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Posts Tagged ‘diritti’

Cronaca di una collaborazione annunciata

20 ottobre 2012 Lascia un commento

Quella di seguito è la breve cronaca di una piccola ma significativa vicenda reale, avvenuta in una cittadina del sud Italia, ma che potrebbe essere avvenuta ovunque, le parti variano ma la sostanza resta invariata: se sei fuori da un certo giro che conta, si arriva a dei livelli che arriverei a definire “di dissociazione” dalla realtà circostante, cioè un atteggiamento più che insensibile, direi praticamente impermeabile alle istanze della gente comune, anche professionalmente qualificata, che ha l’unica pretesa di lavorare, laddove lavorare è un privilegio per pochi, quasi un lusso.

Metti che hai un giorno libero, ti guardi intorno e pensi che forse ti dovresti cercare qualche nuovo cliente, non si sa mai, la crisi, la congiuntura, insomma in previsione di tempi bui, invece di tirare la cinghia cerchi di attivarti come puoi.

Ti rivolgi al collega anziano e molto esperto in dinamiche politico – amministrative. Dopo un’ora, ti richiama e ti dice:
“Corri, porta un curriculum al dott. tizio entro le 11 che c’è una possibilità di collaborare..”
“Ma è sicuro? Tutta ‘sta fretta mi pare esagerata”
“Ti dico di fare presto sennò sfuma tutto..”
Ok rispondo io, stampo un breve curricolo e mi avvio rapidamente. Incontro il dott. tizio, consegno il curricolo, qualche convenevole e mi congeda:
“Ci sentiamo fra qualche giorno”
Passano i giorni e nessuno si fa vivo. Chiamo io, mi informa che ci vorrà ancora qualche settimana. Va bene, non c’è problema, aspetto.

Passano i mesi, chiamo di nuovo, mi risponde lui, mi dice che la possibilità è sfumata. Accenno a una timida protesta, dico, ma è giusto che tutti gli incarichi vadano sempre ai soliti 4 o 5 avvocati? Mi lascia con una laconica risposta:
“Così dev’essere..”

Passa qualche mese e al dott. tizio viene assegnato un nuovo ruolo, decido di richiamarlo, magari col suo nuovo incarico c’è la possibilità che si (ri)materializzi la mia (sospirata) collaborazione:
“No sai, siamo in liquidazione..”
“Ho capito dottore, comunque non credo che si arriverà alla vendita forzata dei beni aziendali”
“Meglio aspettare..”

Dopo qualche settimana torno alla carica, richiamo:
“Salve dottore, allora?”
“Ciao carissimo, ti faccio parlare col segretario così prendi appuntamento presso la sede sociale”

Prendo appuntamento, e ci vediamo nel giorno prestabilito:
“Guardi dottore, potremmo fare un contratto di collaborazione generico, qualora sorga la necessità di assistenza da parte dell’azienda vi difendo io, facendo riferimento alla media dei nuovi parametri giudiziali appena entrati in vigore”
“Non so se si può fare..”
“Ma come non sa scusi..certo che si può fare..”
“Fammi fare una ricognizione dello stato delle cause e poi ne riparliamo..”

Passano altri giorni, anzi settimane, lo richiamo, mi risponde trafelato:
“Sono appena rientrato, ora guardo e domani ci sentiamo..”
Richiamo il giorno successivo:
“Salve dottore, allora?”
“Siamo in alto mare, ho rotto..”
“Scusi, ma cosa ha rotto?”
“Eh..poi ti dico”
“E quindi?”
“Ti chiamo io..”
Così è (se vi pare).

