendita delle sorgenti, dei parchi, delle spiagge, dei beni pubblici, dell’acqua pubblica (più del 50% dell’acqua italiana non appartiene più alle Regioni e è stata svenduta a multinazionali aguzzine), lo scempio di quel territorio sulla cui difesa si era proprio pronunciata la Lega della prima ora, con quegli assessori leghisti che in preda a megalomania si triplicavano lo stipendio o buttavano soldi pubblici in attività insane e antidemocratiche, rinnegando la Costituzione e i diritti fondamentali dell’uomo, in uno sciocchezzaio indecente di regolamenti al limite dell’idiozia e della cretineria che ci ha fatto ridere dietro in tutta Europa… fino ad accettare anche lo smantellamento delle poche risorse disponibili, la sanità, l’ICI ai più abbienti.. mentre un insano patto di stabilità impediva anche alle Regioni più virtuose di attivare i capitali accumulati o di essere fonte di lavori pubblici, e i nuovi tagli iniqui di Tremonti privavano proprio le Regioni di quelle risorse con cui dovrebbero esercitare quelle deleghe che si sono accumulate nel tempo, poteri che lo Stato ha loro delegato e di cui ora, proprio col consenso della Lega, tagliava bruscamente i fondi.
Ma quando si è arrivati al dunque della restituzione delle deleghe, a cui tutte le Regioni avevano votato all’unanimità, proprio le Regioni leghiste (Cota, Zaia..) si sono negate, mostrando come a loro importasse non la gestione civile della cosa pubblica, ma una occupazione del potere per il potere a cui del bene del cittadino non poteva importare di meno. Tutto veniva buttato alle ortiche: gli asili pubblici, i trasporti comunali, i treni dei pendolari, gli aiuti alle famiglie povere, senza contare quei compiti di decentramento previsti dalla legge Bassanini e mai attuati. Insomma la Lega continuava a blaterare di federalismo proprio quando tagliava alle Regioni risorse e capacità, e proprio mentre votava leggi a catena per aumentare il centralismo autoritario e ladronesco di Berlusconi. Una contraddizione lampante. La Lega, pur di conservare il potere della sua cricca, si piegava a fare il federalismo ‘senza le Regioni’. Come diceva Vendola “Faceva il federalismo con il morto”.
E dove sta in questa manovra schizofrenica il bene del cittadino, il controllo dal basso, il tanto decantato federalismo? Scomparso! Divorato dall’interesse privato di una cricca di ometti che si fa interessi molto privati con banche da derubare, mazzette da intascare, figli e cognati da sistemare, posti da occupare, interessi sporchi e collusi da difendere. I baluardi della Lega sono caduti uno dopo l’altro, mentre la realtà mostrava azioni che erano l’opposto dei proclami in una omologazione al peggio come non si è mai visto l’uguale.
Oggi la Lega, forte del suo 12,5% è la padrona del Governo, si permette di ricattare Berlusconi, appoggia tutte le nefandezze di Tremonti, permette a Berlusconi di governare malgrado gli scandali, i pentiti, le atrocità, le stragi, la mafia, le cricche, le P3.
Nelle sue mani indegne e indecorose stanno le sorti di un’Italia che ormai precipita in una rovina economica, sociale e morale senza fine, ma i nuovi barbari non se ne curano, paghi di quel potere per cui hanno saputo barattare culo e coscienza.

