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Appalti alla ‘ndrangheta: indagato sindaco Pd di Serramazzoni

22 settembre 2013 3 commenti

ndranghetaAnche in Emilia la ‘ndrangheta ottiene gli appalti entrando nelle stanze del potere politico. E’ un quadro accusatorio senza precedenti quello che emerge dall’inchiesta della guardia di finanza nel Comune di Serramazzoni, centro di 8mila abitanti sull’Appennino modenese. Il sindaco Luigi Ralenti del Pd, al secondo mandato, è indagato per corruzione e turbata libertà di scelta del contraente in relazione a due commesse pubbliche: il recente ampliamento del polo scolastico (costo 230mila euro) e il project financing da un milione e centomila euro per il restyling dello stadio dove oggi milita la squadra di dilettanti e vent’anni fa segnava i primi goal il futuro campione del mondo Luca Toni. Nel mirino ci sono i lavori edili affidati a una coppia di società a responsabilità limitata, secondo gli inquirenti riconducibili a Rocco Antonio Baglio, considerato la longa manus della cosca Longo Versace di Polistena (Gioia Tauro), e al figlio Michele, una sorta di direttore di cantiere. La delicata inchiesta del Pm Claudia Natalini, poi affiancata dal sostituto Giuseppe Tibis, è partita nel luglio scorso dopo l’incendio doloso che ha devastato la villa di campagna di Giordano Galli Gibertini, ex calciatore del Modena titolare di un’impresa edile. Pochi mesi prima erano stati bruciati anche gli spogliatoi del campo sportivo di Serramazzoni: ignoti avevano impilato le magliette della squadra, versato olio bollente e appiccato il fuoco. Baglio senior è accusato da un lato di aver bruciato la villa del costruttore e poi di aver trovato un accordo col sindaco Ralenti per l’assegnazione degli appalti.

Sono indagati in concorso col primo cittadino l’ingegnere Rosaria Mocella, direttrice della ‘Serramazzoni Patrimonio’, controllata comunale che ha affidato il progetto ad un’associazione temporanea di imprese, e Marco Cornia dell’Ac Serramazzoni, capofila della cordata e già concessionaria dell’impianto sportivo. L’attenzione delle Fiamme gialle, che nei giorni scorsi hanno acquisito centinaia di documenti cartacei e informatici, si è concentrata su un partner dell’Ati, Restauro e costruzioni srl, e una ditta subappaltatrice, Unione group srl. La prima, con ufficio commerciale a Pisa, è intestata a Giacomo Scattareggia, sotto processo a Reggio Calabria per turbativa d’asta in un’inchiesta della Dda locale sulle ingerenze delle cosche negli appalti del Comune di Condofuri, poi sciolto per mafia. Restauro e costruzioni, di fatto gestita da Michele Baglio, avrebbe spinto per l’assegnazione del subappalto di Serramazzoni alla Unione group di Fiorano, intestata alla madre. Azienda con progetti ambiziosi, come riporta il giornale dell’Accademia europea per le relazioni economiche e culturali: già realizzate le opere relative al parcheggio multipiano dell’ospedale di Baggiovara e gli impianti elettrici dell’aeroporto di Lamezia Terme, mentre sono in fieri il centro servizi per il ciclismo di Formigine, i lavori per uno sponsor della Reggina e per le industrie alimentari di kiwi a Polistena e di olio d’oliva a Cittanova. Secondo gli inquirenti modenesi Unione in particolare è riconducibile a una vecchia conoscenza dell’antimafia, Rocco Antonio Baglio. Arrivato trent’anni fa in soggiorno obbligato nel distretto ceramico, fu arrestato dal Ros di Bologna nel 1993 dopo il ritrovamento di esplosivo e mitragliatrici a Torre Maina di Maranello. Nell’allora rapporto dei carabinieri Baglio veniva descritto come “elemento di rispetto dell’Emilia Romagna a cui fanno riferimento tutte le cosche che abbiano interessi nella zona”. Abile affarista, non impiegò molto ad allacciare rapporti con i colletti bianchi locali. Su tutti Renato Cavazzuti, ex direttore di filiale della Cassa di Risparmio di Modena e già in Fininvest Programma Italia, poi collaboratore di giustizia che ha fotografato i meccanismi bancari al servizio delle truffe finanziarie.
E l’avvocato Fausto Bencivenga, arrestato coi Baglio nel lontano 1991 per il crac pilotato della modenese Mida’s. In quel procedimento il figlio Michele, interrogato sulla reale gestione della società intestata a un prestanome, disse che era il padre a “interessarsene economicamente”. A vent’anni di distanza, l’indagine dei Pm modenesi Natalini e Tibis si occupa di contiguità nuove in una regione dove le infiltrazioni mafiose nel tessuto economico sono rimaste prive di ‘sponde politiche’. Anche se l’accusa di corruzione resta da dimostrare – in Procura vige il massimo riserbo circa gli indizi raccolti – gli incontri del primo cittadino con Baglio sarebbero provati. Nei giorni scorsi sono stati ascoltati dai magistrati l’ingegnere Rosaria Mocella e Marco Cornia, presidente della società sportiva che ha investito nella ristrutturazione dello stadio (con un mutuo di 700mila euro del Monte dei Paschi di Siena garantito dalla Serramazzoni Patrimonio). “Avevo trovato altre due aziende locali ma il bando era talmente ristretto che nessuno aveva i requisiti – ha dichiarato Cornia – così ad un certo punto in Comune mi hanno consigliato i calabresi che avevano già lavorato al polo scolastico. Scattareggia però l’ho visto solo alla firma del contratto”. L’interrogatorio del sindaco Ralenti, che nei giorni scorsi ha assicurato “di aver sempre agito secondo la legge”, è in programma nella giornata di oggi.

http://stefanosantachiara2.wordpress.com/2011/05/25/appalti-alla-ndrangheta-indagato-sindaco-pd/

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Il presidente del consiglio /2

6 ottobre 2010 Lascia un commento

La Verità su Berlusconi

La vita e la carriera dell’imprenditore Silvio Berlusconi, nonostante le biografie autorizzate che il protagonista ha fatto pubblicare o propiziato nel corso degli anni con fini auto-agiografici, rimane costellata di buchi neri e di domande senza risposta. Piccolo riepilogo degli omissis più inquietanti.

1) La Edilnord Sas è la società fondata nel 1963 da Silvio Berlusconi per costruire Milano 2. Soci accomandatari (quelli che vi operano), oltre al futuro Cavaliere, sono il commercialista Edoardo Piccitto e i costruttori Pietro Canali, Enrico Botta e Giovanni Botta. Soci accomandanti (quelli che finanziano l’operazione) il banchiere Carlo Rasini, titolare dell’omonima banca con sede in via dei Mercanti a Milano, e l’avvocato d’affari Renzo Rezzonico, legale rappresentante di una finanziaria di Lugano: la “Finanzierungesellschaft für Residenzen Ag”, di cui nessuno conoscerà mai i reali proprietari. Si tratta comunque di gente molto ottimista, se ha affidato enormi capitali a Berlusconi, cioè a un giovanotto di 27 anni che, fino a quel momento, non ha dato alcuna prova imprenditoriale degna di nota.

2) Sulla banca Rasini, dove il padre Luigi Berlusconi lavora per tutta la vita, da semplice impiegato a direttore generale, ecco la risposta di Michele Sindona (bancarottiere piduista legato a Cosa Nostra e riciclatore di denaro mafioso) al giornalista americano Nick Tosches, che nel 1985 gli domanda quali siano le banche usate dalla mafia: “In Sicilia il Banco di Sicilia, a volte. A Milano una piccola banca in piazza Mercanti”. Cioè la Rasini, dove – ripetiamo – Luigi Berlusconi, padre di Silvio, ha lavorato per tutta a vita, fino a diventarne il procuratore generale. Alla Rasini tengono i conti correnti noti mafiosi e narcotrafficanti siciliani come Antonio Virgilio, Salvatore Enea, Luigi Monti, legati a Vittorio Mangano, il mafioso che lavora come fattore nella villa di Berlusconi fra il 1973 e il 1975.

3) Il 29 ottobre 1968 nasce la Edilnord Centri Residenziali Sas (una sorta di Edilnord 2): stavolta, al posto di Berlusconi, come socio accomandatario c’è sua cugina Lidia Borsani, 31 anni. E i capitali li fornisce un’altra misteriosa finanziaria luganese, la “Aktiengesellschaft für Immobilienanlagen in Residenzentren Ag” (Aktien), fondata da misteriosi soci appena 10 giorni prima della nascita di Edilnord 2. Berlusconi da questo momento sparisce nel nulla, coperto da una selva di sigle e prestanome. Riemergerà solo nel 1975 per presiedere la Italcantieri, e nel 1979, come presidente della Fininvest. Intanto nascono decine di società intestate a parenti e figuranti, controllate da società di cui si ignorano i veri titolari. Come ha ricostruito Giuseppe Fiori nel libro “Il venditore” (Garzanti, 1994, Milano), Italcantieri nasce nel 1973, costituita da due fiduciarie ticinesi: “Cofigen Sa” di Lugano (legata al finanziere Tito Tettamanzi, vicino alla massoneria e all’Opus Dei) e “Eti A.G.Holding” di Chiasso (amministrata da un finanziere di estrema destra, Ercole Doninelli, proprietario di un’altra società, la Fi.Mo, più volte 7 inquisita per riciclaggio, addirittura con i narcos colombiani).

4) Nel 1974 nasce la “Immobiliare San Martino”, amministrata da Marcello Dell’Utri e capitalizzata da due fiduciarie del parabancario Bnl: la Servizio Italia (diretta dal piduista Gianfranco Graziadei) e la Saf (Società Azionaria Finanziaria, rappresentata da un prestanome cecoslovacco, Frederick Pollack, nato nientemeno che nel 1887). A vario titolo e con vari sistemi e prestanome, “figlieranno” una miriade di società legate a Berlusconi e ai suoi cari: a cominciare dalle 34 “Holding Italiana” che controllano il gruppo Fininvest. Secondo il dirigente della Banca d’Italia Francesco Giuffrida e il sottufficiale della Guardia di Finanza Giuseppe Ciuro, consulenti tecnici della Procura di Palermo al processo contro Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa, queste finanziarie hanno ricevuto fra il 1978 e il 1985 almeno 113 miliardi (pari a 502 miliardi di lire e 250 milioni di euro di oggi), in parte addirittura in contanti e in assegni “mascherati”, dei quali tuttoggi “si ignora la provenienza”. La Procura di Palermo sostiene che sono i capitali mafiosi “investiti” nel Biscione dalle cosche legate al boss Stefano Bontate. La difesa afferma che si tratta di autofinanziamenti, anche se non spiega da dove provenga tutta quella liquidità. Lo stesso consulente tecnico di Berlusconi, il professor Paolo Jovenitti, ammette l'”anomalia” e l’incomprensibilità di alcune operazioni dell’epoca.

5) Nel 1973 Silvio Berlusconi acquista da Annamaria Casati Stampa di Soncino, ereditiera minorenne della nota famiglia nobiliare lombarda rimasta orfana nel 1970, la settecentesca Villa San Martino ad Arcore, con quadri d’autore, parco di un milione di metri quadrati, campi da tennis, maneggio, scuderie, due piscine, centinaia di ettari di terreni. La Casati è assistita da un pro-tutore, l’avvocato Cesare Previti, che è pure un amico di Berlusconi, figlio di un suo prestanome (il padre Umberto) e dirigente di una società del gruppo (la Immobiliare Idra). Grazie alla fortunata coincidenza, la favolosa villa con annessi e connessi viene pagata circa 500 milioni dell’epoca: un prezzo irrisorio. E, per giunta, non in denaro frusciante, ma in azioni di alcune società immobiliari non quotate in borse, così che, quando la ragazza si trasferisce in Brasile e tenta di monetizzare i titoli, si ritrova con una carrettate di carta. A quel punto, Previti e Berlusconi offrono di ricomprare le azioni, ma alla metà del prezzo inizialmente pattuito. Una sentenza del Tribunale di Roma, nel 2000, ha assolto gli autori del libro “Gli affari del presidente”, che raccontava l’imbarazzante transazione.