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Dedicato a tutti i lavoratori

15 ottobre 2012 Lascia un commento

Cielo grigio a Milano e umore dello stesso colore con punte di rosso che si scagliano verso le nuvole inseguite dall’azzurro di ciò che vorrei.
Sono stanca di sentir parlare dei lavoratori preceduti dalla parola POVERI, sono stanca e non si può più tacere!
Non siamo poveri ma siamo ricchi di idee e di creatività, siamo equilibristi che sul filo su cui siamo stati lasciati( rappresentato dalla strada per molti di noi) ci muoviamo senza cadere, con la nostra dignità e con la forza della volontà, ci districhiamo fra le mille peripezie a cui ci avete costretti.
Non siamo poveri perché riusciamo a non darci per vinti ed a stare dalla parte della correttezza e se prendessimo esempio da chi con i “ nostri”soldi ha sempre festeggiato invece di reinvestirli per migliorare le condizioni di vita della collettività (cosa che fa parte delle mansioni di chi ci rappresenta e quindi non un optional ma un obbligo!) ci trasformeremmo in complici silenti anche noi.
Non siamo poveri perché abbiamo una testa che riusciamo ad usare e con la quale gestiamo la nostra vita ma anche quella dei colleghi che vivono situazioni analoghe ,perché ci siamo inventati il modo di prenderci cura delle nostra aziende cosa che avreste dovuto fare voi invece di abbandonarle come animali feriti lungo le strade che avete percorso scalandole per poi arrivare a questo tanto agognato successo,ed ora senza noi ,senza chi il lavoro lo esegue realmente che cosa ve ne farete?
Non siamo poveri perché non abbiamo mai svenduto al peggior offerente il nostro saper fare e conserviamo intatta ta la dignità e l’orgoglio di chi non si vergogna di vivere una situazione di vita non richiesta ma imposta da chi, a differenza dei lavoratori ,si è fatto mero esecutore di ordini impartiti da squali più grandi di loro.
Non siamo poveri perché sappiamo quello che vogliamo ed è ora di dirlo e di non parlare solo di persone corrotte e senza scrupoli che non hanno esitato ad abbassare saracinesche sulle loro aziende non tenendo conto di non poterle abbassare sulle nostre vite.
Vogliamo tornare a sentirci utili, ad avere uno scopo.
Vogliamo tornare a poter dimostrare di avere conoscenze e competenze da offrire alla società.
Vogliamo comunicare senza il timore di ripercussioni ulteriori la nostra totale disponibilità per chi volesse tornare a credere in questo paese ed in chi lo popola.
Vogliamo far capire che le buone intenzioni non hanno colore,non sono da mettere in discussione ,non sono da racchiudere in falsi schematismi mentali ma sono qui e sono da vedere dimostrate ogni giorno a differenza di chi si è reso dopo le chiusure delle aziende irreperibile e spunta solo per tenere bassa la voce di chi voce ne ha ancora a tanta per ribadire ciò che ha dovuto suo malgrado subire.
Vogliamo tornare a poter avere la serenità della normalità ,la serenità del vivere quotidiano che ci è stato tolto così come ci sono stati tolti i sorrisi spensierati di pochi mesi fa.
Vogliamo tornare ad essere rispettati e presi in considerazione perché se per tanti anni abbiamo collaborato con le aziende presso cui lavoravamo non è stato casuale ma perché avevamo la stoffa per farle crescere ed ampliarle altrimenti si sarebbero liberati molto prima di noi.
Vogliamo smettere di essere trasparenti per le istituzioni che promettono e non mantengono nulla di ciò che viene sottoscritto e firmato.
