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Il precario e il prestito

17 ottobre 2010 Lascia un commento

Io voglio un prestito da 5.000 euro. Loro vogliono la mamma. Ma non la loro, la mia. Senza la sua firma, nessuna finanziaria, delle sei che ho visitato (tranne una: «bisogna vedere») mi concederà l’agognato prestito. «E se proprio non vuoi far firmare un genitore, avrai pure un fratello, un nonno, uno zio, una fidanzata, una finta fidanzata (?) che può garantire per te». Avrei un amico. «No, meglio di no. Se le cose vanno male, chi ti aiuta è la famiglia», mi dice un azzimato consulente finanziario che subito mi dà del “lei” per poi passare al paterno “tu” quando intuisce che non sono un caso facile.
Finirà col tranquillizzarmi su tutto, non prima di aver cercato di indirizzare ogni mia scelta: dalla persona che mi farà da garante alla durata del prestito: esco, dopo una chiacchierata di un quarto d’ora, fingendomi seriamente interessato a quelle rate di 48 mesi a 144,50 euro l’una, «senza spese aggiuntive». Mi sembra una cifra alta, ma non ho una calcolatrice a portata di mano: appena esco dall’ufficio, faccio due conti e viene fuori che per avere 5.000 euro, nel giro di tre giorni dal momento della firma, dovrò, nei prossimi quattro anni, renderne 6.936.
Alla fine è solo la seconda società che elargisce prestiti in cui metto piede. Decido di passare oltre. La prima a cui ho bussato si chiama Pitagora: suono e mi sento spiato dalla piccola telecamera del videocitofono. Dopo una rampa di scale entro in un ufficio pieno di scatoloni, una macchina del caffè e una pila di depliant della finanziaria in cui campeggia la foto del comico Pino Insegno. È seduto su una sedia da regista, e dice: «Il tuo problema è come ottenere un prestito?» La risposta è “sì”. Apro l’opuscolo, e ora Pino Insegno è sdraiato sopra la scritta «Mettiti comodo, a ridarti il sorriso ci pensiamo noi». Mi chiedono se ho un appuntamento: a dire il vero me lo chiederanno tutti, senza un apparente motivo, perché mi fanno subito sedere.
Il promotore che si prende cura di me ha buone intenzioni, ma si irrigidisce non appena pronuncio due parole che – scoprirò – non bisogna mai pronunciare quando si è a caccia di prestiti: «lavoro con un contratto a progetto». «Guardi – mi dice senza troppi giri di parole – se avesse un contratto da apprendista o a tempo determinato non ci sarebbero problemi, 5.000 euro non è una cifra proibitiva, ma così c’è poco da fare». Gli chiedo qual è la condizione migliore per un precario: con grande gentilezza mi spiega che il contratto a tempo con un minimo d’anzianità lavorativa è un buon viatico. L’alternativa è la firma di un «parente che possa garantire» per me. E questa storia del garante, più che un semplice ritornello diventerà un tormentone.
Mi mostro talmente sfiduciato che non si prende nemmeno la briga di buttare giù un preventivo. Mi indica l’uscita, e con una faccia di circostanza mi augura «in bocca al lupo, in questo periodo ce n’è bisogno».
Attraverso la strada ed entro al civico 21, lì c’è l’ufficio di Centroprestiti: un ingresso che sembra la sala d’aspetto di un medico pieno di riviste su orologi (vai a sapere perché) e foto alle pareti della città d’un tempo. «Ha un appuntamento?» No. «Entri pure». Il consulente mi fa accomodare in un bell’ufficio con poltrone in pelle: avrà 45 anni e una parlantina svelta. Gli dico che guadagno 1.200 euro al mese e ho ancora un anno di contratto: si può fare, ma all’idea di usare come garante un fratello che ha un’attività in proprio, scuote la testa. È lui quello della «finta fidanzata». Mi spiega che chi lavora in proprio ha già i suoi casini e spesso è già esposto. Vuole un pensionato, «un settantenne però, mica un centenario». Dopo il preventivo quadriennale da quasi 7.000 euro (per averne subito 5.000) mi congeda con una stretta di mano decisa. Sembra convinto di avermi convinto.
