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Dopo Dachau, prima di Auschwitz

12 aprile 2011 Lascia un commento

I tedeschi non cominciarono subito ad ammazzare gl ebrei. Prima dichiararono che non erano cittadini come gli altri, e anzi probabilmente neanche esseri umani. Poi cominciarono a vessarli in tutti i modo, cogliendo qua e là le occasioni per estorcergli del denaro. Nel 1933, “per ragioni di ordine pubblico”, istituirono dei “campi di raccolta” (Konzentration Lager) che presto, per brevità, cominciaronmo a essere chiamati semplicemente “campi” (Lager). Infine, sette anni dopo, esaurito tutto il dibattito e stabilita la piena incompatibilità fra una “razza” e l’altra, fu aperto Auschwitz (1940). Qua l’obiettivo era la “soluzione finale” del problema, visto che tutte le altre soluzioni si erano rivelate insufficienti e, come si direbbe oggi, “buoniste”:

I campi di concentramento in Italia esistono già, e si chiamano campi temporanei di raccolta. Le persecuzioni sono già in atto da molti anni, e così pure la teorizzazione scientifica dell’incompatibilità di fondo fra una razza e l’altra. L’estorsione dei soldi, fra una cosa e l’altra, non è stata assente: il disavanzo Inps è pagato dagli immigrati, e in più di un’occasione (per i rinnovi, per le “regolarizzazioni” e chi più che ha più ne metta) la razza inferiore ha dovuto pagare in moneta la tolleranza della razza eletta.

Manca, finora, la “soluzione finale”. Ma già diciassettemila Untermensch sono stati annegati (per scelta politica: in mare i bianchi viaggiano su regolari traghetti) nel nostro bel mare. Ma, quanto a teorizzazioni, non siamo molto lontani.

Sia Bossi che Goebbels, sia Calderoli che Herr Streicher, hanno fatto capire in più occasioni che la cosa importante, per gli uomini-non-umani, non è di sopravvivere, ma di togliersi di mezzo. “Foera di ball”, si dice in tedesco. Che il resto debba seguire non è una mera ipotesi, ma – ragionevolmente – una probabilità molto forte.

Il regime italiano, come quello tedesco del ’36, avrà forse consenso (e nel nostro caso è molto dubbio, visto che lo vota meno d’un quarto dei cittadini). Ma non è sicuramente legale. Qualunque cittadino tedesco, nel regime di Goebbels, aveva il diritto – e spesso il dovere – di non tener conto alcuno delle ingiunzioni delle autorità, trattandosi di disposizioni illegittime, in violazione delle costituzioni e delle leggi, e soprattutto dei comuni principi della morale umana.

Maroni, Calderoli, Bossi, Streicher e tutti gli altri razzisti non godono di autorità maggiore. I loro ordini non hanno peso, nessun pubblico ufficiale o cittadino è tenuto a obbedire, ed è anzi dovere civico, e doveroso tributo all’onor militare, boicottare apertamente gli ordini disumani. Lo fecero carabinieri, Regia Marina, ufficiali del Re, sotto il fascismo. La loro pietà umana, e il rispetto delle stellette, indicò loro la via del dovere, contro ogni burocratica – ma vile e illecita “obbedienza”.

Son questi i termini della questione. Il regime è illegale, bisogna disobbedirgli apertamente. Non per le Rudy e le Noemi, storie tristi e grottesco che rendono ridicolo ogni italiano nei paesi normali. Ma per la strage voluta, per la criminale teorizzazione e messa in pratica della persecuzione sistematica di una “razza”.

In Libia, in Egitto, in Italia stessa i dittatori e i subalterni responsabili dovranno pagare, quando la legalità sarà ristabilita. Nei Paesi feroci, come nella Germania d’anteguerra, nulla dovrà restare impunito.

A questo nuovo nazismo dovrà corrispondere una nuova Norimberga. Una Corte internazionale che giudichi gli stragisti e i i loro seguaci, non a Ginevra o all’Aja ma in un paese-vittima, a Nuova Delhi, a Brasilia, in una delle potenze democratiche dell’avvenire.