Vogliamo vedere la stampa,i media tutti smettere di usare i nostri pianti,le nostre scene di disperazione quando veniamo aggrediti e picchiati da chi ci dovrebbe proteggere,vogliamo che la strumentalizzazione cessi e che ci sia lo spazio di farci raccontare le nostre storie, perché esse sono le nostre vite alle quali è dovuto tutto il vostro rispetto.
Vogliamo non dover compiere gesti eclatanti per essere ascoltati, perché l’ascolto è dovuto a chi sta combattendo una battaglia che non si limita al presente ma a garantire anche alle generazioni che ci seguiranno un vivere da persone libere e raziocinanti e non da marionette che si muovono su un palco non desiderato.
Vogliamo che che ci conosce sia comunque fiero di noi e che non si debba vergognare nell’associarsi a noi, a chi lotta, a chi non si da per vinto perché penso che da queste situazioni ci sia solo da imparare ed un bel bagno di umiltà a chi vede queste realtà come lontane da se non guasterebbe di certo.
Vogliamo poter andare fieri di ciò che stiamo facendo intanto che il mondo bene si sollazza all’ombra di palme di isole caraibiche facendo bagni di sole e mare non capendo la coscienza marcia non verrà mai ripulita e che per ogni momento di tristezza che i lavoratori hanno a loro ne spetteranno molti di più.
Vogliamo tornare a sperare ,riuscire a vedere segnali positivi da chi ancora non si è venduto e non ha barattato la sua voglia di vederlo rinascere questo paese,vogliamo che qualche imprenditore che apprezzi realmente il lavoro e le capacità che abbiamo dimostrato per tanti anni lasci parlare il suo cuore e non il portafoglio dell’interesse finalizzato a se stesso.
Per una volta parliamo di noi lavoratori, di quanto abbiamo fatto nel corso degli anni, di quanto tempo abbiamo investito nella nostra crescita professionale, di quanto abbiamo creato a livello di rapporti lavorativi ed interpersonali, della nostra puntualità, del nostro rigore, del nostro rispetto, del nostro saperci fare non solo con le mani ma anche con la nostra testa.
Per una volta parliamo di noi, dei nostri interessi, di quanto siamo poliedrici, di quanto sappiamo e vogliamo fare anche per chi verrà dopo di noi, di quanto ci teniamo a farlo ancora bello questo paese da cui tutti fuggono.
Voglio tornare a scrivere Paese con la P maiuscola ed al momento non mi sento di farlo perché non mi sento rappresentata da chi ha solo speculato e continua a farlo creando disgrazie senza vergognarsi.
Vogliamo tornare a leggere sui giornali notizie di ripresa e di vita quotidiana che non siano i suicidi perché non si sa più come avere voce, come ricevere ascolto ,come mettere insieme il pranzo con la cena , come vivere e non è colpa di chi decide disperato di farla finita se non gli è stato insegnato a rubare per vivere ,non è colpa sua se l’esempio che gli viene fornito è il contrario della correttezza e riceve titoloni e pagine intere dedicate quando alla morte causata da altri viene dedicato solo uno scarno trafiletto.
Dove stiamo andando? Cosa sta diventando questo mondo? Perché chi ha ancora buoni sentimenti deve vergognarsene e chi dovrebbe vergognarsi viene esaltato?
Non siamo poveri, non siamo stanchi, non siamo criminali ,non siamo venduti, non siamo incompetenti , non siamo disposti a tacere, non siamo da buttare, non siamo come voi!!!!
Portate sempre rispetto ai lavoratori perché essi sono il motore trainante dell’economia e senza di essi nessuno sarebbe diventato ciò che è diventato e la sera quando andate a dormire al caldo pensate anche un po’ a chi è fuori, al freddo e sotto un cielo che gli fa da coperta sta difendendo con tutta la dignità possibile un futuro di cui tutti sembrano aver dimenticato il valore.
Anna Lisa Minutillo