6) Nel 1973 Berlusconi, tramite Marcello Dell’Utri, ingaggia come fattore (ma recentemente Dell’Utri l’ha promosso “amministratore della villa”) il noto criminale palermitano, pluriarrestato e pluricondannato Vittorio Mangano. Il quale lascerà la villa solo due anni più tardi, quando verrà sospettato di aver organizzato il sequestro di Luigi d’Angerio principe di Sant’Agata, che aveva appena lasciato la villa di Arcore dopo una cena con Berlusconi, Dell’Utri e lo stesso Mangano. Mangano verrà condannato persino per narcotraffico (al maxiprocesso istruito da Falcone e Borsellino) e, nel 1998, all’ergastolo per omicidio e mafia.

7) Il 26 gennaio 1978 Silvio Berlusconi si affilia alla loggia Propaganda 2 (P2), presentato al gran maestro venerabile Licio Gelli dall’amico giornalista Roberto Gervaso. Paga regolare quota di iscrizione (100 mila lire) e viene registrato con la tessera 1816, codice E.19.78, gruppo 17, fascicolo 0625. La partecipazione al pio sodalizio gli procaccerà vantaggi di ogni genere: dai finanziamenti della “Servizio Italia” di Graziadei ai crediti facili e ingiustificati del Monte dei Paschi di Siena (di cui è provveditore il piduista Giovanni Cresti) alla collaborazione con il “Corriere della Sera” diretto dal piduista Franco Di Bella e controllato dalla Rizzoli dei piduisti Angelo Rizzoli, Bruno Tassan Din e Umberto Ortolani.

8 ) Il 24 ottobre 1979 Silvio Berlusconi riceve la visita di tre ufficiali della Guardia di Finanza nella sede dell’Edilnord Cantieri Residenziali. Si spaccia per un “un semplice consulente esterno” addetto “alla progettazione di Milano 2”. In realtà è il proprietario unico della società, intestata a Umberto Previti. Ma i militari abboccano e chiudono in tutta fretta l’ispezione, sebbene abbiano riscontrato più di un’anomalia nei rapporti con i misteriosi soci svizzeri. Faranno carriera tutti e tre. Si chiamano Massimo Maria Berruti, Salvatore Gallo e Alberto Corrado. Berruti, il capopattuglia, lascerà le Fiamme Gialle pochi mesi dopo per andare a lavorare per la Fininvest come avvocato d’affari (società estere, contratti dei calciatori del Milan, e così via). Arrestato nel 1985 nello scandalo Icomec (e poi assolto), tornerà in carcere nel 1994 insieme a Corrado per i depistaggi nell’inchiesta sulle mazzette alla Guardia di Finanza, poi verrà eletto deputato per Forza Italia e condannato in primo e secondo grado a 8 mesi di reclusione per favoreggiamento. Gallo risulterà iscritto alla loggia P2.

9) Il 30 maggio 1983 la Guardia di Finanza di Milano, che sta controllando i telefoni di Berlusconi nell’ambito di un’inchiesta su un traffico di droga, redige un rapporto investigativo in cui si legge: “E’ stato segnalato che il noto Silvio Berlusconi finanzierebbe un intenso traffico di stupefacenti dalla Sicilia, sia in Francia che in altre regioni italiane (Lombardia e Lazio). Il predetto sarebbe al centro di grosse speculazioni in Costa Smeralda avvalendosi di società di comodo aventi sede a Vaduz e comunque all’estero. Operativamente le società in questione avrebbero conferito ampio mandato ai professionisti della zona”. Per otto anni l’indagine, seguita inizialmente dal pm Giorgio Della Lucia (poi passato all’Ufficio istruzione, da anni imputato per corruzione in atti giudiziari insieme al finanziere Filippo Alberto Rapisarda, ex datore di lavoro ed ex socio di Marcello Dell’Utri) langue, praticamente dimenticata. Alla fine, nel 1991, il gip milanese Anna Cappelli archivierà tutto.

10) Il terzo, seccante incontro ravvicinato fra il Cavaliere e la Legge risale al 16 ottobre 1984. Tre pretori, di Torino, Roma e Pescara, hanno la pretesa di applicare le norme che regolano l’emittenza televisiva e che il Cavaliere ha deciso di aggirare, trasmettendo in contemporanea gli stessi programmi su tutto il territorio nazionale. I tre magistrati fanno presente che è vietato, 9 non si può e bloccano le attrezzature che consentono l’operazione fuorilegge. Il Cavaliere oscura le sue tv, per attribuire il black out ai giudici, poi scatena il popolo dei teledipendenti con lo slogan “Vietato vietare”, opportunamente rilanciato dallo show del giornalista piduista Maurizio Costanzo. Lo slogan viene subito tradotto in legge dal presidente del Consiglio Bettino Craxi. Il quale abbandona una visita di Stato a Londra per precipitarsi in Italia e varare un decreto legge ad personam (“decreto Berlusconi”) che riaccende immediatamente le tv illegali del suo compare. Lo scandalo è talmente enorme che, persino nel pentapartito, qualcuno non ci sta. E il decreto viene bocciato dall’aula come incostituzionale. Due dei tre pretori reiterano il sequestro penale delle attrezzature utilizzabili oltre l’ambito locale. Così Craxi partorisce un secondo decreto Berlusconi, agitando davanti ai riottosi partiti alleati lo spauracchio della crisi di governo e delle elezioni anticipate, in caso di mancata conversione in legge. Provvederà poi lo stesso Caf a legalizzare il monopolio illegale Fininvest sulla televisione commerciale con la legge Mammì, detta anche “legge-Polaroid” per l’alta fedeltà con cui fotografa lo status quo.

Bugie sulla loggia P2 (falsa testimonianza)

La Corte d’appello di Venezia, nel 1990, dichiara Berlusconi colpevole di aver giurato il falso davanti al Tribunale di Verona a proposito della sua iscrizione alla P2, ma il reato è coperto dall’amnistia del 1989. Interrogato sotto giuramento Berlusconi aveva detto: “Non ricordo la data esatta della mia iscrizione alla P2, ricordo comunque che è di poco anteriore allo scandalo [.]. Non ho mai pagato una quota di iscrizione, né mai mi è stata richiesta”. Berlusconi però si era iscritto alla P2 nel 1978 (lo scandalo è del 1981) e aveva pagato la sua quota. Così i giudici della Corte d’appello di Venezia scrivono: “Ritiene il Collegio che le dichiarazioni dell’imputato non rispondano a verità [.], smentite dalle risultanze della commissione Anselmi e dalle stesse dichiarazioni rese del prevenuto avanti al giudice istruttore di Milano, e mai contestate [.]. Ne consegue quindi che il Berlusconi ha dichiarato il falso”, rilasciato “dichiarazioni menzognere” e “compiutamente realizzato gli estremi obiettivi e subiettivi del delitto di falsa testimonianza”. Ma “il reato va dichiarato estinto per intervenuta amnistia”.

Tangenti alla Guardia di Finanza (corruzione)

I grado: condanna a 2 anni e 9 mesi per tutte e quattro le tangenti contestate (niente attenuanti generiche). Appello: prescrizione per tre tangenti (grazie alle attenuanti generiche), assoluzione con formula dubitativa (comma II art.530 c.p.p) per la quarta. Nelle motivazioni si legge: “Il giudizio di colpevolezza dell’imputato poggia su molteplici elementi indiziari, certi, univoci, precisi e concordanti, per ciò dotati di rilevante forza persuasiva, tali da assumere valenza probatoria”. Cassazione: assoluzione. La motivazione contiene due riferimenti alla classica insufficienza di prove. La Cassazione non può entrare dichiaratamente nel merito, né dunque annullare la sentenza precedente con formula dubitativa: deve emettere un verdetto secco (conferma oppure annulla). Ma nella motivazione i giudici della VI sezione penale rimandano esplicitamente all'”articolo 530 cpv”: dove “cpv” significa “capoverso”, cioè comma 2 (“prova contraddittoria o insufficiente”). A 12 righe dalla fine, a scanso di equivoci, i supremi giudici hanno voluto essere ancora più chiari. Si legge infatti: “Tenuto conto di quanto già osservato sulla insufficienza probatoria, nei confronti di Berlusconi, del materiale indiziario utilizzato dalla Corte d’appello…”.

All Iberian 1 (finanziamento illecito ai partiti)

I grado: condanna a 2 anni e 4 mesi per i 21 miliardi versati estero su estero, tramite il conto All Iberian, a Bettino Craxi. Appello: il reato cade in prescrizione, ma c’è: “per nessuno degli imputati emerge dagli atti l’evidenza dell’innocenza”. Cassazione: prescrizione confermata, con condanna al pagamento delle 11 spese processuali. Nella sentenza definitiva tra l’altro si legge: “Le operazioni societarie e finanziarie prodromiche ai finanziamenti estero su estero dal conto intestato alla All Iberian al conto di transito Northern Holding [Craxi] furono realizzate in Italia dai vertici del gruppo Fininvest spa, con il rilevante concorso di Berlusconi quale proprietario e presidente. [.] Non emerge negli atti processuali l’estraneità dell’imputato”.

All Iberian 2 (falso in bilancio)

Processo sospeso in attesa che sulla legittimità delle nuove norme in materia di reati societari approvate dal governo Berlusconi si pronuncino l’Alta Corte di giustizia europea e la Corte costituzionale italiana. Se le eccezioni sollevate da vari tribunali verranno respinte, il reato sarà dichiarato prescritto.

Medusa Cinema (falso in bilancio)

I grado: condanna a 1 anno e 4 mesi (10 miliardi di fondi neri che, grazie alla compravendita, vengono accantonati su una serie di libretti al portatore di Silvio Berlusconi). Appello: assoluzione con formula dubitativa (comma 2 art. 530). Berlusconi, secondo il collegio è così ricco che potrebbe anche non essersi reso conto di come, nel corso della compravendita, il suo collaboratore Carlo Bernasconi (condannato) gli abbia versato 10 miliardi di lire in nero. Scrivono i giudici: “La molteplicità dei libretti riconducibili alla famiglia Berlusconi e le notorie rilevanti dimensioni del patrimonio di Berlusconi postulano l’impossibilità di conoscenza sia dell’incremento sia soprattutto dell’origine dello stesso”. Cassazione: sentenza d’appello confermata.

Terreni di Macherio (appropriazione indebita, frode fiscale, falso in bilancio)

I grado: assoluzione dall’appropriazione indebita e dalla frode fiscale (per 4.4 miliardi di lire pagati in nero all’ex proprietario dei terreni che circondano la villa di Macherio, dove vivono la moglie Veronica e i tre figli di secondo letto), prescrizione per i falsi in bilancio di due società ai quali “indubbiamente ha concorso Berlusconi”. Appello: confermata l’assoluzione dalle prime due accuse. Assoluzione anche dal primo dei due falsi in bilancio, mentre il secondo rimane ma è coperto da amnistia. Cassazione: in corso.

Caso Lentini (falso in bilancio)

I grado: il reato (10 miliardi versati in nero al Torino Calcio in occasione dell’acquisto del giocatore Luigi Lentini) è stato dichiarato prescritto grazie alla nuova legge sul falso in bilancio. Appello: in corso.

Consolidato gruppo Fininvest (falso in bilancio)

Il gip Fabio Paparella ha dichiarato prescritti, sulla base della nuova legge sul falso in bilancio, i 1500 miliardi di lire di presunti fondi neri accantonati 12 dal gruppo Berlusconi su 64 off-shore della galassia All Iberian (comparto B della Fininvest). Il pm Francesco Greco ha presentato ricorso in Cassazione perché la mancata fissazione dell’udienza preliminare gli ha impedito di sollevare un’eccezione d’incostituzionalità e di incompatibilità con le direttive comunitarie delle nuove norme sui reati societari e con il trattato dell’Ocse.

Lodo Mondadori (corruzione giudiziaria)

Grazie alla concessione delle attenuanti generiche il reato – che in primo grado ha portato alla condanna di Cesare Previti – è stato dichiarato prescritto dalla Corte d’Appello di Milano e dalla Corte di Cassazione. Nelle motivazioni della Cassazione, tra l’altro, si legge: “il rilievo dato [per concedere le attenuanti generiche] alle attuali condizioni di vita sociale ed individuale del soggetto [Berlusconi è diventato presidente del Consiglio], valutato dalla Corte come decisivo, non appare per nulla incongruo.”.