Si ebbe anni addietro un Tribunale internazionale, presieduto da Lord Russell, per i crimini contro l’umanità in Vietnam. Bisogna che personaggi autorevoli, gli scienziati, i Nobel, i sapienti del mondo, assumano un’iniziativa del genere, in attesa di una vera e propria Corte Penale delle nazioni. Nulla deve restare impunito e nulla, fin d’ora, deve restare non denunciato. Perché la politica è finita e quella di oggi – decine di bambini annegati, per volontà di un regime, e forse di una nazione, è un’altra cosa.

E questo è quanto. Avremmo dovuto scrivere delle ultime risultanze giudiziarie, da cui emerge che per la seconda volta consecutiva il Governo della Sicilia è ufficialmente colluso con la mafia. Avremmo voluto scrivere della disperata resistenza dei quartieri poveri catanesi, della rinascita dell’Experia (unico presidio civile, in alcuni di essi, oltre al Gapa).

Ma anche questi argomenti, per quanto importantissimi, passano in secondo piano dinanzi alla drammaticità di questa semplice cosa: viviamo in un regime illegale.

Non è questa o quella legge ad essere violata, lo sono tutte. Non è questo o quel crimine di cui accusiamo il governo, il crimine è lui stesso.

Certo: è “estremistico” dirlo, è impopolare, è rozzo. Ma era impopolare anche a Weimar, era “estremista”. Noi siamo a Weimar, fuor d’ogni dubbio. L’eccessiva prudenza, in quegli anni, creò milioni di morti.
11 aprile 2011 – Riccardo Orioles http://www.mamma.am/

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Cotoletta alla milanese in salsa di soia

24 marzo 2011 5 commenti

No, non è una nuova ricetta. E’ solo che qualche settimana fa mi è venuta voglia di comprare una bandiera dell’Italia. E lì ho toccato con mano, per l’ennesiva volta, quanto sia fondamentale la scuola per l’integrazione. È quello che penso anche in questi giorni di guerre, di barconi stracolmi di donne e uomini e di noi cittadini che così fatichiamo a metterci in relazione con storie e culture diverse. Vale anche per me.

Dunque, la bandiera. L’ho comprata, bella grande. Ma quando è stato il momento di appenderla alla finestra sono stata assalita dai dubbi. Vivo in un quartiere ad alta intensità di residenti stranieri e mi è venuto il timore che il mio tricolore potesse essere inteso come il segno di una diversità. Insomma, “noi siamo noi, voi siete voi”.

Ero lì nei miei pensieri e intanto aprivo la bandiera, srotolandola sul tavolo del salotto. “C’è la partita dell’Italia?” mi ha chiesto una signora che era a casa con me. ”E’ per l’Unità d’Italia?” mi ha chiesto il compagno di studi di mia figlia.

Hanno parlato insieme.

Sarebbe stato lecito che le domande fossero state formulate al contrario, visto che il bambino ha 10 anni ed è straniero. Ho pensato, come faccio spesso, che ha una famiglia bellissima. Che, da una parte, gli mantiene le usanze del Paese da cui i suoi genitori provengono – le danze, la lingua – dall’altra, partecipa e lo fa partecipare alla vita del Paese in cui vive.

Ma ho pensato anche al grande, fondamentale, ruolo della scuola in una partita così oggettivamente complessa come l’integrazione tra persone di Paesi diversi. Imparare la lingua, le regole del convivere, studiare le tradizioni dei compagni, anche domandarsi “cos’è il permesso di soggiorno? e “perché lui deve farlo e io no?” In questi primi anni di scuola di mia figlia – la materna, ma soprattutto le elementari dove i rapporti tra genitori si fanno più stretti per i compiti, le festine, le amicizie che iniziano a crearsi tra bambini e dove i bambini si confrontano tra di loro, capendosi senza barriere, insegnandosi reciprocamente – ho imparato molto. Anche il ruolo svolto dalle donne.

Le famiglie composte da stranieri rappresentano il 7% della popolazione italiana e sono più giovani, 30 anni di età media contro i 43 anni delle famiglie italiane. I bambini e i ragazzi sotto i 18 anni sono 932.675, pari al 22% del totale degli stranieri residenti in Italia, e di loro ben 573mila rappresentano la “seconda generazione” essendo nati in Italia (Istat). I figli degli immigrati iscritti a scuola sono 673.592, pari al 7,5% della popolazione scolastica, secondo l’ultimo Dossier statistico della Caritas, che ne sottolinea anche i problemi: un ritardo scolastico tre volte più elevato rispetto agli italiani.