P.S Dedicato a tutti i lavoratori che sono in lotta per difendere una cosa che non è solo il lavoro ma è la dignità dell’essere vivi.

Pubblicato il 15 ottobre 2012

http://luciogiordano.wordpress.com/2012/10/15/dedicato-a-tutti-i-lavoratori/

Cotoletta alla milanese in salsa di soia

24 marzo 2011 5 commenti

No, non è una nuova ricetta. E’ solo che qualche settimana fa mi è venuta voglia di comprare una bandiera dell’Italia. E lì ho toccato con mano, per l’ennesiva volta, quanto sia fondamentale la scuola per l’integrazione. È quello che penso anche in questi giorni di guerre, di barconi stracolmi di donne e uomini e di noi cittadini che così fatichiamo a metterci in relazione con storie e culture diverse. Vale anche per me.

Dunque, la bandiera. L’ho comprata, bella grande. Ma quando è stato il momento di appenderla alla finestra sono stata assalita dai dubbi. Vivo in un quartiere ad alta intensità di residenti stranieri e mi è venuto il timore che il mio tricolore potesse essere inteso come il segno di una diversità. Insomma, “noi siamo noi, voi siete voi”.

Ero lì nei miei pensieri e intanto aprivo la bandiera, srotolandola sul tavolo del salotto. “C’è la partita dell’Italia?” mi ha chiesto una signora che era a casa con me. ”E’ per l’Unità d’Italia?” mi ha chiesto il compagno di studi di mia figlia.

Hanno parlato insieme.

Sarebbe stato lecito che le domande fossero state formulate al contrario, visto che il bambino ha 10 anni ed è straniero. Ho pensato, come faccio spesso, che ha una famiglia bellissima. Che, da una parte, gli mantiene le usanze del Paese da cui i suoi genitori provengono – le danze, la lingua – dall’altra, partecipa e lo fa partecipare alla vita del Paese in cui vive.

Ma ho pensato anche al grande, fondamentale, ruolo della scuola in una partita così oggettivamente complessa come l’integrazione tra persone di Paesi diversi. Imparare la lingua, le regole del convivere, studiare le tradizioni dei compagni, anche domandarsi “cos’è il permesso di soggiorno? e “perché lui deve farlo e io no?” In questi primi anni di scuola di mia figlia – la materna, ma soprattutto le elementari dove i rapporti tra genitori si fanno più stretti per i compiti, le festine, le amicizie che iniziano a crearsi tra bambini e dove i bambini si confrontano tra di loro, capendosi senza barriere, insegnandosi reciprocamente – ho imparato molto. Anche il ruolo svolto dalle donne.

Le famiglie composte da stranieri rappresentano il 7% della popolazione italiana e sono più giovani, 30 anni di età media contro i 43 anni delle famiglie italiane. I bambini e i ragazzi sotto i 18 anni sono 932.675, pari al 22% del totale degli stranieri residenti in Italia, e di loro ben 573mila rappresentano la “seconda generazione” essendo nati in Italia (Istat). I figli degli immigrati iscritti a scuola sono 673.592, pari al 7,5% della popolazione scolastica, secondo l’ultimo Dossier statistico della Caritas, che ne sottolinea anche i problemi: un ritardo scolastico tre volte più elevato rispetto agli italiani.

Il 51,3% della popolazione straniera in Italia è rappresentato dalle donne, cui è affidato un compito non da poco. Grazie alla maggior conoscenza della lingua italiana svolgono, infatti, spesso il ruolo di “mediatrice” tra la famiglia e la scuola, gli uffici e i pubblici servizi; insomma, il mondo esterno, favorendo così l’integrazione. Le donne, più degli uomini, studiano l’italiano (11% contro 7,6%) e lo usano nel lavoro (93,2% contro 89,4%), frequentano corsi di formazione (5,8% contro 4,9%) e fanno riconoscere il titolo di studio conseguito all’estero (4,9% contro 2%).

Non voglio sottovalutare i problemi, che sono molti e di non facile soluzione. Ma mi piace coglierne anche gli aspetti positivi.