Sme-Ariosto (corruzione giudiziaria)

A causa dei continui “impedimenti istituzionali” sollevati da Berlusconi e dei conseguenti rinvii delle udienze, la posizione del premier è stata stralciata dal processo principale. Ed è stato creato un processo parallelo, che però Berlusconi ha sospeso fino al termine del suo incarico (o sine die, in caso di rielezione o di nomina ad altra carica istituzionale) facendo approvare a tempo di record il Lodo Maccanico, proprio alla vigilia della requisitoria, delle arringhe e della sentenza, e a 40 mesi dall’inizio del dibattimento.

Sme-Ariosto (falso in bilancio)

In seguito all’entrata in vigore delle nuove norme sul diritto societario, questo capo d’imputazione contestato a Berlusconi per il denaro versato – secondo l’accusa- ad alcuni giudici, è stato stralciato. Il processo è fermo in attesa che l’Alta Corte di giustizia europea si pronunci sulla conformità tra le nuove regole e le normative comunitarie. Ma, anche in caso di risposta positiva per i giudici, resterà bloccato per il Lodo Maccanico. Come tutti gli altri procedimenti ancora in corso a carico di Silvio Berlusconi.

Diritti televisivi (falso in bilancio -?- e frode fiscale)

Indagini preliminari in corso alla Procura di Milano (pm Alfredo Robledo e Fabio De Pasquale), a carico di numerosi manager del gruppo, più il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri e il titolare Silvio Berlusconi, il quale – secondo l’ipotesi accusatoria – avrebbe continuato anche dopo l’ingresso in politica nel ’94 ad esercitare di fatto il ruolo di dominus dell’azienda. Oggetto dell’indagine: una serie di operazioni finanziarie di acquisto di diritti cinematografici e televisivi da majors americane, con vorticosi passaggi fra una società estera e l’altra del gruppo Berlusconi, con il risultato di far lievitare artificiosamente il prezzo dei beni compravenduti e beneficiare di sconti fiscali previsti dalla legge Tremonti, approvata dal primo governo dello stesso Berlusconi per detassare gli utili reinvestiti dalle imprese. Un presunto falso in bilancio che i magistrati valutano in circa 180 milioni di euro nel 1994.

Telecinco (violazione delle leggi antitrust e frode fiscale in Spagna)

Il giudice anticorruzione di Madrid Baltasàr Garzòn Real, dopo aver chiesto nel 2001 al governo italiano di processare Berlusconi o, in alternativa, di privarlo dell’immunità in modo di poterlo giudicare in Spagna, non ha ancora ricevuto risposta. Per questo il procuratore anticorruzione Carlo Castresana, nel maggio 2002, ha pregato Garzòn di rivolgersi di nuovo alle autorità italiane. Berlusconi in Spagna è accusato – insieme a Marcello Dell’Utri e ad altri dirigenti del gruppo Fininvest – di aver posseduto, grazie a una serie di prestanomi e di operazioni finanziarie illecite, il controllo pressoché totalitario dell’emittente Telecinco eccedenti rispetto ai limiti dell’antitrust spagnola, negli anni in cui il tetto massimo era del 25 per cento delle quote azionarie.

Mafia (concorso esterno in associazione mafiosa e riciclaggio di denaro sporco)

Indagini archiviate a Palermo su richiesta della Procura per scadenza dei termini massimi concessi per indagare.

Bombe del 1992 e del 1993 (concorso in strage)

Le inchieste delle Procure di Firenze e Caltanissetta sui presunti “mandanti a volto coperto” delle stragi del 1992 (Falcone e Borsellino) e del 1993 (Milano, Firenze e Roma) sono state archiviate per scadenza dei termini d’indagine. A Firenze, il 14 novembre 1998, il gip Giuseppe Soresina ha però rilevato come Berlusconi e Dell’Utri abbiano “intrattenuto rapporti non meramente episodici con i soggetti criminali cui è riferibile il programma stragista realizzato”. Cioè con il clan corleonese che da vent’anni guida Cosa Nostra, con centinaia di omicidi e una mezza dozzina di stragi. Aggiunge il giudice fiorentino che esiste “una obiettiva convergenza degli interessi politici di Cosa Nostra rispetto ad alcune qualificate linee programmatiche della nuova formazione [Forza Italia]: articolo 41 bis, legislazione sui collaboratori di giustizia, recupero del garantismo processuale asseritamente trascurato dalla legislazione dei primi anni 90”. Poi aggiunge che, nel corso delle indagini, addirittura “l’ipotesi iniziale [di un coinvolgi- mento di Berlusconi e dell’Utri nelle stragi] ha mantenuto e semmai incrementato la sua plausibilità”. Ma purtroppo è scaduto “il termine massimo delle indagini preliminari” prima di poter raccogliere ulteriori elementi. Il gip di Caltanissetta Giovanni Battista Tona ha scritto: “Gli atti del fascicolo hanno ampiamente dimostrato la sussistenza di varie possibilità di contatto tra uomini appartenenti a Cosa Nostra ed esponenti e gruppi societari controllati in vario modo dagli odierni indagati [Berlusconi e Dell’Utri]. Ciò di per sé legittima l’ipotesi che, in considera- zione del prestigio di Berlusconi e Dell’Utri, essi possano essere stati individuati dagli uomini dell’organizzazione quali eventuali nuovi interlocutori”. Ma “la friabilità del quadro indiziario impone l’archiviazione”. C’è, infine, la sentenza della Corte di Assise di Appello di Caltanissetta, che il 23 giugno 2001 ha condannato 37 boss mafiosi per la strage di Capaci: nel 14 capitolo intitolato esplicitamente “I contatti tra Salvatore Riina e gli on. Dell’Utri e Berlusconi”, si legge che è provato che la mafia intrecciò con i due “un rapporto fruttuoso quanto meno sotto il profilo economico”. Talmente fruttuoso che poi, nel 1992, “il progetto politico di Cosa Nostra sul versante istituzionale mirava a realizzare nuovi equilibri e nuove alleanze con nuovi referenti della politica e dell’economia”. Cioè a “indurre nella trattativa lo Stato ovvero a consentire un ricambio politico che, attraverso nuovi rapporti, assicurasse come nel passato le complicità di cui Cosa Nostra aveva beneficiato”.

TUTTE LE BUGIE DI BERLUSCONI

“Io dico sempre cose sincere, anche perché non

ho memoria e dimenticherei le bugie. Come ci si

può fidare di chi usa la menzogna come mezzo

della lotta politica? La gente deve fidarsi solo di

chi dice la verità” (Silvio Berlusconi, 2-3-94)

Indro Montanelli, il più grande giornalista italiano scomparso nel 2001, lo conosceva bene, avendolo avuto per 15 anni come editore. E diceva: “Silvio Berlusconi è un mentitore professionale: mente a tutti, sempre anche a se stesso, al punto da credere alle sue stesse menzogne”. Una pulsione incontenibile e irrefrenabile, quella del presidente del Consiglio italiano verso la menzogna. Persino in Tribunale. Infatti, il 22 ottobre 1990, la Corte d’Appello di Venezia l’ha riconosciuto colpevole di aver mentito ai giudici sotto giuramento: “Il Berlusconi – si legge nella sentenza – deponendo avanti il Tribunale di Verona, ha dichiarato il falso, realizzando gli estremi obiettivi e soggettivi del contestato delitto”: cioè la falsa testimonianza, a proposito della sua iscrizione alla loggia massonica P2. Il reato, accertato, fu dichiarato estinto grazie a una provvidenziale amnistia approvata nel 1989. Negli Stati Uniti la menzogna (specie se giurata dinanzi a un giudice) comporta l’immediato impeachment: il colpevole lascia la Casa Bianca. In Italia, entra a Palazzo Chigi. E, naturalmente, continua a mentire. Come prima e più di prima. Quello che segue è un piccolo catalogo ragionato delle bugie berlusconiane.

BERLUSCONI GIOVANE

“La mia carriera canora (come cantante sulle navi da crociera, ndr) è cominciata con una tournée in Libano” (7-6-1989). Ma secondo Giuseppe Fiori, suo biografo non autorizzato, Berlusconi non è mai stato in Libano. “Al ‘Gardenia’ (un locale notturno, ndr) di Milano, come poi sarebbe avvenuto a Parigi, dopo aver cantato mi buttavo in pista per ballare con le bionde” (ibidem). Ma Berlusconi non ha mai suonato a Parigi. “Ho studiato due anni a Parigi, alla Sorbona, e per mantenermi dovevo suonare e cantare nei locali della capitale” (8-7-1989). Ma Berlusconi non ha mai studiato alla Sorbona: semmai alla Statale di Milano. “A Parigi facevo il canottaggio ed ero campione italiano studentesco con il Cus di Milano” (luglio 1989). Parigi a parte, esistono seri dubbi sui titoli sportivi conquistati dal Cavaliere in canoa.

BERLUSCONI INCAPPUCCIATO

“Non ricordo la data esatta della mia iscrizione alla P2, ricordo comunque che è di poco anteriore allo scandalo. Non ho mai pagato una quota di iscrizione, né mi è stata richiesta” (27-9-1988, al Tribunale di Verona). Berlusconi s’iscrisse alla P2 nei primi mesi del 1978 e pagò regolarmente la quota di iscrizione di 100 mila lire. Di qui la falsa testimonianza. “Basta con questa storia della P2: l’ho già detto, ricevetti la tessera per posta e non pagai neppure la quota d’iscrizione” (10-3-94). Ma, come ha testimoniato anche Licio Gelli, gran maestro venerabile della loggia P2, “Berlusconi ha fatto la normale iniziazione alla loggia P2”.

BERLUSCONI IMPRENDITORE

“Il signor Berlusconi ha lavorato, ha rischiato, ha pagato le tasse e non ha mai chiesto alcuna lira di contributi allo Stato” (22-5-95). Ma la Fininvest è sotto processo per evasione fiscali di centinaia di miliardi; e ha ricevuto contributi pubblici, tanto per l’editoria (5 miliardi e rotti all’anno per Il Giornale, intestato al fratello Paolo, altrettanti per Il Foglio intestato alla moglie Veronica), quanto per la cassa integrazione alla Standa e alla Mondadori. “La legge Mammì ci ha tolto la metà del fatturato” (La Stampa, 24-5-95). All’epoca della legge Mammì (che nell’agosto 1990 ha regolamentato il sistema radiotelevisivo italiano), le dimensioni del gruppo erano pressappoco le stesse del ’95. “La Mammì ci ha costretti a vendere i quotidiani e ci ha impedito di tenere le pay tv” (La Stampa, 24-5-95). I quotidiani erano uno solo: il Giornale (subito passato al fratello Paolo); le pay tv non esistevano ancora, visto che Tele+ è nata il 20 ottobre ’90. “E’ una falsità, una cosa senza senso dire che dietro il signor Berlusconi ci sia Craxi. Non devo nulla a Craxi e al cosiddetto Caf, e non rinnego nulla di ciò che ho fatto” (a Mixer, Rai2, 21-2-94). Ma era stato lo stesso Berlusconi a confessare, il 13-9-93, in un raro lampo di sincerità, di aver licenziato l’anchor man Gianfranco Funari su ordine di Craxi (“Non è un mistero – aveva ammesso il Cavaliere – che Berlusconi è sempre stato schiavo del Principe, e in più di un’occasione ho dovuto tenerne conto. Un anno fa, se ricordate bene, io stavo aspettando le concessioni televisive…”).

BERLUSCONI CANDIDATO

“Tutti mi chiedono di candidarmi. Ma io so perfettamente quello che posso fare. Se io facessi la scelta politica dovrei abbandonare le televisioni e cambiare completamente mestiere. Un partito di Berlusconi non c’è stato, nè ci sarà mai” (13-9-93). Due mesi dopo nasce ufficialmente Forza Italia e Berlusconi si candida alla presidenza del Consiglio. “Se fonderò un partito? Ho sempre dichiarato il contrario, sarà la ventesima volta che lo ripeto. Lo scrive chi ha interesse a mettermi contro gli attuali protagonisti della politica. E perciò farà finta anche stavolta di non leggere la mia smentita, per cui mi toccherà di ripeterla per la ventunesima volta e chissà per quante altre volte ancora” (Epoca, 23-10-93). Come sopra. “Il mio presunto partito esiste soltanto sulle pagine di alcuni giornali” (alla commissione Bilancio della Camera, 26-10-93). Come sopra.