Il partito dell’amore -4

12 gennaio 2010 Lascia un commento

Giancarlo Gentilini
“Popolo della Legaaaa La Lega si è svegliataaaaaa Le mura di Roma stanno crollando sotto i colpi di maglio della Lega. La mia parola è rivoluzione. Questo è il vangelo secondo Gentilini, il decalogo del primo sindaco sceriffo. Voglio la rivoluzione contro i clandestini. Voglio la rivoluzione contro i campi dei nomadi e degli zingari. Io ne ho distrutti due a Treviso. E adesso non ce n’è più neanche Uno Voglio eliminare i bambini che vanno a rubare agli anzianiiiiii Se Maroni ha detto tolleranza zero, io voglio la tolleranza doppio zero. Voglio la rivoluzione contro le televisione i giornali che infangano la Lega. Prenderò dei turaccioli per ficcarli in bocca e su per il c… a quei giornalisti. Non li voglio più vedere… Voglio la rivoluzione contro le prostitute. Anche loro devono pagare le tasse. Tutti pagano le tasse e devono pagarle anche le prostitute. Voglio la rivoluzione contro quelli che vogliono aprire le moschee e i centri islamici. Qui comprese le gerarchie eclesiastiche, che dicono: lasciamoli pregare. No Vanno a pregare nei desertiiiii Aprirò una fabbrica di tappeti per darglieli ma che vadano a pregare nel deserto. Bastaaaaaa Ho scritto anche al Papa: Islamici, che tornino nei loro paesi. Voglio la rivoluzione contro la magistratura. Ad applicare le leggi devono essere i giudici veneti.
Voglio la rivoluzione contro chi vuole dare la pensione agli anziani familiari delle badanti extracomunitarie. Sono denari nostriiiiii E io me li tengo. Questo è il vangelo di Gentilini: tutto a noi e se avanza qualcosa agli altri… Ma non avanzerà niente Voglio la rivoluzione contro i phone center i cui avventori si mettono a mangiare in piena notte e poi pisciano sui muri: che vadano a pisciare nelle loro moscheeeee Voglio la rivoluzione contro i veli e il burqa delle donne. Io voglio vedere le donne in viso, anche perché dietro il velo ci potrebbe essere un terrorista e avere un mitra in mezzo alle gambe. Che mostrino l’ombelico caso mai….
Ho scritto al presidente della Repubblica che bisogna dare un riconoscimento all’usciere di Ca’ Rezzonico che ha vietato l’ingresso alla donna islamica. Io voglio la rivoluzione contro chi dice che devo mangiarmi la spazzatura di Napoli. Io la prendo e la macino e poi se la devono mangiare loro perché sono loro che l’hanno prodotta Io non lo tollero…Io voglio la rivoluzione contro chi vorrebbe dare il voto agli extracomunitari. Non voglio vedere neri, marroni o grigi che insegnano ai nostri bambini. Cosa insegneranno, la civiltà del deserto? Il voto spetta solo a noi. Ho bisogno del popolo leghista.
Queste sono le parole del vangelo secondo Gentilini. Ho bisogno di voi. Statemi vicini. Non voglio vedere questa gente che gira di giorno e di notte. Un abbraccio a tutti, viva la Lega”.

Gentilini ha acquistato una certa fama a livello nazionale ed internazionale per certe sue dichiarazioni xenofobe, omofobe, anti-meridionali e contro la dignità delle donne:
« non c’è posto per romani e meridionali »
« Io gli immigrati li schederei a uno a uno, portano ogni tipo di malattia: tbc, aids, scabbia, epatite… purtroppo la legge non lo consente.»
« Voglio eliminare i bambini dei zingari. »
« Non avrei pregiudizi se riaprissero i casini: mi ricordo in gioventù di certe creole, certe mulatte…Che vuole, le prostitute sono le navi scuola dei giovani! »
Fu riportata da alcuni organi di stampa una in particolare, in cui parlò di “perdigiorno extracomunitari”, dicendo che: « Bisognerebbe vestirli da leprotti per fare pim pim pim col fucile »
Riguardo all’immigrazione clandestina: « Bisogna sparare sui gommoni e sulle carrette del mare, logicamente non quando sono ancora piene di clandestini, ma sugli scafisti, anche con un colpo di bazooka, i gommoni vanno distrutti, perché, a un certo punto, bisogna puntare ad altezza d’uomo. »
In riferimento ai fenomeni di incontri sessuali di omosessuali che nei mesi precedenti si erano diffusi presso l’area dell’ospedale di Treviso, Gentilini si rende protagonista di alcune affermazioni: «Darò immediatamente disposizioni alla mia comandante (dei vigili urbani) affinché faccia pulizia etnica dei culattoni. I culattoni devono andare in altri capoluoghi di regione che sono disposti ad accoglierli. Qui a Treviso non c’è nessuna possibilità per culattoni o simili »
Ha poi aggiunto, dopo le numerose critiche e prese di posizioni a proposito:
« Io non ho nulla contro i gay, le prostitute, le lesbiche: ognuno è arbitro del proprio corpo. Non tollero però che queste esibizioni amorose, o altro, avvengano nella provincia di Treviso. Pulizia etnica quindi significa tabula rasa ».