La terza tappa è da Agos: mi apre una bella ragazza che vuol sapere nome cognome e data di nascita. Non mi chiede per cosa mi servono i soldi (non l’ha fatto nessuno), ma vuol sapere quanto guadagno, che tipo di contratto ho. Anche qui senza firma del garante non posso far nulla. E anche qui ci sono volti famosi sul depliant, si tratta dei Flinstones, i fumetti cavernicoli di Hanna&Barbera. La ragazza che mi fa sedere parte con una serie di ipotesi chiamate “Duttilio”, “Revolving” e mi domando perchè non vada al sodo. Chiedo un preventivo, che a seconda del piano scelto può avere 100 euro in più di spese generiche. Le rate sono di 145 euro per 48 mesi. In linea con quelle di Centroprestiti. Mi dice anche che se il garante è iscritto a un sindacato o a una tale azienda c’è un piccolo sconto sulla rata.
Il tempo di attraversare la piazza e mi imbatto in Ducato: io ho solo 31 anni, ma per la prima volta in vita mia mi viene da dire «questo potrebbe essere mio figlio» quando un ragazzotto con i vestiti troppo larghi mi apre la porta. Penso che sia il figlio del proprietario messo lì a fare da portinaio, e invece è lui ad analizzare la mia situazione. La sparo grossa: «Ho il contratto che mi scade tra un anno. Mi servono 9.000 euro». Sarà l’età, l’inesperienza, ma mi dice subito no. Nemmeno scendere a 5.000 lo fa smuovere. «Capirà che dovremmo farle rate di 12 mesi da 800 euro l’una. Non converrebbe a noi né a lei». Lo trovo arrendevole dopo aver battagliato con quel marpione di Centroprestiti.
Quando arrivo da Figenpa stanno asfaltando il marciapiede. Mi sto intossicando e suono, nonostante sia in anticipo. Negli uffici c’è un bel via vai, ma si comincia alle 15 e mancano 10 minuti. Mi apre lo stesso un tipo simpatico che vuole sapere dove lavoro e quanti siamo: gli dico che ho un contratto a tempo determinato in un’agenzia marittima di dodici persone. Mi fa sedere, mi ascolta, chiama al telefono una collega per confermare la sua idea che senza garante non si può far nulla. Gli chiedo un’alternativa, che non c’è. Poi, preso da pietà umana, mi svela un “segreto”: «Roba che ascolto dai clienti». Devo cercarmi una piccola agenzia, una finanziaria che si appoggia a un’altra finanziaria. «A volte accettano anche situazioni disperate, ma la rata è più alta. Non mi chieda dove sono, anche se lo sapessi non lo direi».
La speranza, infine, si accende da Sa.ro: «Dovremmo fare una valutazione dei meriti creditizi, se ad esempio ha molte uscite o un parente a carico, con un contratto a 1.200 euro la vedo dura. Ma se come mi dice non ha uscite particolari, forse si può fare. Servono un paio di giorni per le verifiche, ma potrebbe anche ottenere i soldi senza una seconda firma». Le percentuali? 50 e 50. Ringrazio, esco e mi imbatto in una pubblicità di Centroprestiti, dove c’è la foto di un tizio che esulta: o almeno così mi pare. Avrà trovato una finta fidanzata.
Ok, ho finto di essere un precario sedotto dalle finanziarie che promettono prestiti facili con pubblicità più o meno ammiccanti. Ma la prime domande che mi sono fatto sono state altre: non sarebbe meglio chiedere il prestito direttamente in banca? Quell’anonimato che crediamo di ottenere nei centri prestiti è un anonimato vero? E in banca come funziona?