Io e mia figlia stiamo imparando a usare le bacchette, alla festa della scuola i dolci al miele preparati da una mamma marocchina vanno a ruba, beviamo té che arriva dall’India e mangiamo gli spaghetti con le verdure e le spezie. Noi, da parte nostra, dispensiamo gran quantità di cotolette alla milanese. E anche la ricetta del polpettone della nonna riscuote un certo successo.
di Maria Silvia Sacchi
http://27esimaora.corriere.it/articolo/cotoletta-alla-milanese-in-salsa-di-soia/

Software e hardware

18 ottobre 2010 Lascia un commento

Chi compra un computer, compra un bene mobile che viene consegnato con contestuale pagamento del prezzo. Ma compra anche il software, o meglio compra il diritto non in esclusiva ad utilizzare il software e paga il relativo prezzo. Solo che il contratto di utilizzazione del software non si perfenziona al momento del pagamento del prezzo al negoziante, bensì quando l’acquirente accende il computer e aderisce alle condizioni che il software stesso gli sottopone predisposte uilateralmente dal produttore, secondo il modello del contratto per adesione disciplinato dall’art. 1341 del codice civile.
E se l’acquirente non accetta quelle condizioni e rifiuta l’installazione del software? Semplice: ha diritto alla restituzione del prezzo.
Così ha deciso con un’interessante sentenza il Tribunale di Firenze che è possibile scaricare da qui

La prescrizione

17 ottobre 2010 Lascia un commento

Termini di prescrizione del credito:
La perdita del diritto alla riscossione del credito si determina nel caso in cui il proprio diritto non venga esercitato per un delimitato periodo.
I tempi di prescrizione vengono definiti a seconda della tipologia del credito ed in generale salvi i casi in cui la legge dispone diversamente, il credito si prescrive in 10 anni (art. 2946 c.c)
Il decorso della prescrizione del credito può essere interrotto con la notifica al debitore di un atto con cui il creditore manifesti in maniera esplicita la propria intenzione di interrompere il decorso della prescrizione oltrechè costituire in mora il debitore.
Dalla data di ricezione di tale atto il termine di prescrizione ricomincerà a decorrere
TERMINI BREVI DI PRESCRIZIONE
Per alcuni diritti sono previsti termini di prescrizione significativamente più brevi rispetto all’ordinaria prescrizione decennale.
Si prescrivono in cinque anni:
– il diritto al risarcimento del danno derivante da fatto illecito
– le annualità delle rendite perpetue o vitalizie;
– il capitale nominale dei titoli di Stato;
– le annualità delle pensioni alimentari;
– le pigioni delle case, i fitti dei beni rustici e ogni altro corrispettivo di locazioni;
– gli interessi e, in generale, tutto ciò che deve pagarsi periodicamente ad anno o in termini
più brevi;
– le indennità spettanti per la cessazione del rapporto di lavoro;
– i diritti che derivano dai rapporti sociali, se la società è iscritta nel registro delle
imprese;
– l’azione di responsabilità che spetta ai creditori sociali verso gli amministratori.
Si prescrivono in tre anni:
– il diritto dei prestatori di lavoro, per le retribuzioni corrisposte a periodi superiori al
mese;
– il diritto dei professionisti, per il compenso dell’opera prestata e per il rimborso delle spese
correlative;
– il diritto dei notai, per gli atti del loro ministero;
– il diritto degli insegnanti, per la retribuzione delle lezioni impartite a tempo più lungo di un
mese.
Si prescrive in un anno:
– il diritto del mediatore al pagamento della provvigione;
– i diritti derivanti dal contratto di spedizione e dal contratto di trasporto. Se tuttavia il
trasporto ha inizio o termine fuori d’Europa, la prescrizione è di diciotto mesi.
– i diritti verso gli esercenti pubblici servizi di linea;
– il diritto al pagamento delle rate di premi assicurativi. Tutti gli altri diritti derivanti dal
contratto di assicurazione o di riassicurazione si prescrivono in due anni;
– il diritto degli insegnanti, per la retribuzione delle lezioni che impartiscono a mesi o a
giorni o a ore;
– il diritto dei prestatori di lavoro, per le retribuzioni corrisposte a periodi non superiori al
mese;
– il diritto di coloro che tengono convitto o casa di educazione e di istruzione, per il prezzo
della pensione e dell’istruzione;
– il diritto degli ufficiali giudiziari, per il compenso degli atti compiuti nella loro qualità;
– il diritto dei commercianti, per il prezzo delle merci vendute a chi non ne fa commercio;
– il diritto dei farmacisti, per il prezzo dei medicinali.
Si prescrive in sei mesi
– il diritto degli albergatori e degli osti per l’alloggio e il vitto che somministrano:
– il diritto di tutti coloro che danno alloggio con o senza pensione.