BERLUSCONI PREMIER/2

“Il nostro futuro ministro della Giustizia è la dottoressa Parenti” (6-2-94). Invece sarà Alfredo Biondi. “Credo che al ministero dell’Interno ci sia bisogno di una persona esperta… di un nonno” (La Stampa, 20-4-94). Infatti offre il ministero al pm Antonio Di Pietro (44 anni), ma questi rifiuta, e allora Berlusconi nomina il leghista Roberto Maroni (39 anni). “Siamo orientati ad un governo molto snello, magari con meno sottosegretari: sarebbe una bella rottura con il passato” (12-4-94). I sottosegretari saranno 39, rispettivamente 3 e 4 in più rispetto ai precedenti governi Ciampi e Amato. “Il criterio per l’assegnazione dei ministeri sarà assolutamente meritocratico, nessuna spartizione delle poltrone” (19-4-94). Infatti, per esempio, la latinista Adriana Poli Bortone andrà alle Risorse Agricole. “Questo governo è schierato dalla parte dell’opera di moralizzazione della vita pubblica intrapresa da valenti magistrati. No ai colpi di spugna. Da questo governo non verrà mai messa in discussione l’indipendenza dei magistrati” (al Senato, 16-5-94). In 7 mesi di vita, il governo Berlusconi metterà quotidianamente in discussione l’indipendenza dei giudici e approverà in tutta fretta il “colpo di spugna” di Biondi, detto anche “decreto salvaladri”, che vieta l’arresto per i reati di corruzione, concussione, finanziamento illecito e falso in bilancio. “Falcone e Borsellino hanno dato la vita contro la mafia. E’ nel loro nome che il governo si sente vincolato a proseguirne l’opera. Sarebbe suicida abbassare la guardia contro la criminalità. Bisogna invece dotare di strumenti migliori la polizia e la magistratura” (al Senato il 16 e alla Camera il 18-5-94). Il primo governo Berlusconi e la sua maggioranza tenteranno di smantellare la legislazione voluta (e pagata con il sangue) da Falcone e Borsellino: carcere duro per i boss (41-bis), legge sui pentiti, supercarceri nelle isole e così via. “Vi assicuro che non ci sarà il condono edilizio” (30-5-94). “Nel Consiglio dei ministri o altrove non ho mai pronunciato la parola ‘condono’. Sono i giornali che vogliono farci apparire come gli altri governi” (23-6-94). Un mese dopo il suo governo varerà il condono edilizio, e subito dopo quello fiscale. “Alla Rai non sposterò nemmeno una pianta” (29-3-94). “Mai mi occuperò di questioni televisive, per non dare l’impressione di voler favorire i miei affari, anzi starò più dalla parte della Rai che della Fininvest” (30-5-94). Pochi giorni dopo, Berlusconi destituisce anzitempo l’intero consiglio d’amministrazione della Rai, per nominarne uno nuovo di sua fiducia, con appositi direttori di rete e tg. E proclama: “E’ certamente anomalo che in uno Stato democratico esista un servizio pubblico televisivo contro la maggioranza che ha espresso il governo del Paese. Questa Rai non piace alla gente: me l’ha detto un sondaggio. Il governo se ne occuperà tra breve” (7-6-94). “Le nonne, le mamme e le zie d’Italia stiano tranquille: non sarà toccata una lira delle pensioni attuali” (10-9-94). Poco dopo Berlusconi tenta una riforma che taglia drasticamente le pensioni, poi bloccata da una manifestazione sindacale con oltre un milione di persone e dalla dissociazione del suo ministro del Lavoro Clemente Mastella, nonché del partito alleato Lega Nord che lascia il governo e lo rovescia.

BERLUSCONI OPPOSITORE

“La par condicio ha danneggiato gravemente il Polo delle libertà” (20-4-95). L’Osservatorio dell’università di Pavia sulle televisioni dimostra, ininterrottamente dal 1995, che i politici più presenti sulle reti televisive sono Berlusconi e i suoi uomini. “Pochi ricordano che la Thatcher ha privatizzato qualunque cosa, tranne che la British Telecom” (Liberal, 4-4-95). Ma è vero il contrario. Scrive infatti Margaret Thatcher nella sua autobiografia (“Gli anni di Downing Street”, Sperling & Kupfer, 1994, pag.577): “British Telecom fu il primo servizio pubblico ad essere privatizzato. Più di qualsiasi altra, la sua vendita pose le basi del capitalismo ad azionariato popolare in Gran Bretagna… Fui più che soddisfatta quando nel novembre 1984. British Telecom fu finalmente privatizzata”. “Non so se avrò voglia di tornare a Palazzo Chigi. Troppo faticoso. La presidenza del Consiglio non la reputo essenziale, non ho questa ambizione personale” (10-2-95). “Non mi ritengo indispensabile. Sono assolutamente favorevole ad un tecnico a Palazzo Chigi, io potrei restare leader del Polo in cabina di regia” (13-4-95). “Adesso che si torna al teatrino della politica, diventa inutile che io resti in pista. Meglio tornare a curare le mie aziende” (31-5-95). “Il ruolo di regista delle riforme, come leader del Polo in Parlamento, è un ruolo che mi attira molto di più di quello di presidente del Consiglio” (10-10-95). Silvio Berlusconi avrà sempre un solo candidato per Palazzo Chigi: Silvio Berlusconi.

BERLUSCONI EDITORE

“Noi non abbiamo giornali- partito. Noi non teorizziamo né tantomeno pratichiamo l’informazione come strumento di ricatto politico. I nostri sono eccellenti prodotti editoriali, non fabbriche di consenso o, quel che è peggio, di calunnie, di derisione, di disprezzo. Non ho mai usato né mai userò i miei mezzi di comunicazione per scatenare campagne di aggressione contro un concorrente, né diffamare chi non è d’accordo con me. Lascio questi metodi ad altri” (Epoca, 20-10-93). Chiunque conosca giornali e tv berlusconiani sa che, almeno dopo l’entrata in politica di Berlusconi, sono stati trasformati in formidabili strumenti di attacco, aggressione e spesso anche di diffamazione per i magistrati e gli avversari politici del loro proprietario.

BERLUSCONI RICANDIDATO

“Dal 1995, passata all’opposizione dopo il golpe politico-giudiziario, mentre fischiavano le pallottole delle procure politicizzate, Forza Italia.” (da “Una storia italiana”, l’autobiografia illustrata di Berlusconi inviata in 20 milioni di copie a tutte le famiglie italiane nell’aprile 2001, in piena campagna elettorale). Forza Italia passò all’opposizione perché, il 21 dicembre ’94, Berlusconi salì al Quirinale e si dimise da presidente del Consiglio: la Lega Nord gli aveva revocato l’appoggio, votando mozioni di sfiducia insieme al Ppi di Rocco Buttiglione e al Pds di Massimo D’Alema. Le procure non c’entrano nulla. “Io non ho nulla a che vedere con All Iberian e non possiedo società off- shore all’estero” (Silvio Berlusconi, 15-3-2000). La Cassazione ha già accertato definitivamente che All Iberian è interamente controllata dalla Fininvest. Tant’è che i suoi conti esteri venivano aperti dal tesoriere centrale del gruppo Berlusconi, Giuseppino Scabini. All Iberian è una società off- shore con sede all’estero (isole del Canale), come le altre 63 scoperte dal pool di Milano e confermate dalla società di revisione internazionale Kpmg. “Le nostre holding erano intestate ai nostri consulenti perché si faceva così, era tutto normale: le trovavamo già pronte negli studi professionali specializzati” (26-4-2001). Le 34 holding “Italiana 1,2,3,4 eccetera” che stanno dietro alla Fininvest sin dalla fine degli anni 70 e le altre società della galassia berlusconiana nascono quasi tutte senza il nome di Berlusconi, ma intestate a prestanome: una cinquantina fra parenti, amici, casalinghe baresi, disoccupati calabresi, elettricisti, malati terminali colpiti da ictus, persino un cecoslovacco nato nel 1887. Tutto normale? “Nessun mistero sulle origini delle mie fortune: ho cominciato con la liquidazione di mio padre: 30 milioni” (26-4-2001). Poi, però, fra il 1978 e il 1983 Berlusconi si ritrovò in tasca 113 miliardi (degli anni 70, pari ad almeno 250 milioni di euro odierni). In parte giunti in contanti. Sulla provenienza di quel fiume di denaro, Berlusconi non ha mai voluto spiegare nulla. Nemmeno quando, nel novembre 2002, il Tribunale di Palermo che sta processando il suo braccio destro Marcello Dell’Utri (parlamentare europeo e italiano, già condannato per false fatture e frode fiscale e imputato per mafia, calunnia ed estorsione), si è recato in trasferta a Palazzo Chigi per interrogarlo. In quell’occasione, alle domande sulle origini di quei quattrini e sulle ragioni che lo indussero a ospitare in casa sua per due anni un boss mafioso del calibro di Vittorio Mangano, con mansioni di “stalliere” o di “fattore”, il premier ha Berlusconi ha risposto: “Mi avvalgo della facoltà di non rispondere”. E i giudici sono ritornati a Palermo a mani vuote.

BERLUSCONI PREMIER/2

“Meno tasse per tutti” (slogan elettorale di Berlusconi, maggio 2001). Le tasse degli italiani resteranno le stesse, anzi aumenteranno per l’incremento sostanzioso dei tributi regionali e comunali, in conseguenza dei tagli ai trasferimenti governativi a comuni e regioni. Il 13 novembre 2001, in visita a Granada (Sagna), Berlusconi e il suo ministro dell’Economia Giulio Tremonti comunicano che “i conti pubblici non sono ancora a posto”, dunque 23 di ridurre le tasse non se ne parla. Così come della riforma delle pensioni, promessa in campagna elettorale alla Confindustria. Che subito protesta. “Non ho mai detto che la civiltà occidentale è superiore all’Islam. E’ colpa di una sinistra irresponsabile che diffonde notizie false sul mio conto” (7-9- 2001). In realtà Berlusconi, soltanto il giorno prima, ha dichiarato testualmente in una conferenza stampa dalla Germania: “Noi dobbiamo essere consapevoli della superiorità della nostra civiltà, che ha dato luogo al benessere e al rispetto dei diritti umani e religiosi. Cosa che non c’è nei paesi dell’Islam… Dobbiamo evitare di mettere le due civiltà, quella islamica e quella nostra sullo stesso piano. La libertà non è un patrimonio della civiltà islamica. La nostra civiltà deve estendere a chi è rimasto indietro di almeno 1400 anni nella storia i benefici e le conquiste che l’Occidente conosce. C’è una singolare coincidenza fra gli islamici e gli anti-global nella loro opposizione all’Occidente”. Poi l’incidente diplomatico internazionale, le proteste della Lega Araba (“posizioni razziste”), l’imbarazzo dell’Occidente impegnato nel tentativo di coinvolgere nella lotta al terrorismo fondamentalista delle Due Torri i paesi islamici moderati. Così il Cavaliere è costretto alla smentita, cioè all’ennesima bugia. “Ho fatto un’esposizione sommaria della legge finanziaria e ho trovato un’ottima accoglienza sia da Prodi sia dal commissario Pedro Solbes” (10- 10-2001). Così Berlusconi al termine di un incontro ufficiale a Bruxelles con il presidente Romano Prodi e gli altri membri della Commissione europea. Senonché Prodi cade dalle nuvole: “Non ne abbiamo neanche parlato”. Anche Solbes lo smentisce: “Non ho espresso alcun giudizio sulla finanziaria italiana, la valuterò insieme al patto di stabilità”. Berlusconi è costretto alla retromarcia: “Io ho illustrato l’azione del mio governo, Prodi e Solbes mi hanno ascoltato in silenzio”. Poi, in conferenza stampa, se la prende con il “club della menzogna della sinistra” che gli attribuirebbe frasi mai dette. “La tv pubblica è interamente nelle mani della sinistra, e anche la tv privata si sbilancia a sinistra” (30-1-2002, a Le Figaro). Appena tornato al governo, Berlusconi, che già detiene il monopolio assoluto della televisione commerciale (Canale 5, Italia 1, Rete 4), nomina suoi uomini al vertice delle tre reti pubbliche Rai (presidente Antonio Baldassarre, direttore generale Agostino Saccà). Costoro allontanano dal video i due giornalisti più famosi della Rai, sgraditi al premier – Enzo Biagi e Michele Santoro – nonché il comico Daniele Luttazzi, anche lui inviso al Cavaliere. Poi, quando il primo consiglio di amministrazione si dimette agli inizi del 2003, Berlusconi riunisce gli alleati in casa propria per decidere i nuovi consiglieri, facendo infuriare addirittura i presidenti delle due Camere, che rifiutano di ratificare le nomine. Alla fine, viene creato un nuovo Cda Rai formato da 4 esponenti del centro-destra e uno solo del centro-sinistra. Anche il direttore generale, amico di Berlusconi e del fratello Paolo, è di stretta obbedienza governativa. “Comprare Alessandro Nesta (difensore della Lazio e della Nazionale, ndr) per il Milan? Sono cose che non hanno più nulla di economico, di morale. Nel calcio abbiamo sbagliato tutti, ora basta” (23-8-2002). L’indomani il Milan di Berlusconi annuncia l’acquisto di Nesta, avvenuto da almeno una settimana. “Non capisco tutta questa fretta per la legge Cirami sul legittimo sospetto (che gli consente di spostare i suoi processi da Milano a Brescia, ndr)” (31- 7-2002). “La legge sul legittimo sospetto è una priorità per il governo” (30- 8-2002). “E se in Irak non ci fossero più armi di distruzione di massa? Come parere personale, non credo che ci siano più quegli ordigni” (16-10-2001, al termine di un lungo incontro con Vladimir Putin). “Sono e resto con Blair, l’alleato più vicino a Bush. Non ho mai detto che Saddam non ha armi di distruzione di massa. Dico solo che potrebbe avere avuto il tempo di distruggerle o di metterle da qualche altra parte” (17-10-2002, dopo le incredule proteste di Londra e Washington). “Mediaset non farà alcun ricorso al condono fiscale” (30-12-2002). Berlusconi smentisce le rivelazioni del quotidiano La Repubblica, il quale calcola che il condono fiscale contenuto nella legge finanziaria Berlusconi consentirà al gruppo Mediaset di chiudere la lite col fisco per il possesso di società off-shore risparmiando multe per 100 milioni di euro, pari a 200 miliardi di lire. Cinque mesi dopo, il settimanale l’Espresso scoprirà che Mediaset ha regolarmente fatto ricorso al condono, risparmiando così circa 120 milioni di euro di imposte. “Ho assoluta fiducia nella Cassazione, fiducia che non né mai mancata. Altra cosa sono certi pm che vogliono un ruolo particolare e imbastiscono processi che finiscono nel nulla” (26 gennaio 2003).L’indomani la Cassazione gli dà torto e non sposta i suoi processi da Milano. Lui, il premier, tuona subito contro i “giudici golpisti”.