Pier Gianni Prosperini
Sulle copertine dei suoi calendari si definisce «Baluardo della Cristianità, Flagello dei centri sociali e condottiero del Nord» nonché «Difensore della Fede, Eradicatore dei No Global, Protettore del nord». Si è sempre caratterizzato per posizioni molto nette nei confronti degli immigrati, dell’estremismo islamico, così come del riconoscimento legale delle unioni di fatto.
Sugli omosessuali. Polemica c’è stata per delle sue dichiarazioni rilasciate ad Il Giornale a proposito di una manifestazione a favore dei Dico: «Non ho niente contro di loro. Convivano pure. Ma l’omosessualità è una devianza. Quindi niente famiglia e niente adozioni. Il gay dichiarato non può essere né insegnante, né militare, né istruttore sportivo». Poi riferito al manifestante che esponeva una caricatura del Papa, «Ha visto il fotomontaggio di Benedetto XVI con il dito alzato? Ci provino con la faccia di Maometto se hanno i coglioni! Garrotiamoli, ma non con la garrota di Francisco Franco. Alla maniera degli Apache: cinghia bagnata legata stretta attorno al cranio. Il sole asciuga il laccio umido, il cuoio si ritira, il cervello scoppia». In seguito ha sostenuto che le sue affermazioni sono state strumentalizzate e distorte
Ulteriori polemiche sono sorte dopo un suo intervento durante un’assemblea d’istituto al Liceo Classico Zucchi di Monza, durante il quale ha affermato che “quello fondato da Hitler era un partito non di destra ma di sinistra, il cui nome NSDAP per esteso infatti era Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori”.

Radio padania
Lunedì. Primo pomeriggio. A Radio Padania sono convinti che l’aggressione di ieri al premier sia il frutto di un clima d’odio che mira a Berlusconi per colpire la Lega. Ed il consueto palinsesto viene modificato per lasciar spazio ad un’esamina degli atti violenti di cui i militanti leghisti sarebbero stati vittime negli ultimi anni.
Quando gli ascoltatori vengono invitati ad intervenire in diretta, giunge una telefonata che, giusto per gettare acqua sul fuoco, propone di sfruttare il momento favorevole (Maroni al ministero dell’Interno) per “mettere le mani addosso ai ‘capi’ dei centri sociali e fargli male, per dare l’esempio”.
La telefonata s’interrompe bruscamente. Un po’ di buonsenso avrà portato il regista a staccare la linea? Macché. “La telefonata purtroppo è caduta”, si lamenta il conduttore. Che non sente il dovere di spendere nemmeno una parola di deplorazione, ma che anzi si compiace di come il senso dell’intervento si sia comunque potuto cogliere.
… Radio Padania Libera, ovvero l’emittente di un partito di governo. Il tutto mentre gli esponenti della maggioranza giocano a recitare il ruolo delle carmelitane scalze a fronte di una “opposizione sobillatrice d’odio.