La legge che ordina il silenzio stampa

8 maggio 2010 Lascia un commento

Se la legge sulle intercettazioni verrà approvata nel testo in discussione al Senato, sarà fatto un passo pericoloso verso un mutamento di regime. I regimi non cambiano solo quando si è di fronte ad un colpo di Stato o ad una rottura frontale. Mutano pure per effetto di una erosione lenta, che cancella principi fondativi di un sistema. Se quel testo diverrà legge della Repubblica, in un colpo solo verranno pregiudicati la libertà di manifestazione del pensiero, il diritto di sapere dei cittadini, il controllo diffuso sull’esercizio dei poteri, le possibilità d’indagine della magistratura. Ci stiamo privando di essenziali anticorpi democratici. La censura come primo passo concreto verso l’annunciata riforma costituzionale, visto che si incide sulla prima parte della Costituzione, quella dei principi e dei diritti, a parole dichiarata intoccabile? Se così sarà, dovremo chiederci se viviamo ancora in uno Stato costituzionale di diritto.

Questa operazione sostanzialmente eversiva si ammanta del virtuoso proposito di tutelare la privacy. Ma, se questo fosse stato il vero obiettivo, era a portata di mano una soluzione che non metteva a rischio né principi, né diritti. Bastava prevedere che, d’intesa tra il giudice e gli avvocati delle parti, si distruggessero i contenuti delle intercettazioni relativi a persone estranee alle indagini o comunque irrilevanti; si conservassero in un archivio riservato le informazioni di cui era ancora dubbia la rilevanza; si rendessero pubblicabili, una volta portati a conoscenza delle parti, gli atti di indagine e le intercettazioni rilevanti.

Su questa linea vi era stato un largo consenso, che avrebbe permesso una approvazione a larga maggioranza di una legge così congegnata.

Ma l’obiettivo era diverso. La tutela della privacy è divenuta il pretesto per aggredire l’odiata magistratura, l’insopportabile stampa. Non si vuole che i magistrati indaghino sul “mostruoso connubio” tra politica e affari, sull’illegalità che corrode la società. Si vuole distogliere l’occhio dell’informazione non dal gossip, ma da vicende che inquietano i potenti, dal malaffare. Se quella legge fosse stata approvata, non sarebbe stato possibile dare notizie sul caso Scajola, perché si introduce un divieto di pubblicazione che non riguarda le sole intercettazioni.
In un paese normale proprio quest’ultima vicenda avrebbe dovuto indurre alla prudenza. Sta accadendo il contrario. Al Senato si vuole chiudere al più presto. E questo è coerente con l’affermazione del presidente del Consiglio, secondo il quale in Italia “c’è fin troppa libertà di stampa”. Quale migliore occasione per porre rimedio a questo eccesso di una bella legge censoria?

Scajola, infatti, è stato costretto a dimettersi solo dalla forza dell’informazione. Una situazione apparsa intollerabile. Ecco, allora, il bisogno di arrivare subito ad una legge che interrompa fin dall’origine il circuito informativo, riducendo le informazioni che la magistratura può raccogliere, impedendo che le notizie possano giungere ai cittadini prima d’essere state sterilizzate dal passare del tempo. Non si può tollerare che i cittadini dispongano di informazioni che consentano loro di non essere soltanto spettatori delle vicende politiche, ma di divenire opinione pubblica consapevole e reattiva.