BERLUSCONI IMPUTATO

“Giuro sui miei cinque figli che non so nulla di quanto mi viene contestato (le tangenti alla Guardia di Finanza, ndr). Sono vittima di una grande ingiustizia. Mi dicono che questo avviso è la risposta a quanto stiamo facendo” (23-11-94). “E’ come se mi avessero mandato un avviso di garanzia accusandomi di non chiamarmi Silvio Berlusconi. Siccome sono certo di chiamarmi Silvio Berlusconi, non credo che nessun tribunale giusto al mondo possa condannarmi perché mi chiamo Silvio Berlusconi. Può esserci una condanna, ma allora non sarà un atto di giustizia, ma sovversione” (1-12-94). “Io corruttore? Sarebbe come incolpare suor Teresa di Calcutta, dopo una vita di sacrifici, se una bambina dell’istituto allungasse una mano per pigliare un quarto di mela dal fruttivendolo, non per sé, ma per darlo ad un altro” (27-10-95). “Nessuno si è reso responsabile di corruzione, il capo del gruppo non era minimamente a conoscenza di quanto gli viene addebitato. Il vero scandalo sta semmai nel fatto che la mia impresa, come quasi tutte le imprese italiane, sia stata sottoposta a pressioni concussive da parte di un corpo armato dello Stato… Siamo stati costretti a pagare da un’associazione a delinquere come la Guardia di Finanza, da elementi deviati di un corpo armato dello Stato” (16-1-96). Con buona pace dell’incolpevole prole, due dirigenti Fininvest verranno definitivamente condannati per corruzione della Guardia di Finanza, un consulente legale definitivamente per favoreggiamento, i due segretari per falsa testimonianza in primo e secondo grado, mentre Berlusconi verrà condannato dal Tribunale per corruzione, dichiarato prescritto (cioè responsabile, ma non più punibile) dalla Corte d’appello, infine assolto dalla Cassazione. Ma solo per “insufficienza probatoria”. “Publitalia non ha mai emesso fatture false, e funziona come un orologio” (31-5-95). Ma i massimi dirigenti di Publitalia, dal presidente fondatore Marcello Dell’Utri in giù, hanno patteggiato condanne per decine di miliardi di false fatture e frodi fiscali. “Sono pronto a lasciare la guida del Polo, la Camera e la vita politica se verrà dimostrato un rapporto mio o della Fininvest o di una società del gruppo col signor Bettino Craxi, diverso da quello della pura amicizia!” (29- 11-95). Craxi è colui che nel 1984 impose con il suo governo al Parlamento ben due decreti ad personam, i “decreti Berlusconi”, per salvare le televisioni dell’amico finite sotto inchiesta (e minacciate di sequestro dai magistrati) perché trasmettevano illegalmente su tutto il territorio nazionale. La Corte di Cassazione, confermando la prescrizione del reato di finanziamento illecito nel processo sulla società berlusconiana off-shore “All Iberian”, ha ritenuto dimostrato che Berlusconi versò illegalmente a Craxi, tra il 1990 e il 1992, ben 21 miliardi estero su estero. Ma Berlusconi non ha lasciato la vita politica. “Non ho mai fatto alcun attacco alla magistratura” (10-10-95). “Se c’è una cosa che mi viene addebitata e che non risponde al vero è da parte mia un giudizio negativo nei confronti dei magistrati” (25-11-95). “Io sono un grande estimatore della magistratura e l’ho dimostrato nella mia attività di governo, durante la quale sono sempre stato vicino ai problemi dei giudici” (7-12-95). “Mi consenta ancora una volta di esprimere ammirazione verso la magistratura e i giudici” (23-1-96). Una costante dell’azione politica è l’attacco sistematico, scientifico, incessante alla magistratura di ogni ordine e grado: dai pm di Milano (ma anche di Palermo, Napoli, Torino: tutti quelli che si sono occupati di lui o di sue aziende) ai giudici per le indagini preliminari, da quelli di tribunale a quelli di appello, su su fino alle sezioni unite della Corte di Cassazione, massima istanza giurisdizionale del Paese. “Le inchieste sul mio gruppo sono iniziate soltanto dopo il mio impegno in politica. Prima non avevo mai subito nulla del genere” (17-6-2003). Ma è vero il contrario: prima nascono le inchieste sulla Fininvest di Berlusconi, poi (e forse proprio per questo) Berlusconi “scende in campo” politico. La prima indagine (poi archiviata) sul Berlusconi imprenditore, per traffico di droga, fu aperta a Milano nel lontano 1983. Nel 1989 poi, sempre a Milano, Marcello Dell’Utri finì per la prima volta sotto inchiesta per mafia (prosciolto). La tesi della persecuzione politica per via giudiziaria, già esposta dal premier in una denuncia a Brescia, è stata così smontata dal gip Carlo Bianchetti nell’archiviazione del 15 maggio 2001: “Risulta dall’esame degli atti che, contrariamente a quanto si desume dalle prospettazioni del denunciante, le iniziative giudiziarie. avevano preceduto e non seguito la decisione di “scendere in campo”. [Il pool di Mani pulite ha compiuto, tra] il 27 febbraio ’92 e il 20 luglio ’93, ben 25 accessi presso Fininvest e Publitalia”. Lo stesso Berlusconi, al momento di entrare in politica verso la fine del 1993, aveva confidato ai famosi giornalisti Enzo Biagi e Indro Montanelli (che l’hanno poi raccontato): “Se non entro in politica, fallisco e mi arrestano”. “E questo potere arbitrario e di casta è stato illiberalmente esercitato nel 1994 contro un governo sgradito alla magistratura giacobina di sinistra, governo messo platealmente sotto accusa attraverso il suo leader in un procedimento iniziato a Napoli mentre presiedeva una Convenzione delle Nazioni Unite e sfociato poi, per assoluta mancanza di fondatezza, in una clamorosa assoluzione molti anni dopo” (29-1-2003). Berlusconi si ostina a ripetere che, nel 1994, il suo governo fu rovesciato dall’invio di un “avviso di garanzia” per le mazzette Fininvest alla Guardia di Finanza, a Napoli, mentre lui presiedeva un convegno sulla criminalità organizzata. Si trattava in realtà di un “invito a comparire” (una convocazione per un interrogatorio), dovuto per legge, che non fu affatto notificato a Napoli, ma a Roma. E fu preannunciato al telefono all’interessato la sera prima (21 novembre ’94) dai carabinieri. Fu dunque Berlusconi, pur sapendo di essere sospettato di corruzione, a decidere ugualmente di presiedere il convegno anche l’indomani (giorno 22), esponendo il buon nome dell’Italia al ludibrio internazionale. Ai magistrati milanesi, secondo un’informativa dei carabinieri, risultava che lui, la sera stessa del 21, sarebbe rientrato a Roma abbandonando il convegno napoletano inaugurato la mattina. Perciò inviarono i militari per la consegna a Roma, non a Napoli. Quanto alle ragioni della caduta del governo, quell’atto non ebbe alcuna conseguenza. L’hanno stabilito i magistrati di Brescia, ai quali Berlusconi aveva presentato un esposto contro i magistrati milanesi per “attentato agli organi costituzionali” (cioè al suo primo governo). Nell’ordinanza del giudice Carlo Bianchetti che il 15 maggio 2001 archivia l’inchiesta e assolve il pool di Milano, si legge: “Alla causazione del cosiddetto “ribaltone” è stata sostanzialmente estranea la vicenda dell’invito a presentarsi, dal momento che, secondo la testimonianza dell’allora ministro Maroni, la decisione della Lega Nord di “sfiduciare” il governo Berlusconi (decisione che era stata determinante nella caduta dell’Esecutivo) era stata formalizzata il 6 novembre 1994, e perciò due settimane prima; trovava comunque le sue radici in un insanabile contrasto tra la Lega Nord e gli altri partiti del Polo delle Libertà risalente a fine agosto ’94, allorché l’on. Bossi era venuto a sapere dell’intenzione del capo del governo di “andare alle elezioni anticipate in autunno”. “Nel processo Sme non ci sono né indizi né prove contro di me, c’è solo il teorema della signora Stefania Ariosto, una mitomane che ha fatto dei pettegolezzi. Per la Sme mi aspetterei non un processo, ma una medaglia d’oro al valore civile per avere salvato l’Italia da una svendita di un bene pubblico per 500 miliardi quando ne valeva 2500”. La teste Stefania Ariosto non parla dell’affare Sme: si limita a raccontare ciò che ha visto e sentito a proposito di Previti e della corruzione di alcuni giudici romani. In realtà, nel processo Sme, gli imputati sono sotto accusa per alcuni bonifici bancari. Il primo riguarda l’industriale Pietro Barilla (deceduto nel ’93): il 2 maggio e il 26 luglio 1988 da un conto estero di Barilla partono due accrediti (1 miliardo e 800 milioni di lire) destinati all’avvocato Attilio Pacifico, braccio destro dell’avvocato berlusconiano Cesare Previti. Pacifico versa, secondo l’accusa, 200 milioni in contanti al giudice Filippo Verde, e tramite bonifico 850 a milioni a Previti e 100 al giudice Renato Squillante. Il secondo bonifico chiama invece direttamente in causa la Fininvest. Il 6 marzo 1991, dal conto svizzero “Ferrido”, aperto dal capo della tesoreria Fininvest Giuseppino Scabini, vengono accreditati 434.404 dollari sul conto “Mercier” di Previti, da dove, un’ora dopo, vengono girati sul conto “Rowena” del giudice Squillante. Secondo l’accusa, il conto Ferrido (della galassia All Iberian) era alimentato con fondi personali e familiari di Berlusconi. Di qui l’accusa, per tutti, di corruzione giudiziaria. Per la Sme (la finanziaria alimentare dell’Iri), Berlusconi non sventò alcuna svendita: la quota dell’azienda in vendita da parte dell’Iri era stata valutata 500 miliardi da due esperti dell’università milanese Bocconi, e dunque Carlo De Benedetti, unico offerente nel 1985, aveva offerto quella cifra. Poi Berlusconi, su ordine di Craxi, si intromise nell’affare, rilanciando per un 10% appena: il minimo indispensabile per entrare in partita. Dunque offrì 550 miliardi, poco più di De Benedetti, poco meno di un quinto rispetto al valore che oggi egli pretende di attribuire alla Sme del 1985. “La magistratura politicizzata, nel 1992-’93, ha cancellato cinque partiti dalla vita pubblica, risparmiando i comunisti per portarli al potere”. A parte il fatto che, a Milano, il pool Mani Pulite arrestò e inquisì quasi l’intero vertice del Pci-Pds, esattamente come quelli dei partiti moderati, va detto che le prime elezioni dopo Tangentopoli non le vinsero le sinistre. Le vinse Berlusconi, occupando lo spazio lasciato libero dal pentapartito che si era sciolto per mancanza di voti dopo lo scandalo. Il 24 gennaio 1994, al momento della sua discesa in campo, il Cavaliere elogiò il pool di Milano per avere scoperchiato lo scandalo di Tangentopoli: “La vecchia classe politica è stata travolta dai fatti e superata dai tempi […]. L’autoaffondamento dei vecchi governanti, schiacciati dal peso del debito pubblico e del finanziamento illegale dei partiti, lascia il paese impreparato e incerto…”. E il 6 febbraio rincarò la dose: “Basta con i ladri di Stato, noi siamo per una politica nuova, diversa, pulita. Siamo l’Italia che lavora contro l’Italia che ruba”. Subito dopo tentò di avere nel suo governo i due simboli del pool di Mani Pulite: Antonio Di Pietro al ministero dell’Interno e Piercamillo Davigo alla Giustizia. I due, però, rifiutarono. Ma evidentemente, all’epoca, Berlusconi non li considerava “toghe rosse”. “I magistrati milanesi abusavano della carcerazione preventiva per estorcere confessioni agli indagati” (30-9-2002). Anche questo cavallo di battaglia della polemica berlusconiana anti-giudici è smentita dai fatti e, soprattutto, dalla relazione consegnata al governo dai quattro ispettori ministeriali inviati contro il pool di Milano nell’ottobre 1994 dal guardasigilli Alfredo Biondi (Forza Italia, primo governo Berlusconi). Relazione resa nota il 15 maggio ’95: “Nessun rilievo può essere mosso ai magistrati milanesi, i quali non paiono aver esorbitato dai limiti imposti dalla legge nell’esercizio dei loro poteri […]. Non si è riscontrata un’apprezzabile e significativa casistica di annullamenti delle decisioni che hanno dato luogo a quelle detenzioni […]. I provvedimenti custodiali sono stati spesso suffragati […] dall’ulteriore e decisiva prova della confessione dell’indagato. Né è risultato che tali confessioni siano state in seguito ritrattate perché rese sotto la minaccia dell’ulteriore protrarsi della detenzione […]. Non è possibile ascrivere quelle confessioni alle “condizioni fisiche e psicologiche disumane” nelle quali si sarebbero venuti a trovare molti indagati, alcuni dei quali suicidatisi, condizioni cui fa riferimento l’on. Sgarbi: non è stata mai segnalata l’applicazione di regimi detentivi differenziati e inaspriti rispetto alla generalità dei casi”. “I magistrati del pool di Milano avevano come obbiettivo quello di favorire la presa di potere da parte delle sinistre” (9-5-2003). A parte le considerazioni già esposte, è interessante leggere la risposta data il 23 ottobre 1996 dal ministro dell’Interno britannico Simon Brown al Parlamento britannico, per spiegare il diniego opposto al ricorso degli avvocati di Berlusconi, i quali parlavano di inchieste e reati “politici” per opporsi alla consegna dei documenti sui conti esteri della galassia All Iberian: “Se ben capisco l’argomentazione dei richiedenti [la Fininvest], essi sostengono che l’azione giudiziaria in corso in Italia per donazioni illecite di 10 miliardi al signor Craxi è politica, e che le accuse di falso contabile […] sarebbero reato connesso. Le donazioni politiche illegali sono un reato politico? Non sono d’accordo. A me sembra piuttosto un reato contro la legge ordinaria promulgata per garantire un corretto ordinamento del processo democratico in Italia – reato in nulla diverso, diciamo, dal votare due volte alle elezioni […]. Il reato in questione è stato commesso per influenzare la politica del governo: non si pagano clandestinamente grosse somme di denaro a un partito politico senza uno scopo […]. Non accetto in nessun modo che il desiderio della magistratura italiana di smascherare e punire la corruzione nella vita pubblica e politica, e il conflitto che ciò ha creato tra i giudici e i politici in quel paese, operi in modo tale da trasformare i reati in questione in reati politici. È un uso scorretto del linguaggio definire la campagna dei magistrati come improntata a “fini politici”, o le loro azioni nei confronti del signor Berlusconi come persecuzione politica. Al contrario, tutto ciò che ho letto su questo caso suggerisce che la magistratura stia dimostrando una giusta indipendenza politica dall’esecutivo ed equanimità nel trattare in modo eguale i politici di tutti i partiti […]. [Il reato] non è intrinsecamente politico, né lo diviene nel caso che l’autore del reato speri di cambiare la politica del governo comprando influenza politica, e neanche se il potere giudiziario, perseguendo lui, spera di ripulire la politica. Nessuno degli argomenti dei richiedenti riesce a persuadermi in nulla che i reati in questione siano politici. Non riesco proprio a vedere i pagatori corrotti della politica come i “Garibaldi di oggi”, o cercatori di libertà, o “prigionieri politici”. “I magistrati milanesi abusavano della carcerazione preventiva per estorcere confessioni agli indagati” (30-9-2002). Anche questo cavallo di battaglia della polemica berlusconiana anti-giudici è smentita dai fatti e, soprattutto, dalla relazione consegnata al governo dai quattro ispettori ministeriali inviati contro il pool di Milano nell’ottobre 1994 dal guardasigilli Alfredo Biondi (Forza Italia, primo governo Berlusconi). Relazione resa nota il 15 maggio ’95: “Nessun rilievo può essere mosso ai magistrati milanesi, i quali non paiono aver esorbitato dai limiti imposti dalla legge nell’esercizio dei loro poteri […]. Non si è riscontrata un’apprezzabile e significativa casistica di annullamenti delle decisioni che hanno dato luogo a quelle detenzioni […]. I provvedimenti custodiali sono stati spesso suffragati […] dall’ulteriore e decisiva prova della confessione dell’indagato. Né è risultato che tali confessioni siano state in seguito ritrattate perché rese sotto la minaccia dell’ulteriore protrarsi della detenzione […]. Non è possibile ascrivere quelle confessioni alle “condizioni fisiche e psicologiche disumane” nelle quali si sarebbero venuti a trovare molti indagati, alcuni dei quali suicidatisi, condizioni cui fa riferimento l’on. Sgarbi: non è stata mai segnalata l’applicazione di regimi detentivi differenziati e inaspriti rispetto alla generalità dei casi”.