A questo risponde un dipendendente di banca Carige, che mi spiega come funzionano le cosa da loro. «Ci possono essere differenze più o meno marcate, ma poi credo si decida tutti sulla base degli stessi parametri». «Il primo passo è aprire un conto. Se qualcuno si presenta è la prima cosa che gli chiediamo. Oltre a quello l’azienda si affida a noi dipendenti per fare un primo screening immediato basato sull’aspetto della persona, su quello che ci dice e su come lo dice». Una volta era il direttore della filiale o il capo area a decidere il destino di un prestito. «Si basava sulla propria esperienza per giudicare il meglio possibile il da farsi, caso per caso. Oggi è diverso». Carige ad esempio si appoggia su una propria finanziaria, Creditis, a cui vengono passate via terminale le pratiche avviate nelle filiali.
La chiacchierata preliminare allo sportello serve come primo filtro. Il ciente si accomoda e comincia a spiegare quanto gli serve e – se la cifra sale – per cosa. Un “dettaglio” di cui nessuno pare essere curioso nelle finanziarie in cui sono entrato. Poi che succede? «Si valutano gli aspetti personali e finanziari, e si fa un primo preventivo, tanto per dare un’idea all’interlocutore di quel che sarà. Ma la pratica, quella vera, non arriva a Genova fino a che l’interessato non ci porta un documento valido, il codice fiscale e la busta paga o il modello Unico (il 740)». Se il cliente è sprovvisto di anche solo uno dei documenti non se ne fa nulla. La banca ha bisogno di certezze. Dal momento in cui acquisisice i dati, può impiegare un massimo di tre giorni (ma di solito ne bastano due) per dire sì o no e accendere il prestito. «I tempi sono cambiati, sarà un metodo magari più freddo della chiacchierata col direttore, ma l’invio telematico dei dati e il controllo sono strumenti decisamente più affidabili».
L’idea che comprare un qualsiasi oggetto tangibile, una moto, un’automobile facilitasse le cose rispetto al denaro per una vacanza si rivela in parte sbagliata. «Certo, la banca può applicare un tasso più basso a fronte di certi acquisti, ma parliamo di cfire minime. La gente pensa che male che vada la banca si riprende l’auto o la moto, e così si rifà del prestito non restituito. Non sta proprio così: che se ne fa di una motocicletta? La banca preferisce sempre che la persona restituisca il denaro pattuito. Tutte le altre alternative sono un modo per non perderci, ma restano una “rottura di scatole” di cui si farebbe volentieri a meno». Se tutto va come deve andare, e il cliente si dimostra affidabile bastano 48 ore e i soldi compaiono sul conto. Poi, via con le rate, spesso – anche se meno pubblicizzate – più basse di quelle delle finanziarie.
tratto da un articolo di Roberto Scarcella

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Il televisore nuovo

17 ottobre 2010 Lascia un commento

Con le mini-rate la differenza è spesso di pochi euro. Verrebbe da dire spic­cioli. Ma lo sapevate — e magari lo state fa­cendo — che per finanziare l’acquisto di un televisore nuovo si paga anche il 15,6% di in­teresse con Neos Banca? Verrebbe da dire ec­cessivo. Facciamo un passo indietro: banche e società di prestito al consumo devono gua­dagnare. È il loro lavoro. Non ci piove.
Ma il dubbio rimane lecito e in alcuni casi senza ri­sposta: come si passa dal tasso di finanzia­mento base della Banca centrale europea pari all’1%, un indicatore di quanto costi il denaro alle banche, a interessi a due cifre incassati per delle tv dagli istituti ma anche, più sem­plicemente, ai mutui sulla prima casa che su­perano il 6%? Quella dei tassi d’interesse atti­vi, cioè pagati dalle famiglie italiane per i ser­vizi, è da sempre la giungla per eccellenza.
Fi­no a pochi anni fa si dovevano consumare suola delle scarpe e giornate preziose per ca­pire quale fosse l’offerta migliore. Ora alme­no c’è Internet. E, certo, l’introduzione del Ta­eg, il tasso effettivo annuo che ’svela’ anche i costi nascosti, ha aiutato a non cadere nei tra­nelli del Tan, il tasso nominale.
Basta far scor­rere il dito sulle rilevazioni trimestrali dell’As­sofin, l’associazione delle finanziarie per il prestito al consumo, per rendersene conto.