Il 51,3% della popolazione straniera in Italia è rappresentato dalle donne, cui è affidato un compito non da poco. Grazie alla maggior conoscenza della lingua italiana svolgono, infatti, spesso il ruolo di “mediatrice” tra la famiglia e la scuola, gli uffici e i pubblici servizi; insomma, il mondo esterno, favorendo così l’integrazione. Le donne, più degli uomini, studiano l’italiano (11% contro 7,6%) e lo usano nel lavoro (93,2% contro 89,4%), frequentano corsi di formazione (5,8% contro 4,9%) e fanno riconoscere il titolo di studio conseguito all’estero (4,9% contro 2%).

Non voglio sottovalutare i problemi, che sono molti e di non facile soluzione. Ma mi piace coglierne anche gli aspetti positivi.

Io e mia figlia stiamo imparando a usare le bacchette, alla festa della scuola i dolci al miele preparati da una mamma marocchina vanno a ruba, beviamo té che arriva dall’India e mangiamo gli spaghetti con le verdure e le spezie. Noi, da parte nostra, dispensiamo gran quantità di cotolette alla milanese. E anche la ricetta del polpettone della nonna riscuote un certo successo.
di Maria Silvia Sacchi
http://27esimaora.corriere.it/articolo/cotoletta-alla-milanese-in-salsa-di-soia/

Non fatela mangiare

4 febbraio 2011 4 commenti

Nella Scuola dell’Infanzia di Fossalta di Piave in Veneto per aiutare una piccola di origine africana le maestre si privano di un pasto alla settimana, ma il primo cittadino dice no

In fondo la storia è molto semplice: una bambina di quattro anni lasciata senza pasto, nella mensa del suo asilo, e rimandata a casa per volontà di un sindaco. In fondo questa è una nuova, piccola, storia feroce, una storia di uomini coraggiosi che si mettono a fare la guerra ai bambini. Ed è una di quelle facili guerre con cui alcuni amministratori della Lega provano a stravolgere la faccia bella del nord e a macchiare la generosità dei veneti con il pretesto della buona amministrazione. Sarebbe forse una “Nuova Adro” – questa storia – se a Fossalta di Piave la solidarietà dei genitori (che sono andati a protestare in istituto), delle insegnanti e dei collaboratori scolastici non si fosse opposta alle decisioni del sindaco e della direttrice scolastica. E sarebbe una storia sicuramente incredibile se a raccontarla a “Il Fatto” non fossero le testimonianze dei genitori, le carte bollate e persino le parole dei diretti interessati.

Ecco che cosa è successo. Nella Scuola dell’Infanzia “Il Flauto Magico” di Fossalta di Piave (che fa parte dell’Istituto comprensivo di Meolo) – una deliziosa scuola con i giochi fuori e cinque maestre bravissime – c’è una bambina di origine africana (la chiameremo Speranza, anche se questo non è il suo nome). Speranza ha una famiglia povera ma felice. Il padre operaio, la madre che si prende cura dei figli: lui lavora nelle industrie della zona, il pane non manca. Speranza ha quattro fratellini: due più piccoli di lei, due più grandi, già alle elementari. Quando entra in età scolare non riesce a iscriversi a scuola, perché non trova posto: l’istituto può accogliere solo cinquanta bambini. Quest’anno la mamma di Speranza (che chiameremo Maria, anche se questo non è il suo nome) fa in tempo a ricevere una buona notizia e un colpo durissimo. La buona notizia è che Speranza potrà finalmente entrare a scuola perché c’è posto per lei. Accede al tempo pieno, impara subito l’Italiano, si integra, aiuta la propria famiglia – e la madre che si esprime con pochissimi vocaboli e i verbi all’infinito – a inserirsi nella comunità fossaltina. Ma poi arriva anche il colpo: il papà di Speranza, dopo aver perso il suo lavoro e non essere riuscito a trovarne uno nuovo, sceglie di emigrare in Belgio, dove gli hanno promesso un impiego certo. Lo fa, e la piccola famiglia straniera inizia a vacillare. Era lui che si esprimeva in un italiano corrente, lui che teneva i rapporti con gli altri genitori. Maria resta sola: i soldi che arrivano dal Belgio sono pochissimi rispetto alle necessità di cinque bambini. I bimbi delle elementari hanno la refezione e il tempo pieno, ma Speranza, nella sua nuova classe, (anche se con la tariffa agevolata) deve pagare comunque cinquanta euro al mese. Se devi stringere la cinghia sono comunque tanti soldi. E così Maria si rivolge ai servizi sociali del comune, che le rispondono di non poter intervenire per aiutarla.