“Se è vero quello che dice Fini, che il presepe è pieno di extracomunitari, vado a casa e tolgo tutti i pastorelli”
Radio Padania, rubrica dei Giovani padani, 7.12.2009

Nella trasmissione di Massimiliano Orsatti, assessore milanese al Turismo, Marketing Territoriale ed Identità, uno che si duole, poveretto, di come, essendo italiani, “molti zingari se non commettono reati non puoi cacciarli”:

Radio Padania Libera. Un ascoltatore interviene in diretta per dire la sua sulla grave aggressione avvenuta a Roma ai danni di due giovani omosessuali:
“Riguardo a quei culattoni…. io sono contro l’accoltellamento, che è troppo, però due persone dello stesso sesso che si baciano sono una schifezza, quindi due calci nel culo… due calci nelle palle glieli avrei dati anch’io”.
“Chiaramente queste sono le opinioni del nostro amico ascoltatore; chiaramente ognuno dice la sua”, è la reazione del conduttore – una timidissima presa di distanza, che finge di ignorare come quelle parole non costituiscano un’opinione bensì prefigurino un reato.
Quando però a chiamare è un ascoltatore calabrese che si lamenta del modo col quale il conduttore parla dei meridionali, questi non ha un attimo di esitazione, e tronca la telefonata, perché “di simili personaggi non sappiamo proprio cosa farcene”.

Raggiunto l’accordo con resto della maggioranza sul ddl sicurezza (sì a ronde e prolungamento permanenza nei Cie, no a medici delatori), la Lega poteva davvero rinunciare, a ridosso delle elezioni di giugno, ad un po’ di insana discriminazione sanitaria? Certo che no. E così ciò che fa uscire dalla porta del Parlamento tenta di farlo rientrare, in termini diversi, dalla finestra delle amministrazioni locali.
Come? Questa la dichiarazione rilasciata dall’onorevole Ettore Pirovano a Radio Padania:
“Nella provincia di Bergamo stiamo per predisporre un canale preferenziale, al pronto soccorso, per i nostri anziani. In tante province dove la Lega ha il governo del territorio spingeremo i direttori degli ospedali a creare tali canali per la nostra gente”.
E avete notato? Ettore Pirovano non distingue nemmeno più tra migranti regolari e irregolari, ma, tout court, tra noi (italiani? “padani”?) e loro, gli stranieri.
Poco importa, alla Lega, che le Asl siano di competenza regionale: occorre muoversi con disinvoltura, poiché si fa urgente stabilire un’apartheid della -e nella- sofferenza

E’ possibile servirsi di morte, strazio e distruzione per giocare -ancora una volta, anche nel dramma- a soffiare su diffidenze e paure al fine di stuzzicare e sollecitare sentimenti ed atteggiamenti xenofobi? Sì, lo ha fatto Radio Padania, nel fine settimana. In una trasmissione dedicata al terremoto in Abruzzo.
“Vedete, se dovessimo limitarci al cordoglio e al dolore non capiremmo quasi nulla di tutto quello che è accaduto”, ammoniva il conduttore, ovvero il professor Andrea Rognoni, direttore di “Idee per l’Europa dei Popoli”, rivista voluta dall’onorevole Mario Borghezio. In barba all’umana solidarietà -unica nota positiva in occasione di lutti dal sapore collettivo- gli ascoltatori venivano accompagnati in una sorta di viaggio esoterico, che andasse oltre le presunte apparenze fatte di macerie e di sangue, per leggere ciò che davvero questo terremoto avrebbe da insegnare. Che in territorio sismico gli edifici andrebbero costruiti in maniera appropriata e possibilmente con materiale diverso dalla sabbia di mare? Macché, questi sono dettagli da lasciare ad un pubblico distratto che si lascia abbindolare da una lettura superficiale degli eventi. La verità di quanto è accaduto è invece fatta di simboli occulti, di cavalieri templari, di teli sindonici, di elementi archeo-astronomici e di tradizioni celtiche (queste non mancano mai). Perché la città dell’Aquila è costruita seguendo la pianta di Gerusalemme, e la Basilica di Collemaggio, rimasta in piedi per tanti secoli e caduta proprio ora, conserva una lastra da un inequivocabile segno: una torre sormontata da una mezzaluna…. Il sisma come fenomeno premonitore di una delle fissazioni leghiste: l’imminente islamizzazione dell’Europa. L’unica preoccupazione di Rognoni? Vedere quale sarà lo stato di tale pietra profetica una volta tolte le macerie.
A proposito del codice di autoregolamentazione di facebook, invitiamo caldamente il social network a censurare la pagina di Borghezio, in cui (sezione info e interessi personali) lo stesso Borghezio dichiara “Cattolicesimo tradizionalista, lotta contro l’invasione islamica, indipendenza della Padania, Autodifesa Etnica Totale e… xenofobia” (!!!)
(Le conversazioni di Radio padania sono tratte da danielesensi.blogspot.com).