Qualche esempio? Il Tan della Deutsche Bank Prestitempo per un prestito di 5 mila euro fi­nalizzato all’acquisto della moto nel primo tri­mestre dell’anno è del 7,83%. Il Taeg sale al 10,27%. Il 2,5% circa di differenza. Non poco.
Ma anche passando alle banche italiane la sto­ria non cambia: il Tan dell’Unicredit Family Financing Bank per un prestito di 700 euro per acquistare elettronica di consumo è il 9,44%. Il Taeg addirittura di 5 punti percen­tuali in più (il 14,56%) anche a causa delle spese del Rid.
Inutile quindi sottolineare che la prima co­sa da fare è sempre pretendere con chiarezza il Taeg.
La legge obbliga le banche a comuni­carlo. Ma non sempre è in primo piano. Per l’acquisto dell’auto nuova i tassi tendono a scendere per effetto del maggior importo del finanziamento e della scadenza del rimborso più lunga. Per una spesa di 12 mila euro da rimborsare in 48 mesi vale la pena «consuma­re » un po’ di suola scarpinando sul web: le offerte possono variare anche di molto. Si va dal 7,92 di Taeg di B@nca 24-7 al 10,07 di Bmw Financial Services Italia. La differenza di rata è di quasi 12 euro. Non da farsi venire il mal di testa. Ma bisogna considerare che per definizione il prestito al consumo si som­ma ad altri prestiti come il mutuo.
Insomma, anche considerando le spese del­le strutture, i costi da sostenere, i rischi per le finanziarie di inciampare nell’insolvenza del­le famiglie (un’auto si può pignorare, ma con un frigorifero o una protesi dentaria è un’al­tra cosa…) resta il dubbio che la forbice tra i tassi potrebbe essere tagliata.
Per i mutui il ragionamento è simile. Proprio ieri l’Euribor a tre mesi su cui vengono indicizzati i mutui per l’acquisto delle case ha toccato il nuovo minimo storico: l’1,237%. Il Taeg rilevato da Bankitalia è del 5,56% considerando fissi e va­riabili (che in questo momento sono molto bassi). Anche qui Internet.
Basta mettere i pa­rametri su http://www.mutuionline.it per ottenere un confronto di offerte immediate. Per un prestito quindicinale di 125 mila euro, prima casa, immobile del valore di 200 mila (un pu­ro esempio), si passa dal Taeg fisso di Che­Banca! (5,3%) al 6,12% di Unicredit Family.
D’altra parte, anche se su un piano diverso, l’ex ministro pd Pierluigi Bersani con le sue famose «lenzuolate» sulle liberalizzazioni ave­va tentato di riequilibrare tassi attivi e passivi delle banche per superare quella che in econo­mia si chiama vischiosità dei prezzi e che al­tro non è che la ritrosia di banche e aziende ad adeguare il costo dei servizi per le famiglie quando scendono i loro costi, come succede per i benzinai con il petrolio.
A quel tempo lo scontro si era consumato con l’Abi, l’associa­zione delle banche. E alla fine del percorso le­gislativo era rimasta ben poca cosa dello spiri­to di quel riequilibrio. «I tassi d’interesse so­no troppo alti — è tranchant come sempre Elio Lannutti, dell’Adusbef, che da ex banca­rio ora guida la battaglia dei consumatori con­tro le banche —. I banchieri sono tartarughe, non adeguano i tassi. E non è vero che quelli italiani sono i meno cari d’Europa.
I margini per una riduzione ci sono. Consigli? Per i mu­tui sulla la prima casa continuiamo a dire che bisogna scegliere un tasso fisso per evitare che succeda quello che è già accaduto negli ultimi anni quando le famiglie hanno firmato mutui a tasso variabile e la rata è poi esplosa mettendole in difficoltà. Certo: a fronte del­l’ 1% della Bce ci sono tassi vicini al 6% come quelli di Banca Sella. Noi non vogliamo lan­ciare accuse infondate però le banche, se vo­gliono ricostruire un rapporto di fiducia con i clienti che si è andato deteriorando, devono fare di più. La fiducia va sudata».
di Massimo Sideri dal Corriere della Sera