Nel frattempo (solo una settimana fa), le maestre della scuola escogitano una soluzione: ognuna di loro rinuncerà una volta a settimana al pranzo a cui ha diritto (sul posto di lavoro) e lo cederà alla bambina. E’ un gesto di solidarietà pragmatico, discreto. Aderiscono anche le due collaboratrici scolastiche, è d’accordo l’insegnante di religione che viene una volta a settimana. In un istituto in cui si servono 60 pasti e in cui mangiano 50 bambini, in realtà, le pietanze che ogni giorno avanzano basterebbero (e avanzerebbero) per tutti. Ma le maestre vogliono che non ci siano irregolarità e così si arrangiano: un giorno una di loro torna prima, un giorno un’altra si porta un panino, un altro ancora un’altra salta il pasto e dice scherzando che le farà bene alla linea.

Ma qui finisce il lato bello della storia e inizia la commedia surreale e grottesca. Il sindaco leghista Massimo Sensini (che è stato informato dai servizi sociali e dalla direttrice) viene a sapere della soluzione che è stata trovata e va su tutte le furie. Convoca la direttrice del comprensorio, Simonetta Murri e le spiega che “è responsabile di una gravissima irregolarità”. Prende carta e penna e scrive di suo pugno una lettera in cui si leggono frasi come questa: “Si sottolinea che il personale (della scuola, ndr.) non può cedere il proprio pasto senza incorrere in un danno erariale per il comune di Fossalta di Piave”. Insomma, per l’amministratore Sensini, le maestre che si privano del pasto per far mangiare una bambina di quattro anni, sono paragonabili a dei ladri che sottraggono al Comune beni di pubblica utilità. La direttrice sottoscrive la decisione, e a sua volta stila un ordine di servizio il cui senso è: “Se questo atteggiamento si ripeterà le responsabili saranno denunciate al provveditorato”. Con questa procedura le maestre rischiano provvedimenti disciplinari e la sospensione dall’insegnamento. E infatti non vogliono parlare. Maria viene informata che deve presentarsi a prendere Speranza alle 12.00 e non più alle 16.00. La bimba è costretta a saltare il tempo pieno e a separarsi dai suoi compagni di scuola. Maria fa quel che le è stato detto e, due giorni fa, la bimba scoppia a piangere in classe quando la madre la prende per portarla a casa. Ieri i genitori hanno chiesto un incontro alla direttrice dell’istituto per pregarla di risolvere la situazione.

Ma l’interessata spiega a “Il Fatto”: “Purtroppo condivido il richiamo che ci ha fatto il sindaco”. Le domandi come giudichi la sua lettera e lei ti risponde: “L’ho trovata ironica. E utile”. Ma in che senso? La Murri fa un esempio: “Se lei ha una casa del comune non la può subaffittare a dei terzi, capisce? E’ un reato. Se lei ha diritto ad un pasto della mensa non lo può dare a chi passa”. Provi a suggerire alla direttrice che la bambina non è una persona “che passa”. La Murri non accetta l’idea: “Ma vede, questo è un principio: quella soluzione era grave e dannosa. Se tutti volessero il pasto gratis noi cosa potremmo fare?”. Le chiedi se abbia ricevuto altre richieste: “Per ora no. Ma non potrebbero arrivare in tanti, siamo in tempi di crisi”. Provi a domandare se pensa che il fatto che la bimba sia extracomunitaria abbia prodotto la decisione dell’amministratore: “Penso proprio di no. Anzi, questa vicenda è la migliore garanzia della buona fede del sindaco: la bimba viene trattata come verrebbe trattato qualsiasi italiano”. Resti ancora incredulo, e cerchi il sindaco Sensini, classe 1951. Lo cerchi quattro volte, in comune, ti dicono che arriva alle 17.00. Ma lui non risponde e non richiama. Peccato. In fondo, questa è una storia semplice, una piccola storia di ordinaria ferocia. Ma la parola fine – per fortuna – non è stata ancora scritta.
Da Il Fatto Quotidiano del 4 febbraio 2011