Antonio Tabucchi su Le Figaro

3 gennaio 2010 Lascia un commento

Antonio Tabucchi sul Figaro: l’Europa intervenga contro la Lega Nord, o sarà la Barbarie

Quello di augurarsi un qualche cosa è un sentimento complesso; perché non esprime un semplice desiderio. Secondo Freud, la libido, ovvero il desiderio in ogni sua manifestazione, è il motore del mondo: l’uomo è una creatura desiderante. Senza il desiderio di conoscere cosa vi sia al di fuori della caverna, saremmo ancora nella caverna. Ma il succitato tipo di desiderio è affidato a variabili incontrollabili, al caso. Posso augurarmi che tutte le guerre finiscano e che sul pianeta si instauri la pace, che non abbiano a verificarsi guerre nucleari, che una mortale pestilenza si diffonda unicamente tra i trafficanti d’armi, o che io possa vincere alla più ricca lotteria del mondo. Le variabili del mio desiderio, però, nulla hanno a che fare con la statistica: nemmeno al principe di Heisenberg riuscirebbe di determinare la possibilità di riuscita.
Esiste in Italia un partito chiamato “Lega Nord”. Nato recentemente, con all’incirca una base elettorale del dieci per cento, esso fa parte del governo Berlusconi. Senza la Lega, Berlusconi non potrebbe governare. Berlusconi è alleato a partiti dalla connotazione politica di estrema destra. La Lega Nord non dichiara precise connotazioni politiche. Essa ha una base “culturale” neopagana, fatta di croci celtiche e di venerazione del dio Odino e del dio Po, fiume nel quale ogni anno vengono praticati riti di purificazione. La Lega ha diffuso la convinzione che la Lombardia e una parte del Veneto siano terre privilegiate e di sua proprietà. Essa vanta la superiorità della “razza” ariana e detesta le altre (i neri, gli ebrei e, in particolare, gli arabi). Più in generale, detesta tutti gli “stranieri”. Il principio territoriale è quello di Maurras: questa terra è mia perché vi sono seppelliti i miei morti. Cosa tra l’altro inesatta: buona parte del Veneto è terra di emigranti; gli avi, per non morire di fame o per malattia, emigrarono pochi anni addietro, e le loro ossa ora riposano in Brasile, in Argentina, in Canada, in Australia, in Svizzera, in Francia.
L’attuale ministro italiano dell’Interno, Roberto Maroni, è un dirigente della Lega Nord. Uomo di modesta cultura, frequenta le birrerie della sua regione e suona la tromba in un gruppo rock che si esibisce nei locali notturni della Lombardia. In due anni è divenuto celebre per l’applicazione di una feroce legge contro gli immigrati in base alla quale il solo fatto di essere “senza documenti” costituisce, in sé, ontologicamente, un delitto. D’intesa con Berlusconi, ha siglato un accordo con quel gentiluomo di Gheddafi per la costruzione di campi in Libia in cui accogliere i migranti respinti dall’Italia. Tali campi di detenzione che nessuno può controllare sono pagati dal governo italiano, ovvero dai contribuenti.
Il comune di Venezia aveva previsto l’assegnazione di case popolari a famiglie di nomadi (di cui molti hanno la cittadinanza italiana). Quando, a distanza di due settimane, il prefetto stava adempiendo alle proprie funzioni, ovvero stava assegnando gli alloggi previsti, il ministro Maroni, con un decreto autoritario, lo ha rimosso, per rimpiazzarlo con un uomo di fiducia. Le case non verranno più assegnate.
La Lega Nord, recentemente, ha pure diffuso un comunicato denominato “White Christmas”. Non si tratta di un augurio, bensì di una strategia messa in campo a Natale per “arrestare” i neri non in regola. Un rastrellamento. Ovviamente gli operai di colore (in molti lavorano nelle fabbriche del nord), seppur in regola, non hanno osato, nemmeno loro, uscire in strada per guardare le stelle. Non ci sono stelle per i neri, in Italia. E’ il bianco Natale della Lega Nord.