Si arriva così all’infinito silenzio stampa, all’opinione pubblica impotente perché ignara dei fatti, visto che nulla può esser detto su qualsiasi fatto delittuoso fino all’udienza preliminare, dunque fino a un tempo che può essere lontano anni dal momento in cui l’indagine era stata aperta. Che cosa resterebbe della democrazia, che non vuol dire soltanto “governo del popolo”, ma pure governo “in pubblico”? In tempi di corruzione dilagante si abbandona ogni ritegno e trasparenza, si dimentica il monito del giudice Brandeis: in democrazia “la luce del sole è il miglior disinfettante”. Stiamo per essere traghettati verso un regime di miserabili arcana imperii, di un segreto assoluto posto a tutela di simoniaci commerci di qualsiasi bene, di corrotti e corruttori, di faccendieri e di veri criminali.

Questo regime non avvolgerebbe soltanto in un velo oscuro proprio ciò che massimamente avrebbe bisogno di chiarezza. Creerebbe all’interno della società un grumo che la corromperebbe ancor più nel profondo. Le notizie impubblicabili, infatti non sarebbero custodite in forzieri inaccessibili. Sarebbero nelle mani di molti, di tutte le parti, dei loro avvocati e consulenti che ricevono le trascrizioni delle intercettazioni, gli atti d’indagine, gli avvisi di garanzia, i provvedimenti di custodia cautelare. Questo materiale scottante alimenterebbe i sentito dire, la circolazione di mezze notizie, le allusioni, la semina del sospetto. Renderebbe possibili pressioni sotterranee, o veri e propri ricatti. Creerebbe un clima propizio ad un “turismo delle notizie”, alla pubblicazione su qualche giornale straniero di informazioni “proibite” che poi rimbalzerebbero in Italia.

Accade sempre così quando ci si allontana dalla via retta della democrazia e dei diritti. Dal diritto d’informazione in primo luogo, che non è privilegio dei giornalisti, ma diritto fondamentale d’ogni persona, la premessa della sua cittadinanza attiva, del suo “conoscere per deliberare”. Ce lo ricordano le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo, dov’è sempre ripetuto che “la libertà d’informazione ha importanza fondamentale in una società democratica”. In una sentenza del 2007, che riguardava due giornalisti francesi autori d’un libro sulle malefatte di un collaboratore di Mitterrand, la Corte ha ritenuto che la notorietà della persona e l’importanza della vicenda rendevano legittima la pubblicazione anche di notizie coperte dal segreto. In una sentenza del 2009 si è messo in evidenza che eccessivi risarcimenti del danno a carico di giornalisti e editori possono costituire una forma di intimidazione che viola la libertà d’informazione: che cosa dovremmo dire quando, da noi, il testo all’esame del Senato impugna come una clava le sanzioni pecuniarie con chiaro intento intimidatorio? E guardiamo anche agli Stati Uniti, al fermo discorso di Hillary Clinton sul nesso tra democrazia e libertà di espressione su Internet, alle ultime sentenze della Corte Suprema che, pure di fronte a casi sgradevoli e imbarazzanti, ha riaffermato la superiorità del Primo Emendamento, appunto della libertà di espressione

Un velo d’ignoranza copre gli occhi del legislatore italiano. Ma non è il benefico velo che lo mette al riparo da pressioni, da influenze improprie. È l’opposto, è la resa alla imposizione di chi non vuole che si guardi al mondo quale veramente è. Nasce così un’anomalia culturale, prima ancora che giuridico-istituzionale. Ci allontaniamo dai territori della civiltà giuridica, e ci candidiamo ad esser membri a pieno titolo del club degli autoritari Certo la nostra Corte costituzionale prima, e poi quella di Strasburgo, potranno ancora salvarci. Intanto, però, la voce dei cittadini può farsi sentire, e non è detto che rimanga inascoltata.
(08 maggio 2010) di STEFANO RODOTÀ
La Repubblica.it