BERLUSCONI E IL CONFLITTO D’INTERESSI

“Dire che nell’attività di governo e politica ci sia stato qualche volta un interesse personale, non solo del signor Berlusconi, ma anche di altri membri di Forza Italia, è una vergogna” (14-12-95). “La vecchia classe politica che facendo politica prendeva soldi. Io posso dire che per fare politica ne ho spesi parecchi” (15-12-95). Il primo governo Berlusconi passerà alla storia per due provvedimenti: il decreto Biondi, che vietava le custodia in carcere per corruzione alla vigilia dell’arresto di Paolo Berlusconi per corruzione; e la legge Tremonti, che ha fruttato alla Mediaset dello stesso Berlusconi (Silvio) sgravi fiscali per 243 miliardi. “Ho dato incarico ai miei manager di avviare le dismissioni delle mie proprietà” (23-3-94). “Ho sempre riconosciuto che c’era un’anomalia da sanare… Sono il primo a proporre una soluzione di separazione drastica tra l’esercizio dei doveri di governo e l’esercizio dei diritti proprietari” (2-8-94). “Le mie aziende o le congelo o le vendo. Voglio assolutamente dividere i miei interessi privati che ho come azionista Fininvest dalla mia attività pubblica che svolgerò nell’interesse di tutti. Credo che quella del blind trust americano sia la soluzione ideale” (11-4-94). “Oggi vi annuncio che ho deciso di vendere le mie aziende, perché credo che qualcuno, quando si prende un impegno e dentro questo impegno ci sono certe condizioni che sono ostative allo svolgimento globale dell’impegno, deve avere anche il coraggio di sacrificarsi… Non sarà facile trovare un compratore, ma andremo in Borsa con la televisione e terrò una quota assolutamente non di maggioranza” (23-11-94). “Da novembre ho dato mandato irrevocabile alla Fininvest di vendere le tv” (18-3-95). “Venderò le tv ad imprenditori internazionali” (Il Giornale, 1-4-95). “Il conflitto d’interessi sarà risolto nei primi cento giorni del mio governo” (5-5-2001). Nove anni dopo il suo primo governo e due anni dopo l’avvio del secondo, Berlusconi non ha risolto il conflitto d’interessi né tantomeno ha ceduto alcuna delle sue aziende. Anzi, il 21 dicembre 2001, comunica agli italiani che “il conflitto d’interessi esiste solo nel senso che le mie aziende ci hanno rimesso da quando sono entrato in politica al servizio del Paese”. E il 7 maggio 2003, ancora più esplicito: “Il conflitto d’interessi è una scusa. Tutti vedono bene che non c’è nessun conflitto d’interessi. Anzi, io non posso fare che cose sfavorevoli al mio gruppo. Non c’è stata una sola decisione assunta da questa maggioranza e da questo governo che abbia portato cose a mio favore. Da quando sono sceso in politica, il mio gruppo ha subìto soltanto danni enormi”.

Dalla Chiesa

4 settembre 2010 Lascia un commento

Rileggo una vecchia intervista del Generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, Prefetto antimafia a Palermo, trucidato il 3 settembre 1982.
Aveva le idee chiare, aveva capito che la mafia non era un problema della Sicilia, ma un fenomeno globale che andava combattuto creando e coordinando molteplici punti di contrasto, in Italia e nel resto del mondo. Sin dal lontano 1982 le associazioni criminali riciclavano e investivano in Italia e all’estero, in quella che si usa definire “l’economia mafiosa”, quella che Dalla Chiesa definisce “accumulazione primitiva”. Ecco, visto da questa angolazione, riesce difficile pensare di combattere il fenomeno mafioso solo con l’ausilio di una cinquantina di magistrati dislocati nel Sud Italia, e trascorsi più di 25 anni si finisce col diventare inevitabilmente pessimisti..
Qui di seguito l’ultima intervista del Generale rilasciata al giornalista Giorgio Bocca per “La Repubblica” il 10 agosto 1982.