Mi auguro che l’Europa faccia qualcosa. Non so bene cosa. Ciò spetta al Consiglio d’Europa e alla Commissione europea. Sono sempre stato un europeista convinto, lo sanno tutti. Tuttavia mi rendo conto di starmi appellando a uomini che hanno dimenticato i valori dei padri fondatori, come Jean Monnet, De Gasperi, Spinelli, Adenauer. L’idea europea dei padri fondatori era alta e nobile, indipendentemente dai loro ideali politici. Gli attuali responsabili dell’Europa, è evidente, hanno poco di nobile e molto di economico: la loro etica è distratta dalla compatibilità. Eppure solo pochi anni fa un presidente della Repubblica francese, Jacques Chirac, proponeva sanzioni contro l’Austria a causa di dichiarazioni razziste di un suo rappresentante, Jorg Haider. Ma quelle di Haider erano parole. Ciò che sta succedendo in Italia, sono fatti. L’Europa ha una grande responsabilità, ma sembra ignorarlo. Fa finta di non rendersi conto di ciò che si sta verificando in Polonia, in Ungheria, in Romania, in Italia. Ma se essa ignora deliberatamente ciò che sta avvenendo in Italia, qualcosa dovrà succedere. E’ inevitabile. E’ nella logica della storia. Un uomo non bianco (ne basta uno solo) avrà forse un giorno un coltello per difendere il proprio corpo e la propria dignità. E lo utilizzerà. E capiterà come a Soweto. Non è ciò che mi auguro. E’ al contrario ciò che mi preoccupa, che mi allarma, che mi fa paura, e che mi abbatte.
In Europa, oggi, come nel ghetto del Sudafrica o nella Berlino hitleriana. Le pare ammissibile, Signora Europa?
Antonio Tabucchi, Le Figaro, 30.12.2009
(traduzione di Daniele Sensi) danielesensi.blogspot.com

Il partito dell’amore

22 dicembre 2009 Lascia un commento

Se non vieni all’asilo dalle suore non canti nel coro di Natale.
I canti in chiesa solo a chi frequenta l’asilo privato gestito dalle suore. I genitori dei bambini esclusi, che frequentano la materna comunale, si sentono cattolici di serie B. La direttrice del coro è anche vicesindaco, leghista. “Chi va alla scuola comunale _ spiega Barbara Ruffoni _ fa una scelta ideologica”. Ma l’esclusione sembra sia stata dettata dal fatto che l’asilo comunale è frequentato anche da bambini extracomunitari.
“E’ una bufala”. Così il parrocco di Ceresara definsice la bufera scatenata dal coro di Natale a cui partecipano solo i bambini che frequentano l’asilo delle suore. Don Guido Zelada punta il dito contro le madri dei bambini dell’asilo statale esclusi dal coro che hanno protestato: “Queste donne sono mosse soltanto dalla volontà di seminare zizzania”. Il polverone alzato dalla notizia intanto ha portato la direttrice del coro e vicesindaco, Barbara Ruffoni, a un pubblico mea culpa senza la benedizione del prete.
La Gazzetta di Mantova