Rosarno

9 gennaio 2010 Lascia un commento

Provincia di Reggio Calabria, estremo lembo dello stato, dove i Romani avrebbero scritto ‘hic sunt leones’, là dove in 30 anni non è arrivata nemmeno la fatiscente autostrada Salerno-Reggio Calabria, 16.000 abitanti, in un’area densamente popolata di 190.000 persone, dominata da due famiglia della ‘ndrangheta, i Pesce i Piromalli. Comune sciolto per infiltrazione mafiosa, dove malgrado la densità criminale lo Stato ha pensato bene di non mettere nemmeno un commissariato di polizia.
Berlusconi, intanto che ripianava per la seconda volta le voragini del debito di Messina e sognava il ponte sullo stretto, si rifaceva il lifting dopo la duomata, e mandava 30 alpini a Genova e 20 a Parma, parlando di sicurezza da aumentare aumentando privilegi e immunità, quel leader fatiscente anche lui e in restauro permanente come la Salerno-Reggio Calabria, si deve essere dimenticato totalmente della Calabria e la Lega era troppo affaccendata a urlare di fantomatiche ronde e grandiosi successi di Maroni e di Natale bianco senza neri da ricordarsi che l’Italia è lunga e dimenticata mentre la finta sx dei Loiero e dei Bassolino spartiva e dominava senza un’ombra di autocritica o di questione morale.
Lo Stato? Lo Stato è Arcore o La Certosa. A Rosarno lo Stato non c’è mai stato.
A Rosarno la ricchezza della ‘ndrangheta si basa sullo sfruttamento schiavista di 50.000 braccianti pagati 20 euro al giorno (ma 7 glieli prende il caporale). 50.000 che sono cresciuti negli anni nell’indifferenza dello Stato, mentre i caporioni dei partiti si dividono i denari e le candidature e si litigano a morte per le elezioni e le spartizioni del territorio. 50.000 reietti e dimenticato nella morte civile dello Stato, governi e opposizioni, identici nell’ignavia, nella dimenticanza, nella amoralità di una casta politica ormai fine a stessa.
Rosarno. Dopo anni di dimenticanza, di abbrutimento, di sfruttamento, di abiezione, la rabbia degli esclusi esplode. E Maroni, a quei disgraziati che dormono nel fango, in mezzo ai topi, e sono trattati come bestie da una criminalità indisturbata, a quegli schiavi moderni di una criminalità antica, a queste vittime, il grande Maroni viene a dire: “Con loro troppa tolleranza!”!!!!

Stranieri

3 gennaio 2010 Lascia un commento


Difendevo uno straniero, persona offesa in un procedimento penale per lesioni personali colpose. Un processo che non presentava particolari complessità, anche perchè si era deciso di agire separatamente in sede civile per il risarcimento dei danni e lo straniero aveva ottenuto giustizia. In fase dibattimentale il Giudice chiamava a deporre la persona offesa in qualità di teste. Durante la testimonianza il cliente narrava puntualmente e con dovizia di particolari i fatti oggetto del procedimento. Arrivati al nocciolo, aiutato da un interprete, il cliente riferiva che l’imputato era (anche) sprovvisto di assicurazione per la responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli. Al che il Giudice gli domanda: ” ma lei è assicurato? ”
Immagino volesse valutare la credibilità del teste, ma in taluni casi, meglio attenersi all’insegnamento di quel ministro francese ” surtout pas trop de zèle”..