L’ultima intervista del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa “Come combatto contro la mafia “.
PALERMO – La Mafia non fa vacanza, macina ogni giorno i suoi delitti; tre morti ammazzati giovedì 5 fra Bagheria, Casteldaccia e Altavilla Milicia, altri tre venerdì, un morto e un sequestrato sabato, ancora un omicidio domenica
notte, sempre lì, alle porte di Palermo, mondo arcaico e feroce che ignora lanSicilia degli svaghi, del turismo internazionale, del “wind surf” nel mare azzurro di Mondello. Ma è soprattutto il modo che offende, il “segno” che esso dà al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e allo Stato: i killer girano su potenti motociclette, sparano nel centro degli abitati, uccidono come gli pare, adistanza di dieci minuti da un delitto all’altro.
Dalla Chiesa è nero: “Da oggi la zona sarà presidiata, manu militari. Non spero certo di catturare gli assassini ad un posto di blocco, ma la presenza dello Stato deve essere visibile, l’arroganza mafiosa deve cessare”.
Che arroganza generale?
“A un giornalista devo dirlo? uccidono in pieno giorno, trasportano i cadaveri, li mutilano, ce li posano fra questura e Regione, li bruciano alle tre del pomeriggio in una strada centrale di Palermo”.
Questo Dalla Chiesa in doppio petto blu prefettizio vive con un certo disagio la sua trasformazione: dai bunker catafratti di Via Moscova, in Milano, guardati da carabinieri in armi, a questa villa Wittaker, un po’ lasciata andare, un po’ leziosa, fra alberi profumati, poliziotti assonnati, un vecchio segretario che arriva con le tazzine del caffè e sorride come a dire: ne ho visti io di prefetti che dovevano sconfiggere la Mafia.
Generale, vorrei farle una domanda pesante. Lei è qui per amore o per forza? Questa quasi impossibile scommessa contro la Mafia è sua o di qualcuno altro che vorrebbe bruciarla? Lei cosa è veramente, un proconsole o un prefetto nei guai?
“Beh, sono di certo nella storia italiana il primo generale dei carabinieri che ha detto chiaro e netto al governo: una prefettura come prefettura, anche se di prima classe, non mi interessa. Mi interessa la lotta contro la Mafia, mi
possono interessare i mezzi e i poteri per vincerla nell’interesse dello Stato”.
Credevo che il governo si fosse impegnato, se ricordo bene il Consiglio dei Ministri del 2 aprile scorso ha deciso che lei deve “coordinare sia sul piano nazionale che su quello locale” la lotta alla Mafia.
“Non mi risulta che questi impegni siano stati ancora codificati”.
Vediamo un po’ generale, lei forse vuol dirmi che stando alla legge il potere di un prefetto è identico a quello di un altro prefetto ed è la stessa cosa di quello di un questore. Ma è implicito che lei sia il sovrintendente, il coordinatore.
“Preferirei l’esplicito”.
Se non ottiene l’investitura formale che farà? Rinuncerà alla missione?
“Vedremo a settembre. Sono venuto qui per dirigere la lotta alla Mafia, non per discutere di competenze e di precedenze. Ma non mi faccia dire di più”.
No, parliamone, queste faccende all’italiana vanno chiarite. Lei cosa chiede? Una sorta di dittatura antimafia? I poteri speciali del prefetto Mori?
“Non chiedo leggi speciali, chiedo chiarezza. Mio padre al tempo di Mori comandava i carabinieri di Agrigento. Mori poteva servirsi di lui ad Agrigento e di altri a Trapani a Enna o anche Messina, dove occorresse. Chiunque pensasse di combattere la Mafia nel “pascolo” palermitano e non nel resto d’Italia non farebbe che perdere tempo”.
Lei cosa chiede? L’autonomia e l’ubiquità di cui ha potuto disporre nella lotta al terrorismo?
“Ho idee chiare, ma capirà che non è il caso di parlarne in pubblico. Le dico solo che le ho già, e da tempo, convenientemente illustrate nella sede competente. Spero che si concretizzino al più presto. Altrimenti non si
potranno attendere sviluppi positivi”.
Ritorna con la Mafia il modulo antiterrorista? Nuclei fidati, coordinati in tutte le città calde?
Il generale fa un gesto con la mano, come a dire, non insista, disciplina giovinetto: questo singolare personaggio scaltro e ingenuo, maestro di diplomazie italiane ma con squarci di candori risorgimentali. Difficile da capire.
Generale, noi ci siamo conosciuti qui negli anni di Corleone e di Liggio, lei è stato qui fra il ’66 e il ’73 in funzione antimafia, il giovane ufficiale nordista de “Il giorno della civetta”. Che cosa ha capito allora della
Mafia e che cosa capisce oggi, 1982?
“Allora ho capito una cosa, soprattutto: che l’istituto del soggiorno obbligatorio era un boomerang, qualcosa superato dalla rivoluzione tecnologica, dalle informazioni, dai trasporti. Ricordo che i miei corleonesi, i Liggio, i Collura, i Criscione si sono tutti ritrovati stranamente a Venaria Reale, alle porte di
Torino, a brevissima distanza da Liggio con il quale erano stati da me denunziati a Corleone per più omicidi nel 1949. Chiedevo notizie sul loro conto e mi veniva risposto: ” Brave persone”. Non disturbano. Firmano regolarmente.
Nessuno si era accorto che in giornata magari erano venuti qui a Palermo o che tenevano ufficio a Milano o, chi sa, erano stati a Londra o a Parigi”.
E oggi ?
“Oggi mi colpisce il policentrismo della Mafia, anche in Sicilia, e questa è davvero una svolta storica. E’ finita la Mafia geograficamente definita della Sicilia occidentale. Oggi la Mafia è forte anche a Catania, anzi da Catania viene
alla conquista di Palermo. Con il consenso della Mafia palermitana, le quattro maggiori imprese edili catanesi oggi lavorano a Palermo. Lei crede che potrebbero farlo se dietro non ci fosse una nuova mappa del potere mafioso?”
Scusi la curiosità, generale. Ma quel Ferlito mafioso, ucciso nell’agguato sull’autostrada, si quando ammazzarono anche i carabinieri di scorta, non era il cugino dell’assessore ai lavori pubblici di Catania?
“Si “.
E come andiamo generale, con i piani regolatori delle grandi città? E’ vero che sono sempre nel cassetto dell’assessore al territorio e all’ambiente?
“Così mi viene denunziato dai sindaci costretti da anni a tollerare l’abusivismo”.
IL CASO MATTARELLA
Senta generale, lei ed io abbiamo la stessa età e abbiamo visto, sia pure da ottiche diverse, le stesse vicende italiane, alcune prevedibili, altre assolutamente no. Per esempio che il figlio di Bernardo Mattarella
venisse ucciso dalla Mafia. Mattarella junior è stato riempito di piombomafioso. Cosa è successo, generale?
“E’ accaduto questo: che il figlio, certamente consapevole di qualche ombraavanzata nei confronti del padre, tutto ha fatto perché la sua attività politica e l’impegno del suo lavoro come pubblico amministratore fossero esenti da
qualsiasi riserva. E quando lui ha dato chiara dimostrazione di questo suo intento, ha trovato il piombo della Mafia. Ho fatto ricerche su questo fatto nuovo: la Mafia che uccide i potenti, che alza il mirino ai signori del “palazzo”.
Credo di aver capito la nuova regola del gioco: si uccide il potente quando avviene questa combinazione fatale, è diventato troppo pericoloso ma si può uccidere perché è isolato”.
Mi spieghi meglio.
“Il caso di Mattarella è ancora oscuro, si procede per ipotesi. Forse aveva intuito che qualche potere locale tendeva a prevaricare la linearità dell’amministrazione. Anche nella DC aveva più di un nemico. Ma l’esempio più chiaro è quello del procuratore Costa, che potrebbe essere la copia conforme del caso Coco”.
Lei dice che fra filosofia mafiosa e filosofia brigatista esistono affinità elettive?
“Direi di si. Costa diventa troppo pericoloso quando decide, contro la maggioranza della procura, di rinviare a giudizio gli Inzerillo e gli Spatola. Ma è isolato, dunque può essere ucciso, cancellato come un corpo estraneo. Così è stato per Coco: magistratura, opinione pubblica e anche voi garantisti eravate favorevoli al cambio fra Sossi e quelli della XXII ottobre. Coco disse no. E fu ammazzato”.
Generale, mi sbaglio o lei ha una idea piuttosto estesa dei mandanti morali e dei complici indiretti? No, non si arrabbi, mi dica piuttosto perché fu ucciso il comunista Pio La Torre.
“Per tutta la sua vita. Ma, decisiva, per la sua ultima proposta di legge, di mettere accanto alla “associazione a delinquere” la associazione mafiosa”.
Non sono la stessa cosa? Come si può perseguire una associazione mafiosa se non si hanno le prove che sia anche a delinquere?
“E’ materia da definire. Magistrati, sociologi, poliziotti, giuristi sanno benissimo che cosa è l’associazione mafiosa. La definiscono per il codice e sottraggono i giudizi alle opinioni personali”.
Come si vede lei generale Dalla Chiesa di fronte al padrino del “Giorno della civetta”?
“Stiamo studiandoci, muovendo le prime pedine. La Mafia è cauta, lenta, ti misura, ti ascolta, ti verifica alla lontana. Un altro non se ne accorgerebbe, ma io questo mondo lo conosco”.
“ERA MEGLIO L’ANTITERRORISMO”
Mi faccia un esempio.
“Certi inviti. Un amico con cui hai avuto un rapporto di affari, di ufficio, ti dice, come per combinazione: perché non andiamo a prendere il caffè dai tali. Il nome è illustre. Se io non so che in quella casa l’eroina corre a fiumi ci vado e servo da copertura. Ma se io ci vado sapendo, è il segno che potrei avallare con la sola presenza quanto accade”.
Che mondo complicato. Forse era meglio l’antiterrorismo.
“In un certo senso si, allora avevo dietro di me l’opinione pubblica, l’attenzione dell’ Italia che conta. I gambizzati erano tanti e quasi tutti negli uffici alti, giornalisti, magistrati, uomini politici. Con la Mafia è diverso, salvo rare
eccezioni la Mafia uccide i malavitosi, l’Italia per bene può disinteressarsene. E sbaglia”.
Perché sbaglia, generale?
“La Mafia ormai sta nelle maggiori città italiane dove ha fatto grossi investimenti edilizi, o commerciali e magari industriali. Vede, a me interessa conoscere questa “accumulazione primitiva” del capitale mafioso, questa fase
di riciclaggio del denaro sporco, queste lire rubate, estorte che architetti o grafici di chiara fama hanno trasformato in case moderne o alberghi e ristoranti a la page. Ma mi interessa ancora di più la rete mafiosa di controllo,
che grazie a quelle case, a quelle imprese, a quei commerci magari passati a mani insospettabili, corrette, sta nei punti chiave, assicura i rifugi, procura le vie di riciclaggio, controlla il potere”.
E deposita nelle banche coperte dal segreto bancario, no, generale?
“Il segreto bancario. La questione vera non è lì. Se ne parla da due anni e ormai i mafiosi hanno preso le loro precauzioni. E poi che segreto di Pulcinella è? Le banche sanno benissimo da anni chi sono i loro clienti mafiosi. La lotta alla Mafia non si fa nelle banche o a Bagheria o volta per volta, ma in modo globale”.
Generale Dalla Chiesa, da dove nascono le sue grandissime ambizioni?
Mi guarda incuriosito.
Voglio dire, generale: questa lotta alla Mafia l’hanno persa tutti, da secoli, i Borboni come i Savoia, la dittatura fascista come le democrazie pre e post fasciste, Garibaldi e Petrosino, il prefetto Mori e il bandito Giuliano, l’ala socialista dell’Evis indipendente e la sinistra sindacale dei Rizzotto e dei Carnevale, la Commissione parlamentare di
inchiesta e Danilo Dolci. Ma lei Carlo Alberto Dalla Chiesa si mette il doppio petto blu prefettizio e ci vuole riprovare.
“Ma si, e con un certo ottimismo, sempre che venga al più presto definito il carattere della specifica investitura con la quale mi hanno fatto partire. Io, badi, non dico di vincere, di debellare, ma di contenere. Mi fido della mia
professionalità, sono convinto che con un abile, paziente lavoro psicologico si può sottrarre alla Mafia il suo potere. Ho capito una cosa, molto semplice ma forse decisiva: gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi certamente pagati dai cittadini non sono altro che i loro elementari diritti.
Assicuriamoglieli, togliamo questo potere alla Mafia, facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati”.
Si va a pranzo in un ristorante della Marina con la signora Dalla Chiesa, oggetto misterioso della Palermo del potere. Milanese, giovane, bella.
Mah! In apparenza non ci sono guardie, precauzioni. Il generale assicura che non c’erano neppure negli anni dell’antiterrorismo. Dice che è stata la fortuna a salvarlo le tre o quattro volte che cercarono di trasferirlo a un mondo migliore.
“Doveva uccidermi Piancone la sera che andai al convegno dei Lyons. Ma ci andai in borghese e mi vide troppo tardi. Peci, quando lo arrestai, aveva in tasca l’elenco completo di quelli che avevano firmato il necrologio per la mia prima moglie. Di tutti sapevano indirizzo, abitudini, orari. Nel caso mi fossi rifugiato da uno di loro, per precauzione. Ma io precauzioni non ne prendo. Non le ho prese neppure nei giorni in cui su “Rosso” appariva la mia faccia al centro del bersaglio da tirassegno, con il punteggio dieci, il massimo. Se non è istigazione ad uccidere questa?”
Generale, sinceramente, ma a lei i garantisti piacciono?
Dagli altri tavoli ci osservano in tralice. Quando usciamo qualcuno accenna un inchino e mormora: “Eccellenza”.