Razzismi

30 dicembre 2009 Lascia un commento

C’è un limite che perfino la Lega, a Roma, oggi non può superare.
L’emendamento che introduce la cassa integrazione differenziata e che ha fatto gridare alle leggi razziali però è solo un aspetto della politica discriminatoria che a livello locale diventa implacabile. Lo dimostra ad esempio il caso di Brignano Gera d’Adda, comune in provincia di Bergamo, che ha stabilito aiuti per i disoccupati purché non siano stranieri. I sindaci sceriffo, a volte, sono più potenti dello Stato. Le ordinanze comunali anche se definite discriminatorie e anticostituzionali vengono regolarmente applicate a suon di multe e non solo.
Welcome to Padania! Dove il Pdl ha firmato delega in bianco alla Lega, che impera, sul tema dell’immigrazione. Dove la stessa determinazione che sarebbe necessaria per perseguire e punire i delinquenti, sempre più spesso, viene usata invece per stabilire e diversificare i confini tra i diritti-doveri degli italiani da quelli degli immigrati. Come si spiegherebbero altrimenti le 800 (più o meno) delibere “dissuasive” nei confronti degli stranieri? Il primato, secondo l’Associazione nazionale comuni italiani (Anci), spetta alla Lombardia con 237, segue il Veneto con 102 provvedimenti, il Piemonte con 63 e il Friuli a quota 17. Pensò bene poi il sindaco leghista Flavio Tosi che in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera spiegò che “gli unici diritti inalienabili sono quelli che riguardano la sopravvivenza”. Esclusa ad esempio l’istruzione perché “riconoscerla significa ammettere il diritto ai clandestini a una permanenza senza limiti”. Rimanendo sulla scia dell’educazione-istruzione è certamente da ricordare il bando pubblicato dalla provincia di Sondrio che prevede l’assegnazione di alloggi per i soli studenti valtellinesi. Scelta cassata anche in sede di Commissione europea oltre che in tribunale; ma poco importa.
Dall’università ai bambini il passo è breve: bonus bebè nazionalisti (che hanno fatto scuola a Milano e Brescia) ma anche rimborsi spese per cure dentistiche e oculistiche (dai zero ai 19 anni) ai soli italiani come previsto dall’ordinanza del comune bergamasco di Brignano Gera d’Adda. A Romano d’Ezzelino (Vicenza) il sindaco ha escluso i bambini extracomunitari dai bonus scuola mentre due anni fa ha consegnato i pacchi della Croce Rossa solo a residenti italiani.
Adro, nel bresciano, e un paese milanese puniscono invece i figli delle famiglie straniere morose sulla retta della mensa scolastica: non paghi? Non mangi! Niente pic-nic nei parchi invece a Brescia (per l’esattezza divieto di sistemarsi in luogo pubblico in modo provvisorio, disordinato e scomposto men che meno giocare a palla oppure a cricket: da pratica sportiva orgoglio dell’impero britannico a simbolo dell’immigrazione. Proseguendo il viaggio nell’Italia della delibere si scopre poi come la tutela del patrimonio artistico passi anche dai 100 euro di multa alla signora immigrata che si era seduta a riposare ai piedi del monumento, la “Bella Italia” (ironia della sorte). Mentre vengono tolte le panchine abitualmente utilizzate dagli stranieri aMonfalcone si apre la guerra allo sputo, si specificò “comportamento comune tra i bengalesi”. Ad Azzano Decimo, sempre in Friuli, ha incontrato ostacoli invece la proposta del sindaco Enzo Bortolotti di permettere la vendita di cous cous, kebab e pollo al curry “soltanto se accompagnati a polenta, brovada e musetto” (tipici della tradizione culinaria locale).
Sul fronte casa a Cernobbio, sul lago di Como, ai futuri sposi in nozze civili la sindachessa impone “ispezioni dei vigili, nelle abitazioni, che dovranno accertare la pulizia di muri e pavimenti e il perfetto funzionamento di docce, bagni e caldaie”. Ma c’è chi obbliga pure gli amministratori condominiali a relazioni sulle presenze abitative di stranieri nei palazzi; chi ancora ha deliberato il divieto ai non credenti di avvicinarsi a meno di 15 metri dai luoghi di culto o approvato nel piano regolatore la possibilità che i cittadini possano fortificare le proprie abitazioni con sistemi come garrite e barriere di filo spinato. Sulla questione cittadinanza la fantasia delle amministrazioni comunali sembra davvero illimitata: il sindaco di Teolo (Padova) ha nominato una commissione per verificare la buona conoscenza della lingua italiana da parte dei nuovi residenti allogeni. A San Martino Dall’Argine, nel mantovano (1800 abitanti e la più bassa percentuale di immigrati della provincia) hanno affisso manifesti per chiedere ai cittadini di “comunicare con tempestività” la presenza di immigrati clandestini. A Gerenzano (Varese) è stato istituito un numero verde al quale chiamare per segnalare presenze sospette mentre a Ospitaletto, comune della provincia di Brescia, è stato richiesto di presentare la fedina penale per diventare nuovo residente.
Tratto da Il Fatto Quotidiano del 12/12/2009