‘Ndrangheta

14 gennaio 2010 Lascia un commento

Per la commissione antimafia la ‘ndrangheta è una robusta e radicata organizzazione, diffusa in tutta la Calabria e nel Centro-Nord, in Europa e in altri Paesi stranieri importanti per il narcotraffico
Nasce a metà 1800 da organizzazioni criminali in provincia di Reggio Calabria, dove ha il suo regno anche se si sta diffondendo ovunque
E’ la più forte e pericolosa organizzazione criminale italiana. In Calabria ha 155 clan (cosche o ‘ndrine), con 6.000 persone dedite al crimine. Condiziona la società con la forza delle armi, controlla l’economia e ricicla denaro sporco, quello che lo scudo fiscale oggi ha ripulito e il processo breve domani renderà impunibile; ma questo Maroni non l’ha detto.
Le cosche controllano impresa, commercio e agricoltura, e comprano i politici locali e regionali.
Il giro di affari è di 44 miliardi di euro (Eurispes), il triplo di una finanziaria.
Malgrado ciò, nel territorio di Rosarno (160.000 abitanti) non c’è nemmeno una sede di polizia ed è ovvio che il crimine si realizza molto meglio se lo Stato è assente. Con meno controlli, pattugliamenti e perquisizioni, è molto più facile intraprendere atti e traffici illeciti, eliminare cosche rivali, comprare o intimidire funzionari e creare una rete di potere assoluta. Qualunque problema ci sia, il cittadino deve capire che può rivolgersi solo alle cosche.
La struttura della ‘ndrangheta è stata paragonata a quella di Al Qaeda.
E’ difficile trovare pentiti nella ‘drangheta, perché sono tutti parenti. Ogni famiglia ha pieni poteri oltre che controllo sulla zona e sul territorio che le appartiene, in cui opera con la massima tranquillità.
I tagli alla Finanziaria di Tremonti che ha stroncato le forze di polizia per 3 miliardi fanno il gioco della ‘ndrangheta.
Perché nei tg non si è detto questo? Perché nemmeno una parola sull’Italia consegnata al crimine? Perché tutti tacciono sull’assenza inquietante dello Stato?
Negli anni 60 sono potenti 3 cosche: i Piromalli di Gioia Tauro, i Tripodo di Reggio Calabria e i Macrì della Locride. La ‘ndrangheta inizia i sequestri di persona per tirare su soldi da investire nel narcotraffico. Tra gli anni 70 e 80 scoppiano due guerre di mafia tra le nuove generazioni nel narcotraffico e le vecchie famiglie dell’ “onorata società”. E’ allora che nasce la sovrastruttura per i rapporti politici, la P2, le cariche delle stato, le forze dell’ordine e della magistratura.
Seguono i maxiprocessi. Nel 1991 viene assassinato il magistrato Antonino Scopelliti che lavorava al maxiprocesso di Palermo. Intanto le cosche si affratellano ai narcotraffici colombiani (gli stessi per cui B riciclava il denaro sporco con la banca Rasini) e le organizzazioni paramilitari sudamericane per un controllo internazionale del traffico di cocaina.
Quando Bossi era contro B, fece fare una ricerca sui suoi rapporti col narcotraffico colombiano dunque non può dire di non sapere che B ci stava dentro. Oggi il suo ministro Maroni protegge di fatto le cosche, sguarnendo la polizia e impedendo la protezione delle vittime. Riversare nei tg l’opinione pubblica contro i migranti fingendo di ignorare la ‘ndrangheta è particolarmente ripugnante. Perché nessuno fa uno speciale tg su questa associazione criminale?
Nel 2000 la ‘ndrangheta diventa di fatto la prima azienda criminale italiana col monopolio del traffico di cocaina in Europa.
Nel 2004 si arresta Giuseppe Morabito e si ammazza davanti al seggio elettorale il vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria Francesco Fortugno. Nell’agosto 2007 la faida di San Luca tra due cosche porta alla strage di Ferragosto a Duisburg in Germania con 6 morti
Ed è in questa situazione che Tremonti decide di tagliare le forze di polizia e B impone di smontare i processi??!! E si ha anche la faccia di criminalizzare i migranti!!??
Elezioni politiche 2008: guerra fra cosche nel crotonese. Gli USA mettono la ‘ndrangheta nella lista Foreign Narcotics Kingpins, per cui saranno congelati in USA i patrimoni mafiosi.
Ma B cosa fa? Mette all’asta i beni sequestrati! Di fatto li rende alla mafia.
Settembre 2009: scoppia il caso delle navi con rifiuti tossici affondate in mare
3 gennaio, adesso: scoppia un ordigno intimidatorio delle cosche davanti alla procura di Reggio Calabria.
Ma nessuno nei tg permette agli ascoltatori di collegare questi eventi tra loro.
Proprio a Rosarno fu arrestato nel 2006 Giuseppe D’Agostino, uno dei 30 criminali più pericolosi d’Italia, peggio di Provenzano, latitante da quasi 10 anni e proprio nel suo paese di Rosarno. Malgrado questo, a Rosarno non c’era e non c’è a tutt’oggi una sede di polizia! E questo governo continua a parlare di tagli alla polizia, di ronde, di militari sul territorio, di cladestini!? E, per favorire B, continua a sfornare leggi e riforme che di fatto favoriscono la mafia. Si avanzano persino nel Pdl voci favorevoli all’abolizione del 41 bis
In Calabria la ‘ndrangheta controlla la sanità, i trasporti, i lavori pubblici..e i politici sono complici. Ma quando De Magistris indagò su 20 miliardi di fondi europei spariti, fu lo Stato stesso (Prodi, Mastella, il CSM) a bloccarlo e avocargli il processo, mentre le persone che lui aveva accusato restavano al loro posto, perché se la polizia da una parte compie decine di arresti, la politica pensa bene di annullare i processi successivi così da liberarli di nuovo, per il gioco delle 3 carte in cui il cittadino perde sempre e la colpa viene poi data ai magistrati che applicano solo le leggi che trovano.
L’omicidio Fortugno fu per il controllo sulla sanità. La Salerno-Reggio Calabria, fatiscente e incompiuta, è tutta sotto il controllo delle cosche.
I migranti sono fumo negli occhi degli stolti!
I vari governi fingono di mettere blocchi alle attività economiche mafiose ma nella realtà, poi, tutti, da Prodi a Berlusconi, si inventano persino i Piani obiettivo per bypassare il sistema dei controlli sugli appalti, fanno ricostruzioni post terremoto che sospendono di fatto ogni piano regionale o locale, ogni salvaguardia del territorio o tutela dalla criminalità per dare appalti fuori dalla legge che favoriranno la mafia. Si vantano delle leggi che fanno per i cittadini ma poi le aggirano. Arrestano per poi liberare con una virgola, un cavillo, una prescrizione. Si vantano di difendere la sicurezza pubblica quando sono essi stessi a attaccarla.
Lo stesso sistema degli appalti e dei piani obiettivo e la stessa incuria dei cantieri o la serie infinita dei condoni, gli scudi fiscali come i reati finanziari liberalizzati, tutto favorisce la mafia. Così che alla fine le cosche controllano tutto, dai rifiuti all’edilizia, dalla politica locale a quella centrale. La Mafia è già dentro il costruendo ponte di Messina, gli inceneritori, le centrali nucleari, l’Expo. Come nella nuova Cassa del mezzogiorno.
Inutile ridurre tutto al meridione, il Nord non si salva. La ‘ndrangheta ha filiali fisse consolidate a Nord dagli anni 50. Per es. i Mazzaferro sono in Lombardia e Piemonte. I Teardo in Liguria…
Sono almeno 30 anni che le cosche investono i capitali sporchi al nord: immobili, alberghi, discoteche, imprese commerciali. Entrano nelle imprese che falliscono e se ne impossessano. A Milano la mafia ha il pieno successo grazie alle fiorenti collusioni politiche. E ora B vieta le intercettazioni appena appaia la voce di un politico! E vieta la conoscenza pubblica dei processi! Tutto si lega!
Forse sarebbe meglio chiamare Milano: Cocaimano, che lega il caimano con la coca, molto più opportuno!
E i deficienti ce l’hanno con i migranti! Poveri pirla senza costrutto!
I 3000 arresti di mafiosi non sono serviti a niente come la Fini-Giovanardi o la Bossi-Fini non sono servite a niente. Il crimine marcia che è una bellezza e ogni politico ci mette del suo, ogni governo aumenta l’abisso tra la giustizia e la vergogna.
La mafia è più forte di prima. La cocaina scorre a fiumi e della legge se ne sbatte. Il crimine impazza con la benedizione dei vari governi.
I piccoli spacciatori come Cucchi sono macellati in carcere. I grandi narcotrafficanti sono accolti con tutti gli onori in banca, col crisma del Governo che ripulisce i loro capitali sporchi rendendoli legali e non indagabili, mentre i piccoli idioti come Lupi urlano che non è vero e negano l’evidenza con una mancanza di pudore e di coerenza.
Bossi ormai ha dimenticato tutto e si piega a tutto, completamente rimbecherito dall’ictus e dall’abuso di potere, lui, piccolo ignobile che non è stato nemmeno capace di prendersi un titolo di studio e ha mentito su tutto in famiglia e ora continua a mentire alle sue piazze, confondendo i cervelli degli ignoranti, perfettamente a suo agio nella corte dei lenoni e delle puttane, coi suoi legionari imbottiti di coca e strafottenza, e i piccoli leghisti che ancora infieriscono col loro razzismo e antimeridionalismo, ridicoli e grotteschi, senza capire che sono carne da cannone.
La paura dei migranti è il nuovo veleno, il nero della seppia che offusca tutto e devia l’attenzione dal crimine alla miseria, salvando il 1° e crocifiggendo il 2°.
Non sono i poveri e disgraziati migranti il pericolo, ma le potentissime cosche che oggi a Milano monopolizzano appalti e subappalti e allargano la corruzione politica e il narcotraffico.
Davvero delle belle leggi se il 99% della carta moneta italiana porta tracce di cocaina. La cocaina impregna i partiti politici. Il parlamento è il maggior covo di spaccio d’Italia, addirittura gli spacciatori ci entrano liberamente, le segretarie di partito fanno da corrieri.
In Lombardia sono presenti oggi tutte le cosche calabresi e anche l’Expo darà loro forti guadagni.
E con questo schifo fisso e crescente, ancora c’è chi specula sui più disgraziati e sfoga sui migranti la sua rabbia di cittadino ignorante e impotente, senza nemmeno capire quanto questo odio preordinato serva come diversivo per condannare questo paese.
..
La persecuzione agli ebrei servì a Hitler per ottenebrare la mente dei tedeschi affinché non si accorgessero dagli abomini del golpe nazista.
La persecuzione ai migranti serve al governo Bossi-Berlusconi per ottenebrare gli italiani affinché non si avvedano degli abomini del golpe compiuto dalla mafia e dalla P2.
Mafia e P2, due mostri che il primo Bossi aveva giurato di abbattere, due alleati che il secondo Bossi si è preso impunemente rinnegando le sue piazze e tradendo la sua gente.
..
Francamente ne abbiamo piene le tasche di personaggi politici che proclamano eroi i Mangano, modelli giovanili i Mambro e Fioravanti, ministre le puttane, soci i Provenzano e vittime i Craxi o i Berlusconi!
Forse intitolare una via a Craxi non è un grosso reato, ma non è sano elogiare la corda in casa dell’impiccato.
Le nostre sofferenze sono allo spasimo, e quando il vaso è pieno sono i piccoli affronti che lo fanno traboccare.

Borsellino

29 dicembre 2009 Lascia un commento

L’ultima intervista di Paolo Borsellino.
L’intervista fu rilasciata a due giornalisti francesi, Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi il 19 maggio 1992 (due giorni prima della strage di Capaci dove morì Giovanni Falcone). Borsellino parla per la prima volta di un’inchiesta che coinvolge Berlusconi, Dell’Utri e Mangano. Buona lettura.

No global

23 dicembre 2009 Lascia un commento

“Milano è la capitale della cocaina, uno studio dell’istituto di ricerca farmacologia Mario Negri ha valutato, analizzando l’acqua delle fogne di Milano, che ogni giorno vengono consumate a Milano 12 mila dosi di cocaina, a Milano ogni giorno ci sono 5, 6 ricoveri in un anno 2 mila persone vengono ricoverate per overdose da cocaina, è un mercato immenso, la fascia principale di questo mercato è nelle mani della ‘ndrangheta che ha instaurato rapporti privilegiati con i produttori latino – americani, da questo mercato enorme della cocaina arrivano un mucchio di soldi, questi soldi poi entrano nel circuito legale e inquinano gli affari di questa città.”
Beppe Grillo